C’è nobiltà nel postmoderno?

C’è nobiltà nel postmoderno?

Nessuna identità, nessun segno a scucchiaiare le ore,

nessun impedimento al dire nostrano, al fare che di

mezzo c’è il mare, bisunto di noia e colore sbiadito.

C’è un caprone che si chiama Arturo e sta di fondo

al prato , a volte oscura la porta del sole col suo manto

pezzato di bruno, è bianca l’attesa dell’ombra nel

pomeriggio sguaiato , svalvolato , spennato di incastri

sonori, sincretici sguardi amputati, solcati dal nero

discorso stirato di specchi e  suoni squillanti trombe,

un troubar clair sopravviene all’oscuro dire, password

che non conosciamo,  lasciano l’amaro in gola, sgomi-

tando dal fondo del libro, in terzine dantesche, in sonetti

amorosi, in sanguinamenti, cunicoli di freddo in guaine

d’argento, fiumi di vento, fiumi di vento.

 ***

Così vanno tremanti per valichi, in sentieri verdi, le parole

deboli dell’intendere cardiaco, del piangere con il sale

in tasca, indifferenti al tempo,che oscilla pensoso dal pergo-

lato umido della notte.

Nobili, antefatti probabili, cercati nel dirupo femminile, ergo,

del mistero, della possibile tramortita felicità.

Nel tramonto dei Canti Orfici o quelli di Castelvecchio che rileggo

sempre volentieri in quanto salvezza di natura e di gergo

pregrammaticale- che di spontaneità e vigore fanno scorta-

per non dimenticare mai quello che sarebbe lingua morta,

o morente per i più, poeti che oggi tremano nel dire piatto,

colloquiale, dire di poco, con la somma delle ragioni, con le

doverose differenze, che di Sereni e Caproni non ne nascono più.

 ***

Con ciò non voglio sminuire gli amici poeti che fanno storie,

perché di storie c’è bisogno, nel nucleo germinativo della

letteratura c’è sempre la poesia, solo la poesia, rileggetevi

quello che il vecchio Mallarmé diceva: c’è poesia dove prevale

la ricerca nella scrittura, che dir sia porosa prosa o non lo voglia

punto essere, là c’è comunque poesia.

Nel postmoderno, che il titolo è quello, c’è tutto e quindi il nulla,

il neoarcadismo, prendiamo quello, che la pulizia formale e la

perfezione del sonetto e della struttura ritmica, uniti ai contenuti

d’oggi fanno un po’ ridere forse, ma non sottovalutateli, ennò, ennò!

Quanti di voi saprebbero dipingere un bel volto senza far pasticci?

Insaponatevi per bene e rasatevi davanti allo specchio la mattina,

il volto che vedrete, ripulito e serafico, sarà quello di un poeta?

 ***

Nel vagheggiare della mia scrittura non c’è poi molto di più,

che di meno in meno si costruiscono aquiloni, triestine bore,

formaggi odorosi di fossa e prosciutti imbronciati di grasso,

gustose le parole riprendono il colore originale (prelogico, pre-

grammaticale appunto), dal latino, al volgare, dalla rima al verso

libero, dal verso libero al suono, alle paludi dell’indicibile, al

silenzio che diventa prora, allo sbarco sguarnito di scialuppe,

all’acqua alle ginocchia, alle bracciate forti e decise che separando

le onde, segnano strade di luce, e luci in fondo alla baia, sospendono

ogni discorso e , tremolanti, indicano la direzione, la sostanza fonica,

la meravigliosa proprietà dell’ovvio poetico,che è novità e speranza.

Il perenne mormorio delle cose, al fondo del prato, che diventa mare.

 (inedito, 2011)

7 comments

  1. “Insaponatevi per bene e rasatevi davanti allo specchio la mattina,il volto che vedrete, ripulito e serafico, sarà quello di un poeta?…” i poeti non hanno mi volti ripuliti altrimenti non potrebbero scrivere. Lettura eccezionale, complimenti

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  2. Quesito interessante! E testo davvero eccezionale… condivido moltissimi punti della tua riflessione.
    Fra tutti ho amato (per affinità di visioni stilistiche), il verso:

    “gustose le parole riprendono il colore originale (prelogico, pre-
    grammaticale appunto),…”

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  3. Ho voluto gettare il sasso nello stagno per stimolare gli amici poeti a qualche utile riflessione sulla qualità della scrittura poetica e, soprattutto, sulla necessità di conoscere e preservare quello che di buono la tradizione ci ha lasciato. Allarghiamo lo sguardo e spostiamoci nei secoli, ci sono cose straordinarie da leggere , rileggere e riscoprire , per scrivere sempre meglio e con maggiore cognizione di causa.
    Un caro saluto a tutti.

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  4. in giro c’è molta merda… è vero!
    ma se non ce ne fosse, non si distinguerebbe il buono dal cattivo.
    la poesia resta sempre comunque una forma gratuità di libertà e d’espressione, vivaddio!
    per scrivere un buon verso penso che si debba lavorare su di se e sulla vita piuttosto che sulla forma della scrittura (antica o passata); naturalmente , è un personale punto di vista.

    sono convinto che anche nel peggiore dei poeti c’è molto da salvare.

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