«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

Intervista ibrida a Gabriele Galloni (di I. Grasso)

IN CHE LUCE CADRANNO
Intervista ibrida a Gabriele Galloni

di Ilaria Grasso

 

Per la raccolta di Gabriele Galloni, In che luce cadranno, ho realizzato qualcosa di diverso dal solito perché ero incuriosita dal fatto che un poeta così giovane si interessasse alla morte tanto da scriverne un’intera raccolta per cui ho contattato Gabriele Galloni per incontrarlo e scrivere questo pezzo che sarà un po’ una recensione, un po’ un’intervista.

I.: Bene Gabriele, da dove nasce l’idea di scrivere una raccolta sui morti?

G.: Chissà. Non so spiegartelo. Forse per scrivere l’ultimo-libro-di-poesie-possibile-sulla-Morte. La parola definitiva sull’oltretomba. Ride. Che poi ci sia riuscito o no è un altro paio di maniche. Non sta a me dirlo – anche se non ho dubbi sull’originalità e il valore della mia opera, sia chiaro. Ho pensato tantissimo alla pittura di Paul Delvaux, scrivendo le poesie di In che luce cadranno. Forse è lui il riferimento più prossimo al mio libro.

In che luce cadranno è senz’altro un titolo enigmatico e straniante per una raccolta che parla di morti. In genere sull’argomento viene in mente solo il nero buio e mesto come colore, invece Galloni ha scritto una raccolta che non perde mai di vista la luce. Durante la lettura delle prime poesie mi sono interrogata a lungo sulla natura della parola “luce” del titolo.
Solitamente si utilizza come sinonimo della parola “nascere”, l’espressione “venire alla luce” e questa è una raccolta che parla della vita oltre la vita terrena. Gli uomini dunque se dalla luce vengono in una luce prima o poi “cadranno”. Ecco svelato l’arcano! La mia tesi sembra ampiamente confermata dai versi della poesia che incontro quasi a metà libro:

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

Le parole di Galloni sono misurate, limate, scarnificate fino al sangue essenziale di quel vero che inseguiamo per tutta la vita e che probabilmente troveremo solo quando abbandoneremo i nostri corpi e andremo chissà dove e come a proseguire la nostra esistenza, probabilmente in altra forma, a seconda del credo religioso d’appartenenza (per chi lo ha). Il vero della raccolta è dunque un concetto che rassomiglia molto all’osceno, a qualcosa da nascondere, come in questa: (altro…)

Valentina Colonna, l’inesprimibile sguardo (di R. Canaletti)

(foto di R. Canaletti)

Nella Gymnopedie n. 1 di Satie, Aldo Ciccolini vede un vuoto irrecuperabile. Quello proprio delle note che si posano, quella cadenza docile delle cose che non dovrebbero essere dette e che invece, attraverso l’arte, riescono ad assumere una forma. La cadenza sospesa (2015) recupera Satie in qualche modo, da una certa angolatura si può notare come Valentina Colonna appunti dei passaggi, delle vere e proprie note, sulla pagina. Valentina Colonna non scrive e basta, compone.

[…] Il tempo non va
che dove non sono.

Bisogna pensare a qualcosa di estremamente delicato ma anche profondo, ponderato, lasciato a fiorire tra la neve, nella docile prestazione degli oggetti e degli uomini su questa terra. Perché la poesia di Valentina Colonna è fisica e raccoglie con sé la luce dell’andare e del tornare, del muoversi. “La cadenza sospesa” sembra quasi impercettibile. Eppure prende corpo nei versi e cerca qualcosa di puntuale e specifico: la gioia. Perché la solitudine, che colora l’intera raccolta, non esita un istante: la gioia. Presa in contrapposizione magari, nel cloisonnisme che specifica i profili.

Ora che sono tornata
sono vuote le strade.
È finito anche il mercato
qui alla Crocetta.

Il lampione rovescia accanto,
appisola, poi passeggia
i muri fischiando.

Un tram è appena passato
e appesa ha lasciato la scritta “affittasi”.

Un tram la vedeva ogni sera.
chissà chi era ieri.

