Tabucchi, gli Zingari e il Rinascimento

Antonio Tabucch

Nell’aprile del 2011, nel riproporre ricordi e riflessioni sulla presenza e sulla cultura rom, ricordavo proprio qui, su Poetarum Silva, la necessità di leggere – o di tornare a leggere – Gli Zingari e il Rinascimento di Antonio Tabucchi. Oggi, 25 marzo 2012, la commozione per la sua scomparsa non cancella, anzi rinsalda la convinzione che quella sua opera, pubblicata in volume nel 1999, sia un esempio di denuncia, pacata e ferma, storicamente documentata, dell’ipocrisia ovvero della sbrigativa malafede di chi spaccia per superiore civiltà esclusioni, messe al bando, ghetti e sgomberi dell’urbanizzazione contemporanea.

Il “reportage di un reportage”, come precisava Tabucchi nella Nota, «è la versione italiana del testo intitolato Die Roma und die Renaissance  pubblicato nel numero di dicembre del 1998 dell’edizione tedesca di”Lettre International”» (Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, Feltrinelli, Milano 1999, p.9).

Diamo voce alla testimonianza di Antonio Tabucchi (qui nell’originaria versione in tedesco):

«Avevo risparmiato finora a Liuba le condizioni dei rifugiati che non dipendono direttamente dalle Istituzioni della città. Sono i cosiddetti “clandestini”. Clandestini tuttavia tollerati, che le Autorità cittadine hanno lasciato entrare, con la libertà che contraddistingue un’astuta filosofia, purché si sistemassero lontani dai luoghi dove la loro presenza disturberebbe la vista dei tramonti sul Cupolone.

Costoro (i tollerati) si sono insediati soprattutto nella zona di Brozzi e delle Piagge, periferia dimenticata alla quale il Comune non ritiene necessario neppure concedere una biblioteca. Stretti fra la ferrovia che collega Firenze con Pisa e l’inquinatissimo fiume Arno, in compagnia di topi che raggiungono le dimensioni di gatti, questi “dannati della terra”, come li avrebbe chiamati Franz Fanon, hanno costruito le loro baracche, posato le loro roulotte ormai prive di pneumatici, vivendo la morte lenta di un piccolo popolo, ovvero ciò che la tolleranza del Comune benignamente concede loro: l’agonia. Sono privi di tutto. Non hanno nessun tipo di infrastruttura (acqua, elettricità, fognature, assistenza) né di sussistenza). Spesso neppure i documenti che provino che esistono come creature. Solo il loro corpo testimonia che ci sono persone vive, in questo breve deserto senza alberi e senza erba che è loro concesso a questo mondo dalla rinascimentale città di Firenze.

Se si può dire che i Rom dei cosiddetti “Campi di Accoglienza” dell’Olmatello e del Poderaccio sono la “borghesia” degli Zingari arrivati a Firenze, questi sono i Lumpenproletariat rom. Ed è qui che ho deciso di portare in visita la mia amica Liuba».

Antonio Tabucchi, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 28-29).

5 comments

  1. Una voce di poeta ,ma anche di uomo civile che viveva il suo ‘tempo’.Un grande tesoro per l’uomo che verrà – Grazie Annamaria. Anna Lucci

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  2. giusta commemorazione ad un grande poeta e letterato, ma soprattutto come uomo.Giancarlo Serafino

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