Patrizia Sardisco, Avere orecchie adatte. Del leggere “Johanna” di Felicitas Hoppe

Avere orecchie adatte. Del leggere “Johanna” di Felicitas Hoppe.
di Patrizia Sardisco

È esperienza comune a molti lettori quella sorta di lutto vissuto al richiudersi dell’ultima pagina di un libro, il sentire ancora vivo il bisogno che quella voce dica e riveli, e aggiunga, a s’inabissi e di nuovo risalga e ci inondi: e ravvolti nella sua sostanza ci maturi ancora e ancora nel suo enigma. Ciò che non è comune è invece la capacità di un libro di inoltrarsi tanto in profondità (o tanto strettamente includere, imbozzolare il lettore nel suo divenire) da imporre la propria essenza interminata e circolare e da indurre, per conseguenza, a riprendere la lettura da capo, e da lì, forse dopotutto non così sorprendentemente, fiorire in nuove trame, in nuove traiettorie.
È accaduto a me con Johanna, romanzo della tedesca Felicitas Hoppe, pubblicato in Italia nel 2014 per i tipi di Del Vecchio nell’accuratissima traduzione di Anna Maria Curci che riesce nel compito non facile di offrire in una lingua radiosa quella che lei stessa, ne La scatola nera del traduttore, indica come un’immersione, un’avventura che «comporta la disponibilità a seguire così come l’azzardo di affiancare la mobilità e la profondità della scrittura di Felicitas Hoppe».
Una uguale disponibilità tanto all’avventura quanto all’immersione è richiesta, credo, non solo al traduttore ma anche al lettore di questo straordinario romanzo, straordinario in senso letterale, perché davvero lontano dalle categorie cui appartengono i romanzi che troviamo sugli scaffali delle librerie nostrane, e perché capace di regalare un’esperienza di lettura ricca come poche, come poche genuinamente, onestamente, complessa: per temi, per stratificazione, per stile.
La trama rimanda a un io narrante alle prese con la preparazione di un esame di dottorato e con la scrittura di una tesi su Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orléans, personaggio enigmatico e controverso della Guerra dei Cent’anni, esaltata come un condottiero e arsa al rogo come un’eretica nel volgere della sua breve vita: Giovanna, la Johanna cui il titolo del romanzo allude, verrà bruciata viva a Rouen nel 1431 non ancora ventenne, riabilitata venticinque anni dopo, canonizzata nel 1920 con sentenza di papa Benedetto XV.
Si sarebbe per questo portati a rubricare Johanna tra i più tipici romanzi storici ma il procedimento narrativo di Hoppe, che articola il libro in sette capitoli preceduti da un prologo quasi lapidario, dedicato alla nascita, condanna, abiura, ricaduta e condanna a morte di Giovanna d’Arco – appena un paio di pagine, e tuttavia quanto incisive nel darci immediato saggio del lirismo che a tratti sorprende e fa guizzare le costruzioni di una prosa già vivissima! –, rinuncia senza rimpianti al cliché del romanzo storico, pur non aggirando l’obbligo di attenzione e fedeltà alle fonti documentarie più accreditate. Aristotelicamente più attratta dalla universalità del verosimile rispetto alla particolarità del vero, optando con lucidità per il vero poetico, più congeniale al suo disegno letterario, l’autrice sceglie un piano differente dal quale fare storia, un’altezza che deriva dalla felice sovrapposizione di ricerca storica, speculazione filosofica, meditazione spirituale, ponderazioni di ordine metastorico.
Da un siffatto fuoco prospettico, non sorprende che Felicitas Hoppe sbozzi dunque i suoi personaggi quel tanto che occorre per dare al lettore il senso esatto della profondità e dell’ampiezza delle convinzioni morali e intellettuali di ciascuno, e «ciascuno con una soglia per sé», su temi cardine quali il rapporto tra fede e ragione, tra storia e verità, il concetto sfuggente di giustizia, la fermezza nella ricerca del bene, il peso da dare alle passioni. Sotto lo scalpello di Hoppe, non un granello di più né uno di meno viene sottratto all’informe nella caratterizzazione di figure emblematiche di cui, coerentemente, non sapremo mai da dove vengono né dove vanno, né tantomeno avremo a conoscerne i nomi, quei nomi «più pesanti di qualsiasi elmo»: le relazioni che intrattengono tra loro vengono messe in scena in un tempo imprecisato, ancorché riconoscibile nei tratti della nostra contemporaneità, e in uno spazio che sembra come apparire di colpo, illuminato dal pensiero che lo evoca, dalle parole dette o solo pensate che lo rendono visibile al lettore per frammenti che si inabissano subitamente nel buio, al mutare della scena. Vale segnalare, in quest’assenza di nominazione tanto densa di implicazioni, il soprannome con cui viene consegnato ai lettori il coprotagonista (o forse alter ego maschile della protagonista), memorabile e affascinante personaggio che scuote e pungola e interpella l’io narrante (e noi lettori insieme a lei) nel proseguimento della sua ricerca che presto si rivelerà più profondamente umana, esistenziale, ben oltre gli obiettivi del dottorato: Peitsche, “frusta”, che «porta questo suo nome con fierezza, forse anche per dispetto, come un dono indesiderato, con il quale chi lo porta punisce il donatore.» Significativa, in questo senso, oltre che segno inequivocabile di un gusto poetico e di un orecchio raffinatissimi, la scelta traduttiva di Curci di lasciare inalterata nella resa italiana la sonora scudisciata che accompagna l’apparire di questo personaggio, «l’allievo più bello e più bravo di tutti, quello che siede in prima fila come sedesse a cassetta». E provando a diffrangere lo spettro ampio delle suggestioni culturali di Hoppe, non si può non pensare a Peitsche anche come alla personificazione di una delle virtù cardinali, anzi proprio della virtù principe, stando al Catechismo della Chiesa Cattolica, a quella virtù che dispone la ragione pratica a discernere il vero bene, la retta norma dell’azione di cui scrive San Tommaso, quella virtù che è la prudenza, detta appunto auriga virtutum, cocchiere della virtù. Continua a leggere

