Sbocciata nelle viscere (A. Taravella, Ed. Smasher 2011) – recensione a cura di Roberto Ranieri

La poesia talvolta può diventare autobiologia. Non nel senso del corpo-metafora nel filtro doloroso/gioioso del ricordo, o dell’ingombro del proprio involucro fisico da introiettare o espellere, carezzandolo o dilaniandolo a colpi di metrica; piuttosto, automatismo che dal corpo trae direttamente l’umor, la sostanza preverbale vitrea o sanguinolenta degli scarti fonici o semantici sulla pagina. Se poi il corpo deborda dal proprio perimetro, fondendosi in una specie di “ipercorpo” che abolisce confini e rimodula continuamente vasi comunicanti, ben oltre l’espansione al “tu” quale universo di senso amorosamente condizionabile, l’autobiologia può diventare dichiarazione esplicita di poetica, farsi portavoce di ogni scarto o slancio afferrabile dietro l’ombra dell’esserci, come una rabdomanzia ventriloqua di sensi e “significato” . La nuova fatica poetica “Sbocciata nelle viscere” di Antonella Taravella (Smasher edizioni, 2011), veronese di nascita e sarda di adozione, offre in questo senso un ampio campionario di alchimie biolinguistiche, come premesse indispensabili alla riscrittura del mondo, nell’arco riacceso tra il meraviglioso fibrillare di sensi e cellule, e il periglioso ordine cristallino del codice; ove non si dà rappresentazione del vissuto, se non come scossa produttiva di senso nel guscio vivo rigenerato sulla pagina; qui ogni particolare anatomico si sottrae al disegno di una mappa convenzionale di sommovimenti, piuttosto anela a rifarsi funzione in un nuovo organismo. Così “vertigini e vertebre / raccontate alla pancia” (p. 24) affiancano “taciti graffi addensati negli occhi” (p. 26), in una tessitura sottratta a cadenze o scadenze temporali, unicamente subordinata all’urgenza dei propri nodi interni da sciogliere o ricomporre. Se l’io in sé appare “ insondabile / come un marenero di parole / alla ricerca d’ossigeno” (p. 62), la poesia di Taravella sembra ritentarne un ripristino pneumatico, dove il “tu” e l’ “amore” rifuggono contingenze d’assemblaggio, infiltrano moventi indispensabili fra i lembi di una ricucitura più ampia. “…Accarezzata dalla libertà / di vorrei senza parentesi / con cui sentirmi in gabbia” (p. 63), l’autrice sembra attrezzare la propria dotazione di psichiche risorse, perché quell’“ipercorpo”, o cosmogonia terrena di schegge pronominali a specchio, tenga come luogo di rifrazione veritativa a prescindere: “Occorre approntare la parola per gl’inverni a venire / stringendosi addosso assoluzioni e i colpi bassi delle ghiacciate / di brina” (p. 40). Luogo ove i dispacci meteo del futuro ritarano i barometri del senso su espansioni metafisiche incerte, raggiungendo qua e là vette poetiche di grande intensità: “ … E poi in un orgasmo di nuvole / siedo con le labbra poggiate al vetro / e tu al di là / sfuggente su strade di acciottolati domani” (p. 18).

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(N.d.R.): la presente recensione è stata già pubblicata nella pagina culturale del quotidiano “Terra Nord Est”, il 2 agosto 2011, con titolo “La poesia che accende i sensi”.

2 comments

  1. “Occorre approntare la parola per gl’inverni a venire”: la recensione di Roberto Ranieri trova, individua ed esprime le argomentazioni lucide e impeccabili per la predilezione che ho avuto – immediatamente e istintivamente (con piglio corporeo e animalesco?) – per questo verso dalla raccolta di Antonella Taravella..

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  2. ha avuto l’accuratezza del manierismo, per scavare nei miei versi.
    ringrazio roberto per come è arrivato dentro alle mie emozioni, a poetarum per l’ospitalità e a coloro che mi hanno accompagnato nell’avventura poesia.

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