Under 30 Made in Sicily – Andrea Cangialosi (post di natàlia castaldi)

In occasione dello Slam tenutosi lo scorso sabato presso la sede del CeSMI di Palermo, ho conosciuto diverse giovani voci siciliane, che ritengo meritino condivisione e ascolto. Inauguro dunque questa rubrica, che si ripropone di operare una mappatura delle poetiche provenienti dall’ “isola che non c’è”, con le scritture di Andrea Cangialosi, cui seguiranno nei prossimi giorni i testi di Domenico Stagno e altri giovani autori, per eventualmente tracciarne il percorso e scoprirne il filo conduttore, qualora ci fosse. Buona lettura.

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UNA SETTIMANA DA TOSSICOMANE IN RIABILITAZIONE

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CAP.1: DELIRIO TREMENS

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Quello che cerco è qualcosa che non si chiede, che ha la forza di uccidere o portare un animo morto all’Eden.
Quello che necessito è qualcosa che non si vede, che come il vento ti porta al largo gonfiandoti le vele, ti riempie il cuore e si spande nelle vene.
Cerco l’Amore e in questo solo ho fede. Una storia tra due persone vere, capace di colorare queste giornate nere.
Dare e ricevere carezze d’affetto piene; avere lei, fare di tutto per il suo bene. Sono i deliri di un romantico che non si contiene, i suoi dolori, le sue pene.
La magia che non son mai riuscito ad avere, sempre morta prematura come falene….

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CAP.2: LINEA PIATTA

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7 giorni come sette note, sette lacrime sulle nostre gote, sette bugie senza voce: una sola verità, di morte precoce.
Un percorso di purificazione da una dose che dalla normalità mi scuote. Interruzioni di un fiume che scorre troppo veloce, dighe di chiusura alla foce.
Eliminare gli indizi, cancellare le prove, uccidere il mandante, la vittima e il testimone. Scappare dal bianco del sole, rifugiarsi negli abissi come piovre.
Sottoporsi alla lobotomia del cuore, al trapianto di emozioni nuove.
Istantanee di giornate ombrose, dove cessa l’identità di tutte le cose, la percezione del quando e del dove, dei secondi, dei minuti, delle ore….

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CAP. 3: MASSA CRITICA

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Passare oltre, rinascere, scoprire un faro anche nella coltre. Togliere il senso di vite già corte, laddove desistere significa morte.
Proseguire archiviando i ricordi, chiudere le porte, ripulire il tavolo dal crollato castello di carte. Sprigionare il sentimento, puro e forte, sopportare il giudizio del re e della corte.
Ergere una barriera, detonare un ponte, dare l’addio, come un soldato al fronte. Prendere le cose piccole e farne arte, ritrovare armonia nell’universo, farne parte.
Sfidare il destino, l’ombra che m’avvolge, la cui coercizione confonde e patimenti effonde. Perdonare la pioggia incessante, farsi portare al largo dalle onde.

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CAP. 4: CALMA APPARENTE

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Un intervallo in un match, una pace, un bluff. Un respiro dallo stress, un censimento delle sensazioni pregresse. Una frase fra tonde, quadre, graffe, un flebile sussurro contro il frastuono delle casse.
Un punto asimmetrico all’asse cerca asilo da false promesse. Un insonne collide con le note di Bach sognando di volare alto come un RAF.
Un grido di SOS lanciato da un ebreo, naufraga nell’orecchio di un SS. Un ipotetico drink a base di As o il tintinnio del bossolo di un AK-47.
Guerra dentro come se piovesse, raschiano la gola come colpi di tosse.

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CAP.5: DECAY B

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Everything starts to lose sense, it escapes from my hands. In my head they all dance, angry sheep shatter against the fence. I can’t help myself, in this fight there’s no rest.
I wish an angel quitted her wings and fell to avoid what came and what I felt. Somebody to make me not this hopeless, putting me somewhere else.
It’s strange disown what you dwell just because of who lived there. Ignore the call of her who I really care. To cut off the wire and throw me away.
My space’s shrinking, even my day, while I’m trying to hold on each today.

