Goliarda Sapienza ‘voce intertestuale’, nel ventennale della sua morte. A cura di A. Trevisan

Nel ventennale dell’anniversario della morte dell’autrice proponiamo un secondo post a lei dedicato in cui si riporta parte dell’introduzione al volume di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) edito da La Vita Felice.

la redazione

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Goliarda Sapienza nacque a Catania il 10 maggio del 1924 ma visse per la maggior parte della sua vita a Roma e, negli ultimi anni, tra la capitale e Gaeta, dov’è morta il 30 agosto 1996. È stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari, la maggior parte dei quali, a oggi, risulta pubblicato. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto anche i ruoli di “cinematografara” e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una ‘vita di vite’ piena, costante e “appassionata”, declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. […]
Sapienza si rivelò al mondo editoriale con quattro romanzi pubblicati in vita nell’arco di un ventennio, tra il 1967 e il 1987: Lettera aperta (Garzanti, 1967; Sellerio, 19972; UTET, 20073), Il filo del mezzogiorno (Garzanti, 1969; La Tartaruga, 20032; Baldini e Castoldi, 20153), L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983 e 20062; Einaudi, 20123) e Le certezze del dubbio (Pellicanolibri, 1987; Rizzoli, 20072; Einaudi, 20133). Dello stesso periodo sono reperibili anticipazioni di bozze di romanzi e racconti apparsi su riviste e antologie, infine interventi radiofonici e articoli riguardanti tematiche al femminile o, più propriamente, reportage usciti negli anni Ottanta sulla rivista Minerva dell’Associazione Il Club delle Donne di Roma.
Dopo un momento di oblio durato a lungo – dall’‘87 all’anno della sua morte almeno – Goliarda è tornata all’attenzione del pubblico e della critica nel 2005, grazie al successo riscosso in Francia e alla ristampa italiana del romanzo postumo e oramai famoso L’arte della gioia,[1] scritto tra il 1967 e il 1976. Attualmente, documentari, presentazioni, appuntamenti, spettacoli, reading e omaggi dedicati al suo lavoro continuano a nascere e circolare in ambiti diversi. Eppure, leggerla o rileggerla nel ventennale della sua scomparsa richiede una premessa che tenga conto dei percorsi di ricerca già tracciati, affinché un ulteriore lavoro biografico e critico su di lei abbia senso. […] percorrendo l’intero corpus, si può evidenziare il dialogo che esiste tra le diverse opere nel segno dell’autobiografia ma anche di un ‘nutrimento’ letterario in divenire; ogni opera partecipa infatti alla precedente, e carica di attesa e significato le successive, creando un’originalità di stile che ha pochi eguali nella storia della letteratura del Novecento.
Focalizzarsi in particolar modo sui volumi postumi, non ancora sufficientemente letti e indagati, si prospetta di fondamentale importanza al fine di saggiare la ‘tenuta’ letteraria dell’autrice. Essi […] sono i racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; Einaudi, 20112) e la raccolta poetica Ancestrale (La Vita Felice, 2013) in cui è confluita anche la precedente, Siciliane (Il Girasole Edizioni, 2012), primi rilevanti approcci alla scrittura. Un intero paragrafo sarà qui dedicato al romanzo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2009): scritto nel 1979, il libro appare decisivo per i legami che intesse con la storia della cultura francese ed europea del primo Novecento. Meritano ampia considerazione i diari editi da Einaudi nel 2011 e 2013 – entrambi curati da Gaia Rispoli – con i titoli Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 e La mia parte di gioia. Taccuini 1989-1992; si tratta di una selezione dalle scritture private. Una parte inedita degli stessi dal titolo Elogio del bar è stata pubblicata anche nel 2014 per i tipi di Eliot. È degno di nota, infine, il volume Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, 2014), che raccoglie l’opera teatrale e parte di un lavoro dedicato all’adattamento – cinematografico o teatrale – di alcuni testi scritti negli anni Sessanta e Ottanta, come le pièce. Il romanzo-diario Appuntamento a Positano, pubblicato da Einaudi a giugno 2015 risale, invece, al 1984. […]

Questo libro muove dunque da un’esigenza: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi, talora veri e propri sconfinamenti […]
Sapienza non conobbe un vero vaglio critico in vita; nonostante ciò, le recensioni e gli articoli usciti tra gli anni Sessanta e il 1996 non sono privi di un certo interesse. Grande spinta, invece, si è riscontrata negli anni Duemila, in particolare dal 2005 in poi, a seguito del successo della traduzione de L’arte della gioia in Germania e Francia. Un interessamento critico più intenso si è avuto tra il 2013 e il 2015, dopo la pubblicazione del romanzo sopraccitato per la casa editrice britannica Penguin e per la statunitense Picador, mentre la francese Le Tripode sta pubblicando l’opera per intero, con traduzione di Nathalie Castagné. Nel 2015, proprio per la stessa casa editrice, è uscito un valido volume biografico, Goliarda Sapienza, telle quelle je l’ai connue, scritto dal vedovo dell’autrice, Angelo Maria Pellegrino. Egli è co-autore di Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia, uscito per Edizioni Croce a giugno 2016, libro nel quale si presenta una rinnovata bio-bibliografia sull’autrice. […]

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In memoria di Goliarda Sapienza (10 maggio 1924 – 30 agosto 1996)

Nel ventennale della morte di Goliarda Sapienza, avvenuta il 30 agosto 1996, proponiamo una selezione di citazioni dell’autrice che seguiranno un ordine cronologico di scrittura e non di pubblicazione delle opere da cui sono tratte. Nel pomeriggio seguirà un altro post sull’autrice, cui il nostro blog ha più volte dedicato pagine critiche e di approfondimento.

la redazione

copyright Archivio Sapienza-Pellegrino

copyright Archivio Sapienza-Pellegrino

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani.

