Philip Larkin – tre poesie da Finestre alte

GLI ALBERI

Acceno di un discorso che ancora si ripete,
spuntano sugli alberi le foglie;
i germogli freschi s’allentano e distendono
in una verdezza simile al dolore.

Forse quelli nascono di nuovo
mentre noi invecchiamo? No muoiono anche loro.
Il trucco annuale di apparire nuovi
è scritto in fondo a venati anelli.

Eppure si dibattono, inquieti castelli
ancora grandi e folti a ogni maggio.
Morto è l’anno passato, sembrano dire,
e s’incomincia di nuovo e daccapo ancora.

THE TREES

The trees are coming into leaf
Like something almost being said;
The recent buds relax and spread,
Their greenness is a kind of grief.

Is it that they are born again
And we grow old? No, they die too.
Their yearly trick of  looking new
is written down in the rings of grain.

Yet still the unresting castles thresh
In fullgrown tickness every May.
Last year is dead, they seem to say,
Begin afresh, afresh, afresh.

FINESTRE ALTE

Quando vedo una coppia di ragazzi
e penso che lui se la scopa e che lei
prende la pillola o si mette il diaframma,
so che questo è il paradiso

che ogni vecchio ha sognato per tutta la vita –
legami e gesti messi da parte
come una mietitrebbia arrugginita,
e ogni giovane che va giù per lo scivolo

di una felicità senza fine. Chissà
se qualcuno osservandomi, quarant’anni fa,
ha pensato: Quella sarà la vita;
non più Dio, non più sudore e paura la notte

per l’inferno e per tutto il resto, non più
il dovere di nascondere quello che pensi del prete.
Lui e quelli come lui tutti giù per lo scivolo
come maledetti uccelli liberi. E all’improvviso

non una parola viene, ma il pensiero di finestre alte:
il vetro che assorbe il sole,
e, al di là, l’aria azzurra e profonda, che non mostra
nulla, che non è da nessuna parte, che non ha fine.

HIGH WINDOWS

When I see a couple of kids
And guess he’s fucking her and she’s
Taking pills or wearing a diaphragm
I know this is paradise

Everyone old has dreamed of all their lives –
Bonds and gestures pushed to one side
Like an outdated combine harvester,
And everyone young going down the long slide

To happiness, endlessy, I wonder if
Anyone looked at me, forty years back,
And tought: That’ll be the life;
No God any more, or sweating in the dark

About hell and that, or having to hide
What you think of the priest. He
And his lot will all go down the long side
Like free bloody birds. And immediately

Rather than words comes the tought of high windows:
the sun-comprehendig glass,
And beyond it, the deep blue air, that shows
Nothing, and is nowhere, and is endless.

 

VENERDÌ NOTTE AL ROYAL STATION HOTEL

Cupa, la luce scende dagli alti
lampadari a grappolo sulle sedie vuote
che si fronteggiano l’un l’altra, diverse nel colore.
Attraversano le porte aperte, la sala da pranzo dichiara
una pù vasta solitudine di coltelli e cristalli
e silenzio dispiegato come un tappeto. Un portiere legge
un giornale della sera rimasto invenduto. Le ore passano.
I commessi viaggiatori hanno fatto tutti ritorno a Leeds,
lasciando nella Sala riunioni i portaceneri colmi.

Nei corridoi deserti di scarpe le luci restano accese.
Si sta isolati, come in un forte, qui –
la carta intestata, fatta per scrivere a casa
(ammesso che casa esista) lettere d’esilio:
Ora la notte avanza.
Le onde si accavallano alle spalle dei villaggi.

FRIDAY NIGHT IN THE ROYAL STATION HOTEL

Light spreads darkly downwards from the high
Clusters of lights over empty chairs
That face each other, coloured differently.
Through open doors, the dining-room declares
A larger loneliness of knives and glass
And silence laid like carpet. A porter reads
An unsold evening paper. Hours pass.
And all the salesmen have gone back to Leeds,
Leaving full ashtrays in the Conference Room.

In shoeless corridors, the lights burn. How
Isolated, like a fort, it is –
The headed paper, made for writing home
(If home existed) letters of exile. Now
Night comes on. Waves fold behind vilages.

da © Philip Larkin, Finestre Alte, Einaudi, (traduzione di Enrico Testa)

4 comments

  1. Due sensibilità congeniali che si sono letterariamente incontrate nella poesia, lo spirito contemporaneo di Larkin con la visione del suo traduttore nonché poeta, il caro Enrico Testa. Inoltre Testa ha anche curato il Quaderno di traduzioni di Giorgio Caproni, il quale scrisse l’introduzione alla primissima raccolta poetica del prof. Testa nel 1988, Le faticose attese.

    Mi piace

I commenti sono chiusi.