Quel tram che «è appena passato« è una possibilità. Ma non il ridondante e retorico «i treni passano una sola volta nella vita». La possibilità è esistenziale, è prima di tutto proprio la possibilità in sé, non un semplice percorso. La scrittura di Valentina Colonna è costellata di queste aperture, seppur sintetiche, di aria. Un’aria misurata, quella del respiro. E solo quella! Non c’è orpello che regga nel versificare: c’è una scelta attenta e cauta, fatta di immagini brevissime, che coinvolgono tutto ciò che è sufficiente (appunto l’aria per un respiro). Oltre quello lo spazio bianco, il punto a ricordare una certa “cadenza”. Mario Luzi diceva: «L’eccesso di parole significa scarsità di parole». Valentina Colonna sa prendere quest’insegnamento e sa farlo suo, lasciando aperto un non detto («[…] In fondo sai/ che i miei silenzi da sempre/ arieggiano tra le foglie armoniche/ per la nostra casa sollevata»). (altro…)

Luigia Rizzo Pagnin, Chi ti scolpì sapeva…

La partigiana (foto di Riccado De Cal)

Augusto Murer, Monumento alla partigiana, Venezia (foto di Riccardo De Cal)

Chi ti scolpì sapeva
la forma che può prendere
straziata
la materia di un bronzo.

Sapeva
come aggricciare nella figura
le pieghe e le piaghe
della tua resistenza.

Partigiana, portata poi
sulla riva dell’acqua
perché venisse la continua onda
a lambirti e
a rifarti viva.

Quale ragazza a Venezia sa
dove ora tu giaci?
Quale scuola le insegna
il tuo viatico?

Tu giaci eterna
nella città che fu
dei Sette Martiri

Eterna
e – forse – dimenticata.

© Luigia Rizzo Pagnin

Caregiver Whisper 22

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Premio letterario “L’albero di rose” – III edizione

 

III edizione del Premio Letterario
“L’albero di rose”

dedicato alla Festa del Maggio di Accettura

 

REGOLAMENTO

  • Il Premio è composto da tre sezioni:

Sezione I – Poesia inedita ispirata ai temi, alternativi tra loro, della Festa del Maggio, dei culti arborei e del rapporto tra l’uomo e l’albero.

È necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, preferibilmente per complessive 150 parole.

Sezione II “Leonardo Sinisgalli” – Poesia inedita ispirata ai temi di Sinisgalli antropologo: la poesia che scaturisce dall’urto con gli oggetti, simboli di culti primordiali; la mitologia domestica, la mitologia del luogo grezzo e sobrio. È nel luogo che meglio si leggono “le formule semplicissime che regolano il mondo”.

È necessario inviare da una a tre poesie inedite. Ciascuna delle poesie non deve superare i trenta versi, preferibilmente per complessive 150 parole.

Sezione III – Poesia edita; la silloge deve essere edita dal giorno 1° gennaio 2016 al 30 giugno 2018. (altro…)

Lucia Guidorizzi, Icelandia (inedito)

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(foto di Lucia Guidorizzi)

ICELANDIA

Ti devi rallegrare di questa conoscenza pesante raggiunta fra banchi di ghiaccio
                                                              Harry Martinson, Le erbe nella Thule

Da fuoco e gelo contrapposti
Scaturiscono contrastate armonie

Alla fine dell’aurora
Inizia una nuova notte
Tra lembi di luce sottile

“Quale occhio umano
potrebbe guardare attraverso
il suo velo intessuto di nero?”