In Ancestrale (Milano, La Vita Felice, 2013)

Qualcuno mi spingeva giù verso le scale buie. In fondo c’era una notte. Tre volte ho visto il mio corpo rigirare su se stesso, poi ho battuto la testa una volta, due volte, tre volte. Mi sono seduta e ho frugato con le dita fra il sangue del palato appena in tempo per raccogliere nel palmo della mano tre denti bianchi lisci come pietre.

In Destino coatto (Roma, Empirìa, 2002)

ogni individuo ha diritto al suo segreto… non violate questo segreto, non lo sezionate, non lo catalogate per vostra tranquillità, per paura di percepire il profumo del vostro segreto sconosciuto e insondabile a voi stessi. Ogni individuo ha il suo segreto, ogni individuo ha la sua morte in solitudine… morte per ferro, morte per dolcezza, morte per fuoco, morte per acqua, morte per sazietà unica e irripetibile. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto ed alla sua morte. E come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo mio diritto? È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto…

In Il filo di mezzogiorno (Milano, Garzanti, 1969)

Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango fin sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare.

In L’arte della gioia (Roma, Stampa Alternativa, 1994 e 1998²)

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Su “Il soccombente” di Thomas Bernhard: un esempio mortifero di desiderio mimetico

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Wertheimer era un uomo “da vicolo cieco”, il narratore lo sa perché lo conosceva bene, insieme da ragazzi avevano studiato pianoforte al Mozarteum di Salisburgo. Con loro c’era un allievo destinato a diventare uno dei più grandi pianisti del secolo, e il massimo esecutore di Bach e delle sue Variazioni Goldberg: Glenn Gould. Al tempo del racconto, Gould è appena morto per un ictus, Wertheimer si è invece suicidato, non reggendo più il fallimento della propria vita. Ma di quale fallimento si parla? Il soccombente di Thomas Bernhard (1983, considerato qui nell’edizione Adelphi, traduzione di Renata Colorni) è un lungo monologo sul dramma dell’invidia, su quel vicolo cieco che può diventare l’idealizzazione del rivale; per dirla con René Girard, che sembra quasi l’ispiratore occulto di questo romanzo, il soccombente Wertheimer è colui che nel desiderio mimetico annienta se stesso per inseguire l’essere dell’altro, la sua apparente pienezza.
Ma Bernhard complica il modello triangolare girardiano soggetto-mediatore-oggetto (in questo caso, Wertheimer-Gould-Bach) aggiungendo un quarto elemento, più defilato, che è il narratore stesso, in definitiva salvato dal fatto di essere lo spettatore della tragedia di Wertheimer, e per questo in grado di tirarsi fuori in tempo dagli abissi della rivalità mimetica. Anche lui come l’amico, di fronte al genio impareggiabile di Gould, abbandona il pianoforte, pur essendo a sua volta un virtuoso. L’impossibilità di essere i migliori, ma soltanto degli ottimi musicisti, ha reso per entrambi impraticabile la passione per la musica. Questo non sarebbe accaduto se Gould fosse stato per loro un modello lontano, nel tempo o nello spazio, un riferimento elevatissimo senza agganci con la loro vita reale, e cioè, in termini girardiani, un benefico mediatore esterno (Wertheimer desidera suonare Bach secondo il desiderio di Gould). Proprio la vicinanza e l’amicizia che li legava fa invece sì che la mediazione sia interna, mortifera, e il terzo elemento del desiderio triangolare, cioè la musica, perda di fatto ogni reale importanza (Wertheimer desidera la genialità di Gould):

Del resto [Wertheimer ] suonava mille volte meglio della maggior parte dei nostri virtuosi del pianoforte che si esibiscono in pubblico, ma alla fine la prospettiva di diventare nel migliore dei casi un virtuoso del pianoforte come ce ne sono molti altri in Europa non riuscì più a soddisfarlo, e allora smise di suonare e si immerse nelle scienze dello spirito. Io stesso, di questo son convinto, suonavo ancora meglio di Wertheimer, eppure non sarei mai riuscito a suonare così bene come Glenn, e per questo motivo (lo stesso motivo, dunque, di Wertheimer!) ho abbandonato il pianoforte dall’oggi al domani.

Alla luce di questa doppia rinuncia, suonano dunque illusorie e autoconsolatorie le parole del narratore, che si confronta con l’esperienza dell’amico suicida:

Inoltre, a differenza di Wertheimer che assai volentieri sarebbe stato Glenn Gould, che avrebbe voluto essere Glenn Gould, io ho sempre voluto essere soltanto me stesso, Wertheimer invece è sempre stato uno di quelli che continuamente e per tutta la vita e riducendosi in uno stato di perenne disperazione vogliono essere qualcun altro, qualcuno che devono credere per forza più favorito dalla sorte di loro, pensai. […] Wertheimer non era capace di vedere se stesso come un essere unico al mondo, mentre in effetti è così che ciascuno di noi può e deve concedersi di vedere se stesso se non vuole cadere in balia della disperazione, ogni essere umano, comunque sia fatto, è un essere unico al mondo, io stesso me lo dico di continuo e con questo son salvo.

La sensazione è invece, come detto, che a salvare il narratore sia stato proprio Wertheimer, o meglio il suo esempio di soggetto che desidera mimeticamente scorgendo nel mediatore un paradiso inaccessibile, e condannando se stesso all’inferno. Ma il desiderio mimetico si fonda su due travisamenti opposti e complementari. Da una parte c’è l’idea che la nostra infelicità possa essere perfetta, totale, assoluta, e invece ha tante pause, e si regge sulla nostra inconsapevole collaborazione:

Wertheimer insomma si era innamorato, o addirittura era rimasto ammaliato dal proprio fallimento, pensai, e in questo fallimento si era incaponito fino alla fine.

