HO VISTO LINGUE (palinsestosenso)

ho visto lingue

agili e porose

insinuarsi

nelle vagine dentate

dopo essere state rifiutate

dall’ano solare

le ho viste saettare

come se avessero fretta

di ricominciare

ho visto lingue

leccare

la scia lasciata

dalla cometa

per meglio gustare

i pulviscoli di luce

che precipitano

spiaccicandosi al suolo

ho visto lingue

bifide di serpente

salire

su una scala senza pioli

le ho viste

affiancate e sospese

come se volessero

sodomizzare il cielo

ho visto lingue

arrampicarsi

su una colonna diroccata

ultimo tassello

dei fasti di un tempio

le ho viste

espellere la nausea

che sfrangiava l’esofago

e devastava il palato

ho visto lingue

festeggiare

con vino ed assenzio

la decadenza del silenzio

le ho viste

marchiare a fuoco

il ventre della fenice

le ho viste parlare

con Zarathustra

del segreto a tutti noto

e della verità a tutti ignota

ho visto lingue

innominabili

prostrarsi in preghiera

le ho viste disegnare

nell’aria

l’ellisse

da cui estrarre l’ovo

da dare in pasto

al rospo ansante

ho visto lingue

attorcigliarsi a spirale

per meglio cercare

la lama del coltello

ove sacrificarsi

le ho viste bagnarsi

e ridere di gusto

ho visto lingue

costruire un monile

con frammenti

di lacrime

ho visto lingue

danzare

e impugnare la lancia

le ho viste

misurare

la profondità dell’abisso

e quantificare la caduta

ho visto lingue

assetate

sfiorare un fallo accoccolato

all’ombra di un mausoleo

le ho viste

smarrirsi

nella vibrazione perduta

e frangersi

in un cozzo

di pietra contro pietra

ho visto lingue

rosso sangue

inalberarsi

al giudizio universale

le ho viste

mettere un punto

e solcare terre aride

ho visto lingue

calpestare

cocci di vetro

senza urlare

le ho viste

mordere a sangue

qualche capezzolo

strada facendo

ho visto lingue

trascendersi

e reiterare ad aeternum

fiumi d’inesauste parole

le ho viste pascersi

nel riverbero di un suono

ho visto lingue

deposte

sul ceppo di quercia antica

nell’attesa

della mannaia

in cui risolversi

una volta per tutte

e per sempre

 

 

76 comments

      1. ti ringrazio Enzo ma il disegno si avvicina al tuo testo in cui sento la stessa fortissima intensità, le due opere vivono riflettono entambe questa luce.

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  1. E’ una lingua a forma di rosa.un verso versato.che scivola in bocca come acqua corrente.che si annida e annoda.spira e respira.Bella,un’infinità di volte bella.

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    1. grazie Maria Grazia!
      è sempre un piacere ringraziarti, anche e soprattutto per via di allitterazioni e assonanze… :-)

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  2. Enzo carissimo,
    tu navighi per luce e tenebra e ce ne doni resoconti emozionali di rara intensità. E anche la felice mano di Cristina Cerminara é altrettanto espressiva e generosa. Un GRAZIE a tutti e due, di cuore.

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      1. grazie a voi tutti, quanto è importante nelle nostre solitudini il vostro apprezzamento, grazie di cuore.

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    1. tutti i testi sono, in un certo senso, sofferti e sofferenti, anche e soprattutto quelli che si levano leggeri…
      grazie giuseppe!

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  3. Una poesia archetipica, visionaria, vibrante di una sensualità panica che abbraccia come un vortice multicolore tutta la realtà. Difficile tradurre in parole l’emozione straripante di questo canto magico e avvolgente…

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  4. Sembra che parli dell’albero della conoscenza..da cui l’uomo apprese la differenza sottile che c’è tra il bene e il male.tutte le bocche, da allora, hanno attinto da quei seni…
    Bellissima..a me questo è arrivato.

