Giovanni Raboni: una dichiarazione d’amore

Ogni sera leggo almeno una sua poesia. Spesso in questi anni ho trovato conforto nei suoi versi,  la scialuppa di salvataggio per giornate di mare molto grosso. Molte volte per il piacere e basta. Molte altre per colmare una mancanza e per cancellare altre orribili letture. Giovanni Raboni è il mio poeta preferito in assoluto. Gli voglio bene. Gliene voglio così tanto che spesso lo chiamo alla napoletana “rabboni” con due bi. Perciò qui sotto non leggerete un saggio critico. Questo è un omaggio, una dichiarazione d’amore.

Gianni Montieri

Da Le case della Vetra (1955 – 1965), in Tutte le poesie, Garzanti

***

NOTIZIA

Solo qualche parola,
solo una notizia sul rovescio del conto
sbagliato dal padrone.
Forse è tardi, può darsi che la ruota
giri troppo in fretta perché resti qualcosa:
occhi squartati, teste di cavallo,
bei tempi di Guernica.
Qui i frantumi diventano poltiglia.
E anch’io che ti scrivo
da questo luogo non trasfigurato
non ho frasi da dirti, non ho
voce per questa fede che mi resta,
per i fiaschi simmetrici, le sedie
di paglia ortogonali,
non ho più vista o certezza, è come
se di colpo mi fosse scivolata
la penna dalla mano
e scrivessi col gomito o col naso.

***

RISANAMENTO

Di tutto questo
non c’è più niente (o forse qualcosa
s’indovina, c’è ancora qualche strada
acciottolata a mezzo, un’osteria).
Qui diceva mio padre, conveniva
venirci  col coltello… Eh sì, Il Naviglio
è a due passi, la nebbia era più forte
prima che lo coprissero… Ma quello
che hanno fatto , distruggere le case,
distruggere quartieri, qui e altrove,
a cosa serve? Il male non era
lì dentro nelle scale, nei cortili,
nei ballatoi, lì semmai c’era umido
da prendersi un malanno. Se mio padre
fosse vivo chiederei anche a lui: ti sembra
che serva? è il modo? A me sembra che il male
non è mai nelle cose, gli direi.

***

ABBASTANZA POSTO

Passa il tempo, ci sentiamo
più grandiosi ogni giorno: però
siamo sempre la gente che tira su il sopracciglio
o si gratta la punta del naso, continuiamo
a pensare che tipi così (quello
che striscia e non ha palbebre quello che fa
l’amore con le forchette e con la corda) siano,
rispetto a noi, qualcuno – a non capire
che c’è abbastanza posto per ciascuno di loro
in ciascuno di noi.

*

Da A tanto caro sangue (1956- 1987), in Tutte le poesie, Garzanti

***

IMBARCADERO

I pochi che aspettano, pochi
per volta, pochi e sempre, che il traghetto
torni dall’altra riva
filando piatto, silenzioso
tranne i colpi da sotto, sordi,
dell’acqua scolorita
nel furioso nevischio di dicembre
e alla Salute, a San Tomà nessuno
che parli, solo uno
che si raschia la gola,
bestemmia, tende la mano all’obolo – oh diletti
vi ho ritrovati, vi ravviso
sotto ombrelli e cappucci, è il vostro corpo
stranamente visibile
che ancora migra, si riunisce
di là dopo la terra,
a tanto caro sangue…

*

Da Barlumi di storia, Mondadori

***

Mai davvero felice e mai del tutto
infelice – oh, l’ho capito; e mi regolo.
Ma pensare la gioia, almeno quello:
pensarla! e qualche volta , senza farsi
troppe idee, senza montarsi la testa,
annusarla, sfiorarla con le dita
come se fosse (non lo è?) l’avanzo
della vita d’un santo, una reliquia…

***

O forse la felicità
è solo degli altri, d’un altro tempo,
d’un’altra vita e a noi non è possibile
che recitarla come viene viene,
a soggetto, ostinandoci a inseguire
la parte di noi stessi
in un vecchio, bizzarro canovaccio
senza capo né coda…

***

I film porno mi annoiano.
Ma andare insieme in uno di quei cinema
dove si fa di tutto
tranne guardarli, dove tutti vagano
come anime in pena
tra fila e fila in cerca di qualcuno,
uomo o donna, pagante o a pagamento,
da portarsi nei cessi,
ah questo no che non mi annoierebbe!
Quante volte, mio puro e altero amore,
sei  stata a tua insaputa nel girone,
quante volte mi sono mescolato
alla torma inquieta
dei dannati
per spiare noi due coi loro occhi,
per vederci come loro s’inventano
che siamo, che ti tocco, che respiri…

***

Mai avuto, io, il doppio dei tuoi anni.
Ma cosa dico? certo che li ho avuti,
solo che tu non c’eri, eri, vediamo,
a Padova, o forse a Venezia, intenta
a qualche tua storia d’ irresistibile
ventiduenne – e in fondo cosa importa
in base a quale calcolo o magia
la ragazza che eri è diventata
l’incresciosamente giovane donna
che sarai finché vivo e io per non perderti
un malato che da vent’anni s’ingegna
di non morire? Non lasciarmi né ora
né prima, mi sembra a volte di dire
non so con che cuore e a chi delle due.

