I poeti della domenica #430: Donata Doni, Il fiore della gaggìa

 

Il fiore della gaggìa

a Riù

Ritorna come una goccia d’oro
da un’infanzia perduta
il fiore della gaggìa.
Lo coglievi inebriata
nel giardino
dei tuoi anni lontani.
Fioriva nelle serre
con un sottile aroma
che tracciava
una scia per i sogni.
Lo custodivi poi come un tesoro
tra le pieghe di un fazzoletto.
Ora ne aspiri
la fragranza lievissima
nella terrazza
aperta sull’Aventino.
Non più fiore di serra,
chiuso aroma
circoscritto all’infanzia.
Segno di una ferma stagione
offre il suo cuore dorato
al sole, al vento, alla pioggia.
E resiste superbo
ed umile come la vita.

Roma 27 aprile 1971

 

© Donata Doni, Il fiore della gaggìa, Edizioni di Storia e Letteratura, 1973

 

I poeti della domenica #429: Donata Doni, Giardino d’inverno

 

Giardino d’inverno

Sono i disegni crudi dei rami
gli anni che mi ritrovano,
nuda d’ogni promessa.
Inaridito seme non germogli,
non t’illude amor di vita.
Cerchi nell’onda delle nevi,
nel ritmico sopore delle cose
il lampo vivo di due occhi fanciulli.
Li sigillò la neve
nel silenzio lungo degli anni.

Restano quei disegni
d’alberi desolati,
orme nere del tempo, a ricordare.

Forlì, 15 gennaio 1943

 

© Donata Doni, Neve e mare, Edizioni di Storia e Letteratura, 1973

proSabato: Jorge Luis Borges, Il libro di sabbia

La linea è costituita da un numero infinito di punti; il piano, da un numero infinito di linee; il volume, da un numero infinito di piani; l’ipervolume, da un numero infinito di volumi… No, decisamente non è questo, more geometrico, il modo migliore di iniziare il mio racconto. È diventata ormai una convenzione affermare che ogni racconto fantastico è veridico; il mio, tuttavia, è veridico.
Vivo solo, a un quarto piano di calle Belgrano. Qualche mese fa, verso sera, sentii bussare alla porta. Aprii ed entrò uno sconosciuto. Era un uomo alto, dai lineamenti indistinti. Forse era la mia miopia a vederli così. Tutto il suo aspetto lasciava trasparire una dignitosa povertà. Era vestito di grigio e aveva in mano una valigia grigia. Intuii subito che era straniero. All’inizio mi parve vecchio, poi mi resi conto che ero stato tratto in inganno dai suoi radi capelli biondi, quasi bianchi, come quelli degli scandinavi. Nel corso della nostra conversazione, che non sarebbe durata neppure un’ora, seppi che veniva dalle Orcadi.
Gli indicai una sedia. L’uomo tardò a parlare. Emanava un senso di malinconia, come me adesso.
«Vendo Bibbie», spiegò.
Non senza pedanteria gli risposi: «In questa casa ci sono varie Bibbie inglesi, compresa la prima, quella di John Wiclif. Ho anche quella di Cipriano de Valera, quella di Lutero, che letterariamente è la peggiore, e un esemplare della Vulgata latina. Come vede, non sono esattamente le Bibbie a mancarmi».
Dopo un attimo di silenzio, ribatté: «Non vendo solo Bibbie. Posso mostrarle un libro sacro che forse le interesserà. L’ho acquistato ai confini di Bikaner».
Lo tirò fuori dalla valigia e lo posò sul tavolo. Era un volume in ottavo, rilegato in tela. Senza dubbio era passato per molte mani. Lo esaminai; il suo peso insolito mi sorprese. Sul dorso c’era scritto Holy Writ e sotto Bombay.
«Sarà dell’Ottocento», osservai.
«Non lo so. Non l’ho mai saputo», fu la risposta.
Lo aprii a caso. I caratteri mi erano sconosciuti. Le pagine, che mi parvero logore e povere dal punto di vista tipografico, erano stampate su due colonne come una Bibbia. Il testo era fitto e disposto in versetti. Negli angoli in alto comparivano cifre arabe. Attrasse la mia attenzione il fatto che la pagina pari portasse (mettiamo) il numero 40.514 e quella dispari, successiva, il 999. La voltai: il verso aveva una numerazione a otto cifre. C’era anche una piccola illustrazione, come si usa nei dizionari: un’ancora disegnata a penna, come dalla mano goffa di un bambino.
Fu allora che lo sconosciuto mi disse: «La guardi bene. Non la vedrà mai più». Continua a leggere