Percorriamo vie luminose e buie
Per estreme regioni ulteriori
Ascoltando il sillabare dei venti

Profezie di sibille marine
Evocano velieri naufragati
Tra icebergs biancoazzurri

Neve e lava si contendono gelide rive
Mentre i fiori artici (non esistono)
Si aprono sulla terra nera e dura
Frangendosi in ghiacciati frammenti

Parola cianotica
Rotola nel giorno
E cade improvvisa
Come passero morto
Dal ramo

***

Prendendo in consegna la notte
Navigare per i fiordi interiori
Estendendo il dominio dei giorni
Fino all’ultimo estraneo confine
Dove si scontrano silenzio e cecità

Noi siamo un’isola
Avvolta da vapori
E tempeste di vento artico

Vulcani incrostati di ghiaccio
Emersi da acque di tenebra
Spettrali nella luce livida
Di crepuscolari mattini

Accerchiati dal gelo
Eruttiamo fiamme
Dai nostri abissi

Circondando ogni cosa
Che ci è prossima
Con un’aura mefitica
Di veleni e cenere

 

Qualora la potenza del gelo
Si miscelasse con questi fuochi sottili
Dovremmo enumerare altre notti
In cui solo fragore di cadute
Perimetri vertiginosamente le altezze

Naufraghiamo in livide onde silenziose
Dialogando continuamente col buio
Pronunciando parole notturne
Mentre la Luna sbilenca si avvicina
Fin quasi a toccare la Terra

Astri e strade ghiacciate
Topografie dimenticate
Ci conducono all’ultima Thule
Remoto luogo dove deponiamo
Ogni frastuono diventando
Custodi silenziosi della Notte

© Lucia Guidorizzi

 

Lorenzo Pompeo: La poesia Leningrado dopo il 1956

Josef Brodskij (la foto potrebbe essere sottoposta a copyright)

LA POESIA A LENINGRADO DOPO IL 1956

Nel 1956, anno del XX congresso del PCUS e della relazione “segreta” di Chruščëv sul culto della personalità di Stalin che aprì la stagione del disgelo, a Leningrado uno studente sedicenne, Josif Brodskij, smise di studiare, e cominciò a tirare a campare con diversi lavori: apprendista tornitore in una fabbrica, assistente presso un obitorio, fuochista e guardiano di un faro. Ebbe anche modo di partecipare a una spedizione geologica in Siberia e Jakuzia e di imparare perfettamente l’inglese e il polacco, lingue dalle quali aveva cominciato a tradurre. Aveva cominciato a scrivere versi e a leggerli in pubblico ed era entrato in contatto con gli ambienti dei letterati della sua città natale. Fu uno di essi, Evgenij Rejn, che nell’agosto del 1961 lo presentò ad Anna Achmatova nella sua dacia di Komarovo. Fu qui che Brodskij, nel 1962, conobbe Marina Basmanova, un’artista grafica di due anni più grande di lui, venuta alla dacia della poetessa per farle un ritratto, che divenne la sua musa (sue sono le misteriose iniziali “M. B.” che precedono molte poesie) e con la quale ebbe una tormentata relazione che terminò nel 1968, poco dopo la nascita di un figlio. A Komarovo lo stesso Brodskij, nell’inverno del 1961, prese in affitto una dacia. Qui scrisse Romanza di Natale, dedicata al suo amico Rejn.
Con questa poesia, datata al 28 dicembre del 1961, il ventunenne poeta inaugura una sua personale tradizione: «Da quando ho iniziato a scrivere versi seriamente – più o meno seriamente – ho cercato di comporre una poesia per ogni Natale, quasi fosse un augurio di compleanno»[1] dichiarò in un’intervista degli anni ’90. Romanza di Natale è una poesia chiaramente ambientata a Mosca (anche se sono presenti riferimenti occulti a San Pietroburgo), ispirata da un quadro, una Adorazione dei magi. Il senso di questa lirica è piuttosto oscuro, ma diventa comprensibile se calato nel contesto della sua epoca. In Unione Sovietica le festività religiose erano bandite e al Natale veniva preferito il Capodanno. La poesia recita «Verso/ il Nuovo anno, verso la domenica»[2] perché il 31 dicembre del 1961 cadeva di domenica. Ma anche qui si nasconde un doppio senso fin troppo evidente per un madrelingua; in russo, infatti, la domenica, “voskresen’e“, ha anche un altro significato: “resurrezione”. L’ultima strofa della poesie recita: «Nel mare cittadino il tuo Anno Nuovo/ nuota via nell’angoscia inesplicabile/ su un’onda cupo-azzurra,/ come la vita riprendesse, come/ fossero per venire luce e gloria,/ un giorno lieto, pane a volontà». La festività del capodanno, nel calendario ortodosso, precede il Natale, che cade tra il 6 e il 7 di gennaio. Quindi al Capodanno segue il Natale (per questo la poesia recita “Nel mare cittadino il tuo nuovo anno/ nuota via nell’angoscia inesplicabile”), che è la festa nella quale “come la vita riprendesse, come fossero per venire luce e gloria”, ma la festa laica non è niente altro che uno schermo dietro al quale si cela il Natale e la rigenerazione della vita, legata al senso più vero e profondo di questa festività.
Questa poesia, che circolò anche in diverse versioni musicate, è esemplare anche per quanto riguarda il rapporto del poeta con la sfera religiosa, che rappresenta un elemento importante del suo mondo poetico, a cui tuttavia fu estranea la fuga nel misticismo o in una qualsiasi forma di religiosità istituzionale o confessionale. (altro…)