***

Quando in un punto del suo giro
un tram che viaggia in senso orario
sfiora per un istante uno di quelli
che viaggiano in senso antiorario
anche a noi passeggeri
dalle opposte destinazioni
càpita qualche volta di sfiorarci
con brevi occhiate da cui sbucano
malinconia e stanchezza
e un’ombra, solo un’ombra di pietà
simili a quelle che si scambiano
chi entra al Pini o in via Pace e chi ne esce
per pratiche attinenti
alla propria o all’altrui sopravvivenza.

***

Vivi, io e te, per quanto? Non facciamola,
non ha senso questa domanda. Vivi
finché è stasera, fino a quando
continua sullo schermo la partita
e ancora si può sperare che uno
dei nostri, magari in extremis,
magari nei minuti di recupero,
riesca a segnare. Non c’è tempo
che non sia questo tempo
qui dove siamo, nella casa
che è la tua casa e che ogni tanto
la domenica sera
diventa anche la mia casa,
in questo labirinto
di secondi dove tu mi precedi
dei soliti quattro anni e cinque mesi
che una volta davano le vertigini
(tu un ragazzo e io un bambino
tu un padre e io ancora un figlio)
e adesso non sono più niente
meno della durata di un’azione
meno del tempo che ci vuole
a un mediano di spinta
per raggiungere l’area di rigore.
(a mio fratello nell’ultimo inverno)

***

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d’essere felici
all’ombra d’un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

@ poesie di Giovanni Raboni

18 comments

  1. Da rileggere, assolutamente, ché su ogni poesia o verso c’è da soffermarsi prima di rileggere il tutto.
    Vivo questo post come un regalo per il quale vi ringrazio. Raboni sono riuscita ad acchiapparlo ma il vostro lavoro è tanto e di qualità e onestamente fatico a starvi dietro come vorrei.
    Stasera ce l’ho fatta.

    Elisabetta Maltese

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  2. grazie a te elisabetta (e naturalmente a daniele e a clelia), spero tu possa seguirci ogni volta che vorrai, noi siamo qui.
    Sì, raboni è così…non stanca…lui domanda quando scrive e le domande non stancano mai

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  3. Una linea poetica che non coincide nè col cosismo nè con l’arcadia: una poesia “impura” “impoetica”, capace di compromettersi con la realtà!

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  4. Grazie per averlo ricordato, così intensamente e semplicemente. Giovanni Raboni – maestro di poesia, fine traduttore e critico, nome fondamentale del novecento – è stato anche raffinato, e spesso commovente, poeta erotico. Alla sua memoria ho voluto dedicare questa poesia (dall’Antologia Il corpo segreto, Lietocolle,2008)

    In memoria di Giovanni Raboni

    Nell’otre misterioso dell’infanzia
    l’altra metà del cielo era la carne
    le forme sempre nuove del tuo corpo
    che ti piaceva ma ti spaventava.

    Oggi che pure muta, che s’imbianca
    mascherando il delitto che prepara
    vorresti amarlo per la prima volta
    rendergli grazie, accarezzarlo un poco.

    Invece tremi, ti spaventa ancora
    e l’ostinata fatica delle reni
    che puntualmente ritirava il premio
    è dentro l’ombra che anticipa la fine.

    A.F.

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  5. ricordo quei giorni veneziani con Raboni. furono l’occasione di una piccola chiacchierata ma soprattutto della conferma della caratura straordinaria del poeta

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  6. Dal giorno in cui, anni orsono, mi sono avvicinato alla poesia, ogni volta che ho scoperto un nuovo poeta ho pensato ‘ questi sono i più bei versi mai scritti finora, questa poesia è inarrivabile’. Naturalmente era convinzione che durava poco, subito smentita dalla lettura successiva . Sono poche le volte in cui questo non è accaduto, ma è certo che non sia più accaduto dal giorno in cui ho letto Raboni.

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  7. Bellissimo poeta, concordo con te, Gianni, e grazie del tuo florilegio. Io, per parte mia, amo la raccolta “Quare tristis”, tutta quanta, forse per quell’uso ardito del sonetto, per quella luce crepuscolare che avvolge le parole.. Credo sia uno di quei (oserei inossidabili) poeti del Novecento ancora in grado di dirci (e insegnarci) veramente qualcosa, sull’uomo moderno e sulla poesia.
    Scontata, ma sempre incredibile gemma:

    Svegliami, ti prego, succede ancora
    d’implorare in un sogno a questa tenera
    età, aiutami, fa’ che non sia vera
    l’oscena materia del buio. Sfiora

    allora davvero una mano il mio
    corpo assiderato e di colpo so
    d’averti chiamata e che non saprò
    più niente.

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