Wertheimer aveva paura di perdere la propria infelicità e per questo, per nessun altro motivo, si è tolto la vita, pensai.

Anche Wertheimer, come qualsiasi altro essere umano, non era ininterrottamente infelice, non era, come lui pensava, sempre e totalmente posseduto dalla propria infelicità.

E come non può esistere l’infelicità perfetta, tanto più illusoria è la felicità perfetta che attribuiamo agli altri. Gould è in fondo raffigurato nel libro come l’astrazione di un uomo divenuto tutt’uno col suo pianoforte, con la sua musica: ci è data insomma di lui quella stessa immagine idealizzata che ossessiona Wertheimer, un’immagine falsa, inumana. Penso a quella poesia di Wislawa Szymborska, che contemplando l’armonia interna di una cipolla ricorda che “a noi resta negata/ l’idiozia della perfezione”. E così, tutte le volte che crediamo di vedere la perfezione negli altri, in realtà stiamo guardando il dentro di una cipolla.

@Andrea Accardi

Giovanna Amato, La signora dei pavoni. Intervista di Anna Maria Curci

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Giovanna Amato, La signora dei pavoni, Edizioni Empiria 2016

Nota e intervista all’autrice di Anna Maria Curci

Grazia. Intuito. Intreccio. Sono le tre parole che hanno accompagnato la mia lettura de La signora dei pavoni di Giovanna Amato.
La grazia è talento che Giovanna Amato non spreca, non seppellisce, non butta via. Lo so, è difficile seminare e raccogliere grazia, scorgerla e schiuderla a chi sa accoglierla, nel tempo e in questo tempo, nella provincia e nella Grande Città (con la maiuscola, come nel racconto La cometa) che calpestano, stracciano, omettono e immiseriscono. Tener fede alla grazia, vestirla e curarla, affrontare i suoi colpi – la bellezza è tremenda – è impegno irto di fatiche e rischi. C’è questa consapevolezza nei sette racconti e nelle tre fiabe che compongono la raccolta, senza che, tuttavia, siano fatiche e rischi ad appesantire il passo della narrazione. Al contrario, è la misura, non una parola soverchia, non una lacuna nelle scelte lessicali e stilistiche, a guidare la grazia, spesso, esplicitamente, come avviene in Pavane, il racconto di apertura che non manca di farmi pensare all’omonima composizione di Gabriel Fauré, e in Odette, che si richiama al balletto Il lago dei cigni di Čajkovskij, intessuta e colma di musica e danza.
Intuito: Giovanna Amato in profondità, con lo sguardo che scrive, e anticipa, pre-vede. Era chiaro agli altri? Era palese? Essi pensano ad altro, scriveva Silvio d’Arzo. Giovanna Amato è consapevole che altri possono fare spallucce e voltare le spalle. Lei, invece, non teme la sosta, entra nell’iride, pura o screziata. Chi si ferma ad ascoltare il racconto del viaggio lì dentro è premiato. Tra le immagini che l’intuizione riesce a cogliere c’è, sommo fascino e sommo pericolo, quella speculare, tema dominante in Cantico dell’odio bianco e pur presente anche in altri testi.
Intreccio: qui intendo non solo la capacità solida di costruzione, ma anche quella di collegare mondi e prospettive lontani tra loro, Oriente e Occidente, fiaba e mito, cronaca e illuminazione.  Mettere in comunicazione generi, (arche)tipi, micro- e macro-galassie è congeniale a Giovanna Amato. Su questo punto, come ben individuato da Biancamaria Frabotta nella prefazione, l’affinità dell’intento con l’aspirazione all’assoluto dei romantici, si arricchisce della sempre romantica (mi riferisco al primo romanticismo di Jena, al romanticismo dei fratelli Schlegel, di Tieck e, soprattutto, di Novalis), fruttuosa e mai pasticciata fusione di ambiti: arti figurative, letteratura, musica, filosofia. La perizia sa condurre l’eterna “cerca”, la quête, fino sull’orlo di un abisso, senza mai precipitare. La corda, visibile, reiterata con argute variazioni, come avviene in La Porta dello Shen,  o impalpabile, resta ben tesa, e le conclusioni,  di ogni racconto, ogni fiaba, non sono chiusure, bensì varchi per possibili altre dimensioni.
Vorrei partire da quella ragazzina che osservava curiosa con il ginocchio incastrato nella ringhiera del balcone e andare a ritroso con alcune domande.

Quale passaggio c’è tra l’osservare, l’ascoltare e auscultare e la stesura narrativa?

Tu hai citato la bambina con il ginocchio incastrato nella ringhiera che osserva il protagonista del racconto, e io lo trovo incredibilmente interessante perché hai trovato un punto che per me è una vera e propria monade. Contestualizzo un attimo. Questo piccolo brano viene da La cometa; il protagonista è un astronomo che viene invitato a parlare a una festa per l’arrivo della cometa Hale-Bopp ma a questa stessa festa subisce un brutto torto. La cometa è un racconto sulla provincia, non sulla sua bellezza ma sulla sua cattiveria, sul lato asfissiante della sua natura. Soprattutto, La cometa è un racconto autobiografico. Io, che nel racconto sono la bambina che osserva il protagonista, in realtà sono stata l’oggetto del torto osservato. Ma quel giorno, tornando a casa con la voglia di scrivere un racconto sull’assurdità di quello che mi era successo, ho saputo con precisione che non mi andava di scrivere nulla in prima persona: per me la letteratura non è sfogo, semplicemente mi è successo qualcosa e quel qualcosa è diventato uno stimolo interessante. Ed è significativo che io abbia deciso di inserirmi come testimone, dall’alto del mio ginocchio incastrato nella ringhiera. Sembra uno schermo, invece è un forte segnale di partecipazione. Quindi ti rispondo così: ascolto, osservo quello che mi succede ma mi rifiuto di stenderlo così come accade, ho bisogno di elaborare, ho bisogno che quello che mi è successo sia di tutti. La letteratura per me non è una confessione né un modo per consolarsi, è offerta continua di tutto quello che mi accende. Mi piace pensare di essere tramite per tutto quello che i miei occhi riescono a vedere e le mie orecchie a sentire, perché sono cose che purtroppo accadono a me, soltanto a me, ma potrebbero diventare di chiunque. Basta che la mente riesca a rielaborarle abbastanza da togliere tutto quello che è personale. Quindi il passaggio direi che è questo, è la mente che si sforza di escludere tutto quello che è intimo e proprio per andare a raggiungere gli altri. Spesso è vano, perché anche la mente è tutta impregnata di se stessi. Ma se anche uno solo mi dice “è successo anche a me”, oppure “ho capito quello che hai detto, lo sento mio”, so di avere fatto il mio mestiere.