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CAP.6: SABBATH

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CAP.7: PANDORA’S BOX

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All these words I couldn’t tell, I couldn’t write. It’s like warming up the hell when reality slips from me as a kite.
It’s a pain I can’t stand, it pierce me like a sword of a knight. I used to scream, I used to yell, but what for? Why this night?
No matter how hard is my shell my core is on fire. It’s like I’m holding a burden without having the right.
It’s my soul on sell and your name covers the price. I don’t want to farewell, but I can’t be of ice. It’s a never ending ringing bell, the sore of my own bite.

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La Stazione del Treno Perduto

«Non preoccuparti», ti dici, «è solo un altro giorno», mentre mandi via la polvere che si accumula.
«Chissà se oggi nevica», ripensi a quante volte sei quasi rimasto sepolto da quel gelido biancore che leziosamente avvolgeva tutto. «Magari piove», come quella volta che pensavi di esser scomparso, con tutta quell’acqua che ti passava attraverso e nessun’emozione a percepirne il freddo. «Presto, l’ingresso», affannato accorri ai portoni, non sia mai di lasciar fuori qualcuno; certo arriverà qualcuno, altrimenti perché questa stazione?
Quell’incontro che ti ha ribattezzato manovratore, capotreno e macchinista, da nessuno che eri; quando ti sei rimboccato le maniche, a far dal nulla quella che ora è la Stazione del Treno Perduto.
«Secondo me, torna oggi», ti sussurri sorridendo, sottovoce, come se quelle panchine, quei binari, potessero svegliarsi. «Dovrò procurarmi un tabellone», scuoti la testa per niente agitato, «per l’andata no di certo!».
Poi ripensi al tempo, che non riesci a misurare, lontano dal cielo e dalla città, in questo posto misterioso. Qui, dove l’ho incontrato, ho eretto questa Stazione, come un profeta di una nuova religione, un altare. Il primo, anzi il secondo miracolo forse è stato proprio questo: la grazia di un tempo leggero, impercettibile.
O quasi, «giusto un minuto», ti dici, «per riprendere le forze», mentre ti stendi in quella panchina, vicino la linea gialla, che se dovesse passare un treno, il Treno, apriresti gli occhi lucidi ad accogliere un bagno di luce…
«Non preoccuparti», ti dici, «è solo un altro giorno», mentre mandi via la polvere che si accumula

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Lascia un fiore, quando avrai finito

«Corri!»
«Devi correr, non fermarti»
Però è strano: per quanto fletta e stenda queste sfinite gambe, tutto resta
dov’è, nulla si muove. Come su di un tapis roulant, non riesco a lasciar niente
alle spalle.
«Corri!»
«Devi correr, guarda che il passato ha fretta»
Faccio una vita normale, soltanto la faccio correndo: saluto la gente, lavoro,
amo. Eppure ho questo appuntamento a cui non posso mancare.
«Corri!»
«Devi correr o farai tardi»
Mentre ansimo, ho un pensiero fisso: e se non ci fosse? Come farò da solo?
Questa cosa va fatta in due, come un patto o un contratto.
«Corri!»
«Devi correr, sei in ritardo»
Lo so che sono in ritardo, ho pure il vestito buono; e chiunque mi conosce sa
quanto odio le formalità. Questa, però, è un’occasione speciale: il mio
funerale. Devi seppellirmi, vangare i ricordi sulla mia testa mentre ancora
respira.
Lascia un fiore, quando avrai finito; tornerò per svuotare il vaso.
Corro.
Debbo correre, per fermarmi.
Debbo correre perché non è ancora troppo tardi, non è ancora troppo presto.
Debbo correre, ché il passato ha fretta, il futuro non tanto.
Debbo correre: per fermarmi e ricominciare a camminare.