Giorgio Galli, Di jazz e di morte

Di jazz e di morte
di Giorgio Galli

 

 

Se anche il jazz non fosse quella cosa magica che è, dovremmo dargli atto almeno di aver contribuito alla nascita di alcuni capolavori di Ravel. Chi ha ascoltato il Concerto in sol per pianoforte e orchestra difficilmente scorda quell’aura di jazz che lo percorre, e Arturo Benedetti Michelangeli sembra proprio un pianista di jazz quando lo esegue: nella sua splendida indifferenza, nel bianconero del suo pianismo ho sempre ravvisato l’eleganza salottiera di un vecchio jazzman. Forse a lui non sarebbe piaciuto come complimento: ma è un complimento. I compositori del primo Novecento, alla ricerca di qualcosa che potesse svecchiare la loro arte, capirono di aver trovato una riserva di armonie nuove, di suoni nuovi, capirono che lo sguardo puro e “non colto” dei primi jazzman era oro. Non tutti lo capirono, a dire il vero ma Ravel sì. “Preferisco il jazz a Mozart e Beethoven”, confidò a un amico. Diciamolo senza peli sulla lingua: la maggior parte delle critiche al jazz, da parte degli intellettuali occidentali, fu dovuta a motivi razziali. “Musica per negri” lo chiamava Hermann Hesse nel Lupo della steppa. I musicisti furono più intelligenti: per loro non si trattava di formulare teorie, ma di un semplice sì/no. La domanda era: “C’è della musica qui?” E ce n’era.
Ernest Ansermet, il direttore d’orchestra svizzero, scrisse già nel 1918 un articolo in lode di Sidney Bechet. Ma Bruno Walter, in un’intervista del 1958, arriva ad affermare che il jazz è un pericolo per la società perché “fa appello ai più bassi istinti umani”. O bella, e a quali più nobili istinti facevano appello tutti quei colleghi e coetanei di Walter che avevano servito con fervore il nazifascismo?
George Gershwin, il compositore che più di tutti fu vicino al jazz, aveva il complesso di non aver studiato abbastanza. Ma quando chiese a Ravel di dargli delle lezioni, Ravel capì subito che la bellezza di Gershiwin risiedeva proprio in quel tanto di non coltivato che era in lui, e gli chiese: “Perché vuole diventare un Ravel minore, quando è già un Gershwin di ottima qualità?” La risposta di Igor Stravinsky era stata più pragmatica: Stravinsky era un uomo simpaticissimo, ma molto attaccato ai soldi: chiese a Gershwin quanto guadagnasse con la sua musica e, venute a sapere le cifre, propose: “Facciamo così: sono io che prendo lezioni da lei!”
