Frank O’Hara – Secondo i piani

Francis Russell O’Hara (1926-1966) è stato forse l’epicentro della scuola di New York. Amico dei più grandi esponenti dell’espressionismo astratto, per un lungo periodo lavorò anche al MOMA. Investito da una dune buggy mentre dormiva sulla spiaggia, è morto a soli quarant’anni, lasciandoci alcune tra le pagine più belle della poesia americana di tutti i tempi.

 

As Planned 

After the first glass of vodka
you can accept just about anything
of life even your own mysteriousness
you think it is nice that a box
of matches is purple and brown and is called
La Petite and comes from Sweden
for they are words that you know and that
is all you know words not their feelings
or what they mean and you write because
you know them not because you understand them
because you don’t you are stupid and lazy
and will never be great but you do
what you know because what else is there?

Secondo i piani

Dopo il primo bicchiere di vodka
puoi accettare proprio tutto
della vita persino la tua stessa misteriosità
pensi sia bello che una scatola
di fiammiferi sia viola e marrone e si chiami
La petite e venga dalla Svezia
perché sono parole che conosci e questo
è tutto le parole non le sensazioni
o ciò che vogliono dire e scrivi perché
le conosci non perché le capisci
perché non le capisci sei stupido e pigro
e non sarai mai grande ma fai
quello che sai perché cos’altro c’è?

 
 
To John Ashbery

 

I can’t believe there’s not
another world where we will sit
and read new poems to each other
high on a mountain in the wind.
You can be Tu Fu, I’ll be Po Chu-i
and the Monkey Lady’ll be in the moon,
smiling at our ill-fitting heads
as we watch snow settle on a twig.
Or shall we be really gone? this
is not the grass I saw in my youth!
and if the moon, when it rises
tonight, is empty —a bad sign,
meaning ‘You go, like the blossoms.’

 
A John Ashbery

 

Non posso credere che non ci sia
un altro mondo in cui staremo
seduti a leggerci a vicenda nuove poesie
in alto su una montagna ventosa.
Puoi essere Tu Fu, io sarò Po Chu-i
e la Donna Scimmia starà sulla luna
a sorridere delle nostre teste sbagliate
quando guardiamo la neve su un ramo.
O ce ne andremo sul serio? Questa
non è l’erba che vedevo da giovane!
E se la luna, quando sorge
stanotte, è vuota – brutto segno,
vuol dire “Ve ne andate, come i fiori”.

 

THE DAY LADY DIED *

It is 12:20 in New York a Friday
three days after Bastille day, yes
it is 1959 and I go get a shoeshine
because I will get off the 4:19 in Easthampton
at 7:15 and then go straight to dinner
and I don’t know the people who will feed me

I walk up the muggy street beginning to sun
and have a hamburger and a malted and buy
an ugly NEW WORLD WRITING to see what the poets
in Ghana are doing these days
                                                   I go on to the bank
and Miss Stillwagon (first name Linda I once heard)
doesn’t even look up my balance for once in her life
and in the GOLDEN GRIFFIN I get a little Verlaine
for Patsy with drawings by Bonnard although I do
think of Hesiod, trans. Richmond Lattimore or
Brendan Behan’s new play or Le Balcon or Les Nègres
of Genet, but I don’t, I stick with Verlaine
after practically going to sleep with quandariness

and for Mike I just stroll into the PARK LANE
Liquor Store and ask for a bottle of Strega and
then I go back where I came from to 6th Avenue
and the tobacconist in the Ziegfeld Theatre and
casually ask for a carton of Gauloises and a carton
of Picayunes, and a NEW YORK POST with her face on it

and I am sweating a lot by now and thinking of
leaning on the john door in the 5 SPOT
while she whispered a song along the keyboard
to Mal Waldron and everyone and I stopped breathing

 

 

IL GIORNO CHE LA SIGNORA MORÌ

Sono le 12:20 a New York un venerdì
tre giorni dopo il giorno della Bastiglia, si
è il 1959 e vado a farmi dare una lucidata alle scarpe
perché col treno delle 4:19 sarò ad Easthampton
per le 7:15 e poi dritto a cena
anche se non conosco chi mi darà da mangiare

e risalgo la strada afosa ora che il sole comincia a battere
e prendo un hamburger e un latte al malto e compro
un brutto NEW WORLD WRITING per vedere cosa
stanno facendo i poeti in Ghana in questi giorni
                                                                       vado avanti fino in banca
e Miss Stillwagon (Linda, come una volta l’ho sentita chiamare)
non guarda neanche il mio saldo per una volta nella sua vita
e così alla GOLDEN GRIFFIN prendo un piccolo Verlaine
per Patsy con disegni di Bonnard anche se veramente
penso a Esiodo, trad. Richmond Lattimore o
al nuovo lavoro di Brendan Behan o a Le Balcon o a Les Nègres
di Genet, ma no, resto su Verlaine
dopo che nel dubbio mi sono praticamente addormentato

e per Mike faccio un salto al PARK LANE
Liquor Store per chiedere una bottiglia di Strega e
poi ritorno da dove sono venuto fino alla 6th Avenue
e al tabaccaio dello Ziegfeld Theater
chiedo distratto una stecca di Gauloises e una stecca
di Picayunes e il NEW YORK POST con la sua faccia in prima pagina

e adesso sto sudando sul serio e penso a quando
mi appoggiavo alla porta del bagno al 5 SPOT
e lei sussurrava una canzone con Mal Waldron
alla tastiera e tutti, io compreso, abbiamo smesso di respirare

(*) THE DAY LADY DIED, nasconde al rovescio “LADY DAY”, nome con cui era anche nota Billie Holiday.

Traduzione di Giovanni Catalano.

4 comments

  1. non sarai mai grande perché ti limiti a fare ciò che sai … senza interrogarti su cos’altro potresti fare altrimenti

    tutto ciò che conosciamo sono parole, non il loro impatto emotivo, né il loro significato; le scriviamo perché le conosciamo non perché le “comprendiamo” …

    in questo caso appare chiaro l’intento polemico: le parole sono intese ed usate più come “nomina rerum” che verba.
    Parlando di “parole” il discorso sarebbe molto più complesso ed implicherebbe uno “dispendio” morale, cerebrale e d’azione transitante dal soggetto parlante all’eventuale uditore, che sembra non interessare le lettere.

    grazie per questa voce, Giovanni, e per la tua traduzione.

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  2. Seduto in un bar gioca con un pacchetto di cerini sulla barra mentre aspetta il suo secondo bicchiere di vodka.

    – ma che cazzo fai? cosa credi di fare con questa penna e questa carta? Davvero pensi di saperne di pi’u? davvero credi di comprendere ciò che tu stesso scrivi? Dì la verità: sei solo uno stupido pigro inutile qualcuno e non sarai mai nessuno.

    – lo so, ma che ci posso fare? a parte ciò che so fare, cos’altro c’è?

    Poi ha scritto la poesia.

    È il rischio che si corre in quei bar dove, alle spalle del barista, un volto si scopre riflesso tra le bottiglie di liquore.

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  3. e non sarai mai grande ma fai
    quello che sai perché cos’altro c’è?

    … as planned…

    grazie Giovanni
    s.

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