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L’ingombrante presenza del vuoto

Ha una consistenza ben precisa, determinabile, misurabile.
La sua densità è tale da lasciarti stordito quando, sbadatamente, c’inciampi di
sopra, come un alluce contro lo spigolo del mobile di casa. Ha anche massa e
volume: massa come un astro che, dopo aver accecato, attrae fatale anche da
spento; volume come un libro prestato via da quello scaffale lì, mai restituito.
Insomma, se proprio posso dirlo, ha anche un odore! È l’odore tipico della
menzogna, della metafisicità di un inganno o, più che quello, direi l’olezzo del
sudore inutile, di un consiglio da quattro soldi di uno psichiatra, o chi per lui.
Ogni asse occupato è peculiare: orizzontale come un sole abbattuto al primo sparo;
verticale come la scia di un sonda mandata alla ricerca, nello spazio infinito;
trasversale e parabolica come la caduta di quest’ultima, per chissà quale inetta
tragedia della quotidianità.
Il colore, il colore, come non parlarne! È pallido, come la pelle lasciata al chiuso, e
al contempo cupa, di nature morte, di notti, di abiti a lutto.
La sua voce, invece, ha il timbro basso, baritonale di una risposta attesa, di un
richiamo mormorato o forse sognato. Però può diventare stridula, quando si tende a
rincorrer le corde di qualche canzone, più veloce dei fotogrammi di una pellicola;
per lacerarsi, poi, in un pianto.
Ha tanti nomi quanti volti. Sconosciuti, talvolta, per lo più noti; più che noti, quasi
studiati, mandati a memoria come le filastrocche da bambini. La cosa buffa è che
ognuno sa qual è quel nome, ma non serve a scuoterlo, a riscuotere attenzione;
forse, quel nome, nemmeno lo sa; oppure lo sapeva, ma l’ha scordato, come un
piano da salotto, impolverato.
Dell’età, per educazione, non si discute! Mai chieder gli anni, mai. Meglio darne
sempre meno, pochi, quasi fosse una condanna in prigione di qualche malfattore,
maledettamente ben difeso.
C’è così tanto da dire, quasi mi perdo! Torno sulla dimensione, per esempio. Debbo
ammettere che è stata dura, quasi non ci credevo, ma ho udito di un uomo che ne
ha scovato la fine; e dato che io ne conosco l’inizio, posso parlarvi della distanza.
Quella, signori e signore, è la più enigmatica delle proprietà, la più mutevole e, se
mi si concede, la quintessenziale. In tanti hanno provato a traversarla, armati fino
al cuore, con la dignità in spalla e troppi pensieri ricacciati nelle tasche. Altri
ancora hanno scelto altre strade, fermi al bivio hanno poi imboccato il passato,
nella “Foresta Incantata dei Ricordi”; giocati da qualche burlone che ha corretto
l’insegna, proprio quella che diceva “Foresta Stregata dei Ricordi”.
E per finire, c’è chi ha preso una decisione differente, volendolo affrontare in casa
ha sventolato un drappo bianco di carta, come a voler chiedere tregua; poveri
stolti, questi! Pensano davvero di potercela fare, accozzando parola dopo parola,
tanto inchiostro da seppellire l’ingombrante presenza del vuoto

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Metamorfosi di un’ossessione

