Velocità della visione: Convegno sulla poesia italiana delle ultime generazioni

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Convegno sulla poesia italiana delle ultime generazioni

Velocità della visione

Laboratorio Formentini per l’editoria – via Formentini 10 Milano

Venerdì 6 Maggio 2016 alle ore 17.30 – Sabato 7 Maggio 2016 alle ore 11

I curatori dell’iniziativa avvertono il bisogno di fare chiarezza su alcune questioni relative alla poesia delle nuove generazioni. Per promuovere un confronto diretto tra giovani poeti, si è deciso di proporre due giornate di studio intitolate Velocità della visione.

Impegnati a riflettere sul valore e sull’importanza della scrittura come percorso collettivo fatto di tradizione e ricerca, gli autori invitati saranno chiamati a esporre i loro principi di poetica e a verificarne la validità attraverso la lettura dei loro testi. Gli autori, selezionati per mostrare la qualità nella pur variegata differenza, provengono da importanti antologie e hanno all’attivo libri che testimoniano la buona salute della poesia italiana.

Il progetto Laboratorio Formentini per l’editoria è stato sostenuto da Fondazione Cariplo, che con la sua azione filantropica, ha consentito dall’inizio della sua attività nel 1991 la realizzazione di oltre 30 mila progetti di organizzazioni non profit, con un impegno di oltre 2 miliardi e 800 milioni di euro. E’ la principale organizzazione filantropica in Italia, con oltre 1000 progetti realizzati ogni anno.

Con questa iniziativa Fondazione Cariplo ricorda la figura di Pier Mario Vello, Segretario Generale scomparso prematuramente nel 2014. Pier Mario è stato un uomo che ha portato in tutto il mondo la semplicità, il pragmatismo e la saggezza, lavorando con le persone nelle multinazionali fino alle più grandi istituzioni filantropiche nel mondo. Manager e poeta, apparentemente due impegni distanti, ha unito l’operatività ad una capacità di visione  del futuro che oggi è la sua eredità morale, racchiusa nelle pagine dei saggi scritti in questi anni.

Autori invitati: Fabrizio Bernini, Maria Borio, Igor De Marchi, Andrea Ponso, Matteo Marchesini, Luca Minola, Piero Simon Ostan, Alessandro Pancotti, Gilda Policastro, Italo Testa, Francesco Maria Tipaldi

Interventi critici: Alberto Bertoni (Università di Bologna), Maurizio Cucchi, Giuliana Nuvoli (Università degli Studi di Milano), Mario Santagostini.

 

Curatori:

 

Alberto Pellegatta è nato a Milano nel 1978, ha pubblicato Mattinata larga (Lietocolle 2001) e L’ombra della salute (Mondadori 2011). Nel 2005 ha vinto la prima edizione del premio Cetonaverde. Collabora come critico con quotidiani e riviste, dirige la collana «Poesia di ricerca».

 

Marco Corsi (Arezzo 1985), già ricercatore all’Università di Firenze, si occupa di editoria. Ha pubblicato su diverse riviste e la sua ultima raccolta, Da un uomo a un altro uomo, è uscita in Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno (Marcos y Marcos 2015). Ha vinto il premio Cetonaverde 2015.

Altri dischi #4: Tortoise, Millions now living will never die

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Millions Now Living Will Never Die
Thrill Jockey, 1996

