Fado di Dario Radi

Nascondo un seme di cocomero sotto la palpebra  e su un foglio di carta a quadretti, giallognolo, elenco minuziosamente i minuti, tutti, in cui faccio i conti con il mio fatalismo. Vengo interrotto dall’arrivo davanti casa di un furgoncino rosso da cui scendono Andrea, Daniele e Dino e sul foglietto di carta giallo segno che questo non ha niente a che fare col mio fatalismo, forse influenzato dalle origini calabresi che ho, ma forse anche ebraiche e arabe, o africane. Li avevo invitati io, quei tre. Sono sempre i soliti, gli amici miei, sorridono e con grandi pacche sulle spalle rianimano il silenzio marmoreo della stanza bianca, dalla luce però arancione, dove steso sul letto appunto. Ci sediamo davanti a quattro bei bicchieri vuoti che riempiamo di birra e parliamo del più e del meno. Anzi, noto che io parlo del meno e loro del più. Comincio a lamentarmi della mia malattia, del mio essere anormale e deforme e Daniele mi dice che sono molto più normale di quanto creda in quanto anche io, quando ho potuto, qua, non ho fatto niente per dare senso al tempo. Come tutti eh! aggiunge. Quindi è inutile che dica che quello sia cattivo che quella sia cattiva che tutti siano cattivi. Abbasso il capo e prendo un sorso di birra. Anche Daniele, lo fa. Però poi rialzo il capo e urlo che non sono un vigliacco ed esigo che loro, allora, mi dicano qual è il modo per cambiare il sistema, la struttura, il tempo. Ditemi anche voi che ho sbagliato tutto, che dovevo fare il dottore, oppure buttarmi in politica, grido ai tre. Dino smette di ticchettare sulla sua macchina da scrivere. Alza gli occhi  e prima di tutto mi consiglia di calmarmi, che tutto questo agitarsi non serve a niente ma anzi fa male alle coronarie. Tu pensi, mi dice con il suo lieve accento veneto, che quello che hai detto, fare il dottore, o il politico, o magari anche essere un ingegnere e disegnare missili e saper fare di conto siano tutte cose parecchio più utili di tutto quello che qualche giorno fa hai definito semplici idiozie? Quali idiozie? gli rispondo. L’hai detto tu. La musica che ascolti, le tue pazzie che nessuno comprende, i disegni che fai e solo tu riesci a vedere. Questi sono i tuoi stendardi, le tue bandiere, che saresti senza di questi? Lo guardo con gli occhi lucidati dalla rabbia ma non solo. Pensa bene, riprende Dino, al fatto che saremmo tutti delle bestie senza le tue e nostre e degli altri idiozie. Mica penserai anche tu che il mondo civile sia davvero così civile? Come diceva il cantante, il poeta, sì lui, dai, si sarebbe dei cinghiali laureati in matematica pura. Sorridiamo tutti e anche io mi sento un po’ sollevato. Solo Andrea sorseggia silenziosamente dal suo bicchiere e non sorride. Andrea, tutto bene? gli chiedo. Sì sì. Fa una pausa posando il bicchiere sul tavolo di legno verde. Riflettevo sul fatto che Dino ha ragione, però ci vuole anche tanta pazienza. Pazienza? Chiede Dino. Sì, pazienza, Andrea risponde. Pazienza perché ti metti a costruire tutti quei castelli in aria, di carte e di penne però poi arriva una di quelle poche persone a cui basta una stretta di mano o magari ti chiedono di accompagnarle a un museo e poi, appena mi vai un attimo in confusione, zac!, un colpo di spugna e il tuo castello è tutto per terra. Già, dice Dino. Io annuisco e Daniele pure. Chiniamo tutti e quattro la testa e stiamo sette minuti in silenzio. Allo scadere dell’undicesimo minuto sentiamo un cane abbaiare fuori dalla porta. Loro tre si alzano e si avviano verso la porta. Li raggiungo e ci abbracciamo in silenzio. Escono e se ne vanno salendo sul furgoncino bianco. Torno al tavolo e tolgo bicchieri e bottiglia, mentre da un quadro di Alberto Savinio che tengo alla parete il cane lupo, lupo, forse il cane lupo che ha visto Dio, o quello che abbaiava fuori dalla porta, mi consiglia e suggerisce di farla finita. Mi tolgo quindi il seme di zucca non seccato dall’occhio, lo metto in bocca e senza masticare ingoio.

[7/12/2011]

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