Quella che sto per raccontarvi non è una storia a lieto fine. Pregai Dio mille e ancora mille notti perché lo fosse. Quello che mi resta è provare ad uscire dal vortice delle sue conseguenze schiudendo le mie labbra, a lungo serrate, lasciando sfiatare la pressione accumulata.
È una di quelle storie con un’apertura di sipario scontata: lui, timido e incompreso, lei, splendida e sovrannaturale, insomma “La Bella e la Bestia”. Proprio un aggettivo indovinato: “sovrannaturale”! C’era una sorta di incantesimo, qualcosa che né l’uno né l’altro riuscivano a comprendere, che intrecciava tacitamente i percorsi dei loro passi.
L’energia che si sprigionava nei brevi incontri dei due era qualcosa paragonabile alla nascita di una stella, un amplesso di luci e calore; la forza con la quale l’incantesimo si ruppe: la nemesi di quella stella.
Tutto improvvisamente si ricoprì di una patina opaca di fuliggine, come di polvere. Era come se nevicassero pennellate di vernice nera e grigia, a lavare via il colore, le emozioni, i ricordi. No quelli no, quelli lavarli sarebbe stato impossibile, li avrebbe portati incatenati all’anima per sempre.
Le droghe non fecero che consolidare quegli anelli, mutando i ricordi felici in demoni persecutori. Ora “la bestia” incominciava ad assumerne forma fuori di metafora. L’ossessione di quei giorni stava letteralmente ingoiando la sua umanità tutta in un boccone. La metamorfosi era inarrestabile, dentro e fuori.
Il peso delle conseguenze era insostenibile, anche per l’apatia comatosa di questo nuovo stato animalesco. Ogni tentativo di trovare una soluzione era un dito premuto su un grilletto di una pistola a tamburo, un giro di caricatore. Fino a quando questa disperata roulette russa sparò una cartuccia nel cranio ottenebrato della bestia: era la fine, era l’inizio della fine.
Si era scelto il suo destino, il suo supplizio. Avrebbe trascorso i suoi giorni mendicando, quasi da eremita, elemosinando qualche spicciolo o una dose in cambio di una storia, questa stessa storia che voi ora state ascoltando.

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Andrea Cangialosi

Andrea Cangialosi, 20 anni, studente di Filosofia a Palermo

11 comments

  1. Ho adorato “L’ingombrante presenza del vuoto” dalla viva voce dell’autore … onore al merito anche alla capacità di lettore di Andrea!

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  2. si scivola piacevolmente nel mondo di Andrea, è un mondo che mi piace.
    all’inizio con un po di “distacco”
    forse nella poesia troppe rime baciate?
    ma quello è un problema mio, è solo questione di “gusto” personale! :-)
    a presto rileggerti….

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  3. Con dei complimenti così, finisce che il mio ego si convince d’esser un poeta ed io, che so bene di non esserlo, voglio solo accettare tutto con la modestia di chi conosce le sue capacità :)

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    1. la scrittura, Andrea, come ben sai, vuole dedizione, passione, studio, e non si finisce mai di crescere. La tua scrittura mi piace, mi pare che abbia una sua voce già ben delineata e definita, chiaramente si potrà, anzi potrai lavorarci sù, ed hai tutto il tempo di farlo (sei tra l’altro giovanissimo); ma la stoffa è buona, quindi ogni complimento non è che un incoraggiamento affinché tu metta a frutto tutto il tuo potenziale e la tua originalità. Se vorrai mandarci nel tempo altri tuoi lavori, sarà bello seguire il tuo percorso. Devo poi aggiungere che ascoltarti recitare i tuoi scritti è stato impagabile, hai una maturità espressiva che mi fa arrossire. ;)
      a presto. natàlia

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  4. dico solo grazie a nat, perchè presenta le giovani voci di quell’isola che non c’è, ma che esiste nei miei globuli, complimenti per questo giovane Poeta e attendo con ansia di leggere di altri.

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  5. Accetto ogni incoraggiamento, ne bisogno perché da me medesimo non ne arrivano che a notte fonda, quando non ho altro che scrivere per mettermi a dormire. Quindi, se l’inquietudine, la rabbia, il fastidio continueranno a bussare al mio cranio, ce ne saranno di altre.
    Vorrei avere il coraggio d’impegnarmi in un romanzo, una scrittura meno sfogo e più applicazione, ma il pensiero altera già il battito…

    Grazie a Natàlia e a Morfea, e a Cinzia, e Stalker!

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