BOM BOM SHIVA BOM BOM

 

«L’universo si controbilancia»

[Foscolo]

 

Sterminio, strage, schiavitù: l’Impero dell’Orrore e il Trionfo del Disumano. Nell’Era che sembra concedere: non spazio né splendore né speranza – la Luce avanza, avanza nonostante. Quel Nuovo Evo sboccia nei semi seminati e custoditi dalla Madre Terra. «L’universo si controbilancia» e la Riuscita dell’Alba è forza che fortifica, futurando la parte migliore – l’Anima, attiva, amante. Ancora della Vita. Ancora alla Vita. E si ritaglia: cornice e nutrice – nel «raggio d’azione» che ognuno può.

Quel metro quadro di Bellezza votata all’Altro. E ogni peso non è più peso: lo scopo ultimo – finalmente – esplode in tutta la carica del senso Primo. E ringrazio. Duro ammetterlo: dopo il Teatro, un piago abilmente nascosto dal personaggio. Non amavo più il mio lavoro. Nell’ostinato e innato «continuare a crederci», nel fondo più profondo del non detto, dovevo ricorrere allo stordimento per sopportare «l’elogio dell’Ombelico». Raro granulo di miracolo: un reading poetico di vera e profonda comunione. E anche in quel miracoloso momento meraviglioso: addetti ai lavori, addetti ai malori e agli umori, rari simili – Poeti, Artisti, Amici. Parenti, Patentati, Ammiccanti. E sono tutte: scintille per tirare avanti. Pure: tra «simili» è troppo facile, è naturale: abbracciarsi e sostenersi. Chi vive di Parola sa – che la Parola Opera – quando arriva: ai digiuni. Digiuni di Parola, digiuni di Case Editrici, digiuni di Blog e Post, ai digiuni e affamati.

E dopo secoli: la grazia dei risultati. Grazia di un Essere, Enrico. Gaibazzi, un Poeta che non sapeva e non voleva «dirsi» Poeta. E “rubagli” gli scritti a macchina, nascosti per anni. E convincilo di QUANTO Grande e Grandioso sia. E «L’Uomo di Spade» illumina. E prima della serata, una Lettera, dall’altro capo del pianeta. E piangi gioia: non sei sola, non sei la sola – figlia – salvata e cresciuta per Amore puro di un estraneo che diventa tuo Padre e Mentore e Amico. E ti innamori di nuovo del tuo lavoro e quasi ti vergogni – della Gioia che ti allaga. Reinnamorata del tuo lavoro, fiduciosa dell’Essere Umano.

Grazie Enrico

 L'Uomo di Spade [ Tinoshi Kitazawa per Enrico Gaibazzi]

California, 25 febbraio 2011

 

Ad Enrico, Chiara, me stesso, e per estensione, tutti gli altri,

 credo tutto fosse cominciato con il 1066, la battaglia di Hastings, dico. Che neppure sapevo cosa fosse, chi la combattesse, o perché, so solo che doveva essere stata una cosa importante visto che quel pazzo la stava recitando di fronte ai miei occhi, con i cavalli, gli arcieri, le frecce negli occhi e i tamburi che scandivano la loro monotona litania… New Word New Word New Word! Pagine piene di parole nuove, e io a scrivere e a non capire cosa scrivere, perché, perché non mi detta le cose come tutti, perché lui le recita? New Word New Word New Word! Ogni volta che imparo una nuova parola, lo sento nella mia testa, assurdo! Sono quasi 15 anni dopo, dall’altra parte del mondo e quando imparo una parola nuova – mi compare come il diavoletto ligure sulla spalla a dirmi: New Word New Word New Word!

È stato in seguito ad un momento come questo che mi sono reso conto davvero di quanto mi avesse colpito quel Punk, quel Poeta, quel Folle che entrava in classe e non chiamava solo te, voleva portassi tutta la tua roba («bring your stuff and come to me all right!») tutta la tua roba lì, alla cattedra, e non era per vedere se avessi studiato, ma se avessi CAPITO. E studiare posso anche farlo, ma capire non dipende da ME.

E poi ricordo tutto: ho una collezione di immagini e scene che – se messe insieme – hanno l’effetto di quei fotomontaggi dove si usano migliaia di immagini che se ti allontani i tuoi occhi vedono una immagine sola, più grande. Tipo la scena in cui, penso fosse a Digione, dopo una notte brava, Lui tira fuori un sigaro e dice, riferendosi a […]: «Quest’uomo qui, se me lo lasciaste un paio di settimane, lo cambierei da così a così».