Quale incanto ha esercitato e continua (o no) ad esercitare il primo sguardo incatenato, a bocca aperta, sensibile alla minima variazione nel tono di voce, alla rivelazione in un moto incontrollato, sulla creazione di intrecci?

Più che un incanto è una guerra. A volte mi chiedono se mi piace scrivere. Anzi, lo affermano. Mi vedono scrivere per ore e ne deducono che mi piace. Io vado nel pallone: mi piace passare ore e ore e slogarmi i polsi perché uno stimolo che mi è arrivato ha portato a questa catena di eventi e situazioni che devo assolutamente stendere altrimenti la perderò? Una volta mia madre mi disse che ero ispirata, io ho risposto che ero in piena fase ossessivo-compulsiva. Il punto è questo: non ci si mette a tavolino nel tempo libero a godersi una sessione di scrittura, ma quando va benissimo ci si trova sfasciati da tutta una serie di intrecci che si costruiscono da soli, perché la mente è allenata; nel caso peggiore si impazzisce dietro un’idea che comunque non ti lascerà in pace finché non sarà stesa. Credo che scrivere sia un modo di funzionare del cervello. È una forma d’arte come è una forma d’arte fare il proprio lavoro al meglio, qualsiasi lavoro sia. Tutto questo è stremante quanto magnifico. E il più delle volte i momenti in cui il cervello è più disposto a scrivere sono quelli in cui si hanno più impegni esterni, meno tempo. Quindi dovrei rispondere che scrivere non mi piace; invece stare lì a guerreggiare con gli intrecci e le parole è una sensazione simile a pochissime altre, solo alcune forme di innamoramento possono starle accanto per potenza e bellezza.

Quanta parte occupa la concezione dell’agire umano come in un teatro permanente (penso a un racconto dell’autrice austriaca Ilse Aichinger, intitolato appunto Das Fenstertheater, il teatro alla finestra)?

Torno alla bambina con il ginocchio incastrato perché c’è una cosa che non ho detto. Lei sta osservando il protagonista del racconto dall’alto di un balcone, e ho già detto che è un racconto autobiografico. Quello che non ho detto è che anche la questione del ginocchio è autobiografica. È uno dei miei primi ricordi. Ho incastrato volontariamente il ginocchio in una ringhiera perché come la bambina nel racconto voglio fingere di essere intrappolata in una miniera per salvare i miei compagni di scuola che fino a quel momento mi avevano trattata male. Da bambina mi difendevo dai torti che mi facevano fingendomi un’eroina; ero una snob di prima categoria. Erano i miei primi intrecci, forse. Sfruttavo quello che mi succedeva per fare epiche narrazioni. A costo di lasciare un ginocchio nella ringhiera. Adesso sono più cresciuta e spero meno snob, e se guardo a tutti i racconti di questa raccolta sono poche le persone realmente esterne che descrivo. Tutti sono modulazioni di quello che potrebbe accadermi, a volte dialoghi con me stessa. È che ho imparato a osservare quello che fanno gli esseri umani, non li giudico mai, mi piace guardare le manifestazioni più estreme della loro umanità. Le registro. Mi impegno a fare quello che disse un grandissimo: niente di quello che è umano giudico alieno.

Da lettrice onnivora e insieme rigorosamente selettiva, quali tributi senti di dover ‘denunciare’ alle voci della narrativa di tutti i tempi?

Ho degli amori, delle persone che mi hanno cambiato la vita. I più grandi sono tutti citati nelle opere che scrivo, perché mi hanno impregnato talmente tanto che sarebbe facilissimo scovarne i debiti; preferisco denunciarli esplicitamente e li denuncio con gioia. Ma gli amori più folli non sono di narrativa. In questa raccolta nomino due francesi con le loro splendide opere di saggistica, Frammenti di un discorso amoroso di Barthes e Lo spazio letterario di Blanchot. Ma forse l’uomo che ha inciso di più nella mia crescita è stato Girard con tutta la sua opera, da La violenza e il sacro in poi. Sul suo pensiero ho costruito due libri che aspettano quieti quieti nel cassetto. Poi ci sono due poeti che mi sembra quasi strano siano umani, Emily Dickinson e Rilke. Se dovessi dire un solo nome per la narrativa, anche se non amo tutti i suoi libri, direi la Woolf per il suo rapporto sapientissimo e lieve con la scrittura. Se invece dovessimo fare il gioco di “salviamo un solo libro”, non avrei dubbi: Moby Dick. La grandezza di quel libro è di essere di una bellezza costante e totale, con dei giri di frase capaci di dare le vertigini. Ha un tema, quello della hybris, che è forse il mio preferito al mondo; credo si veda anche dai racconti che popolano questa raccolta, tutti variazioni dell’impossibilità di raggiungere l’oggetto del proprio desiderio. Eppure è percorso da sacche intere di inutilità narrativa, e questo paradossalmente fa risplendere la sua bellezza. Non amo la bellezza fine a se stessa, ma Melville è capace di mandarmi nella delizia anche quando si prendi lunghe ferie dal tema incredibile che sta trattando. È inarrivabile. Qual è invece secondo me il più grande artista che abbiamo ora e qui, in Italia, grande per quello che fa e per come lo fa? Cecilia Bartoli.