di Ciro Bertini

*

Difficile non lasciarsi conquistare da una band che ha scelto come nome di battesimo quello di uno tra gli animali più buffi del Creato, simbolo universale della lentezza, che piazza in copertina un banco di aringhe, che eleva il vibrafono, oggetto piuttosto inconsueto per un complesso rock, al livello della chitarra e i cui componenti amano scambiarsi di continuo gli strumenti come fossero giocattoli. C’è molto più di questo, ovviamente. Se un ascolto superficiale può cogliere soltanto il lato più “simpatico” ed estroso della band di Chicago, la musica racchiusa in Millions Now Living Will Never Die è in realtà il risultato di un meticoloso lavoro di ricerca sul suono e una sperimentazione infaticabile sui generi, un cervellotico processo di decostruzione e ricostruzione della forma canzone (ammesso che di “canzone” si possa parlare, trattandosi di un complesso di musica strumentale). L’impianto è sostanzialmente quello di un disco prog: una lunghissima suite in apertura e un insieme di brani a completamento, anche se nel corso di queste sei tracce si ascolta proprio di tutto, dal blues alla psichedelia, dal dub all’avanguardia, dall’elettronica alle colonne sonore, dal krautrock al minimalismo. Esiste comunque un baricentro, un denominatore comune in quest’oceano di suoni, stili, esperimenti e maestria musicale, e si chiama ritmo. Per quanto testardamente refrattari a seguire una direzione comune, quasi a voler dichiarare con orgoglio la propria indipendenza, questi sei componimenti non prescindono mai da quella matrice comune che li accompagna fedelmente lungo il cammino, dettando le (poche) regole di condotta. Un fatto in realtà neanche troppo singolare se si pensa che complessivamente, scambi di strumentazione a parte, la formazione che ha registrato l’album comprende ben tre percussionisti. Dai cambi repentini di Glass Museum e The Taut and Tame alle pulsazioni regolari di A Survey e Dear Grandma and Grandpa fino all’incedere sofferto di Along The Banks of RIvers. Non importa come o con che cosa, che si tratti di una batteria o di una chitarra, di un basso o una tastiera, di un vibrafono o di qualche diavoleria elettronica: è il ritmo, preciso e glaciale, a rappresentare l’essenza del suono Tortoise, elevandosi talvolta esso stesso a melodia, creando dense nebulose dietro le quali giungono qua e là echi di una musicalità dimenticata. Un procedimento che può forse ricordare i Talking Heads, anche se i principali ispiratori di questo capolavoro sono senza dubbio i teutonici Neu! e i ventun minuti dell’iniziale Djed sono lì a ribadirlo.
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Pedro Lemebel, Parlami d’amore

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Pedro Lemebel, Parlami d’amore, Marcos y Marcos, 2016 (trad. it. di Matteo Lefèvre); € 12,00

di Martina Mantovan

*

Parlare di Pedro Lemebel significa parlare d’amore.
Significa innamorarsi di lui, della sua storia, del suo sguardo diretto e tagliente, della musica della sua voce e di quella di tutti gli altri di cui fu cantore. Perché Pedro Lemebel non era solo uno scrittore forte e delicato: era una fata, una donna in divenire, una farfalla. E come farfalla, come mariposa, ha vissuto tutta la vita in metamorfosi, lottando e credendo fermamente nella possibilità di una rivoluzione sociale, combattendo quotidianamente contro il buio vorace del Cile degli anni Settanta e contro l’odio omofobo e cieco della società passata e odierna.
Lemebel sapeva trasformare la realtà: possedeva quel dono raro e prodigioso della capacità di mutare la paglia in oro, l’abiezione in dignità, l’insulto in poesia. È colui che da maricón si trasforma in mariposa, che dispiega le ali e fa della propria entelecheia un atto d’amore e di lotta.
Parlami d’amore è una raccolta di cronache, di narrazioni vibranti di vita: “parlami d’amore” non è solo un’esortazione a cui si viene invitati, ma l’intento profondo e viscerale di narrare la vita e l’amore, di raccontarli nella loro fusione nonostante tutto il resto. Quando Lemebel parla d’amore racconta dell’adrenalina della militanza sotto il regime, delle lacrime ecologiche che si versano a Helsinki, dell’eterna indifferenza delle rovine di Pachacamac, del tocco estraneo e vellutato del prelato, dei maremoti emotivi e fisici. Ogni cronaca brilla nella sua unicità; in ogni cronaca emerge la bellezza insita nelle cose che pochi riescono a osservare e descrivere.