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    1. il “senza fine”, certo.
      tutto scorre e si ri-propone, sempre e comunque.
      e il “per farla finita” della chiusa (ri-apertura?) è solo un desiderio irrealizzabile di chi sa che il “palinsesto” è destinato a continuare.
      grazia federica!

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  5. L’antibabele, dove le lingue non si confondono, anzi si determinano con specificità.
    Molto bella la cadenza “ho visto lingue…le ho viste”, mi ricorda il ritmo che si dava ai rematori a mezzo di tamburi e vi percepisco la sofferenza che è consapevolezza di perdita, che siano valori oppure solo idee.
    L’immagine di Cristina è stupenda, particolarissimo ospite del simbionte che è il tuo testo, Enzo.
    Inchino per entrambi.

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  6. grazie davvero a tutti ma sopratutto ad Enzo che ha scelto questo mio lavoro per illustrare il testo, davvero mi sembra avvicinarsi profondamente all’opera, la visionarietà di entrambi è pervasiva, complimenti Enzo continuo a seguire il tuo lavoro con il più grande interesse

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    1. “Sehnsucht deriva da sucht che è una sorta di frenesia (anche qui c’è da ricordare la Kristeva: “l’altro della pulsione incontrollabile”) e da sehen che potrebbe essere ridotta ad una sorta di felicità o di beatitudine idealizzata. In poche parole qui si parla di desiderio, o meglio ancora di “desiderio del desiderio”, di frenesia del desiderio. Si può decodificare tale pratica? Direi di no, o quantomeno risulta difficile ridurre tale pratica a parametri oggettivi e che possano andare bene per tutti. Il desiderio dell’aver-luogo è anche -per molti- un desiderio irrealizzabile. E quando i romantici tedeschi dicevano sehnsucht intendevano anche una certa coscienza e consapevolezza dell’irrealizzabile. Si può essere romantici nel sognare ciò che non si può ottenere e idealizzare la coscienza di questa mancanza come ragione di vita? La ragione di vita è una ricerca. Desiderio come ricerca? Ricerca del sé-in-sé e del sé-fuori-di-sé, ovvero di tutto ciò che è luogo salvifico (Enzo Campi, “Donne. (don)o e (ne)mesi”, Liberodiscrivere, Genova, 2007, pp. 184-185)”

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      1. grazie a te Cristina.
        senza la tua opera non avrei potuto “tentare” l’accostamento e la conseguente, seppur forzata, sinergia

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  7. Che ritmo incalzante! Quasi un respiro affannoso. Che sequenza tormentata di immagini! Sento nell’insistenza ossessiva del suono “r” la mancata concessione sia di tregua che di scampo!
    Testo potente come l’immagine. Grazie.

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  8. Si può essere romantici nel sognare ciò che non si può ottenere…Enzo nella tua esaustiva nota sul lemma sehnsucht vi è un meraviglioso rimando all’aver-luogo irrealizzabile che nella tua “cascata antibabelica” fa rima con “limite”.Nel senso che ogni frase poetica,nel sottoinsieme distico che da forza ad ogni “strofa”,porta il limite reale un po’ più avanti:insinuare,saettare,leccare,salire,sodomizzare,ecc fino a risolversi,al non essere,al non luogo,al non avere più cittadinanza per sempre.Mi viene in mente una frase di P.Dick:”la realtà è quella cosa che quando smetti di crederci non svanisce”,chissà perchè ci vedo una soluzione simile nella tua A-Babele.

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    1. Sì, ma anche : calpestare, misurare, danzare, costruire, sacrificare, marchiare, festeggiare, espellere, gustare ecc. La forza del palinsesto è nella sua interminabile declinazione, nel senza-limite del limite, nel senza-fine della fine. Se anche dovessimo morire o isolarci in un eremo, la vita comunque continuerebbe anche senza di noi. Ci sarà sempre qualcosa che ci sopravviverà, anche e soprattutto nella scrittura.

      Grazie, di nuovo, Lele!