Una riserva di suoni nuovi, un ruggito di foreste incontamimate, una raffinata barbarie: tutto questo doveva essere il jazz per i musicisti colti francesi. Dopo la prima esecuzione della Sagra della primavera, Debussy disse a Stravinsky: “Avete scritto una musica negra”, e glielo disse come un complimento. Anche Debussy, del resto, fu affascinato dal jazz. L’ultimo pezzo dei suoi Children’s corner è un ragtime, e tutti i pianisti che lo eseguono cercano di renderlo più classico. Il rullo di pianola inciso dallo stesso Debussy non lascia spazio a dubbi: lui non voleva affatto che venisse eseguito come un pezzo classico: Debussy esegue quel ragtime come un vero pianista jazz! (D’altronde, dischi alla mano, possiamo dire che Debussy eseguiva la sua Claire de lune con uno stile che ricorda più Bill Evans che qualsiasi pianista classico!)
Quello che Debussy, Ravel e anche Gershwin conobbero era il primissimo jazz, quello di New Orleans, di Kid Ory, di Sidney Bechet. Ma Ravel e Gershwin vissero abbastanza da poter ascoltare anche Duke Elington. C’erano poi le tournée internazionali di Paul Whiteman, che non faceva del vero e proprio jazz, ma che contribuì a diffonderlo in Europa, fino alla Russia. Sarà mai capitato,a Ravel, di ascoltare la cornetta struggente di Bix Beiderbecke, che sul finire degli anni Venti suonava nell’orchestra di Whiteman? Non lo sappiamo. Sogniamolo. E apprezziamo la trama diafana di questi dialoghi tra musiche che si parlavano da un continente all’altro, da una sponda all’altra, da una cultura e da una società a delle altre. E ringraziamo il progresso, perché senza la velocità dei trasporti, senza il grammofono, questo dialogo non sarebbe stato possibile. Oh le melopee tristi del Concerto per pianoforte di Ravel! Non vi sentite l’eco di Bix? E il Blues della Sonata per violino e pianoforte non vi sembra un incrocio tra l’Adagio di Albinoni e Creole Love Call? Non so dirvi se  i mondi sonori di Duke e di Ravel si siano mai incontrati. Ma le musiche si parlano fra loro più dei musicisti. E nel cielo surriscaldato dei primi del Novecento le musiche si parlarono tanto. Allora c’era il senso di vivere in un continuo progresso, in una elettrizzante corsa al futuro. Noi, ripensando a quell’epoca, la pensiamo come un’epoca di crisi, ma chi la visse non la visse così. L’Ottocento fu un secolo di novità e fiducia nel nuovo. Fu un secolo animato dalla gioia di superare se stesso. Anche i primi trent’anni del Novecento furono così, malgrado la prima guerra mondiale. Fu la seconda a cancellare tutto. Da ragazzo lessi un’intervista a Paolo Conte il quale diceva che il Novecento, dal punto di vista creativo, si è fermato con gli anni Trenta, e che dopo la seconda guerra mondiale non c’è stato più nulla di originale nella maggior parte dei campi artistici. E’ una teoria un po’ estrema, ma è vero che il periodo tra l’Ottocento e gli anni Venti-Trenta è stato un periodo di entusiasmo per il nuovo, di amore per l’innovazione che poi è morto sotto le ossa dei lager e sotgto bombe di Dresda e di Hiroshima. Il nuovo si era mostrato sotto un aspetto troppo pericoloso per poter essere ancora amato. Continua a leggere

