Under 30 – Michele Ortore – poesie (post di natàlia castaldi)

[Con Michele Ortore prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80, cui Poetarum Silva si dedica da mesi allo scopo di tracciare una mappatura delle poetiche attuali, affermando la necessità della presenza di voci giovani e fresche nel panorama contemporaneo. 

In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago e Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot, Luca Minola, Alessandro Giammei, Anna Ruotolo, Roberta D’Aquino, Riccardo Raimondo e Nadia Tamarini. Rientrano in questa rosa di giovani autori anche Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, redattori di questo blog]

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Si rincorrevano fra i covoni di sale spezzando

larici imbalsamati in forma di secchi rami

“nelle danze dell’agonia il ricordo ci possiede”

ripeteva inciampando uno dei due nell’ombra

imperfetta del crepuscolo senza sete né fame

erano cricchi da osservare come la disposizione angolare

di uno stormo nei waterlands olandesi quando

il giorno si rovescia in notte con immensa facilità e

la terra sottratta alle onde è una morchia scontrosa

finché almeno anche l’altro fra i due fra i covoni

fra il sale che scompare leccato dal vento

non dice “Siamo i batacchi del mondo,

lottiamo per la libertà senza neanche sapere cos’è,

un concetto inventato almeno finché non

trasfiguri la materia questo fascio di energia raccolto in nome

e lontano vedo un tetto appena accennato,

ma tu non guardarlo, respirare e nominare,

respirare e nominare,

ascoltare la voce che dovunque si produce

in ogni caso”

*

“Emi-“

“Mio essere a che, dimmi,

se più nulla ti resta,

se conosci ogni cosa, parli ancora?”

(Franco Fortini)

Come se la Terra avesse tre emisferi

e i prefissi greci non servissero a nulla,

incontrai di spalle un ricordo,

un mucchio di sassi in forma di spiaggia,

come un respiro non pesano

ma partoriscono in ogni istante

una domanda invisibile.

La garitta della memoria non ha custodi:

la sentinella si è licenziata

ben prima che nascesse Proust,

eppure certi panorami sfocati

non mi appaiono tutti riconducibili

al traffico di contrabbando.

Ho scelto la cartapaglia umida:

bere, esalare, gonfiarsi d’umori,

esperire quasi senza guardare.

Ma poi disfiorare, rinunciare uno a uno,

strappare e strapparsi le palpebre

per non chiudere gli occhi: ascoltarsi,

cercare il punto più alto

per ridersi in faccia, misurare

come un ladro gli scatti della mente,

ghigliottinare illusioni, usare la lente

fino all’indecente.

Ma, se restasse qualcosa:

i prefissi greci non servono a nulla.

*

Mutatis Mutandis

“e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità”

Avevamo lo sguardo distratto dalle foglie

con le punte dei piedi affacciate

sotto il ponte di legno sorridente, verde, un arco.

.

scivolate come un groppo in gola

foglie d’acero e foglie d’erba

nelle mezze verità della memoria,

ad abitare la garitta insormontabile

di fronte al palazzo dei labirinti,

dove una tazzina incrinata di caffè lungo

può incontrarsi con carte da lettere

piene di ali e piene d’aureole

chiedersi ciao come state

che piacere trovarvi qui, anche voi salvate

dall’ordine piatto delle dimenticanze.

Ma no, siete appena arrivata,

direbbe un sopraggiunto calzino,

qui non manca nessuno all’appello,

solo ci s’incontra per caso, a volte sempre

se non di rado, e nessuna relazione stabile,

ma di questo son certo: non manca alcuno,

neanche il miele contro la tosse,

né la piega del raso inamidato,

o il pince-nez di quel ciuffo arruffato.

.

Così, ho un labirinto sopra la testa

pieno dei fili d’Arianna dei miei desideri

a tessere ricordi in forma di risposte,

sono tentativi di regalare un tombolo

alla bellezza dello scorrere,

alla sorella che vorrei ripescare

come un luccio, in quel fiume laggiù,

senza neanche aver chiaro cos’è che distingue,

nei labirinti,

un luccio da un leccio.

*

Polvere di statue (un’Onda)

.

Erano mille petali infiammati:

in ognuno l’espressione di un ricordo,

il socchiuso sguardo delle teche

quando ancora vuote si riempiono di storia

di speranze sfuggenti e inspiegate

e non ancora fossili, code di rettili.

Ruvidi e dolciastri, come la resina sui tronchi,

quei ragazzi abolivano le pause dei giudizi,

i secondi vuoti della razionalità,

l’oggettività sorda.

Conoscevano i selciati del cielo,

se mentre il corteo occupava il ministero

due di loro si amavano sui tetti.

Statistiche e idee, giornali strappati,

giornali fumati.

.

