“Città biografiche” di L. Mazziotta

Città biografiche
Luciano Mazziotta

Zona, 2009
ISBN 978-88-609-6532-5

“Pensa se fosse così la città,
se ci fossero le auto ferme
ai semafori, e se allo stop
bloccassero i cerchi in lega
e facessero un cenno con
gli abbaglianti. Se gli abitanti
abitassero, se sui muri ci
fossero luci e pubblicità […]”

Il tema della città è stato sviluppato molto spesso e da molti punti di vista nella storia della letteratura ma è soprattutto coi futuristi che la polis diventa l’icona di una modernità travolgente. Del resto, a leggere Luciano Mazziotta, ritroviamo il divertimento delle rime interne, l’ironia con cui Palazzeschi si oppose ai falsi miti della velocità e del progresso (“Il volo è un low cost qualunque”, “rivive in chat da nickname:/Lazzaro”). Ma ritroviamo anche Majakovskij, la sua tragica fiducia in un futuro tecnologico capace di governare una società globalizzata con l’utopia di poter salvaguardare l’identità culturale del singolo individuo. Se le città (Berlino, Roma, Amburgo, Gerusalemme,…), siano esse un luogo di nascita e lunghi vissuti oppure mete di un “viaggio precario”, rappresentano più modernamente quello che i fiumi hanno rappresentato per Ungaretti. Una carta d’identità. Non solo memorie ma segni apparentemente indecifrabili attraverso i quali l’uomo potrebbe riconoscersi e migliorarsi. Come se le città fossero l’unità di misura di un modo di essere, di stare al mondo. Ed è per questa ragione che l’ambientazione urbana fornisce la possibilità di andare oltre l’esperienza privata – la sua descrizione storica – per farsi poesia socio-politica, poesia militante, poesia a tutti gli effetti civile. Poesia che, per tradizione, si rivolge al proprio pubblico con una seconda persona singolare, perchè spera di poter dare valore all’esperienza della prossimità e pertanto esorta l’interlocutore a muoversi ed entrare in contatto, lo invita ad agire con coscienza in una collettività, per il bene della collettività. “Io dico Tu a tutti quelli che si amano”, scriveva Prevert. Ma come comunicare? Come abbattere i muri? Come costruire nuovi ponti? Le città sono luogo di uno scontro anche linguistico (“sai che nessuno ti ascolta”). Come nei film di Wenders, la città è linguaggio, un linguaggio che si definisce per contrasti. Così nel corso di questo libro, tra quotidianità e retorica, possiamo imbatterci tanto nei tic di un certo sperimentalismo alla Sanguineti quanto in un piglio più diretto e colloquiale, alla Giovanni Giudici. In ogni caso, nonostante ogni sforzo, la città, come ci ha insegnato Calvino, è un linguaggio che continuamente rischia di sfuggire alla nostra interpretazione per trasformarsi in segno autoreferenziale. Non è una semplice metafora. In un clima di totale disorientamento percettivo, il fascino della città sta nel confine tra la realtà e la possibilità di “incontrarci e viverci confusi, disillusi/come due malati stanchi di curarsi,/nell’incertezza del proprio avvenire,/pur certi di quello che ci dovremo dire”. Ed è un confine che muta, che non è mai netto. Scrive Baudelaire: “La forme di une ville change plus vite che le coer d’un mortal!”. Non ci resta che rimetterci in viaggio, allora, anche se il viaggio somiglierà ad una sorta di impossibile inseguimento per chi è “troppo presente per essere futuro”.

Giovanni Catalano

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