«L’eterna mitologia del perduto»: su “Modi indefiniti” di Federica Gallotta (nota di Alessio Paiano)

Non c’è da stupirsi che la discussione attorno alla poesia degli ultimi decenni abbia trovato terreno fertile nel rapporto tra poeta e paesaggio: quest’ultimo, quando non ridotto all’abusato motivo testuale del locus amoenus, tanto che alle spalle del verso esso pare a volte stagliarsi in forma di carta da parati stinta e marcescente, compone difatti le coordinate mentali di una geografia in cui collocarsi e ritrovare il proprio spazio ideale, al riparo da interconnessioni sempre più alienanti, non nel senso di una comunione emotiva con la natura e il suo sfondo plastico ma nella nostalgia di un luogo che si configura – nel tempo della scrittura – in termini di inesistenza.
Per questo Federica Gallotta vive il suo personale esilio nei confini tracciati dal proprio spazio domestico, componendo una peculiare epica attorno alla casa e ai suoi oggetti, disposti dall’autrice per architettare una scenografia tale da decantare addirittura il potere ancestrale di una «moka» semovente, chissà «verso quale destino» (p. 30), o di altre suppellettili che si fanno reliquiario simbolico o che possono assumere il ruolo di totem domestici quando l’autrice, anch’essa presenza aleggiante nella casa, veste i panni di un’antica sacerdotessa che mescola e «dispone i cristalli sul tavolo» (p. 44), giocando a rileggere prima, a decifrare poi, la propria storia incasellata nelle mura. In questo viaggio paradossale in cui la poetessa rovista nella propria casa con l’occhio di un viandante interno e allo stesso tempo straniero – nell’incipit del libro, «un paguro senza casa» -, la ricerca di una dimora stabile, salda e sicura è il motivo ricorrente di Modi indefiniti (Interno Poesia, 2020), poiché il presagio più volte denunciato è quello di un collasso imminente, e che l’implosione riguardi la casa o il soggetto che la abita poco cambia. L’esilio non è percepito in ragione di una distanza o di uno sradicamento dal proprio luogo di origine, anzi è ciò che si trova appena fuori casa a rivestire il ruolo di grande estromesso nel testo, poiché esso si fa paesaggio tutto interiore di silenzio e di elogio alla solitudine, si riformula in un equilibrio precario sorretto in virtù di una disposizione ossessiva degli oggetti, dalla cui minima oscillazione possono scaturire disastri irreparabili; l’armonia ristabilita a fatica è sempre labile e ogni ritorno indesiderato va domato per non metterla a rischio: «È una stipsi del cervello: trattenere/ tutto ciò che va in tilt possibilmente/ non lasciarlo andare, lasciarlo/ ristagnare» (p. 19). Se un’evasione è possibile essa va individuata con cura tra le pagine della propria «antologia del possibile» (p. 18), dove si trovano raccolti tutti i voli mentali dell’Io che, oltre a frangersi continuamente in tutti gli angoli della casa, si sposta all’interno di un asse che include sia le altezze astronomiche di pianeti inafferrabili (la cui disposizione non può dipendere – horribile dictu! – dalla propria smania ordinatrice), sia gli scavi profondi nella materia in qualità di alchimista o riducendosi in sostanza residuale, «corpo molle e delicato, malleabile scorza» (p. 22). Continua a leggere

Ritorno alle Azzorre

Cecilia M. Giampaoli, Azzorre
Neo Edizioni 2020

Di questo libro, uscito molto recentemente per la Neo Edizioni, si è scritto già parecchio e bene. Uno dei termini che più ricorre nelle diverse recensioni è “verità”, fatto quanto mai interessante se pensiamo al presupposto del libro in sé.  A questo proposito però prima di addentrarmi tra le pagine di Cecilia Giampaoli ho bisogno di citare una parte di quanto scritto dalla giornalista Annalisa Camilli a proposito della memoria legata a quanto è successo a Genova nel 2001 e anche se a questo punto qualcuno potrebbe sobbalzare sulla sedia, devo evidenziarne un passaggio molto interessante in cui la giornalista scrive:

Sono meccanismi che distolgono l’attenzione dal contesto, che schiacciano le posizioni in un rapporto binario tra due tifoserie. C’è questo fatto che spesso chi parla di quella morte non era a Genova, non ha seguito i processi e non ha nemmeno mai letto le carte dei processi. Anni dopo ci saremmo abituati a questo modo di parlare della realtà, allo scollamento tra i fatti e quello che rappresentano.