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  9. .. del segreto a tutti noto
    e della verità a tutti ignota..

    questa verità da osservatore esterno hai guardato scorrere come un fiume di lingue/serpi e le hai fissate nell’ineluttabilità di una sorte destinata ad adempiersi, al di là di ogni forma pensata di condanna.

    Farfalle si impadroniscono del mio ventre.. con infinita ammirazione ed emozione!

    g.

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    1. la lingua non è solo un tramite per l’eros.
      è anche il tramite per l’espulsione del verbo, della parola.
      la lingua è insinuante di suo, e insinua (ovvero divulga) varie possibilità di lettura e di prosecuzione.
      lingua come es-tensione, come doppia )multipla) estensione.
      grazie Gianna!

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  10. Un coacervo ed un intreccio di lingue innalzano parole ritmate,intrise di sensualità e tormento…..un gioco di richiami e sussurri ad esistenze che attraversano il viale della vita.Bellissime immagini che accompagnano la magia di suoni onomatopeici….così la parola non svanisce,non scolora.Bellissima,grazie

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    1. coacervo come commistione.
      intreccio come condivisione.
      è un po’ il senso della vita: ammucchiamo (collezioniamo) “gesti” e, per fortuna, alcuni di questi trovano qualche condivisione.
      grazie Ersilia!

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  11. per chi come me ama i lavori sinergici non può che restare ammaliato tra iterazione testo-imago di classe alta svolte da personalità diverse e che adoperano linguaggi tra la lingua e la figura eppure affini per spirito: conosco oramai la densa scrittura di enzo campi di cui avverto profondità e visioni di classe altissima, ma mi colpiosce la imago della Donnartista c. c., che conmfesso di non conoscere ma che mi da idea di altrettanta passionalità ideativa, ad enteambi il mio plauso e la mia simpatia..
    r.m.

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    1. grazie di cuore Roberto, il merito è tutto di Enzo che ha scelto quest’ immagine dalla mia ultima serie di disegni “Sehnsucht”, devo dire che anche a me colpisce profondamente l’intensità delle due opere accostate, sembrano nate insieme, scaturite dalla medesima fonte.

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  12. Il tuo capolavoro denota una posizione apparentemente contemplativa, i tuoi versi reiterano infatti l’incipit “ho visto…” . Si tratta di un’apparenza puramente contemplativa, l’attitudine è diversa, protagonista non è perciò il poeta con il suo vedere, ma le lingue, ardenti e insinuanti.
    La “visione” è quindi un riconoscere l’esistenza di quel mondo immanente al poeta che si fa visitare dal contatto sui generis del linguaggio. La parola è degustazione dell’essere, lo tocca, comunica nei suoi due significati quello linguistico e quello spirituale. Ecco un mondo pervaso dalla lingua, non esiste angolo di universo che non sia stato compartecipe di questa esplorazione intensa e viva.
    Allora c’è da chiedersi quale sia il ruolo del poeta, Enzo? Egli è un custode della bellezza, in particolare di quella assistita dagli strumenti del linguaggio, e della passione di comunicare.
    Una notazione si deve segnare per quanto riguarda la forza vitale dei versi, brevi, ma di forte impatto emotivo, al calor bianco. non è possibile esplorare l’essere con la mediazione del verbo, parola di vita senza approdare alle metafore erotiche, essere poeta erotico vuol dire esserlo fino in fondo, giocare con il valore alto, emozionale, dell’Eros per distaccarlo da sé, vincerlo in una ricerca sempre più raffinata della testualità, così l’erotismo ha voce , quando non è mera descrizione dell’atto sessuale, piuttosto interpretazione del mondo e dei suoi misteri.
    Grazie Enzo

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    1. Grazie a te Marzia, sempre acuti e “intriganti” i tuoi commenti.
      In particolare vorrei sottolineare : “ La parola è degustazione dell’essere, lo tocca, comunica nei suoi due significati quello linguistico e quello spirituale. Ecco un mondo pervaso dalla lingua, non esiste angolo di universo che non sia stato compartecipe di questa esplorazione intensa e viva .”
      Pensiamo alla lingua anche come organo preposto alla degustazione, e che sia materiale e/o spirituale è relativamente importante. E’ l’idea della degustazione ciò che conta veramente. Chiunque persista nell’insana pratica di scrivere deve essere avvezzo alle varie tipologie di degustazione. E’ condizione necessaria e indispensabile al suo “corretto” e pregno fluire. Degustare significa anche esplorare. E’ quindi sinonimo di ricercare. Senza ricerca non c’è transito, senza transito non c’è vita, né materiale né spirituale.