Quale ruolo rivestono i tuoi talenti e le tue passioni musicali nella narrativa ‘in proprio’?

Non riesco a misurare quello che devo alla musica perché probabilmente le devo gran parte delle mie attitudini e delle mie capacità, se ne ho qualcuna. Ho cominciato prestissimo, verso i cinque anni, e quindi non ho mai dovuto letteralmente imparare: conoscevo assieme all’alfabeto le regole matematiche della musica, e questo vuol dire cervello ben strutturato per tutte le abilità analitiche; ho ascoltato ogni tipo di musica da subito, sono stata in grado di riprodurla, sono stata messa in condizione di distinguere un barocco da un romantico e questo vuol dire sviluppare l’orecchio per i tipi di espressione, per le voci più che umane, per i contenuti strettamente legati alle forme. Ho conosciuto un linguaggio che unisce la matematica all’espressione. Tutti dovrebbero avere questa possibilità. Come ho consapevolmente usato questo bagaglio nella mia narrativa? In tanti modi. Mi vengono in mente due esempi in questa raccolta: ne La porta dello Shen, il protagonista assiste cinque volte alla medesima giornata, come nel Giorno della marmotta; ho ascoltato variazioni, passacaglie, sarabande, tutta quella musica che doveva cambiare la propria struttura per proporre lo stesso tema in maniera diversa. In Odette, invece, che è comparso per la prima volta su Poetarum Silva, ho fatto un esperimento: ho preso un passo a due per violino dal Lago dei cigni, il mio adorato Tchaikovskij, e ho studiato tutte le battute e la linea melodica, e ho cercato di convertire tutti gli elementi – le pause, le altezze delle note, il ritmo – in un monologo per voce umana. Dove ovviamente a parlare era Odette, il cigno bianco, nel momento in cui sapeva di star perdendo il suo principe. Un romanzo che sto finendo invece è basato su un brano musicale leggendario. E mi piacerebbe molto lavorare su un altro autore amato, Vivaldi. Ma questi sono tutti tributi d’amore. Cosa devo davvero alla musica, non lo posso sapere.

I poeti della domenica #94: Piero Simon Ostan, Stago sbudelà

piero

da Pieghevole per pendolare precario, Dot.com press, 2011

*

Stago sbudelà
no ste dir niente
no sento niente

stago solo qua
la coperta tirata su

perderme via
in tutti i programmi
pettegoli del pomeriggio
fin quando el scuro
riva a converserme i pie

*

Sto sbracato
non dite niente
non sento niente

sto solo qui
la coperta tirata su

lasciarmi andare
in tutti i programmi
pettegoli del pomeriggio
fino a quando il buio
arriva a coprirmi i piedi

*

© Piero Simon Ostan

I poeti della domenica #93: Johann Wolfgang Goethe, Segreto manifesto

divano

 

SEGRETO MANIFESTO

Ti hanno chiamato Lingua
Mistica, santo Hafis,
senza capire, esperti
di formule, la formula.

Mistico, ti hanno detto,
perché di te delirano
e, nel tuo nome, versano
il loro vino torbido.

Tu resti puro, e mistico,
perché non ti capiscono;
beato, non devoto.
E questo non lo ammettono.

Johann Wolfgang Goethe
(traduzione di Ludovica Koch)

 

OFFENBAR GEHEIMNIS

Sie haben dich, heiliger Hafis,
Die mystische Zunge genannt
Und haben, die Wortgelehrten,
Den Wert des Worts nicht erkannt.

Mystisch heißest du ihnen,
Weil sie Närrisches bei dir denken
Und ihren unlautern Wein
In deinem Namen verschenken.

Du aber bist mystisch rein,
Weil sie dich nicht versteh’n,
Der du, ohne fromm zu sein, selig bist!
Das wollen sie dir nicht zugestehn.

Edizione di riferimento: J. Wolfgang Goethe, Il divano occidentale-orientale. A cura di Ludovica Koch e Ida Porena. Testo tedesco a fronte, BUR 1997

proSabato: Cesare Pavese, La vigna

Pavese-Tutti-i-racconti

La vigna 

Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti è terra rossa dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo. È un cielo sempre tenero e maturo, dove non mancano – tesoro e vigna anch’esse – le nubi sode di settembre. Tutto ciò è familiare e remoto, infantile, a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.
La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro. Basta pensare alle ore della notte, o del crepuscolo, in cui la vigna non cade sotto gli occhi e si sa che si distende sotto il cielo, sempre uguale e raccolta. Si direbbe che nessuno vi è mai camminato, eppure c’è chi la lavora a tralcio a tralcio e alla vendemmia è tutta gaia di voci e di passi. Ma poi se ne vanno, ed è come una stanza in cui da tempo non entra nessuno e la finestra è aperta al cielo. Il giorno e la notte vi regnano; a volte vi fa fresco e coperto – è la pioggia -, nulla muta nella stanza, e il tempo non passa. Neanche sulla vigna il tempo passa; la sua stagione è settembre e torna sempre, e appare eterna. Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Il sospetto di ciò che deve – che è dovuto – accadere, la mantiene la stessa e risuscita nel ricordo l’infanzia. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non può accadere mai più. (altro…)

Electro Camp 4 – International Platform for New Sounds and Dance. Programma dal 7 all’11 settembre

electro camp 4 banner

Progetto di
Live Arts Cultures ed electronicgirls
in collaborazione con
Perypezye Urbane, Gruppo Acusma
grazie al sostegno di
4Culture e Istituto di Cultura Rumena, Centro Aquased e Provincia Autonoma di Bolzano; Associazione K e Collettivo K
le netlabel Laverna, Uhrlaut, Up-it-up, Clinical Archives, electronicgirls, Strato Dischi, Stato Elettrico, Ephedrina, 51 beats, NoisyBeat, Galaverna.