E la polvere delle statue, al suono

di flauti invecchiati per rinascere,

non si ferma, sgrana i nasi simmetrici

e amputa le perfezioni di braccia e gambe,

.

cade nell’acqua e forse piove, lascia

il corpo perfetto ed è nell’aria:

fermatevi, non toccate più il suolo

e nei mille silenzi di un attimo, siate unici

fotografie di voi vivi

fotografie vive, un angolo piegato e Dio dietro,

solo per un attimo, solo se nell’attimo.

*

Dauer im Wechsel

.

Lo senti, lo senti, lo senti, lo senti,

lo senti, il campanello? anzi ripete

la curva della serpentina nel frigo

il rimbalzo semibreve sull’intonaco

del pigiare un grigio pulsantino

come specchio ustorio fino al corridoio

delle menti soltanto predisposte

al domestico sfrigore, al cucinio trasalire ma

cade la parete cade il cateto cade

il quadrato e la radice della stanza,

cade la leggenda suicida e fasulla

delle clavicole stempiate in certi versi

incapaci di parlare, ma non di allogare

nelle gore di un trattino il vomitare

repentino per la vita brulla e se Rilke

disegnava nelle ore il futuro di Dio,

è molto meglio compiacersi d’aver cancellato

il già cancellato disegno passato,

in lode alla maestà presente della clavicola,

con l’alopecia a garantire assoluzioni:

ha la mitra l’ironia, e abacadabra il mondo è sparito

– ahah, vorresti i sèmi almeno per dirlo,

ma Derrida non te li dà – è già tanto che non derida

e non avrai altro dio al di fuori del negare

.

Eppure, se solo chi afferma il silenzio

scegliesse, ogni tanto, il silenzio, sentirebbe

.

cadere sul timpano

la campanella delle corde ritorte alle meccaniche,

il lume della mente nel fondale,

corde in lunghezza d’onda a forza dieci,

la sincronia dei granelli nella schiuma,

i minerali nascosti e le lune lente sopra gli uliveti,

e il bistro a maturare nei faggeti per cerchiarsi

un giorno gli occhi con la mano pencolante sullo specchio

mentre il vero sguardo scivolando

lascia vuoti i bulbi

e attraverso il retro del bianco oculare

cerca nella palta più profonda il riparo

dalla filosofia del calpestio.

.

Nella verticale del chiostro la candela

muta il bianco in atro vapore e poi nuovamente

bianco come il volto immedicato della suora nelle nuvole:

è questa resilienza della vita,

la durata del cambiamento è

il bucaneve, ciò che permane nel cambiare

è il suo gambo così piccolo e impossibile alla capsula,

come quando l’apice spunta dalla formula e insegnando

quanto poco noi sappiamo

ci squaderna incalcolabile

.

________________

Michele Ortore è nato il 1 luglio 1987 a San Benedetto del Tronto. Ha una laurea triennale in Studi Italiani, con una tesi sulla lingua di Leo Longanesi. Le sue poesie sono apparse in diverse antologie; le più recenti: L’ape poeta (Edizioni Artescrittura, 2009), Non abbiate paura (Ursini Edizioni, 2010), Tutti, tranne te! (Liminamentis Editore, 2010). Tre suoi testi sono stati finalisti dell’edizione 2010 del concorso nazionale “Poesia di strada“. Alcune sillogi poetiche sono apparse anche nei lit-blog La poesia e lo spirito, Filosofi per caso, nella rivista Pi greco – Trimestrale di conversazioni poetiche e nella rubrica Pezzi di vetro, curata da Rossella Renzi sul sito di Argo. Due racconti brevi sono stati pubblicati in Inadatti al volo (Giulio Perrone Editore, 2007) e Lontano dal cuore (Terre di Mezzo, 2008). Nel 2007 ha fatto parte della giuria giovani del premio nazionale del documentario Libero Bizzarri, curando una presentazione critica sull’omonimo catalogo. Ha collaborato con Historica – Progetto Babele, Whipart, UT e con il settimanale d’attualità Carta. È stato vicedirettore della rivista indipendente Vespertilla e si occupa di teatro sulle testate Close-up e TeatroTeatro. Dal 2009 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti come pubblicista.

12 comments

  1. questa è una scoperta meravigliosa..davvero molto, molto bravo..sono entrata nei versi, e mi sono ritrovata lì, tra le parole, come se fossi spettatrice distante.
    complimenti davvero.
    Mary

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  2. per assoluta casualità ho avuto l’occasione d’imbattermi in più d’uno scritto di Michele Ortore, sia leggendo il suo blog (nightswimmer se non erro), sia leggendo il racconto per l’antologia di Perrone.
    In queste liriche avverto una profonda maturazione rispetto alle prove precedenti, espressa soprattutto dall’equilibrio, dalla compresenza di complesse volute e folgoranti instantanee, dall’attenzione per la frase ma anche per l’effetto endogeno al verso.
    Un considerevole strumentario.
    Sinceri complimenti e incoraggiamenti all’autore.