Non passarono nemmeno quindici minuti che arrivò lo tsunami a ricoprire come una macchia d’olio la metà del paese con la sua melassa densa di legni e sciagura. E poi si ripiegò con la forza di una bocca gigantesca che inghiottiva tutto quello che incontrava sotto una luna sanguinosa che tingeva di rosso la catastrofe.

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I poeti della domenica #68: Sandro Sardella, L’officina di Vacchi

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L’OFFICINA DI VACCHI

 

In giorni di metalli e ceneri
di pietra le mani
di noia gli occhi

nella bassa marea al margine delle città
fiati mescolati
voci senza faccia

Greta Garbo rosa nuda di spine
in silenziosa curva di collina senese

spugne di musica sull’acqua

intorno è saccheggio
è melma
è troppo umano

la pittura respira: un muro
che odora di pergamena

 

© Sandro Sardella, Fiori di Carta, Varese, abrigliasciolta, 2010

I poeti della domenica #67: Luigi di Ruscio, Sono senza lavoro da anni

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SONO SENZA LAVORO DA ANNI

Non possiamo abituarci a morire, Schwarz Editore, Milano 1953. Copia di Luigi Di Ruscio.Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
Gioco la Sisal e ragiono sulla famosa catena
ma oramai ben poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro
e oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma l’hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta pieno d’entusiasmo
dormivo d’un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per non farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un lieve sonno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza avere una sposa e un figlio
solo questo vorrei
questo sogno da pazzi.

© Luigi di Ruscio, Non Possiamo abituarci a morire, Milano, Schwartz Editore, 1953

La foto: Luigi di Ruscio con il figlio a Oslo negli anni 60 (immagine presa dalla copertina di La Neve nera di Oslo di Luigi di Ruscio, ed. Ediesse, 2010).

proSabato: Aldo Palazzeschi, Giulietta e Romeo

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Giulietta e Romeo

La contemplazione del cielo adriatico mi fa pensare ai quadri di De Pisis. Nessun pittore ha sentito quanto lui il cielo, anche negli antichi spesso ti accorgi che il cielo rappresentò l’ultima preoccupazione dell’artista, l’ultima mano, una formalità dell’ultimo momento, quando non divenne una facile espressione retorica. In un quadro di De Pisis non di rado è protagonista il cielo con le sue nubi che il pittore ha scoperto e osservato sulla Laguna di Venezia, fra il bacino di San Marco e il mare del Lido: nubi vaganti, inseguibili, che si svuotano e si addensano, si accavallano e s’investono, s’alzano e si abbassano fino a toccare l’acqua e la terra come i tendaggi del palcoscenico; che assumono ogni forma per un gioco di prestigio in una varietà sbalorditiva che assume il più delle volte aspetto minaccioso, drammatico: fra le quali giostrano coi colori del prisma il sole e l’azzurro, rumoreggia il tuono. De Pisis ha saputo cogliere l’inquietudine di questo cielo.
Ma oggi, eccezionalmente il cielo del Lido è senza nuvole: neppure un frammento neppure uno straccio, né un fiocco né un filo, l’azzurro è così limpido e leggero che tu rimanendo disteso sulla spiaggia ti senti piacevolmente attratto fino a chiudere gli occhi per un senso di smarrimento dolcissimo. Il mare è composto da strisce di seta che dal turchese attraverso zone verdi giungono al blu fra luci argentine. Appena delle spumette languide sull’orlo dove l’acqua lambisce l’arenile. Due o tre vele bianche, lontano, fanno pensare a un idillio tirrenico, ma qui l’aria è pungente anche nella calma perfetta di un meriggio estivo.

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Alessandro Pedretta: Dio del cemento (alcune poesie)

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Alessandro Pedretta, Dio del cemento, Mora editrice, 2015

*

VENTUNO OTTOBRE

Se misurassi i passi
con le mie intenzioni
sarei un gigante
fragilissimo.