Il motivo per cui la prendo così larga è perché sono sicuro che sono pochissimi coloro che ricordano l’incidente aereo avvenuto l’8 febbraio 1989 sul Pico Alto, un monte di una piccola isola delle Azzorre. Presumo che sia estremamente probabile che chi se lo ricorda è perché a quell’incidente sia in qualche modo legato. Per molti altri è solo un evento fortuito, un pezzo di storia che è andato via via dissolvendosi lasciandone le scorie solo ai familiari delle vittime e a chi in un modo o nell’altro ne rimase coinvolto. Per alcuni di noi che hanno perso qualcuno su quell’aereo (ebbene sì) la memoria è anche legata al fuorviante dibattito che era nato sui quotidiani di quei giorni a proposito della sicurezza o meno dei famigerati voli charter, cosa che oggi in epoca di voli low cost farebbe sorridere se non fosse che tra le righe di quel dibattere l’unica verità che continuava a sfuggire era che 144 persone avevano perso la vita e dietro ad ognuna di quelle morti si sfrangiavano altre verità in un collasso globale che aveva bisogno di una narrazione che non fosse tronca, parziale, esclusivamente meccanica. Cecilia Giampaoli è la figlia di una delle vittime. Anche se molto piccola al tempo dei fatti e quindi con una memoria parziale del prima e del durante decide di andare sull’isola di Santa Maria che sorprendentemente scoprirà ancora pervasa da quanto successe quel giorno quando gli abitanti di un’isoletta dell’oceano, ai tempi utilizzata come scalo di rifornimento per alcuni voli transoceanici videro quell’aereo volare basso, troppo basso verso gli alberi sulle pendici del Pico Alto. Continua a leggere

L’Italia di Ceronetti: luci, ombre e sconforti di una patria impossibile (di Fabio Libasci)

L’Italia di Ceronetti: luci, ombre e sconforti di una patria impossibile
di Fabio Libasci

Ceronetti è uno di quegli autori talmente difficili da definire e inquadrare che qui in Italia lo si preferisce ignorare piuttosto che rileggere. Nato nel 1927 a Torino e morto novantenne, è stato scrittore, poeta, traduttore da molte lingue, soprattutto dall’ebraico, polemista e autore negli anni ’80 di due volumi Einaudi dedicati all’Italia: Viaggio in Italia nel 1983 e Albergo Italia due anni dopo. Poi è stato autore di molti libretti Adelphi, marionettista, difensore del vegetarianesimo e articolista pungente e irriverente. Molte cose, insomma, ma soprattutto osservatore attento dell’Italia e degli italiani, spietato e compassionevole.L’Italia di Ceronetti è un enigma che non si sforza di ricomporre; non un inno alla sua bellezza né un grido contro il suo imbarbarimento, piuttosto un lento pianto contro il conformismo che già minacciava il nostro paese, l’inseguimento a parole di un fantasma e una fotografia dei resti di una patria che non si vorrebbe più e che forse non è mai stata. Ceronetti parte alla fine del 1981 da Trieste, città così poco italiana e così disperatamente attaccata all’Italia e prosegue per i paesini del Lago Maggiore e poi va verso Sabioneta e Genova dove nei vicoli malsani e pericolosi pare paradossalmente ritrovare la vita, la vitalità di un popolo via via sempre più anestetizzato. Il primo giudizio resta terribile: «viaggiare in Italia: spariti la Bellezza visibile, le malattie veneree, le epidemie, le bocche sdentate, la miseria, i casini, i mestieri, le sale da ballo, l’avanspettacolo, i barbieri, i caffè, i miracoli, le guerre, i preti, che cosa resta da scoprire a un povero scrittore? Quali avventure da vivere?».[1] Il paese reale si scopre così diverso da quello immaginato, in quella stessa Genova si progetta il futuro italiano: di una bruttezza infinita, «l’Italia è brutta, guasta dentro».[2] Allora Ceronetti scappa al sud, a Castel del Monte, terra di rifugio dal terrore, a Sulmona dove assiste all’Incontro di Pasqua, un vecchio rito che solo al sud, in tutto il sud sembra resistere e muovere passione. Ceronetti scopre con piacere la sopravvivenza arcaica del rito che si mischia alla religione attraversandola, un’Italia che almeno per qualche giorno esce fuori dal suo tempo, dalla sua velocità e dalla sua ragione. Il viaggio continua e giunge a Catania, città dove l’imbarbarimento e la sopravvivenza di antichi misteri si combina continuamente in modo misterioso e terribile: «questo era un popolo fatto dalla povertà; il denaro l’ha fritto come in un’enorme padella, e oggi la sua faccia è annerita, ustionata. Solo in qualche vecchio o vecchia ritrovi barlumi di umanità così intensa e placata da dare capogiri di commozione, sono facce di martiri».[3] Si sofferma a lungo a raccontare l’enigma del popolo siciliano, spinto in direzioni opposte, verso il passato archetipico, verso le troppe radici, le troppe lingue e culture e verso il futuro che lo vorrebbe invece tutto uguale e poi simile al resto degli italiani. E del resto l’Italia da qualche decennio non smette di aggredire questa terra, le immagini fredde, geometriche hanno attecchito nei paesini che circondano l’Etna, le campagne sono state abbandonate e mucchi di case nascono nella bellezza dimenticata: «il vulcano sublime può solo vendicarsi bombardando di lava purificatrice tutto».[4] La Catania, la Sicilia letteraria, quella di Verga non esistono più, sostituite dall’attualità, dalla cronaca, dalla mafia, dalle troppe uccisioni. Ceronetti è in Sicilia quando uccidono Pio La Torre, il 2 maggio 1982; dà la notizia senza commento, voltando quasi le spalle a tutto ciò che accade intorno per cercare i residui di un passato antico: il teatro d’avanspettacolo, un uomo che legge la mano,  e con l’intenzione che si afferma sempre più di essere l’ultimo viaggiatore letterario, gli ultimi occhi di fenomeni che nessuno saprà più osservare: l’Italia, quella plurale, magmatica, stava sparendo sotto gli occhi insensibili di molti. Eppure qualcosa resiste, la bellezza si mostra ancora dietro i nomi di Siracusa, Ortigia, Noto e il suo barocco sofferente e sensuale, mistico e perverso. Accanto però già si vede la violenza, quella vera, di ruspe e gru che scavano e sistemano, barche abbandonate e pescatori che cambiano mestiere attratti dalla luce del turismo, dalla tentazione di fare di tutta la Sicilia orientale un’enorme Taormina. Durante l’estate risale la penisola, attraversa Reggio Calabria nella sua bruttezza, nelle sue vie americane che lasciano lo scrittore sgomento e sicuro che ormai: «in Italia non ci sono più che italiani: l’unità politica è compiuta ed è stata disastrosa per i diversi popoli della penisola».[5] Quasi un decennio dopo sembra di risentire lo stesso grido di Pasolini, che Ceronetti non cita mai pur approdando alle stesse conclusioni, il Pasolini degli Scritti corsari e ancora prima quello di La lunga strada di sabbia. L’Italia è sempre meno religiosa ma ancora superstiziosa, gli esorcisti ad esempio convivono bene con tutto il resto e la bellezza, man mano che il viaggio giunge al suo termine, sembra che vada ricercata ai confini piuttosto che al Centro, laddove l’Italia è meno Italia, e quindi a Venezia, «indubitabile Oriente»[6] e quindi a Palermo, rovina e salvezza d’Italia, la bellezza di qualche sorriso non ancora demolito, e quindi  a Napoli: «uno dei peggiori luoghi d’Italia; ma tutta intera questa nazione che è più che uno sbullonare di tante Napoli, che se anche non sanguinano come Napoli, ne riproducono sintomi, crolli, abbrutimento».[7] Se Ceronetti non loda la città, esalta invece i napoletani: popolo di filosofi, o di incoscienti. A Napoli ripensa al viaggio di Montaigne, ai suoi calcoli dolorosi espulsi lungo tutta la penisola, un dolore per intensità simile a quello provato dallo scrittore di fronte alla barbarie, alla così poca resistenza, alle troppe ombre. Continua a leggere