E di quella volta che (forse non era neppure vero ma) era finito tipo in Scozia ed era una notte buia e tempestosa, la sua macchina aveva forato ed era finito in una locanda gestita da una famiglia di truci scozzesi, ed aveva ordinato della kidney pie (New Word New Word New Word!) e poi era arrivata ’sta cosa molliccia, che la schiacciavi e usciva un liquido che Dio solo sa… E poi le mani di Macbeth! Se non me lo avesse detto lui – chissà! – magari mai ci avrei fatto caso alle mani di Macbeth, e di sicuro non avrei mai saputo chi fosse Carmelo Bene! Capisci, sarei qui, a non sapere chi è Carmelo Bene! A me faceva una paura nera, Carmelo Bene, ma poi – di colpo – PAM, non molto tempo fa, ho capito quello che Lui ci voleva dire e perché gli piacesse così tanto, e ora ne sono stregato…. Forse non sarei mai entrato in un negozio a cercare Four Quartets, Ulysses di Tennyson, non avrei mai cercato di leggere Finnegan’s Wake (e non ci sono ancora riuscito, comunque), The curfew tolls the knell of parting day, le tette di Tiresia, le ore violette, yes!

E l’odore dell’alito che sale dalla folla sotto i palchi di Shakespeare, e i bambini che unwillingly (New Word New Word New Word!) vanno a scuola e, ancora oggi, quando uso quella parola penso a quello…

 E questa è da ridere, ma un giorno arriva e ci dice che It’s Raining Cats and Dogs deriva dal greco katadoxa! Cosa alla quale credo anche se mi sembra assurdo e senza senso, ma fa lo stesso perché la settimana scorsa sono uscito con una tipa e le ho detto ’sta cosa e lei ci ha creduto e… What comes around goes around, o viceversa.

Voglio dire: ma tu lo sai che io non riesco a leggere nessuna poesia in lingua inglese senza sentire la sua voce che me la recita nella testa? Per me Chaucer ha la sua voce, cavoli gli PIACEVA leggerlo: «Whan that aprill with his shoures soote…» non è che ce le spiegasse perché DOVEVA, lo faceva come quando uno va al bar e si infervora sul 4-4-2, ed è per quello che ti veniva voglia di dire: «Play it again, Henry!» e volevi CAPIRE, volevi carpirne il segreto e farla tua, così come era già sua.

 Ci ha fatto imparare il monologo di Amleto a memoria, ma non per pedanteria, e questo l’ho capito dopo. Imparare a memoria vuol dire impregnarsi. Vuol dire rileggere, rielaborare, girare mimando, prima per ridere, ma poi di colpo – piano piano –  ti prende… E non stai ripetendo, sei tu che parli per la prima volta. Sono le tue parole. L’illuminazione che trasforma il ripetere in recitare.

Mi fa piacere sapere di non essere il solo a ricordarsi le cose come se fosse ieri. Non mi capita mai di parlarne, non da questa prospettiva, dico: dalla prospettiva della NOSTRA classe. Quella di inglese. Che poi ci siamo fusi, è vero, ma il marchio già lo avevamo impresso e ce lo portavamo dentro anche nella ressa. Ci vedevi che noi eravamo passati da Lui. L’ho cercato a lungo, lo abbiamo cercato,  in un epoca ancora priva di Internet, senza GPS nei cellulari, senza FaceBook che basta digitare il nome e sei amico di gente che nemmeno tu sai.

Giravo ad Albenga in bici e sapevo che lavorava lì (o forse era tutto inventato?), in qualche liceo, e mi capitava di immaginarmi (delirii di quando hai 2 salite e 3 ore di asfalto e sole alle spalle, e nel profumo del basilico non vedi l’ora di essere a casa lavato a mangiare pasta al pesto e Pigato), immaginarmi di incontrarlo per caso e parlare e dirgli cosa fosse per me. Poi si era saputo che gestiva una spiaggia, la Leggenda narra fossero i Bagni Anna di Savona, e si era andati laggiù con le birre, io e altri per passare un po’ di tempo con colui il quale era, lo dico davvero, sempre nei nostri discorsi. Ma niente, non lo conoscevano, forse aveva già ceduto la spiaggia, o forse non ce l’aveva mai avuta… Ci siamo sgolati le birre nel mare, e via!