Promosso e organizzato dall’associazione culturale Live Arts Cultures in collaborazione con l’etichetta electronicgirls, “Electro Camp – International Platform for New Sounds and Dance” giunge quest’anno alla sua quarta edizione, e avrà luogo a Forte Marghera, Venezia-Mestre, dal 7 all’11 settembre.
L’apertura verso le nuove produzioni estere dedicate alla ricerca “suono-movimento” è la caratteristica principale di questo quarto appuntamento, che vedrà la coreografa Ronit Ziv (Israele) e il percussionista Seijiro Murayama (Giappone) a conduzione dei laboratori residenziali destinati agli ambiti della danza e del suono (9, 10 e 11 settembre).
Tra le molte nazionalità ospiti del festival – oltre alle già citate: Francia, Slovenia, Olanda, Belgio, Romania, Serbia, Brasile, Italia – si segnala l’importante collaborazione con 4Culture all’interno di “Contemporary Perspectives on Romanian Interdisciplinary Art” finanziato dall’Istituto di Cultura Rumena.
Electro Camp 4 si propone come una piattaforma di sperimentazione dedicata ai nuovi contributi nelle arti performative, una cinque giorni di approfondimento, scambio e ricerca che accoglierà momenti di ulteriore riflessione e formazione con l’offerta di un seminario condotto da Valentina Valentini e Water Paradiso – Gruppo Acusma – dal titolo “Drammaturgie sonore: spettacoli, installazioni, video” (8, 9, 10 settembre).
Quella sopraccitata non è la sola novità per questo 2016; ad arricchire il programma con i consueti eventi serali, infatti, anche il festival di videodanza “Espressioni Festival – Rassegna di video-danza ufficiale del network R.I.Si” a cura di Perypezye Urbane e una fiera delle netlabel dedicate alle produzioni di musica elettronica ‘sperimentale e di ricerca’ con licenze Creative Commons.

Info
liveartscultures.org ; info@liveartscultures.org | Facebook: liveartscultures ; electrocampfestival
Ingresso riservato ai soci LAC.

PROGRAMMA FESTIVAL

Seminario
Drammaturgie sonore: spettacoli, installazioni, video, a cura del Gruppo Acusma (Valentina Valentini, Water Paradiso): 8, 9 e 10 settembre.

Dance & Sound Workshops
Ronit Ziv (Israele) e Seijiro Murayama (Giappone): nelle giornate del 9, 10 e 11 settembre.

Iscrizioni aperte alle esperienze laboratoriali e seminariali inviando una mail a info@liveartscultures.org o electronicgirls.fest@gmail.com

MERCOLEDÌ 7 SETTEMBRE

Dalle 19:00
Inaugurazione del festival. Saranno presentate:
Perypezye Urbane (Italia): Espressioni Festival – Rassegna di video-danza ufficiale del network R.I.Si
Aldo Aliprandi (Italia): μονάς 
Johann Merrich (Italia): Dall’orlo il ghiaccio fece cricch più forte, in collaborazione con Aquased – Monitoraggio innovativo dei sedimenti nei torrenti alpini e Provincia Autonoma di Bolzano
Ciprian Ciuclea, Catalin Cretu (Romania): 2565 main [Relative Position], in collaborazione con 4Culture e Istituto di Cultura Rumena
Emil Ivanescu_TACTIC (Romania): B.L.B._border/less/body

Dalle ore 21:00
– Installazione/performance: – Corinne Mazzoli (Italia): Orbita Zero
– Installazione/performance: – Tomaž Grom (Slovenia): Visual Hallucination / Auditoru Hallucination (Unrepetable) – Musical Instrument, in collaborazione con “Disobedience Festival”

– Danza/Suono: – Thomas Kortvélyessy (Belgio), Benjamin Strauch: poidespaces
– Elettronica di ricerca: – Giulia Vismara (Italia): Paraphernaila
– Dj Set: – LECRI (electronicgirls, Italia)
[Le installazioni permanenti saranno fruibili tutti i giorni dalle ore 20:00]

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Ostri ritmi #1: Srečko Kosovel. A cura di Amalia Stulin

Ostri ritmi è una rubrica a cura di Amalia Stulin* che, ogni ultimo venerdì del mese, ci introdurrà a voci della poesia slovena del Novecento. La traduzione sarà della stessa curatrice, che proporrà ad ogni post anche una breve nota biografica sull’autore. Sarà un’occasione di scoperta di poeti mai tradotti in italiano e sino ad ora non affrontati su «Poetarum Silva», con un taglio nuovo e personale. Il titolo è tratto da una lirica di Srečko Kosovel: Ritmi affilati. I suoi testi aprono la rubrica, oggi.

kosovel-poetarum

Una ballata

Nel silenzio di un autunno
un tordo vola
sopra il Carso.

Sul prato
già non c’è più nessuno,
solo lui
oltre il pascolo
vola.
E solo il cacciatore
lo segue…

Uno sparo nel silenzio;
un sottile rivolo di sangue;
il tordo
giace, giace.


Balada

V jesenski tihi čas
prileti brinjevka
na Kras.

Na polju
že nikogar več ni,
le ona
preko gmajne
leti.
In samo lovec
ji sledi…

Strel v tišino;
droben curek krvi;
brinjevka
obleži, obleži.