 

*
ABISSI

L’umano mio pensare
si fa sfregiato ed inerte
nella bolgia dei respiri soffocati
tra la cancrena di questo fango abitato
E più mi sollazzo solo con la mia testa
più m’accorgo che il mondo mio interno
è fantastica speranza
e abisso incontrollato.

 

*

LA VITA IN UN VECCHIO MACELLO

Voglio vivere in un vecchio macello
con le grida delle bestie incubate nei muri
strisciare i polpastrelli sulle pareti macchiate
percepire il dolore di una volta
per crearmi una corazza adesso.
Voglio costruire case già crollate
percorrere ponti inclinati
marcire nel mio stesso pensiero
che s’affina con la costanza
della propria titubanza.
Voglio perire in una fogna
assaggiare gli scorpioni
credere che la vita è una promessa
giocarmi l’opposto della moneta
capire la creazione distruttrice
di una cometa.
E poi
voglio che nessuno mi segua
pedinare un chimico solleone
mi sento sciocco
se qualcuno
mi dà ragione.

 

*

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Gli undici addii #7: Vacanze di Natale

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Giulio era morto di stanchezza, tanto per incominciare, e su questo punto non c’era dubbio possibile. Il primo ciclo di mesi fino alle vacanze era stato massacrante, ma percorreva lo stesso il marciapiede a passo svelto, cercando di anticipare la campanella del mattino, perché sapeva cosa poteva accadere se la sua terza G rimaneva scoperta più di cinque minuti: l’ultimo consiglio di classe gli aveva schiarito le idee riguardo alla fatica che avrebbe durato per far ammettere tutti i suoi giovani scimuniti agli esami. E poi era il giorno prima delle vacanze di Natale, bisognava trovare il tempo e il modo per ingollare pandori e bere Coca Cola, perché tanto per cambiare le sue colleghe avevano negato la disponibilità a concedere un pezzetto delle loro ore per festeggiare l’arrivo delle feste e l’arrivederci a Gennaio.
Così quasi incespicò quando vide Amelia spuntare dalla strada e fiondarsi verso il cancello come un proiettile, senza un momento di esitazione. Prima che potesse pensare a qualcosa, la mano di un ragazzo biondo si poggiò bruscamente sulla spalla di lei e la trattenne. Era lo stesso che aveva scorto settimane prima, davanti scuola, accanto alla Smart blu, e sembrava fuori di sé. Giulio si fermò a distanza per osservarli. (altro…)

CIÒ CHE DISSE IL LEGNO: TWIN PEAKS ATTRAVERSO I MONOLOGHI DELLA SIGNORA CEPPO #4

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio tre: Riposa nel dolore]

There is a sadness in this world, for we are ignorant of many things. Yes, we are ignorant of many beautiful things…things like the truth. So sadness, in our ignorance, is very real. The tears are real. What is this thing called a tear? There are even tiny ducts, tear ducts, to produce these tears should the sadness occur. Then the day when the sadness comes…then we ask. Will this sadness which makes me cry…will this sadness that makes my heart cry out, will it ever end? The answer, of course, is yes. One day the sadness will end.