Un poemetto da “Concerto per l’inizio del secolo” (Arcipelago itaca 2020) di Roberto Minardi

 

Materia per aperture alari

Se enumeriamo la vacca, non la contiamo al pari, e la mosca
si avvicina alla caruncola del bovino immalinconito
mentre risalgo e scorgo una pietra pulita, un cerchio fra i fusti,
io, uomo in mezzo con le mandorle in mano, sperso, domando
dov’eri tu, anima dei soffitti, quale concerto va armato…
Fra le varie maniere di misurare la terra, prendo atto:
perfino lei che è di buon cuore ha acquistato un portauovo
in ceramica, a forma di gallina, per niente impensierita.
Il cardellino deceduto a causa della tromba d’aria
lo ricordo, ricordo con disordine il giorno del trapasso,
la gabbia coricata sulle piastrelle del terrazzo.
Vengo da lì, vengo da un cardellino, e il cardellino oscillava –
ma l’alato dell’infanzia cosa può c’entrare… Tutto c’entra.
Ridagli l’alito, tergi le piume, strofina la mattonella.

Sottolinea a matita, impara coll’ausilio del righello.
Lontano dai campi dove non crebbe non affiorano effluvi,
i fumi delle fabbriche non lo distolgono dal volume,
il segno della croce non lo distoglie dal tomo sui palmi.
Il passeggero dirimpetto rutta: scusare, non si scusa,
l’uomo che riga tossisce dentro il pugno, richiude il libro;
il cielo è occluso – sapremo soltanto che romanzo non era.
E non si può esistere nel luogo dove tutto fa brodo;
che direbbe il maestro del Tao dei pendolari compressi,
cosa direi io che parlo fin troppo di loro e sono
uno di loro, e mi ritrovo a livello degli arbusti in corsa…
L’acqua, lo dice il maestro, è cedevole, indi più resistente.
Vengo da lì, vengo da un cardellino, e il cardellino roteava.
E poco importa da dove arrivo, dove dovrei collocare
la furia sottomessa dall’educazione, da me medesimo…
Cederò sì delle piste, proiezioni. Esempio, il massacratore
di zanzare, che trovò occupazione come installatore
di zanzariere, e costruì man mano un’epica malata.
In Sudamerica, col cappellino, fece una foto col bradipo,
girò un filmino coi compagni, in hotel, e delle donne a nolo;
al bar vantò sborrate a non finire, si rattristò in privato.
Considera che storia sono anche i fatti non accaduti,
che fa girare la testa, la storia, gli astri e le preoccupazioni,
vorresti annegare in un liquido spesso ma vieni a galla
e non è colpa tua, la vita, sì, tutto dipende da te.
I cacatua comunque sono arrivati in aereo,
la coppia ne ha ordinati un paio con la cresta uguale,
li hanno rinchiusi con un gesto delicato, mi tocca ammettere,
dentro una gabbia graziosa a vedersi, piena di ninnoli…
E non è colpa tua, la vita, tutto dipende da noialtri.
Ora la coppia litiga su questioni di mangime, io
vengo da una canarino, da un cucciolo ingrassato a dismisura.
L’innesco avviene per mezzo della vetrina lucidata.
E la coppia fa la fila e ci tiene agli occhiali, si vede,
le montature non passano inosservate, la coppia sogna
la casa con tre camere da letto e un giardino che non termina,
sogna di allargare il doppio servizio, convertire il solaio
in un sogno maggiore… Ecco di cosa sono pregni i sogni:
rimandi, investimenti, lana cardata, di tempo perduto.
Il cardellino beccava la foglia di lattuga, io guardavo. Continua a leggere

