L’anno delle ceneri – di Giuseppe Schillaci post di natàlia castaldi)

L’anno delle ceneri – Giuseppe Schillaci

Il fatale destino di un amore impossibile, quello tra Masino e Ninetta, s’innesta in un lungo racconto delle origini, in un anno di svolta, il 1948, a Palermo, crocevia e snodo d’interessi e traffici che si protraggono nel presente. Il tessuto connettivo della borgata di Buon Riposo riflette l’Italia di oggi: gli affarucci e gli interessi di miseri e capetti, la contrapposizione destra-sinistra, l’ingerenza della Chiesa e del malaffare, e la legge non scritta che tutto ciò non deve cambiare. Che l’oracolo è una condanna.

E sulle ceneri della civiltà, dell’ideologia, delle credenze che hanno spesse e profonde radici nel mito, aleggia la voglia di rinascita, necessariamente altrove, e domina il racconto perché come dice Nofrio, il vecchio del ponte Ammiraglio, “raccontare è ricordare, dare la vita, salvarsi”.

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Una Palermo profonda, vera, questa di Schillaci. Una Palermo non aulica, non gattopardesca, ma popolare, dell’antico quartiere della Guadagna, del Buon Riposo, nel periodo cruciale delle elezioni dell’aprile del ’48. Personaggi straordinari e una scrittura non di maniera che esprime il modo d’essere e di pensare dei popolani palermitani.

Vincenzo Consolo

 

Biografia del libro

“Per scrivere questo libro ho ascoltato il Genius loci di una borgata di Palermo e tenuto conto della stratificazione delle storie legate a quel luogo, la magia di spazi ormai deturpati che portano i segni dello splendore e della maledizione di una comunità dominata dalla paura e da credenze irrazionali, una comunità in cui il cittadino è solo un fedele devoto al potere. E per potere intendo quello politico e religioso, quello mafioso ed economico, che spesso si alleano per formare un’oligarchia occulta, lo Stato nello Stato”. Il romanzo – la cui stesura ha richiesto tre anni – è anche il risultato di un lungo lavoro di ricerca di fonti storiche e iconografiche e soprattutto di testimonianze: “Ho ascoltato persone che hanno vissuto al tempo di cui parlo, che mi hanno fatto capire la portata della rivoluzione avvenuta negli ultimi sessant’anni, ma anche quanto alcune dinamiche sociali siano rimaste immutate. Storie bellissime di uomini e donne che vivevano secondo antichi ritmi dettati da riti e credenze popolari, come quella delle anime dei Decollati. Ho ascoltato, e a volte semplicemente trascritto, storie di personaggi realmente esistiti, una cultura orale che oggi rischia di scomparire per sempre. E sono stati questi racconti ad alimentare la mia percezione della Sicilia come terra di misteri, rovine, ceneri. Ancora oggi Palermo ostenta con arrogante civetteria i segni dei bombardamenti del 1943.

La Sicilia, e l’Italia in genere, è per me una terra di bellezze violate, di speranze tradite. Volevo tornare all’origine di questa distruzione, e il romanzo è dunque il tentativo di fare luce su una storia fatta di ambiguità e trasformismi, complicità e immobilismo, una storia che a Palermo si materializza ancora oggi nell’impenetrabilità di certi sguardi”.

Ne viene fuori una Sicilia “oscura e fantastica, meschina e malata”, una Sicilia specchio e profezia della realtà. “Non volevo ritrarre la classica sicilianità fatta di fichidindia, coppole e scacciapensieri, ed è per questo che tali cliché li ho riportati all’essenza, svuotati; volevo soprattutto utilizzare il mio passato come una grande metafora per capire il mio presente”.

G.S.

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Giuseppe Schillaci è stato battezzato ai Decollati di Palermo il 4 gennaio 1978. A venti anni si è trasferito a Bologna per completare gli studi. Oggi vive a Roma, dove lavora come regista e produttore esecutivo di film documentari. Diversi suoi racconti sono stati pubblicati su Nazione Indiana e Sud. Nel 2009 ha vinto il premio speciale della giuria al Torino Film Festival con il documentario The Cambodian Room sul fotografo della Magnum Antoine D’Agata.  

L’anno delle ceneri è il suo primo romanzo.

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Di Giuseppe conosco da tempo la vena narrativa e la capacità descrittiva, quasi cinematografica, di cogliere le sfumature di ogni singola immagine ed azione, dilatata e contratta nel tempo come dall’occhio attento di una cinepresa nell’ombra. Sagace, intelligente, ironico, coglie gli aspetti più miseramente umani nelle vicende quotidiane e storiche, con una presa diretta che tradisce la consapevolezza del racconto documentaristico, qui però intessuto al tessuto umano e popolare dei vicoli e degli odori di una Palermo schiacciata da un ordine “prestabilito”, condito di superstizione, ignoranza e miseria, che ne impediscono e castrano alle radici ogni volontà di cambiamento. Il romanzo, tuttavia, non va letto come narrazione storica di una singola terra, la Sicilia, bensì va “assimilato” come testimonianza – romanzata, ma testimonianza – di un pezzo di storia italiana, fatta di intrighi, accordi “alti” e convenienze perché le “cose” non cambiassero.

nc

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