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  13. Sono versi che hanno una forte connotazione biblica e visionaria. Non trovo qui in pieno il senso della Sehnsucht romantica(das Sehnen-die Sucht: dipendenza da desiderio ardente)sebbene vi sia un filo rosso ricorrente che indica l’insegumento di qualcosa che viene “visto” ma pare ormai irraggiugibile(fine di un’esperienza), non più recuperabile(interazione). Vedere senza (quasi) poter interagire(se non con il desiderio e l’intenzione) porta senz’altro in sè una grande sofferenza; l’immobilità (?)come testimonianza di grandi eventi in trasformazione raccoglie i dolori dell’umanità senza scalfirne nè la Verità nè l’inesorabile accadere. Molto bella l’opera di Cristina Cerminara,ottima sinergia. Grazie Enzo
    Un saluto caro
    Federica

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    1. Io non mi soffermerei sul “senso pieno” o sull’unico senso di una cosa, di un pensiero, di un movimento, ecc, perché l’unico senso induce una circolazione obbligatoria in una sola direzione. Non è mio costume fossilizzarmi in un solo aspetto e quando faccio mio un concetto non mi limito mai ai suoi dogmi riconosciuti e precostituiti, ma cerco sempre la possibilità di una protesi. Per questo parlare di verità quasi mi imbarazza. Allo stesso modo di come potrebbe intrigarmi la “ricerca” della verità. In letteratura tutto ciò che si accontenta del già detto (e pedissequamente consumato) è già finito ancor prima di cominciare il suo transito, almeno dal mio punto di vista. Senza ricerca non c’è linguaggio che valga il suo nome, non c’è linguaggio (come dice Marzia) da cui farsi visitare e toccare. Non possiamo pretendere di toccare se prima non siamo disposti a farci toccare. La lingua tocca ed è toccata, in tutte le sue accezioni (erotica, culinaria e degustativa, linguistica), la lingua può cantare o semplicemente informare, può traviare, può inalberarsi, può anche soccombere… non ci sono limiti né limitazioni. Da qui il procedere sempre in almeno due direzioni e la conseguente esplorazione di ciò che si può definire “eccedenza di senso”. Da qui anche la declinazione del sehnsucht verso diverse possibilità evolutive (ma anche involutive, beninteso). E tutto questo al di là del fatto che il canto arrivi a destinazione e produca effetti di risonanza. La ricerca è sempre a priori e precede il “gesto”.
      Grazie Federica!

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  14. Come direbbe Carmelo Bene: questa sinergia è o-scena (fuori scena) e pornografica (“perché il porno è la voglia della voglia”).

    C’è qualcosa che (banalmente o no) definirei freudiano (oltre che lacaniano) nelle poesie di Enzo (ed anche nel disegno che, dunque, ben si accosta). Ma non l’ho ancora ben definito.

    L

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    1. O-skené, fuori dalla scena, portarsi fuori, estendersi.

      Imprescindibile peculiarità della lingua non è forse proprio il suo portarsi fuori?

      Il porno è “facchinaggio”(e non lo dico nell’accezione di Carmelo Bene), una sorta di spostamento del “peso” da un luogo all’altro, ma senza aver-luogo.
      I corpi producono movimento, ma non riescono, per così dire, a “spaziarsi”.
      Si può fare/essere porno anche e soprattutto senza nessun tipo di voglia.
      E la “voglia della voglia”, dal mio punto di vista, è un’accezione del sehnsucht : mette “al lavoro” sia il desiderio che la frenesia. Per questo, forse, non è inscrivibile nelle categorie del porno.
      Ma qui il discorso diverrebbe troppo complesso.