C’è una sorta di tristezza in questo mondo, perché ignoriamo molte cose. Sì, ignoriamo molte cose belle…cose come la verità. Così la tristezza, nella nostra ignoranza, è molto reale. Le lacrime sono reali. Ma cosa intendiamo per lacrime? Ci sono persino condotti sottili, condotti lacrimali, per produrre queste lacrime quando sopraggiunge la tristezza. Allora il giorno in cui la tristezza arriva… quel giorno ci domandiamo. Questa tristezza che mi fa piangere…questa tristezza che fa urlare il cuore, finirà mai? La risposta ovviamente è sì. Un giorno la tristezza finirà. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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 Questo monologo è fondato su un assurdo logico e sentimentale: il nostro mondo è avvolto nella tristezza, ma la tristezza finirebbe se scoprissimo cose belle come la verità. Non è una strana dichiarazione per una storia in cui la verità che si cerca è quella di un omicidio? Cosa può mai avere di bello? Come non sembra esserci nulla di bello nella vita misteriosa e torbida di Laura Palmer, che a quanto risulterà dall’autopsia faceva anche uso di cocaina. In questo episodio si svolge il funerale della ragazza, e il suo turbolento fidanzato Bobby Briggs accusa la comunità di Twin Peaks di non averla mai aiutata, pur conoscendo i suoi problemi. Il padre di Laura, Leland Palmer, si getta sopra la bara al momento della sepoltura, la macchina s’inceppa sotto il suo peso e comincia ad andare su e giù: è una scena grottesca, ridicola nella sua esagerazione, ma non per questo meno angosciante (mentre Leland affonda e risale, si vedono la terra e le radici). Eppure anche le lacrime di un padre, come quelle di tutti, nascono da tiny ducts, da piccoli condotti chiamati appunto lacrimali. Ridurre il pianto alla sua essenza fisiologica è naturalmente un modo per svilirlo, per togliere importanza al dolore. Si arriva così a un finale paradossale nel suo ottimismo: la tristezza finirà, of course, senza dubbio. Siamo in piena negazione freudiana, si esagera per nascondere anche a se stessi la paura che questa tristezza, al contrario, will never end.
 .
@Andrea Accardi
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Cesare Viviani, Osare dire

Cesare Viviani, Osare dire (Einaudii)

Cesare Viviani, Osare dire, Einaudi, 2016. € 11,00, ebook € 6,99

di Mario De Santis

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Avevamo letto nel 2012 Infinita fine di Cesare Viviani, seguendolo nell’ulteriore tappa del suo lungo cammino di poesia, portare alle estreme conseguenze gli esiti e il senso di quarant’anni di ricerca. Ma se dagli anni Settanta agli anni Novanta questa medesima ricerca era ancora dentro il Novecento, seppure dopo la lirica, negli ultimi vent’anni Viviani ha iniziato un lungo esercizio di “uscita dalla recita”, come aveva già scritto nel libro del 1981, L’amore delle parti. Il libro del 1993, L’opera lasciata sola, fu il punto di svolta che arriva, con diverse trasformazioni, al libro del 2012. Già da allora Viviani affrontava i temi che gli sono cari, il rapporto tra vivente, la natura, e un soggetto che si confronta con ciò che sa per interpretarla, il divino, mondato da tutte le false presenze, così come il teatro delle forme della vita comune, dei saperi e dei linguaggi, compresi quelli della poesia e da cui emergeva anche un sentimento di pietas verso l’umano. Iniziava allora anche un progressivo abbandono del territorio della lirica, quasi radicalmente ponendosi sul confine di riconoscibilità (e di grande originalità) della poesia tutta, anche la più sperimentale e antilirica. Percorso estremo per ribadire che ogni forma d’espressione e interpretazione è ingannevole spettacolo. Da anni Viviani affronta una riflessione profonda che nasce dalla filosofia, dalla psicoanalisi, dalla meditazione in senso più ampio, e da un’intima indagine del rapporto con il mondo e con il divino, il silenzio di quest’ultimo nella storia. Se il Novecento ha scardinato certezze, e tolto fondamenta al Soggetto, al Vero, neppure la rappresentazione in arte di questo terremoto, della crisi, della nevrosi, dell’assenza, niente ha senso, né l’idea di un’Espressione o di una Creazione. È qui che Infinita fine – come il precedente Credere all’invisibile – prendeva su di sé questa riflessione praticandola, coerentemente, ovvero portando la poesia a un livello di rottura unico nel panorama italiano. La scelta allora degli attuali brevi testi affermativi – ma con un richiamo ad una sua lunga consuetudine di scrittore per aforismi – senza orpelli stilistici era quella annunciata proprio in alcuni versi de L’opera lasciata sola: «il racconto in prima persona/ con i virtuosismi/ è una spirale che ad ogni giro si restringe.» Ecco, al giro più stretto ora sono l’apoditticità, la sentenza e l’aforisma, il taglio liminale dell’epigrafe dei testi di Infinita fine: portata a un ground zero dell’espressione, per privarla di inganno e per assimilarla alla matericità del mondo, la parola, qualsiasi essa sia, poetica o della terapia analitica o della scienza, dei saperi umanistici, poteva avere ancora un qualche credito, è inevitabile per la natura umana, ma a patto sempre di svelarne il vuoto di sé e del tutto e puntare ad esso, al coraggio di confrontarsi con il silenzio dell’universo: scriveva in un verso che la «fede nella parola salva», ma, subito dopo aggiungeva con ironia, solo «la parola ‘paradiso’ salva», il resto non è nel dire. La parola, la sua bellezza ingannatrice, è al massimo “rimedio istantaneo agli insulti del tempo”. Dunque se il resto non è nel dire, perché continuare ancora? Il livello di riflessione attraverso il paradosso di una pratica antipoetica della lingua, della sintassi, della frase e della Dichtung nel suo complesso era così estremo che sembra davvero sul punto di un abbandono del fare poesia, all’ammutolimento di quella materia-natura chiamata sempre a unica appartenenza,  un consegnarsi, come scrive in Infinita fine, «senza corpo, senza volto, senza espressione» a un «oceano ondeggiante/ senza fine» dove tutto c’era tranne che ancora un opera del dire, un’opera dell’arte.
È quindi sorprendente, quasi uno scarto ulteriore, ma di lato, l’apparizione del libro del 2016, che già nel titolo riprende direttamente la questione e riporta anche evocazioni di una preghiera della parola e del nome: Osare dire. (altro…)