Non passa volta che si vada a Savona e ci si immagini di incrociarlo per caso, con la camicia hawaiana, che ti racconta delle Dun-Hill (ti ricordi l’aneddoto, vero? Di quando era giovane a Londra? Quando nel 2004 ci sono stato io, a Londra, ho provato a comprare le Dunhill apposta per vedere se riuscivo a farmi capire, ma il pakistano parlava peggio di me e quindi mi ha capito al volo).

Tyger tyger burning bright, ma cosa erano quelle foreste della notte, si chiedeva, e la poesia prendeva vita, perché questo ci ha insegnato e questo sa fare: prende una poesia e le dà vita.

Enrico mi ha fatto capire che una poesia non è lo spartito ma lo strumento, che può essere ben fatto finché vuoi ma poi ci devi saper soffiare dentro, e lì è il segreto di tutto.  

Enrico ci ha marchiati nell’epoca in cui è facile e tremendamente delicato – farlo. Bene o male siamo un po’ tutti diventati figli suoi, ed è davvero una bella fortuna che abbia soffiato un po’ dentro a tutti noi. Ecco, questo è quello che volevo dire e che gli direi se lo incontrassi per caso tra le strade della Liguria, e mi spiace non poter essere lì stasera, non per altro, ma perché per una volta saprei DOVE trovarlo senza girare a vuoto con le birre sotto il braccio! Ci terrei molto ad avere una copia del suo libro di poesie, e voglio la dedica e l’autografo, ecco l’ho detto!

Un abbraccio, Enrico dalle liguri spiagge, a presto.

E sopratutto, Grazie.

Tinoshi

 

 

«e il mio Maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire». E se siamo, Enrico, a Te lo dobbiamo. Tuoi, devoti NOI 

13 comments

  1. Grazie Te – Natàlia! E chiedo scusa a Poetarum Silva tutti [la tecnologia mi schifa e viceversa], non essendo riuscita a programmare il post [sic! Portate pazienza, as usual…]

    Ammessa la mia incapacità informatica – devo ancora riprendermi dall’essermi ritrovata: Chiara, dopo secoli di Dama…
    E ancora: dopo lustri di *reading* – miracola e fortifica: la comunione pubblica.

    [Troppo commossa. Nell’oggi del Buio – stordita da tanta *contropartita*. E non sa più scrivere…]

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  2. @ Daniele: alla RICREATA FAMIGLIA! Nel lacrimare per la gioia che non intendo smettere…

    @ Natàlia: bello e sconvolgente! Ed è quasi un *sentirsi in colpa* in tanto massacro e in tanto dolore, ma poi capisci che sono queste felicità inattese e improvvise – a darti la forza per affrontare qualsiasi notte. E sentirsi felice, felice allo stato brado è STRANIANTE! Al dolore siamo tutti abituati… La felicità pura – sconvolge

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    1. scriveva un giorno una tale:

      La felicità
      [ così densa, così innaturale ]
      è un sintomo della fine
      che già al primo respiro
      senti insostenibile come una biscia da estirpare.

      ma tu non estirparla, lasciala fiorire. :) ciao Chiara!

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  3. bello leggervi, emozionante…sapete? la felicità pura fa paura perchè, si sa, non dura, sconvolge sì…peggio il dolore comunque, sempre peggio. un abbraccio.

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  4. E’ meraviglioso!
    Sono commosso, di quella commozione che è stimolo, movimento, azione.
    L’unica per cui vada la pena darsi una mossa, a mio modesto avviso; alla luce, anche, di un simile esempio, di un simile buon esempio.
    Grazie a voi tutti e un inchino a Enrico.

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  5. E’ stato un momento di grazia.
    E in questo tempo è sempre più raro che si manifestino.
    Non provo rancore per quelli che non hanno voluto esserci, ma compassione. Mi dispiace sinceramente per loro.

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  6. “To fall in love with life again”.