Micol Bez, La storia in grembo

*

Non chiedermi di venire senza
bagaglio in stiva, senza
la storia in grembo. Arriviamo tutti
legati a metri di lenza
a fare piano il nome dell’amore,
a chiedere « dove
posso appoggiare il mio dolore?
Va bene qui, dietro la porta? »

 

**

A Costanza Graziani

Sogniamo forse
tutti di abdicare,
la penna per firmare
la rinuncia all’eredità
e alla storia. Purtroppo

anche la rinuncia
va in prescrizione.

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Marco Ercolani, Destini minori (recensione di Luigi Cannillo)

Marco Ercolani, Destini minori
Il Canneto editore 2016

Destini minori si può considerare una galleria di personaggi, nomi e cognomi compresi. La serialità rende credibili le identità fittizie, inventate ma verosimili proprio perché rappresentano situazioni estreme: queste vanno a creare un sistema, credibile in ogni sua parte, composto da diversi nuclei pulsanti. Destini minori è più precisamente una galleria di identità che ci pervengono spesso anche sotto forma di report clinico cercando di intrecciare fiction e realtà possibile, comportamenti esemplari nel loro apparire borderline.
Sono destini, linee esistenziali impreviste e ineluttabili, piani inclinati sui quali seguiamo i loro percorsi dalle radici all’esito conclusivo. In quanto tali non possiamo opporre loro il semplice buon senso, il giudizio, il perbenismo né un’etica d’occasione. Sono minori, o solo apparentemente e relativamente tali, perché non riguardano persone celebri, non corrono sul filo della immediata riconoscibilità bensì seguono un tracciato estremo restando persone comuni che potremmo perfino avere incontrato. Devono essere accolti proprio nei loro essere fuori dall’ordinario. A questo contribuisce la costruzione dei singoli personaggi e l’architettura del libro con la sua suddivisione in quattro sezioni.
La prima sezione, Con un marchio preciso, riguarda destini confinati in strutture detentive, da un ordine strutturato, minacciati dalle torture, colti perfino sull’orlo di una iniezione letale. È un viaggio all’interno di regimi, paesi e contesti storici diversi. Il marchio è quello che stabilisce la loro identità, il conflitto con il sistema. Nella seconda sezione, Fuori dalla vita, possiamo individuare i suicidi ma non solo: le figure di chi per volontà propria o per accidente ha lasciato la vita o comunque ha abbandonato ciò che la caratterizzava, fosse anche una propria creazione. Ma nella stessa sezione abbiamo anche il gesto di chi interviene dall’esterno, come il postino che scrive lui stesso il telegramma atteso da Mary Wilson, prevedendone il contenuto. Se le prime due sezioni hanno un carattere più crudo ed espressionista, la galleria si sposta poi piuttosto su un piano fantastico e surreale, legato all’atto creativo, all’espressione di sé anche attraverso la negazione o la rimozione. Così la terza sezione, Gli esseri silenziosi, affronta il grande enigma del suono, della parola che, talvolta negata da un mutismo biologico o a causa di una libera scelta, vive una forma di metamorfosi sotto forma di spazi bianchi, o codici minimi, riducendo il nome della firma a uno scarabocchio, oppure scrivendo lettere a sconosciuti e a indirizzi incompleti, o componendo frasi indecifrabili. L’espressione che viene negata è quella più consueta e consunta, ognuna delle figure crea un linguaggio a propria immagine e somiglianza, compie il proprio atto comunicativo attraverso la cancellazione e la ricreazione, fa proprie l’afasia, i balbettii, le pause. La quarta e conclusiva sezione, Pazzi per la pittura, sviluppa il tema dell’espressione in senso più artistico figurativo, unendo lo spunto della follia, o di ciò che viene giudicato tale, alle forme plastiche, visive o musicali: un poema filmico, le macchie ottenute da Else Winkler premendo i polsi sulla carta, la costruzione di un aereo piccolo come un coleottero, la scultura di lenzuola sistemate come figure umane dormienti. L’opera diventa  rappresentazione estrema dell’essere, sia in senso estetico che esistenziale, senza più nessuna scissione.
D’altra parte gli atti dei protagonisti compiono così pienamente il destino, e questo avviene in tutte le sezioni, sia quando eventi come il razzismo, la guerra, la detenzione, li coinvolgono indirettamente e ingiustamente, sia quando riguardano il crimine o una forma di autopunizione, o quando sono incentrati sulla trasformazione dei linguaggi e sul gesto creativo. Si tratta di un Atto che sgorga direttamente dalla necessità e che in questo senso, determina l’esistenza, la marchia, la sviluppa o la conclude. Continua a leggere