I me medesimi n. 25: Antonio Cerantola

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Si presenta elegante, per uno che dorme al parco Sempione. Con quel maglioncino da donna nero indossato al rovescio sul petto nudo. Oggi dev’essere passato da qualche bagno perché è tutto bello pettinato e sbarbato. Non lo vedi arrivare perché non è uno di quelli che si trascinano da un cestino a un altro. No, lui va in giro senza borse, con il suo maglioncino da donna al contrario. Una camminata piratesca, da vascello.

Ti arriva davanti e ti dice: guardi che io non ho mica fame sa? Cosa gli vuoi rispondere a uno così? Ha forse sete? gli chiedi. Ti sorride come uno che ha trovato finalmente qualcuno con cui intendersi. Se ha gentilmente un euro mi prendo un bicchiere di vino, e indica il baracchino lì a tre metri. Tu sei seduto ad aspettare che ti facciano il panino, lo guardi e non ti passa neanche per l’anticamera di fare la solita sceneggiata del no no no.

Non ti vuol vendere niente, non ti chiede neanche l’elemosina. A lui, che ti arriva lì davanti, con la sete dei santi bevitori, e te lo dice pure, voglio dire: un bicchiere di vino glielo offri senza fiatare. Sull’unghia. L’euro scivola, animato di vita propria, dalla tua tasca alla sua mano. È un compare che cerca compari. Non gli vuoi essere compare? La stagione è bella e lui s’è fatto il bagno. Stare all’aperto a bersi un bicchiere. C’è di meglio?

Grazie, dice lui. Poi si fanno due parole di cortesia e lui si scusa ma adesso andrebbe a prendersi il suo bicchiere. Va verso il baracchino. Ma torno, assicura. Poi aggiunge: se posso. Ma certo, gli dici, la aspetto. Hai visto che era un compare? Solo i pirati camminano così. Ci si dà del lei certo: siamo gentiluomini, anche se di fortuna. Lei aspetta il panino? Ti grida. Gli fai sì con la testa. Aspetti che vedo a che punto siamo.