Annamaria Ferramosca, Lettera a Francesco Filia su “L’ora stabilita”

Caro Francesco,

trovo in questa raccolta il perseverare nella tua tormentata ricerca di senso, che qui raggiunge lo stadio più rigoroso ed esacerbato del tuo pensiero di fronte all’esistenza. Questa ti si rivela ormai come ingannevole fiaba senza lieto fine, nella sua vacuità e nel suo ostile metaforico paesaggio di asfalto e muri. E avverto forte la volontà di aprire a chi legge la tua visione sincera di una realtà così cruda e deludente da sembrare irreale; una realtà che conserva e trasmette solo sensazioni ultime, soffocanti, di una fine penosa, di cui noi stessi siamo responsabili, capaci come siamo di rovesciare la pelle, stringere il respiro con fil di ferro.
Così nella tua ora stabilita dello scrivere che è l’ultima chance per riscattare il morire, hai creato con testi brevi e accorati un’architettura cristallina dove il rincorrersi di 7-8 versi in amari brani di pensiero, getta una luce cruda sugli enigmi irresolubili dell’esistere, basculando tra le diadi buio-luce, fine-rinascita, mondo-oltremondo. E doloroso è anche ogni tentativo di resistenza, che a te sembra un brancolare per timore o forse solo per disincanto. Eppure si percepisce anche la vita, con la sua incoercibile spinta alla sopravvivenza, la si vede cercare in affanno un lume, un’immagine chiara di speranza, come quel profilo di bambino che corre nel buio verso l’orizzonte. Sì, la scommessa è cogliere con la penna quel quid di immortale, la promessa che salva, o almeno capace di illuderci di una qualche salvezza.
Un vento amaro soffia su ogni tuo pensiero, pur nella consapevolezza di quel fuggevole lume intraducibile intravisto anche sul viso della donna che ti sta accanto, tanto da portarti a costruire addirittura il paradosso per cui proprio l’appiglio sperato ti indicherà il percorso per l’ultima resa. Così preferisci prefigurare la fine perché ti appare più giusta l’altra vita, il non essere, o l’essere nel misterioso altrove della prenascita.
Nell’ora stabilita, quando la mano afferra la ringhiera e trema, un senso di assoluto spaesamento toglie il respiro e l’ora che dovrebbe illimpidire la percezione, fare il conto rigoroso tra aspettative e risultati, è invece l’ora che non rivela e non fa riconoscere come umano nemmeno l’evento della fine. Ci si rassegna così all’eterna sospensione, all’attesa infinita dello sciogliersi dell’enigma, e si giura sul non cambiamento di ogni cosa, sulla fatale staticità del tutto.
Trovo poi magnifico il testo di pag. 73, in cui la visione dell’essere come esito di fusione cosmica, eco stellare, remotissima, appare come un luccichìo – sia pure ambiguo nel suo stare tra qualcosa o niente – che si riflette nel nostro respiro.
Questa tua è una poesia di pensiero, ferocemente “ultima” e ultimativa, rigorosa, tesa nello scavo sui confini dell’inconoscibile, come vorremmo fosse oggi ogni scrittura poetica.

Annamaria Ferramosca

Una favilla, il luccichio
lo squarcio aperto delle stelle
atroce, immenso, un’unica
eterna onda, un’eco
remotissima: qualcosa
o niente
si riflette nell’assioma
indimostrato del nostro respiro.

(p. 73)

Grazia Procino, poesie da “E sia”

Grazia Procino, E sia, Giuliano Ladolfi Editore 2019

 

Afasia della Sibilla

Passiamo una vita intera a cercare il senso.
Quando lo sfioriamo
– è viscido, non si afferra – inquieti,
delusi ci dirigiamo altrove.
Qualche testardo continua nell’impresa:
a Cuma interroga la Sibilla
rinsecchita dal tempo, presbite,
che si gira dall’altra parte
rimane indignata
mastica insofferenza:
“Chi ha osato disturbarmi?
Io non perdo il mio tempo
d’eternità in ricerche impossibili.
Solo gli uomini si ribellano
all’appartenere alla stirpe
di coloro che non sanno”. Continua a leggere

Caregiver Whisper 96

Mio padre Sebastiano è morto l'11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l'ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

– – –

5 gennaio 2020

L: «Quale fiato mi hai dato? È mosso il devo canto? Hai stutato il cavallo basso?»
A volte penso che dovrei segnare su un quaderno tutte le domande strampalate e improvvise che Lucia mi ha posto in questi ultimi anni per poi andare per strada, aprire una pagina a caso e leggerne una a chi mi passa accanto.
«Buongiorno, mi scusi: quale fiato mi ha dato? Per caso sa se è mosso il devo canto? E il cavallo basso, l’ha stutato?»
Mentre lo penso, mi chiedo in che modo mi guarderebbero le persone e cosa penserebbero. Mi chiedo anche se sarebbero in grado di darmi una risposta utile, magari da poter riutilizzare con Lucia nei giorni a venire, o se passerebbero oltre, facendo finta di niente. Continua a leggere