    Sono parole nuove nell’ abbecedario di sterminio, strage e schiavitù che ci affligge quotidianamente col suo diktat celebrativo.
    E’ la speranza nuova il grande regalo di Enrico, proprio da lui giunge lo sprone più grande ad amare l’umano e a procedere con costanza e fiducia. La lettera di Tinoshi, la gioia di Luca e di Chiara che furono suoi studenti assieme con l’affetto di studenti “adottivi” come me e Daniele sono la forte testimonianza “pulita” dell’unicità di quest’uomo.
    Nella mente le parole sono scandite dalla sua voce:

    “New Word New Word New Word!”

    Fortunatamente è impossibile zittirle nonostante “tutti intorno faccian rumore”.

    Grazie Enrico, grazie Chiara.
    Grazie Poetarum Silva.

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  7. @ Natàlia: meravigliosa sempre Tu! E sì che la felicità ci coglie, spesso, impreparati e spaventati. Nell’assurda mia convinzione pescina – ognuno è dotato del suo «sentimento preponderante» [*Teoria degli Umori* ampliata in base alle sottigliezze semantiche che l’Italiano può] e pervasa dalla Santa Rabbia, costante e crescente – mi straluna questa felicità. Promesso non la estirperò, proprio perché pura [si continua a scappare solo dalla *presunta* felicità prospettata da una relazione di coppia. Brrrividi!]
    Smuacky

    @ Daniele: grazie. Nella stessa gravida gioia quando Tu: scrivi della *tasca interna*. Credo la Felicità maiuscola duri nella misura di giusto equilibrio e di piccole dosi. Non possiamo esserne perennemente pervasi [il sospetto di un qualche abuso di droghe pesanti sarebbe certezza!], ma custodirla, riconoscerla e trovarla – per ritrovare un equilibrio. Soprattutto: *liberarsi dei sensi di colpa* innati! Spesso si ha anche solo il terrore di pronunciare: «oggi sono finalmente, fottutamente, felice!» per rispetto dell’altrui sofferenza, ma – ogni tanto – un respiro felice fortifica e futura.
    Nell’abbraccio

    @ Stalker: e si ringrazia per la condivisione che è: aggiunta – felicità. Merito di Enrico e di Tinoshi – scintille che riaccesero quel Senso che lei non trovava più. Potere puro della Parola propositiva

    @ Fabio: stimolo e riscatto. In tanto, troppo, sterile «paupularsi l’ombelico», in tanta e troppa frittura diaria, il motivarsi reciproco e impegnarsi per affrettare l’alba – è Vita in atto

    @ Luca: e globula gaudio trovarti [anche] in questa sede. Magia di Enrico. Solitamente: siamo sempre *gli stessi* [e quasi tutti: *addetti ai lavori*] a leggerci e commentarci. Grazie Luca! E mi associo al tuo provare: compassione e dispiacere. Per tutta la mandria di ingrati, dimentichi di QUANTO Gaibax abbia lottato e lotti per le nostre Vite. Purtroppo: l’aridità dell’Anima non è processo reversibile.
    Nell’a presto

    @ Guglielmo: se un Domani è – lo dobbiamo proprio ai *come Enrico*, Padri e Fari [sempre più rari e si perdoni *la baciata*, ma suona il suono grato] che ci caricano di speranza, contro ogni *preconizzata apocalittica impossibilità assoluta*. Contro ogni impotenza che paralizza chi nemmeno ci prova.

    Nel Bene: «come dovrebbe reagire uno spettatore quando va a casa? Cambiare vita, sùbito»

    @ Daniele: New Word and New World [brave]. You know. A quella *greca* che corona: reinventata nostra famiglia

    E tutti Vi saluto e Vi ringrazio, con il mio preferito – dei capolavori di Enrico:

    La Poetessa di Cairo

    Pallida poetessa sciorini la tua languida lirica sfiatata
    deposta su ricca pergamena
    vestendo di seta e broccato il tuo nulla.

    Canti il sole e le stelle
    e ti consoli con Cristo.
    T’aspetti ch’io tenga
    la tua manina diafana
    sbatta le lunghe ciglia
    fissando il tuo pallore lunare
    e ti parli della Bohème
    invece… … … … …

    che fai? arretri? ti schermisci? inorridisci?
    non è più onesta questa carnale durezza,
    non t’ispira pur lieve carezza?
    Di Majakovskij, Lawrence, Moravia
    volevi parlare.
    Bene, non svenire, lo metto via,
    sei vegetariana e di Famiglia Cristiana.

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