*

Pini

Pini, pini nel cheto orrore,
pini, pini nel muto orrore,
pini, pini, pini, pini!

Pini, pini, pini scuri
come guardiani sotto il monte
oltre la pietraia
a stento, stanchi bisbigliano.

Quando l’anima malata s’inginocchia
nella serena notte oltre la montagna,
sento suoni soffocati
e non mi posso più addormentare.

“Pini che sognate debolmente,
mi muoiono i fratelli,
muore forse mia madre,
o mi chiama mio padre?”

Stormiscono senza risposta
come in stanchi sogni infranti,
come se morisse mia madre,
come se mi chiamasse mio padre,
come se malati fossero i miei fratelli.


Bori

Bori, bori v tihi grozi,
bori, bori v nemi grozi,
bori, bori, bori, bori!

Bori, bori, temni bori
kakor stražniki pod goro
preko kamenite gmajne
težko, trudno šepetajo.

Kadar bolna duša skloni
v jasni noči se čez gore,
čujem pritajene zvoke
in ne morem več zaspati.

“Trudno sanjajoči bori,
ali umirajo mi bratje,
ali umira moja mati,
ali kliče me moj oče?”

Brez odgovora vršijo
kakor v trudnih ubitih sanjah,
ko da umira moja mati,
ko da kliče me moj oče,
ko da so mi bolni bratje.

*

Ritmi affilati

Io sono un arco rotto
di un qualche cerchio.
E sono un’immagine spezzata
di una qualche statua.
E l’opinione taciuta
di qualcuno.
Io sono la violenza, che
il taglio ha lacerato.
Come se camminassi
su dei pungoli,
sempre peggiore è per me
la tua quieta vicinanza.


Ostri ritmi

Jaz sem zlomljen lok
nekega kroga.
In sem strta figura
nekega kipa.
In zamolčano mnenje
nekoga.
Jaz sem sila, ki jo
je razklala ostrina.
Ko da hodim
po osteh,
vedno hujša mi je
tvoja mirna bližina.
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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria, di Alice Banfi, Giovanna Del Giudice, Pier Aldo Rovatti. Becco Giallo, 2016, € 8,50

*

Slegalo! Usi e abusi della pschiatria è stato presentato nel maggio scorso a Venezia durante il Festival dei Matti, proponiamo qui in lettura un estratto del libro, la conversazione tra Anna Poma, curatrice del libro e del Festival,  e Alice Banfi, perché riteniamo questo piccolo libro importante e prezioso e degno della massima attenzione. (gm)

*

Anna Poma: Non è facile incontrare qualcuno che abbia vissuto l’esperienza drammatica dell’essere legato, contenuto meccanicamente, in un servizio psichiatrico, e che abbia voglia di raccontarla. Secondo te, perché questo accade?

Alice Banfi: Ci sono almeno due motivi validi per non raccontarsi. Uno, di sicuro, è la vergogna. Raccontare ad altri di aver subito una tale violazione del corpo e dell’anima fa male. Ci mette a nudo. E anche a rischio di subire una nuova violenza. La violenza di chi ti dice e crede che te lo sei meritato, che te la sei cercata, e che il tuo male mentale era ed è una colpa. L’altro è la paura. Paura di subire ritorsioni dal reparto in cui si viene ricoverati, dai curanti, dagli infermieri. Paura di venire di nuovo legati, rinchiusi, maltrattati. Io ho scelto di raccontare perché volevo che tutti sapessero cos’è la contenzione, e cosa può accadere in un luogo di cura. Perché ero arrabbiata per aver subito una cosa così incredibile, e non volevo più avere paura, né della contenzione né dell’opinione degli altri su di me e sulla mia storia.

Anna Poma: Tu hai scelto di farlo, e ripetutamente. Prima nel tuo folgorante Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta. Poi in Sottovuoto, romanzo psichiatrico e in molte altre occasioni pubbliche. Secondo te, il silenzio delle vittime è la ragione per cui si sa così poco di quello che accade in molti, troppi, luoghi deputati alla cura della sofferenza mentale?

Alice Banfi: In parte la non conoscenza di queste pratiche è dovuta al silenzio delle vittime. Poi però c’è il silenzio dei familiari, anche loro ostaggio della malattia del loro caro. Temono l’abbandono e così tacciono e subiscono, oppure si affidano nonostante tutto alle scelte dei medici. E chi non si fiderebbe del proprio dottore? Poi c’è il silenzio degli operatori, che ugualmente temono ritorsioni. E sono ancora troppo pochi quelli che hanno il coraggio, in un servizio, di contrapporsi alla contenzione. In tanti anni di ricoveri in luoghi diversi ne ho conosciuti solo due: Domenico e Gianna. E non li scorderò mai.

Anna Poma: Come racconteresti l’esperienza dell’essere legata in un reparto ospedaliero?