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  15. l’ho letta più volte
    cercavo il copione, il bandolo della matassa
    poi ho provato a “rappresentare” le immagini
    scene tremende perchè vere di luce e ombra

    un ottimo lavoro in perfetta sintonia/sinergia con l’immagine che “stringa” il testo e lo rimanda al finale
    molto colpita
    Elina

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  16. A CRISTINA CERMINARA

    Alba primordiale /
    e sguardi protesi, a salire,/
    svegliano i colori della vita. /
    Ed è luce al centro di un sogno,/
    custodito nel buio dell’essere./
    Di lontano, rubro all’orizzonte,/
    sangue infinito evoca,/
    gli dei, la forza immane./
    Esplode nei sensi pesti, /
    finalmente,/
    calma d’uragani.

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    1. Cara Marzia grazie di cuore per i tuoi versi, mi appassiona questo trovare vicinanze, scoprire gli stessi intrecci che dalle nostre viscere creano queste meravigliose visioni, ognuna con le proprie potenti sfaccettature, la tua poesia mi colpisce profondamente, davvero grazie per la tua dedica e per i tuoi bellissimi versi.

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      1. concordo con Cristina.

        la cosa che più mi colpisce è la parola “protesi” che io spesso uso (Derrida docet) al posto di prosecuzione, per significare essenzialmente l’estensione verso l’altro e verso l’altrimenti detto.

        grazie di nuovo, Marzia!

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  17. ho visto, come se il peggio dovesse ancora arrivare.
    onirica, nelle sue imposizioni, e si propone nuda di lentezza, benché il viscidume delle sue nefandezze schizzi agli occhi. ed è nuda, l’immagine che sta per arrivare, ché solo il silenzio, potrà placare la bocca del cuore.
    la mia pelle, resta affascinata. grazie a voi.

    simonetta

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    1. il peggio è già arrivato da sempre.
      non sta per arrivare, ma ci precede (così come nell’ ajon di Carmelo Bene il gesto precedeva la voce, ridefinendo l’immediato) riproponendosi nella differenza che conclama l’uguale.
      in quest’ottica la contemplazione di cui si parlava in altri commenti è , in un certo senso,quello che lo stesso Bene definiva “essere nell’abbandono”.
      e per essere nell’abbandono-di-sé, la nudità è essenziale.
      mi ha molto colpito la tua proposizione “nuda di lentezza” perché ho associato la ripetizione del refrain alla nudità dei concetti espressi (o solo semplicemente “nominati”).

      grazie Simonetta!

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  18. C’è qualcosa di primordiale, forte rappresentazione vitale dell’eros anche in forme deformate alla Bacon.

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  19. Grazie per i tuoi tag, sono sempre interessanti, poeticamente e linguisticamente.
    Quando ti leggo, sento sempre la parola “parnassiano” che mi pulsa nella testa; e penso ai poeti maledetti, ai decadenti, ai parnassiani, a Baudelaire, Rimbaud, Verlain, Mallarmé; molta poesia francese ma anche molto Clima parigino.
    In questa tua, la “lingua” (anche e soprattutto come esperienza visivo-cognitiva) è l’anafora quasi di una scansione di evaporazione del dono della parola, con quella chiusa che è una sentenza capitale (eseguita). Una parola -che tu hai visto- non solo è originariamente babelica, ma spesso anche il tramite dell’inveramento dell’orrore o l’esperienza più sublime che lo “spirito umano” possa esperire.
    Dal tempo e dal passato ci viene la sfida: faremo della lingua il commento sonoro dello scempio tribale o ancora sarà la musica che canterà una nuova liberazione?
    Ciao Enzo, grazie.

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    1. “Clima parigino”?
      Sembra quasi tu sappia come e quando è stata scritta….

      Questa poesia è stata scritta qualche tempo fa quando cominciavo ad avvicinarmi al mondo di Picasso per via di quel mio progetto di un libro di racconti “falsi” sulla vita e l’arte dei primi anni del Novecento parigino.