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  3. Marchiata dal *ritardo di Bianconigliana memoria* – non può che ringraziare per *l’under 30*.
    Sembra che, per vox populi [e di che popolo si tratta?], le *neonate generazioni* siano incapaci di cifre proprie.
    Leggendo Ortore è neonata gioia intestina: contro ogni Wertheimer! E la Parola risorge Atto: *verba da involare* – “Lo senti, lo senti, lo senti, lo senti,/lo senti, il campanello? anzi ripete”. quante diverse intonazioni che un solo accento può? Quanta gamma di sensi spalanca?

    Grazie

    P.s. Chiederei solo al giovanissimo Autore [si rassegni, i *giovani* Poeti hanni 40 anni minimo] le ragioni delle maiuscole e delle minuscole, ma questa è ossessione personale

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  4. Prima di tutto ringrazio Natalia, per il prezioso spazio concesso ai miei testi, e gli autori dei commenti. Poi, più nel dettaglio:
    @Roberto Corsi: Quelle mie Ucronie mi stanno dando più soddisfazioni ora, che le ho vilmente abbandonate, di quando mi dedicavo ad aggiornarle con regolarità! Anch’io ricordo bene il tuo “Indegnità a succedere” per Esuvia, di cui se non sbaglio avevo letto qualche testo on line. Spero che, procedendo con gli studi e la lettura, i miglioramenti di cui parli possano continuare. Mi ha fatto particolarmente piacere quanto hai scritto sull’alternanza tra momenti epigrammatici ed altri più progressivi e narrativi, perché questa è senza dubbio una qualità che mi piacerebbe dare al mio stile: un equilibrio difficile, difficile soprattutto da valutare “dall’interno”, da autore, stando “dentro” il testo; si rischia di seguire i tempi del proprio pensiero, della propria lettura mentale, senza essere davvero capaci di soppesare la ritmica oggettiva della struttura.

    @Chiara: Secondo me non dobbiamo arrenderci, continuiamo a reclamare la nostra anzianità, anche se va detto che nel mondo della poesia, almeno, la pseudo-gioventù non è una scusa per propinarci stage gratuiti :-) Per quanto riguarda minuscole e maiuscole, immagino tu ti riferisca soprattutto all’Onda del titolo, che è un riferimento preciso al movimento studentesco di due anni fa. Riguardo ai dialoghi inseriti all’interno delle poesie, di norma preferisco la minuscola, a dare l’idea dell’emergere improvviso di un flusso interiore: in questo caso, l’eccezione del primo testo (“Siamo i batacchi…”) forse è dovuta al fatto che sentivo quelle parole come più assertive e generalizzanti, quindi come un discorso più stabile, dotato di un inizio preciso. Spero di essere stato chiaro e di aver inteso correttamente i dubbi, altrimenti richiedimi pure!

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  5. Sono estremamente colpito dalla capacità visiva che ha il giovane poeta di raccogliere nella sua mente, tramite analogie e accostamenti trasversali ed elenchi rivelatori, immagini che nel tessuto poetico si vestono di significati impensabili senza lo strumento del verso.
    Ammiro la sua comunione con gli oggetti allusivi e con la natura, accostata ad una riflessione più astratta su questo rapporto partecipe.
    Le confesso che sento un urgente bisogno di approfondire la sua poetica -per quanto abbia già setacciato il web in cerca di altri suoi componimenti- e per questo le chiedo di poter entrare in contatto con lei al più presto; in caso contrario, proverei grande sconforto sapendo di aver perso l’occasione di conoscere un poeta così pieno di talento, giovane e già maturo.
    L’unica motivazione che ho per convincerla a rispondere è che il sottoscritto è un poeta, poco più giovane di lei.
    Non se se questo sia il luogo adatto per fare simili proposte; se così non fosse, mi scuso.

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  6. Caro woland, mi dispiace leggere il tuo commento con tutto questo ritardo…non so se merito i complimenti che mi fai, ma di certo non merito che tu mi dia del Lei! Se mai tornassi qui a leggere, la mia mail è flautonotturno[at]gmail.com. Altrimenti puoi cercarmi su Facebook. A presto!

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  7. Poesia di “parola”, precisa nella sua ri-costruzione della realtà. Poesia “forte” che nasce da un pensiero “forte”, rigoroso ma non cedevole rispetto alla sfida di “nominare” le cose. Sul piano personale, trovo una sorprendente risonanza. La differenza tra “leccio e luccio” fa il salto tra parola e vita, tra realtà e rappresentazione.
    Grazie.
    PVita

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