Rita Pacilio, L’amore casomai

Rita Pacilio, L’amore casomai. Racconti, La Vita Felice 2018

L’amore casomai di Rita Pacilio possiede e restituisce, attraverso episodi, momenti fermati con chiarezza espressiva, oltre ogni ambiguità, questo andamento, che provo a rendere con tre versi: «E con i sensi/ cercare il senso/ in ogni tempo». È avida questa ricerca dell’amore, dell’agape e dell’eros, dell’unione e dell’appagamento; è ricerca non di rado disperata o disillusa con ferocia rapida o estenuante.
Una Sherazade che a sua volta, un tempo e nei tempi, ha esperito le “conseguenze dell’amore”, ne ha gustato i frutti favolosi, dolci e amari,  racconta e condensa in versi – come se  fosse una terapeuta dell’ascolto che ora, narrando riporta e ripropone – bagliori e balzi su incontri, fotografie di interni, andirivieni tra divano e finestra, tra letto e cucina.
Esplorare, frugare, penetrare sono verbi che si alternano, ora in un lieve tamburellare, ora in un furioso percuotere, ad altri verbi, come sfiorare, carezzare, alleviare: l’amore può manifestarsi come sete incolmabile, come richiamo combattuto tra il dispensare generosamente e il palesarsi narcisisticamente, come ardore operoso, come tenero abbandonarsi, dopo.
Eppure, nel volgersi dei tempi e delle stagioni – le ore, i mesi, le fasi lunari, i luoghi, gli spazi en plein air o gli anfratti angusti, segnano, nei titoli dei testi nei quali l’opera si scansiona, un ‘girotondo’ di occasioni e versioni – resta una tensione pressoché inesauribile, l’inarcamento del corpo, quasi di ogni sua cellula, di ogni suo centro percettivo, a ricordare che il singolo umano, con il proprio moto incessante almeno nel limitato spazio temporale che gli è concesso, cerca, con ardore, appunto, e con brama assediata, perfino corteggiata, dalla disperazione, il “moto proprio” dell’Amore, inteso, oltre le classificazioni tranquillizzanti,  come Uno-Tutto.

© Anna Maria Curci

Sera di novembre

Si era trovato a parlare di lei più volte, perché conosceva bene la storia. C’è qualcosa di inquieto e di morte in queste città silenziose e dimenticate. Lo aveva meditato negli anni Venti quando il suo volto era pallido e lungo. Le aveva visto cambiare l’umore in maniera repentina. Significava qualcosa.

Significava attraversare la notte da analfabeta?

Le aveva visto chinare il capo in segno di stanchezza o solitudine. Dietro il vetro. Del resto alla sua età poteva permettersi gli uomini giovani e quelli anziani. Lo aveva già fatto senza conoscere il peso della coscienza. Da sprovveduta.