Riletti per voi #26: “La pelle di zigrino” di Balzac, riletto da Andrea Bricchi

«Volere ci consuma, potere ci distrugge».
La pelle di zigrino di Balzac

di Andrea Bricchi

È una storia divisa in tre parti quella della La pelle di zigrino (tit. orig. La peau de chagrin), romanzo pubblicato nel 1831 e collocato, all’interno di quell’ipertrofico e formicolante “romanzo di romanzi” che è la Commedia umana, nel raggruppamento di titoli chiamato Studi filosofici, che comprende testi più o meno lunghi di genere fantastico. E fantastico, in più di un’accezione, è il punto di partenza: il protagonista, il giovane Raphaël de Valentin, povero ma ambizioso, è a un passo dal suicidio, ma entra nella bottega di un anziano antiquario dove incappa in un talismano che realizza i desideri di chi lo possiede, la “pelle di zigrino” appunto, espediente narrativo a metà strada tra la lampada di Aladino e il patto col Diavolo: a ogni desiderio esaudito si ritrae, diminuendo la propria estensione e accorciando allo stesso tempo la vita di Raphaël, che accetta il patto e acquista l’oggetto magico.
Tre parti, si diceva. Diciamo subito che ci si aspetta qualcosa di più dalla terza e ultima (“L’agonia”), specialmente dal finale, che ci si illude possa essere fulminante, qualcosa da brividi lungo la schiena, come quello de La ricerca dell’Assoluto, e invece le circa novanta pagine che concludono il terzo atto sono così convenzionali, specialmente in tutto ciò che ruota attorno al personaggio di Pauline, la fanciulla pura amata dall’infelice protagonista, da rendere faticoso andare avanti. Uno si immagina che avendo a disposizione un ultimo desiderio, Raphaël con un colpo di scena ne esprima uno particolarmente geniale, come riallargare la pelle di zigrino, non dover più legarvi la propria vita, vivere felice con Pauline, oppure tutto il contrario: desiderare di morire (il che forse avrebbe dato luogo a un paradosso o avrebbe sbloccato il sortilegio)… Continua a leggere

Juan Terenzi, Tre poesie (autotradotte)

 

Festeggio

oggi festeggio
il mio matrimonio
una convivenza di oltre
oltre
oltre
meno
meno
oggi ancora
festeggio il divorzio
ma prima sono vedovo
per
per
per
il mio figlio mi diceva
caro papà
vieni
abbracciami
come hai sempre
come hai sempre
oggi un’altra volta
festeggio la mia rottura
priva di beni
non li avevamo mai
solo alcuni libri
sorrisi
lacrime
lenzuola
baci
abbracci
parole
gridate
parole
sentite
oggi ancora festeggio
senza candele
senza torta
senza nessuno
senza nemmeno
la mia ombra
ho spento la luce
oggi festeggio

 

I gradini

salii diciassette
gradini
quando vidi il bancone
mi sedetti
sulla sedia più conveniente
con
ve
niente
io volevo
il tutto
che era offerto
anche se le birre
riscaldavano sulle labbra
e raffreddavano
la mia libidine
però
oh…
c’era ancora un tempo
esaurito
rimbaud morto quando
aveva trentasette
mi spingeva
la mia età è la sua
non voglio superarlo
salii diciassette
gradini
quando vidi il bancone
mi sedetti

Hoje celebro

hoje celebro
o matrimônio
um convívio de mais de
mais de
mais de
menos
menos
hoje ainda
celebro o divórcio
mas antes fui viúvo
por
por
por
meu filho me dizia
papai querido
venha
abraça-me
como sempre
como sempre
hoje novamente
celebro minha separação
sem bens
nunca os tivemos
apenas alguns livros
sorrisos
lágrimas
lençóis
beijos
abraços
palavras
gritadas
palavras
ouvidas
hoje ainda celebro
sem velas
sem bolo
sem ninguém
sem nem sequer
minha sombra
apaguei as luzes
hoje celebro

 

Os degraus

subi dezessete
degraus
quando vi o balcão
sentei-me
na mesa mais esquinada
esqui
nada
e eu quis
o tudo
que era ofertado
embora as cervejas
esquentavam nos lábios
e esfriavam minha
libido
mas
ah…
ainda havia um tempo
exaurido
rimbaud morto aos
trinta e sete
impelia-me
minha idade é a dele
não quero ultrapassá-lo
subi dezessete
degraus
quando vi o balcão
sentei-me

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“La scrittura non si insegna”. Giulia Bocchio dialoga con Vanni Santoni

Vanni Santoni, La scrittura non si insegna
Minimum Fax, 2020

 