Lorenzo Pompeo, Belgrado capitale della poesia serba: gli anni d’oro (1952-1961)

Belgrado capitale della poesia serba: gli anni d’oro (1952-1961)

 

Dal momento che la “città bianca” (così suonerebbe la traduzione della città serba) fu la capitale di due stati, uno dei quali non esiste più, può essere considerata una ovvietà il fatto che tutte le energie intellettuali e creative del paese confluissero qui da tutta la Serbia, allora repubblica della Jugoslavia, che si stava rapidamente evolvendo da una economia prevalentemente rurale verso una industriale. Tale metamorfosi implicò uno spostamento verso i principali centri urbani, tra cui Belgrado, di masse di contadini.
Se andiamo ad analizzare da vicino i principali eventi della poesia serba, il periodo in questione, per diversi motivi, fu uno dei più fecondi. In questi anni debuttarono quelle che sarebbero diventate le figure più importanti della poesia serba del dopoguerra (Miodrag Pavlović, che esordì nel 1952, Vasko Popa l’anno successivo, mentre Ivan V. Lalić pubblicò la prima raccolta nel 1955) e si consumò la luminosa meteora di Branko Miljković, morto suicida (ma in circostanze sospette) nel 1961.
Nel 1948 la Jugoslavia di Tito era stata espulsa dal Cominform (l’organizzazione dei partiti comunisti sotto il diretto controllo di Stalin). Quest’ultimo riteneva che la scomunica avrebbe scalzato la leadership di Tito che, al contrario, ne uscì rafforzata, anche se quella frazione del Partito comunista al potere (che da allora cambiò il nome in “Lega dei comunisti di Jugoslavia”) fedele a Stalin venne rapidamente espulsa e messa agli arresti. Il boicottaggio economico della Jugoslavia da parte dei paesi del Cominform ebbe come effetto un avvicinamento del paese balcanico agli Stati Uniti e ai paesi della Nato, che cominciarono a inviare aiuti economici e militari. L’intervento degli Stati Uniti nella Guerra di Corea, nel 1950, frenò i piani di una invasione della Jugoslavia da parte degli eserciti del Patto di Varsavia (solo dopo la morte di Stalin, nel 1953, i rapporti con il Cremlino gradualmente si normalizzarono). In quegli anni un’ondata di arresti colpì i simpatizzanti del Cominform e del socialismo sovietico in Jugoslavia, ma allo stesso tempo le aperture verso l’Occidente favorirono la manifestazione di nuovi fermenti in campo culturale. Il modello sovietico, a cui si era ispirato Tito nell’immediato dopoguerra, a causa delle sopravvenute circostanze, dovette essere rimpiazzato da un nuovo modello di socialismo (ribattezzato “titoismo”), che si andò precisando attraverso un tortuoso e interminabile dibattito politico-ideologico sui principi del marxismo-leninismo e che culminò nella riforma del 1965, con la quale vennero fissati i principi e il funzionamento di tale modello. Malgrado le differenti posizioni all’interno del partito, il punto che non poteva mai essere messo in discussione era la leadership di Tito. Tuttavia il superamento del modello sovietico implicò anche la fine della dottrina del realismo socialista, imperante nelle arti e nella letteratura dei paesi del Patto di Varsavia almeno fino al 1956.
A Belgrado, prima della guerra, si era formato negli anni ’30 un circolo di poeti surrealisti, di cui Oskar Davičo fu la figura di primo piano. Fu grazie al suo intuito se il giovanissimo Branko Miljković, da poco giunto a Belgrado e non ancora laureato, poté cominciare a pubblicare le sue poesie nel 1955. L’eredità del surrealismo è altresì ben visibile nei versi di Vasko Popa, forse la figura più importante nella poesia serba del dopoguerra. Era nato a Grebenac, un villaggio della Vojvodina al confine con la Romania (con una consistente comunità romena che costituisce la maggioranza degli abitanti) nel 1922, in una famiglia per metà serba e per metà romena. Nel 1940 si era trasferito a Belgrado (città dove trascorse gran parte della sua vita e dove morì nel 1991) per studiare all’università (si iscrisse alla facoltà di lingue romanze) ma con lo scoppio della Seconda guerra mondiale fu costretto a continuare i suoi studi a Vienna e Bucarest. Durante la guerra combatté per i partigiani di Tito e venne internato in un campo di concentramento nazista. Dopo la guerra riprese gli studi a Belgrado, dove si laureò nel 1949 in lingue romanze (francese). Dal 1948 al 1951 lavorò per Radio Belgrado e nel 1954 entrò nella redazione della casa editrice Nolit, dove lavorò per venticinque anni. Al 1953 risale il suo debutto con la raccolta di poesie Kora (in it. “La corteccia”), ma aveva già cominciato a pubblicare, a partire dal 1951, sulle riviste «Književne novine» e «Borba». Il suo esordio sulla scena letteraria lasciò un segno. Alla base della sua poetica vi era una nuova e personalissima sintesi tra surrealismo e folklore, del tutto estranea alla poetica del realismo socialista. L’innovazione e la libertà dei suoi versi senza rima né punteggiatura, il suo linguaggio scarno ed essenziale ma denso, aprirono spazi nuovi nella poesia serba. La successiva raccolta, Nepočin polje (in it: “Campo senza quiete”), del 1956 ottenne il prestigioso premio Zmaj e lo consacrò tra le figure di primo piano della scena letteraria dell’allora Jugoslavia. Un chiaro esempio della sua poetica possono essere considerate le poesie di questa raccolta dedicate a un anonimo sasso (ne citiamo due, forse le più esemplificative), che danno vita a una sorta di “epos surreale”: 