Certo non manca niente alla parete
il cielo immenso, l’albero,
il calco, portato qui dal giorno
prima a malapena
tenuto elevato nella cornice.
L’amore sa qualcosa dei ritagli
la linea che apprende fili sottili
chiome sporgenti sul terrazzo
lei anziana
con i calzini e una maglia rosa
al chiodo il volto
mentre parlano dal divano di fronte. (altro…)

“Quel Carso felice”, antologia di Srečko Kosovel a c. di Michele Obit (intervista di Amalia Stulin)

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Quel Carso felice, quell’amara Europa

Nel novembre dello scorso anno, in libreria è apparsa un’interessante novità editoriale che rientra a pieno in quei territori letterari che ormai da più di un anno vengono esplorati qui nella rubrica «Ostri ritmi» (qui). Si tratta di un’antologia di liriche scelte dedicata al poeta sloveno Srečko Kosovel, proposta dall’editrice triestina Transalpina, interessante realtà nata da un’iniziale esperienza libraria, che ad oggi può vantare più di quindici anni di pubblicazioni. Il catalogo è specializzato in testi riguardanti il territorio locale, con una spiccata attenzione per l’escursionismo e le attività naturalistiche, senza però dimenticare la letteratura che celebra quel territorio: Quel Carso felice, l’opera di cui parleremo, si inserisce infatti nella collana «L’elleboro verde», ancora agli inizi, accanto al classico di Scipio Slataper Il mio Carso.
Le poesie di Srečko Kosovel non sono inedite in Italia, per quanto la loro diffusione sembri limitarsi essenzialmente alla regione transfrontaliera. L’aspetto di maggiore interesse non è quindi la novità nel panorama italiano, quanto la scelta di affidare traduzione e cura del volume a Michele (o Miha) Obit, traduttore di lunga data e poeta lui stesso, che «Poetarum Silva» ha già avuto modo di incrociare diverse volte (qui). L’opera si presenta come una raccolta di poesie con testo a fronte (scelta doverosa), purtroppo priva di un apparato critico di note che vada a contestualizzare in maniera puntuale le considerazioni fatte nell’introduzione, scelta forse dovuta al taglio maggiormente divulgativo che si è voluto dare al libro.
Per poter presentare da un punto di vista privilegiato i contenuti di quest’opera, ho chiesto allo stesso Obit di integrare con i suoi pensieri le mie riflessioni, rispondendo a qualche domanda sul suo lavoro di scelta dei testi e su altre questioni che riguardano lo spirito con cui nasce questo libro. La proposta è stata accolta con grande cortesia e disponibilità e ha portato a questo scambio, forse breve ma ricchissimo di spunti che speriamo spingano altri lettori alla scoperta di un autore fortemente attuale, che ha vissuto in una terra e in un’epoca cruciali per lo sviluppo di un capitolo fondante la Storia d’Europa.

© Amalia Stulin

Già il titolo di questa antologia pone subito l’accento su due punti. Il primo è certamente che il Carso, con la sua natura, sarà il centro di gravità di questa raccolta. Per questa ragione avete scelto di non includere i testi maggiormente spinti verso la sperimentazione, in cui al territorio, se c’è, non ci si riferisce mai direttamente. Un componimento come Notturno [Nokturno] ha però molto del «poeta “elettrico”», come tu lo chiami, degli Integrali. Come si concilia la violenza che si percepisce in quei versi coi lunghi silenzi e i rumori distanti protagonisti delle altre liriche?

Il titolo è un gioco di parole poiché richiama il nome Srečko, che in italiano sarebbe Felice. È un’idea della casa editrice Transalpina di Trieste, che ha voluto dare seguito ad una sua precedente pubblicazione, una riedizione de ‘Il mio Carso’ di Scipio Slataper. Raccontare con un breve intervento introduttivo e i suoi stessi versi il Carso di Kosovel significa soffermarsi sul suo primo periodo, quello impressionista, che dal punto di vista poetico è legato ad uno stile abbastanza classico (ma teniamo conto che Kosovel quando scriveva questi versi aveva meno di 20 anni), anche se iniziano a notarsi degli accenni del poeta costruttivista. Riguardo la poesia che hai citato, Kosovel conosceva le composizioni per pianoforte di Beethoven perché le suonava la sorella Karmela, in esse percepiva la necessità di un risveglio, come quello del suo popolo da un sogno passivo, ma chi voleva battersi per degli obiettivi morali assieme a lui doveva rinascere un’altra volta dentro di sé. Sono i primi segnali della nuova fase di Kosovel, dove il Carso scompare lasciando spazio al riconoscimento, con una visione profetica, dell’agonia dell’Europa.