Poi torna con il bicchiere. Mi scusi, continua a dire. Prego, gli rispondi sempre. Tutti e due tic. Oggi sembra in forma. Bella giornata, continua a dire e si scusa se si ripete. Ha un accento milanese forte radicato nel naso, con le parole che sgocciolano agli angoli della bocca, in fondo alle mandibole. Ha sessantatre anni e da dieci dorme al parco Sempione, se piove: al Teatro Strehler. Conosco tutti gli attori e i registi, quando escono all’una alle due, io sono lì.

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Una frase lunga un libro #55: Deborah Gambetta, L’argine

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Una frase lunga un libro #55: Deborah Gambetta, L’argine, Melville, 2016. € 16,50

*

Le persone non lo sai quello che ti possono combinare. Le persone tu credi di conoscerle e invece la cosa più misteriosa al mondo, sono proprio le persone. La vita che sta dentro la testa delle persone è diversa da quella che sta fuori. Tu fai una vita e dentro la tua testa il film è un altro. Fa le scintille la vita dentro la tua testa, manda bagliori spaventosi.

 

 

Questo romanzo comincia dal finale, anzi comincia da un epilogo, perché un finale vero e proprio non c’è mai, il finale è soltanto per chi muore. Chi resta vivo muore continuamente, invece, e continuerà a morire anche dopo che avremo smesso di leggere. Chi muore dalla prima all’ultima pagina e forse dopo è Sandro, il protagonista. Deborah Gambetta ci dice subito cosa è accaduto, con un incipit splendido: Sandro uccide i genitori di sua moglie, sua moglie e – infine – Matteo, il figlio di tredici anni. Lo troveranno la mattina dopo gli omicidi, quasi congelato (siamo in pieno dicembre), scalzo e in camicia: «Camminava sull’argine di un torrente, il Sillaro. Aveva camminato tutta la notte. Tutta la notte fino all’alba. Quasi venticinque chilometri attraverso i campi». Cosa succede a un certo punto alle persone? Mi pare questa la domanda da cui partire per provare a raccontare questo romanzo bello e non facilmente catalogabile. (Non ho controllato nelle librerie, ma non mi stupirei se lo piazzassero tra i gialli, semplificare va per la maggiore. Se esistesse un reparto “Disagio” lo metterei lì, ma non esiste, questa è narrativa allo stato puro, punto). Alle persone e quindi a Sandro succedono molte cose, alcune grandi, altre piccole, ma tutte si accumulano, si stratificano, segnano, formano, mutano. Ogni fatto accaduto a Sandro è quasi sempre figlio di una rinuncia, di quello che lui vede come accettazione, ma non passiva, delle cose. Sandro vede nell’assecondare gli altri l’unica maniera di essere lasciato in pace. Eppure asseconda e accumula. Rinuncerà agli studi di veterinaria quando quella che diventerà sua moglie resterà incinta, farà il muratore per molti anni nella ditta del suocero, classico uomo che si è fatto da sé, che lavorerebbe anche il giorno di Natale e che crede solo in chi si “comporta da uomo”; prima di questo rinuncerà a soffrire sul serio quando suo padre morirà, farà a meno del pianto. Quando si separerà dalla moglie rinuncerà alle “cose”, che comunque non ha mai sentito sue. Inscatolerà tutto a caso e nasconderà a casa di sua madre, sceglierà di vivere in un appartamento anonimo e non parlerà con nessuno, eccetto un vecchio, altro bellissimo personaggio. Rinuncerà al figlio, perché non saprà come rapportarsi a lui, non saprà come avvicinarlo, non vorrà avvicinarlo. Non lascerà avvicinare troppo Eva, una ragazza conosciuta nella fabbrica dove ha trovato lavoro, non sarà in grado di tenerle aperta la porta.

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