Alice Banfi: Essere legati da qualcuno a un letto è un esperienza orribile. È una sorta di stupro. Inizia con un gruppo di infermieri che ti circonda, e in un attimo ti ritrovi afferrato dalle loro mani, con le voci che si fanno sempre più concitate: “prendile le gambe!”, “stai ferma!”, “bloccala!” Un braccio ti si stringe attorno al collo, e più ti divincoli più la presa stringe: “stai buona, stai buona!”, e quando abbandoni la lotta la presa si allenta. Poi vieni portato sul letto come fossi un pezzo di carne, i polsi e le caviglie ti vengono bloccati dalle fascette al fondo e ai lati della struttura. Io venivo legata anche con lo spallaccio, un lenzuolo arrotolato che mi passava dietro al collo, poi in avanti sulle spalle e ancora indietro, sotto le ascelle. E infine veniva fissato al letto. Non potevo muovere nulla. Vedevo solo il soffitto e a malapena i miei piedi. Rimanevo bloccata così per 6, 12, 24, 48 ore. Sola. Al buio. All’inizio urlavo dei gran “vaffanculo!” A volte piangevo, poi cantavo (“Alla fiera dell’est”) per non darla loro vinta e per essere di massimo disturbo. Poi mi veniva sete, e urlavo chiedendo da bere. Dopo un po’ cominciavo a sentirmi scomoda e a provare dolore alle braccia, alla schiena, al sedere. Mi si gonfiavano le mani per la stretta delle fascette, mi formicolava un piede per l’immobilità, mi prudeva il naso o la guancia e facevo delle smorfie per togliere il fastidio. Se avevo caldo o freddo dovevo ricominciare a urlare aspettando che qualcuno arrivasse a mettermi o togliermi la coperta. Quando desideravo fumare una sigaretta, chiamavo sperando in un amico, ricoverato come me, che venisse a farmi fare due tiri. A volte mi addormentavo per qualche ora, mi risvegliavo, e se mi scappava la pipì o la cacca dovevo gridare di nuovo perché venissero a calarmi i pantaloni. Poi mi mettevano la padella sotto al sedere oppure un pannolone.
Avevo vent’anni e mi ritrovavo legata a un letto mani e piedi, senza sapere quante ore, quanto tempo ancora, sarei stata lì, con indosso un pannolino gigante pieno di piscio e di merda. Ecco, questa è la contenzione.

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Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco

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Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco. Copertina illustrata da Francesco Dezio.

Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco, 20 stanze 12 elenchi 12 figure. Immagini di Silvana Baroni, Leggeredizioni 2015

Un trasloco, che sia obbligato o volontario, è sempre un momento di distacco, da un luogo, da cose e da storie. Sì, perché quella dimora ha ospitato, custodito, talvolta celandole in una scatola, in un soppalco, nella prima di tre file su un ripiano, le tracce di vita vissuta, condensandole in oggetti.
Un trasloco può essere avvertito, o meglio sofferto, come un vero e proprio sgombero, che lascia dietro di sé il vuoto e minaccia oblio. Su questa particolare visione è imperniata la poesia Trasloco da Poco prima del temporale di Michael Krüger, che si può leggere nella traduzione di Anna Maria Carpi ne Il coro del mondo. Maria Teresa Ciammaruconi indica invece già nell’Ingresso, premessa al suo Trasloco. 20 stanze 12 elenchi 12 figure che, al di là del tumulto provocato da ogni trasloco in una persona che, come lei, soffre di accumulo compulsivo, un trasloco è «l’occasione per diventare più leggeri»; giunge a dichiarare «a me traslocare piace». Il trasloco si configura dunque come occasione, non solo per fare chiarezza tra ciò che va conservato per il trasferimento imminente e ciò da cui si prende congedo, ma anche per passare in rassegna gli oggetti e il loro carico, di funzioni, di fantasmi, di ricordi. (altro…)

Altri dischi #8: Tool, Ænima

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Tool
Ænima
Zoo Entertainment, 1996

di Ciro Bertini

*

C’è un misterioso piacere che si prova quando si ascolta un disco dei Tool, un piacere sornione che ci invade a poco a poco, come un oggetto del desiderio che non ama concedersi subito ma vuole farsi scoprire lentamente. È un piacere che nasce dal contrasto fra repulsione e attrazione, fascino e disgusto, aspirazione al sublime e irresistibile richiamo della materia, pulsione verso l’alto e inevitabile caduta. Il tutto avvolto in una coltre spessa e nera come la pece, dove improvvisi lampi di luce ci permettono appena di distinguere i contorni delle cose, quel tanto che basta per non soccombere alla follia. In un certo senso, il piccolo componimento Message to Harry Manback, pur nell’autoconsapevolezza di essere un semplice divertissement, esemplifica alla perfezione l’arte dei Tool. Su una romantica e struggente elegia pianistica tutto ci si potrebbe aspettare fuorché la voce di un individuo non identificato (ma innegabilmente italiano) che scarica sulla segreteria telefonica la propria rabbia nei confronti del destinatario del titolo, ricoprendolo con una sequenza impressionante di insulti e auspici di morte.
Uscito a tre anni di distanza dall’inquietante, claustrofobico Undertow, Ænima è il disco con cui il quartetto di Los Angeles raggiunge la piena maturità artistica, superando il post-grunge dell’album d’esordio e approdando ad uno stile personale, che non perde un grammo dell’ossessività e della rabbia iniziale ma le impreziosisce con audaci esperimenti sonori e complicate strutture melodiche e ritmiche. Se è la chitarra di Adam Jones a colpire per prima, tagliando e squarciando tutto ciò che incontra, può però sempre contare sul magistrale supporto fornito dal basso di Justin Chancellor, ora ostinato muggito di sottofondo, ora vulcanico generatore di melodie ipnotiche e luciferine. A sorreggere, o più precisamente, avvolgere il tutto, la monumentale batteria di Danny Carey, autentico virtuoso le cui infinite, imprevedibili e geometriche invenzioni si incastrano perfettamente con le sonorità sprigionate dai due compagni, creando un magma sonoro inesauribile e inarrestabile. Un trio di musicisti di eccezionale livello, il terreno fertile di cui Maynard James Keenan ha bisogno per intonare le sue liriche blasfeme e furenti, traboccanti amori malati e pervase da un’ineluttabile, insopprimibile atmosfera di morte e decadenza. Autentico sbarazzino del microfono, Keenan auspica un nuovo diluvio universale che cancelli per sempre la città di Los Angeles, racconta senza pudore di pratiche sessuali estreme fra due amanti e arriva perfino a scagliarsi contro Gesù di Nazareth, deridendo con disinvoltura il suo messaggio e chiedendogli gentilmente di scendere da quella “fucking cross” per far posto ad un altro stupido martire.

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