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Il secondo punto riguarda l’aggettivo. È davvero un “Carso felice”? La domanda può sembrare superficiale, ma riguarda il rapporto personale tra l’autore e il paesaggio che canta. Penso a un’opera paradigmatica proveniente dalla letteratura americana, come può esserlo Paterson di William Carlos Williams. Autore e paesaggio si compenetrano e non è più chiaro dove finisca l’uno e dove inizi l’altro. Per William Carlos Williams esiste un “uomo-città” (o una “città-uomo”, se si vuole); per Kosovel esiste un “uomo-Carso”? E questo uomo, è un uomo felice?

Se fosse felice non lo so. Probabilmente se limitiamo la pur breve vita di Kosovel al suo rapporto con il Carso, potrei rispondere di sì. Era il luogo dell’infinito ritorno, come l’ho chiamato provando a dargli una definizione, era il luogo della nostalgia quando si trovava a Lubiana, era il paese, la sua famiglia, i pini, la bora, con un’altra possibile definizione il suo microcosmo. Ed era anche il luogo delle belle parole, belle perché semplici (Preproste besede, Semplici parole), da contrapporre a quelle dure e spesso vane di chi vive e scrive da una città. Ciò che poteva rendere infelice Kosovel era il ‘contorno’ sociale e politico di quel tempo: una guerra mondiale appena conclusa, una seconda che si stava già profilando, la creazione di un confine che divideva Lubiana dal Carso e quindi lui, studente in città, dalla sua famiglia, i primi già tragici episodi di violenza fascista a Trieste. Tutto questo ovviamente non poteva non scuotere un animo come il suo.

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A proposito di Quel Carso felice, non ho potuto evitare di pensare a un’altra operazione per certi versi simile, condotta da un grande autore contemporaneo. ʿAbbās Kiārostami, maestro del cinema (e non solo) iraniano scomparso da poco, ha ricevuto aspre critiche quando ha pubblicato una raccolta di haiku i cui versi altro non sono che gli emistichi smembrati del Canzoniere del poeta Ḥāfeẓ, figura sacra nella letteratura persiana. Un po’ come se in Italia qualcuno rimescolasse le terzine dantesche. Nel nostro libro l’integrità dei componimenti viene rigorosamente rispettata e non ci troviamo certo di fronte a un vero caso di appropriation art, ma mi chiedevo se anche tu avessi sentito il “peso” del materiale su cui stavi lavorando, un qualche tipo di senso di responsabilità nei confronti di un autore tutt’altro che secondario come Kosovel.
Hai ricevuto qualche feedback da parte della critica (penso soprattutto a quella slovena e transfrontaliera di ambito triestino) a questo proposito?

Ho riflettuto non poco prima di accettare l’invito della casa editrice, credo per il rispetto che provo verso la Parola, uso l’iniziale maiuscola non a caso. Ho incontrato Kosovel tantissimi anni fa traducendo alcune sue poesie infantili, ma ero inesperto, alle prime armi. In realtà il primo incontro vero e proprio è avvenuto quando sono andato a visitare per la prima volta, sempre molti anni fa, la casa dove ha vissuto i suoi ultimi anni e la sua tomba, a Tomaj. Non so se vale per tutti, ma per me conoscere i luoghi di Kosovel è stata una sorta di epifania, di rivelazione. Ci ritrovi ancora oggi i paesaggi descritti da lui, e riesci ad immaginarlo, in quale modo è ancora lì. Puoi capire come questo aiuta molto, poi, nel lavoro di traduzione.
Riguardo la critica, il libro nel Triestino, anche non sloveno, è stato ben accolto. Quando ha comparato le traduzioni con altre meno recenti, dicendo che la differenza si nota, forse non intendeva in negativo.