      Grazie Francesco!

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  20. “..le ho viste misurare la profondità dell’abisso…”
    sembra che i nostri lavori nascano da intrecci molto vicini Enzo.

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  21. L’opera di Cristina Cerminara e la mia poesia sono due cose che viaggiano per conto loro, o meglio che nascono in due luoghi diversi, con due sentimenti e intenzioni diverse. Qui, in questo contesto, interagiscono al fine di una sinergia artistica. Ma comunque non sono state pensate per un’esistenza comune, non in prima istanza almeno.
    Conosco Cristina. Abbiamo già lavorato insieme. Ho realizzato un video sulle sue opere e le ho proposte, sotto forma di video-mostra, in un evento multimediale che ho organizzato e realizzato l’anno scorso. Spero di poter proporre ancora delle sue cose e di poter lavorare con lei, anche con progetti più mirati (e per così dire più “intenzionali”), in futuro.
    Il sehnsucht è solo una delle chiavi di lettura di questa poesia, così come potrebbe essere solo una delle chiavi di lettura delle opere di Cristina.
    Il fatto che io abbia riportato, in sede di commento, un passaggio sul sehnsucht estrapolato da un mio libro è un fatto puramente associativo.
    Naturalmente, in sede d’idealizzazione, ci sono altre chiavi , e altre ancora ne verranno, in sede di fruizione, a seguito delle singole letture.
    Una chiave è in quella parola-baule che, quasi timidamente, ho racchiuso tra due margini (messa in/tra parentesi) : “palinsestosenso”.
    Da una parte il palinsesto, la legenda, l’elenco, l’e-numerazione, la nominazione (e qui, forse, c’è anche il Lacan cui accenna Luigi).
    Dall’altra parte un fantomatico e idealizzato “sesto senso”.
    Il senso allora vive e scalpita anche nel “drammatizzare” la nominazione, nel conferire un movimento all’e-numerazione. Ma, beninteso, in letteratura anche la contemplazione (così come fa notare Marzia Alunni) è transitante, o comunque dovrebbe esserlo.
    Libera “circolazione” delle parole, libera “insinuazione” delle lingue, così come del resto avviene nella vita.

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  22. A titolo puramente informativo: la poesia parte con dei riferimenti precisi a Picasso e Bataille (vagina dentata e ano solare) e a Nietszhe (Zarathustra, verità/segreto, senza sottovalutare le innumerevoli interpretazioni che, nel corso degli anni, sono state date al “serpente” come elemento principe della selva animalesca che popola la saga zarathustriana), per poi stabilizzarsi (o, se preferite, perdere l’equilibrio) su tematiche appena più generiche, a metà tra il metafisico-trascendentale e l’umano-sacrificale (umano troppo umano?).
    Tutto qui.
    Ma, come spesso affermo, c’è sempre dell’altro e l’altro con cui misurarsi.

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    1. Anto, chiedile l’amicizia su fb, così puoi vedere anche le altre opere.
      vedrai che te ne verrà da scrivere…. :-)

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    2. grazie anche per il tuo commento sull’opera ovviamente che tu voglia scriverne non puà che farmi grande piacere!

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  23. Ma che bello! Un componimento ricco di immagini bibliche (la scala, il vino, l’assenzio, la rocca, il giudizio universale; solo per citarne qualcuna più evidente)con un lessico terso, scelto, tra il quotidiano e il simbolico. Una bellissima composizione.

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  24. Non sono solita declamare i testi ma questo tuo lo ha letteralmente -preteso-, dall’inizio. Vorticoso e prepotente. Una bellissima lettura ricca d’imbeccate, di simbolismo, di rimandi ai quali attingere o, al più… arrivare. Vorrei esprimere anche il mio apprezzamento a Cristina Cerminara (colpitissima dalla sua opera, ha avuto su di me un impatto che non so descrivere ma molto forte, sono ancora qui a chiedermi chi, cosa, come, dove…).

    Complimenti a entrambi. Doris

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