Nel suo brillante saggio La scrittura non si insegna, edito da Minimum Fax, Vanni Santoni è categorico: bisogna leggere. E molto. E, in secondo luogo, non cedere alla pigrizia e alla vanità.
In altre parole, ben venga l’indole artistica, la voglia di diventare scrittori, purché non si diventi artisti accidiosi. Perché l’accidia, in arte, non paga.
Il lettore, o l’aspirante autore, non si spaventi se non conosce tutti i testi che Santoni ha indicato nella sua dieta: c’è tempo, modo e spazio per tutti.
Certo niente è universale, mai; «avrà avuto anche le doti di un grande pittore, ma gli è mancata la volontà di diventarlo» disse Zola di Cézanne; di Lolita venne fuori un resoconto di lettura altrettanto indicativo: «dovrebbe essere raccontato a uno psicoanalista. Raccomando di seppellirlo per mille anni».
Ma l’arte, la scrittura, la poesia per fortuna non sono una scienza esatta. E ci sono cose che non si insegnano, come il sogno, la passione e la personalità. Ma si può insegnare a vedere le cose da un punto di vista diverso, ci si deve formare per potersi tras-formare nell’idea e nel libro che abbiamo nella mente. E Vanni Santoni, prova a spiegarci come. (Giulia Bocchio)

 

Vanni, bentrovato. Il tuo saggio La scrittura non si insegna è uno scritto corsaro sull’applicazione più che sulla tecnica in sé del saper scrivere. Affronti l’argomento senza fronzoli, in maniera diretta: ma personalità e sogno dove si collocano?

Occupano tutto lo spazio fuori da ciò che è la lettura e l’impegno. Quindi uno spazio enorme, come la materia oscura nell’universo. La letteratura del resto è arte, mica artigianato.
Solo che per mettere a valore personalità e sogno (e anima, e visione) servono tante, tantissime letture, e tanto, tantissimo impegno. Il talento non è così raro: quello che fa la differenza è il duro lavoro. Il resto sono miti romantici che è meglio sfatare, anzitutto per risparmiar dentate agl’ingenui. 

A questo proposito, a ogni aspirante scrittore, prescrivi letteralmente una dieta, ovverosia leggere prima di tutto, leggere però una serie di libri che spaziano dai classici sino ai voli pindarici di Pynchon. Quanto ha influito il tuo gusto personale nella stesura di questi titoli?

Poco. I libri che consiglio nelle già famigerate “liste” di La scrittura non si insegna sono per lo più selezionati in base a quelli che ho constatato avere il maggior potenziale didattico. In particolare, oltre ai picchi raggiunti dall’arte del romanzo nell’Ottocento e negli anni del Modernismo, che non possono non essere conosciuti perché influenzano chi scrive anche oggi, anche se non li ha letti, prediligo quei libri enormi, magari imperfetti, ma che hanno un potenziale potremmo dire psichedelico sulla mente dell’aspirante scrittore, la cui “coscienza letteraria” è indispensabile espandere.  Continua a leggere

Remo Rapino e il figlio del Novecento: “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (rec. di G. Bocchio)

Remo RapinoVita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio
Minimum Fax, 2019

Recensione a cura di Giulia Bocchio

 

Una serie di riconoscimenti e menzioni: candidato al Premio Strega, finalista al Premio Campiello, vincitore del premio Cielo D’Alcamo per il miglior excipit, Bonfiglio Liborio può per una volta sentirsi dire “Libbò abbiamo vinto”.
Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio scritto da Remo Rapino, edito da Minimum Fax, è un romanzo che racconta il Novecento italiano e lo attraversa insieme a un uomo figlio delle circostanze, il cui punto di vista inedito e umano traccia i profili di un’Italia che oggi sembra sbiadita, un’Italia reduce dalle guerre, un’Italia che sa di miseria e di nascente industria.
Bonfiglio Liborio, il narratore, è un cocciamatte, ovvero quello strambo del paese, quello diverso, quello che tutti scherniscono e sottovalutano.
Liborio è un anziano che racconta per iscritto la sua versione dei fatti, ovvero la sua intera vita a partire dalla notte della sua nascita, avvenuta nel 1926, durante un apocalittico temporale, piovuto sulla terra insieme ai segni neri.
Queste non sono che le disgrazie, o meglio, le (dis)avventure di un Liborio che possiede per natura una lucidità così ingenua da essere vera e leale in maniera tanto disarmante quanto acuta. E quindi salvifica.
La cronaca esilarante della sua esistenza è fatta di ricordi, aneddoti, personaggi e riflessioni che hanno metaforicamente il suono di una banda, perché la sinfonia grammaticale (sì, grammaticale, dal momento che lingua e sintassi si adattano perfettamente al protagonista) di questo romanzo è una sfilata di suoni e strumenti al pari di quella banda di paese tanto amata da Bonfiglio Liborio.
La giovinezza del protagonista è una giovinezza che ricorda il racconto dei nonni, di quegli uomini e di quelle donne vissuti in anni semplici, eppure così complessi e fondamentali per le generazioni venute dopo.
Oltre ottant’anni di storia piena di fatti ed eventi epocali; storia piena di caratteristiche che forgiano le orme di un passato non senza voragini, non senza contraddizioni: dalla Seconda Guerra mondiale ai partigiani, passando per il servizio di leva, le case chiuse, i professori antifascisti boicottati dal regime (il mitico maestro Cianfarra Romeo sarà fra questi), la nascita delle fabbriche e il loro declino, la grande città, Milano, i sindacalisti in piazza e l’impegno politico… tutto questo è ripercorso in un flusso continuo di riflessioni da Liborio stesso, che, pur essendo testimone della storia, semplicemente la vive così come viene, chiamando tutti per cognome-nome.
C’è in questo romanzo la responsabilità della prima persona, una prima persona singolare, quella di Libbò, che senza la precisione di uno storico né le pretese di un sociologo, con il linguaggio di chi parla a sé stesso allo specchio oppure a un amico, riferisce l’Italia agli italiani, senza fronzoli, senza vanità.
La potenza di questa storia è tutta nel linguaggio, nel modo di dire le cose: inedito, diverso, si potrebbe dire valoroso; la prosa che Remo Rapino sceglie è semplice, come il pensiero di Liborio, eppure estremamente complessa, definita “storta”, ma che alla fine segue il dritto binario del coraggio e dell’autenticità.

Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi (rec. di Patrizia Sardisco)

Seguendo un odore di alloro e di mare.
Su Vanzature /Avanzi di Vincenzo Luciani.
di Patrizia Sardisco

Nulla di cui stupirsi, dato il titolo, né peraltro di disdicevole, se quelli che si leggono in Vanzature/Avanzi, il libro che Vincenzo Luciani ha pubblicato per Cofine nell’aprile del 2020, fossero i testi per qualche ragione espunti durante la compilazione di altre raccolte, poesie e pensieri residuali o avvertiti come estranei a quanto si andava componendo, e qui infine riuniti e presentati al lettore: non lo so, in effetti, ma dal mio non sapere non esito nell’affermare che sarebbe un errore, e dei più grossolani, leggere questa raccolta lasciandosi precedere dall’idea che ci si trovi al cospetto di un disomogeneo repêchage, perché se ne sminuirebbero (se non addirittura smarrirebbero) le motivazioni forti, le ragioni di poetica e il filo di nostalgia, i moniti come nodi e la memoria come collante, che cuciono e tengono insieme le pagine e consegnano a chi legge legami e legati, “senza imbrogliare/carte, cose, persone”: ancora e sempre vivi nomi, terra, voci.
Voci che sono echi lontani, voci distanti, perse per sempre o solo momentaneamente scollegate, voci che intrecciano lingue e dialetti, voci come vento nelle stanze, dai balconi, tra le vie bianche di Ischitella o di Rodi Garganico, tra pergole e cascate fiorite e persiane accostate come mani antiche, in preghiera.
Terra «di vento e nuvole», di vento «straccia pezzente», di bora, di vento «terrano», terra «vestita di verde/a primavera coperta di grano», «pianura assetata», terra «sorgiva dell’infanzia», terra che odora «di alloro e di mare».
E nomi: cari, di chi va e tuttavia resta, vivo, nella poesia.
Legati dal bilinguismo, legato di un bilinguismo che è sostanza, prima ancora che forma, in questo libro – leggero: ché levità è nel tratto di Luciani, il verso è solare e l’ironia non punge e non è amara, non più di quanto occorra a dire vero il vero – gli avanzi, le vanzature, non sono fondiglio ma “prelibatezza”, resistente sopravvivenza alla dissipazione che è in agguato in ogni mutamento, resistenza allo “sporco lavoro” della morte e alla dimenticanza che cancella per dispersione e talora perfino per soverchio accumulo.
Certo, lo sappiamo, Lavoisier non approverebbe. Nella sua formulazione di quella che probabilmente è la più famosa tra le leggi della fisica classica, in ogni trasformazione nulla si crea e nulla si distrugge: ma tale pacificata conservazione di masse e di energia vale nell’universo chiuso della materia inerte.  Nella vita a ancor più nella poesia, che della vita è voce acuta, Luciani ci avverte che “poco si crea e molto si disperde”. I poeti lo sanno, lucidamente scrivono “senza sapere/se qualcheduno se ne accorgerà”: e tuttavia scrivono, profondamente sanno che voci, terra e nomi potranno continuare a vivere condensandosi in simboli, che ogni cosa muta ma resiste se “vive nella poesia” e che dalla poesia i nomi, la terra e le voci ancora e di nuovo parleranno. Le orme del nonno, il biancore di Rodi all’improvviso apparso una notte al palesarsi della luna, il sapore di una spiga, un sorriso che apriva e chiudeva il cielo.
Sereni, ne Gli strumenti umani, lo sapeva bene: «I morti non è quel che di giorno/in giorno va sprecato, ma quelle/toppe d’inesistenza, calce o cenere/pronte a farsi movimento e luce». E anche Vincenzo Luciani lo sa: e vivi nella sua poesia, i morti, i luoghi, le voci, non andranno “sprecati”, destinati alla polvere. Sono qui. E a colmare quelle «toppe d’inesistenza», in ciò che passando oltre e nell’oltrepassare avanza, «seguendo un odore/di alloro e di mare», ancora, parleranno.

©Patrizia Sardisco

 

Vanzature

Quidde ch’aveva dice
te lu so’ ditte.
Quidde che rumane
so’ sckitte vanzature.

Vote so’ i megghje cunte
i vanzature. Scine,
i vanzature.

AVANZI – Quel che avevo da dire/ te l’ho detto/ Quello che resta/ sono solo avanzi.// A volte sono il meglio/ gli avanzi. Sì./ Sì, gli avanzi. Continua a leggere

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