(altro…)

I poeti della domenica #254: Cees Nooteboom, Pomeriggio

Pomeriggio 

A volte non ci vuole poi molto.
Un pomeriggio di ore levigate
che non si adattano l’una all’altra,
e lui spezzato da se stesso,
seduto su diverse sedie
e dappertutto un’anima o un corpo.

In una parte della stanza è notte
da un’altra parte passato, vacanza e guerra.
Sul soffitto il mare sfiora la luminosa spiaggia,
e non c’è mano a guidare tutto questo,
né maestro di stalla né computer
solo lo stesso stesso, lui,
qualcuno, lo smembrato,
l’uomo non unificato,
in dialogo con se stesso, sognando e pensando,
presente, invisibile.

Uno che se ne sarebbe poi andato a mangiare e a dormire.
Uno con un orologio e le scarpe.
Uno che se n’è andato.
Uno che avrebbe dovuto andarsene.

Uno che è rimasto ancora un po’.

Cees Nooteboom, da Luce ovunque. 2012-1964. Traduzione di Fulvio Ferrari, Einaudi, Torino 2016, p. 169

Middag

Soms niet zoveel nodig.
Een middag van gepolijste uren
die niet bijg elkaar passen,
en hijzelf door zichzelf verbroken,
zittend in verschillende stoelen
met overal wel een ziel of een lichaam.

In een deel van de kamer is het nacht.
Ergens anders verleden, vakantie en oorlog.
Op het plafond raakt de zee aan het lichtende strand,
en geen hand die dit alles bestuurt,
geen stalmeester, geen computer,
alleen maar dezelfde de zelfde, hij,
iemand, de uit elkaargenomen,
niet verenigde man,
in gesprek met zichzelf, dromend en denkend,
aanwezig, onzichtbaar.

Iemand die later zou gaan eten en slapen.
Iemand met een horloge en schoenen.
Iemand die wegging.
Iemand die weg zou gaan.

Iemand die nog wat bleef.

Cees Nooteboom, da Open als een schelp, dicht als een steen (Aperto come un guscio, chiuso come una pietra), 1978

I poeti della domenica #253: Fernando Pessoa, Di nuovo ti rivedo

… Di nuovo ti rivedo,
città della mia infanzia spaventosamente perduta…
Città triste e allegra, eccomi tornato a sognare!
Io? Ma sono lo stesso che qui è vissuto, che qui è tornato,
e che qui è tornato a tornare, e a ritornare,
e di nuovo a ritornare?
O siamo, tutti gli Io che qui sono stato o sono stati,
una serie di grani-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me di qualcuno fuori di me?

Una volta ancora ti rivedo,
col cuore più lontano e l’anima meno mia.

Una volta ancora ti rivedo –  Lisbona e Tago, e tutto -,
viandante inutile di te e di me,
straniero qui come dappertutto,
casuale nella vita come nell’animo,
fantasma errante in sale di ricordi,
al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano
nel castello maledetto del dover vivere…

Fernando Pessoa, da Poesie di Álvaro de Campos
(traduzione di Antonio Tabucchi)

Questi versi sono riportati in esergo da Ermanno Rea nel suo romanzo Napoli Ferrovia.

Outra vez te revejo,
Cidade da minha infância pavorosamente perdida…
Cidade triste e alegre, outra vez sonho aqui…
Eu? Mas sou eu o mesmo que aqui vivi, e aqui voltei,
E aqui tornei a voltar, e a voltar.
E aqui de novo tornei a voltar?
Ou somos todos os Eu que estive aqui ou estiveram,
Uma série de contas-entes ligados por um fio-memória,
Uma série de sonhos de mim de alguém de fora de mim?

Outra vez te revejo,
Com o coração mais longínquo, a alma menos minha.

Outra vez te revejo – Lisboa e Tejo e tudo -,
Transeunte inútil de ti e de mim,
Estrangeiro aqui como em toda a parte,
Casual na vida como na alma,
Fantasma a errar em salas de recordações,
Ao ruído dos ratos e das tábuas que rangem
No castelo maldito de ter que viver.