Ciottolo

Senza testa e senza membra
Appare
Con l’eccitante caso
Si muove
Con il passo impudico del tempo
Tutto afferra
Nel suo appassionato
Abbraccio interiore.

Bianco, liscio, innocente tronco
Sorride con il sopracciglio della luna.




Il sogno del ciottolo 

La mano affiorò dalla terra
Lanciò il ciottolo in aria

Dov’è il ciottolo?
Sulla terra non è tornato
In cielo non è salito.

Che è successo al ciottolo?
Le altitudini lo hanno mangiato
O è divenuto uccello?

Eccolo il ciottolo
è rimasto testardo in se stesso
Né in cielo né in terra.

Solo a se stesso obbedisce
Mondo tra mondi[1] Continua a leggere

Bustine di zucchero #26: Iosif Brodskij

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Brodskij 2

L’ispirazione a scrivere Farfalla l’apprendiamo dallo stesso Brodskij in un’intervista del 1979. La sua musa poetica era in esilio da ormai sette anni dalla patria russa. Il poeta narra principalmente l’occasione che lo condusse a elaborare il poema – cercando di «mettere assieme due cose, Beckett e Mozart» –, ovverosia la circostanza di un concerto a cui assistette diversi anni prima, quando si trovava in Russia, in compagnia di una ragazza. All’uscita da questo concerto di Mozart, mentre passeggiavano, la ragazza fece un appunto a Brodskij, osservando che le sue poesie erano bellissime, ma non avevano ancora raggiunto «quella fusione di leggerezza e profondità che c’è in Mozart». Leggerezza e profondità, se dosate col metro dell’armonia, divengono consustanziali sia alla poesia che alla prosa; basti pensare a Caproni, se leggiamo i versi di Battendo a macchina («Mia mano, fatti piuma:/fatti vela; e leggera/muovendoti sulla tastiera/sii cauta»), o alla prima lezione americana di Calvino, dedicata al concetto della leggerezza, nel senso di «planare sulle cose dall’alto» senza avere «macigni sul cuore». La penna brodskijana, come una scia sul foglio, mantiene l’attenzione verso questi due poli poiché la leggerezza è memore della profondità che ferisce e salva e nella cui riga si mescolano «saggezza e idiozia […] senza togliere polline dai fiori,/ma facendo più lieve il cuore». La farfalla è la poesia, la stessa penna che si avventura e non conosce paura ed è più lieve della polvere, supera il passato e l’avvenire, col suo volo «anche l’aria d’un tratto/prende una forma», apre una breccia ai significati perché la parola, seppur nel suo limite, si spezza per comunicare un’alterità rispetto al suo senso originario. In tale direzione leggerezza e profondità paiono essere affini ad altri due termini fra loro contrapposti – gioia e dolore. Contrapposti, ma che non si escludono, se è vero che nel fondo della gioia scopriamo un antico dolore, così come nel dolore scaviamo esasperatamente per trovare la gioia («Tu scavi e io scavo» recita un poesia di Celan). Nel leggere questo poema sulla leggiadria personificata nella vita breve della farfalla, e per riflesso nel moto essenziale della scrittura, si ha veramente la sensazione di ascoltare la sonata numero 3 per pianoforte di Mozart in cui l’allegria raggiunge un sentimento lirico, un planare sopra le parole che «si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso» e che considera «le ragioni del peso» – la profondità per l’appunto. Allora si comprende che il dolore, talvolta, ha bisogno di alleggerire il suo gravame, senza perderne lo spessore, la rilevanza, ma cercando un volto più lieve.

Bibliografia in bustina
Iosif Brodskij, Poesie, Milano, Adelphi, 1986 (trad. G. Buttafava), pp. 35-37.
Iosfi Brodskij, Conversazioni, Milano, Adelphi, 2015 (a cura di C.L. Haven), p. 106.
G. Caproni, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1983, p. 204.
I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Garzanti, 1988; Mondadori, 1993 (2016), p. 20.

I poeti della domenica #428: Michelangelo Buonarroti, Se ’l foco al tutto nuove

 

13

.  Se ’l foco al tutto nuoce,
e me arde e non cuoce,
non è mia molta, né sua men virtute,
ch’io sol trovi salute,
qual salamandra, là dove altri muore;
né so chi in pace a tal martir m’ha volto.
Da te medesma il volto,
da me medesmo il core
fatto non fu, né sciolto
da noi fia mai il mio amore:
più alto è quel Signore,
che ne’ tu’ occhi la mia vita ha posta.
S’io t’amo, e non ti costa,
perdona a me, com’io a tanta noia
che fuor di chi m’uccide vuol ch’i’ muoia.

 

© Michelangelo Buonarroti, Rime e lettere. A cura di Antonio Corsaro e Giorgio Masi, Bompiani, “Classici della letteratura europea”, 2016

I poeti della domenica #427: Michelangelo Buonarroti, Il mio refugio e ’l mio ultimo scampo

1

.  Il mio refugio e ’l mio ultimo scampo
qual più sicuro è, che non sia men forte
che ’l pianger e ’l pregar? E non m’aita.
Amore e Crudeltà m’han posto il campo:
l’un s’arma di pietà, l’altro di morte;
questa n’ancide, e l’altra tien in vita.
Così l’alma, impedita
del mio morir, che sol porrìa giovarne,
più volte per andarne
s’è mossa là dov’esser sempre spera,
dov’è beltà sol fuor di donna altiera;
ma l’imagine vera,
della qual vivo, allor risorge al core,
perché da morte non sia vinto amore.

 

© Michelangelo Buonarroti, Rime e lettere. A cura di Antonio Corsaro e Giorgio Masi, Bompiani, “Classici della letteratura europea”, 2016

proSabato: Arno Schmidt, da “I profughi”

Pubblichiamo l'incipit di I profughi di Arno Schmidt oggi, 18 gennaio 2020, a 106 anni dalla nascita dell'autore. (la redazione)

La luna precoce strisciava, rachiticamente curva, oltre il terrapieno della ferrovia; ancora una volta sazia di carne. Cespugli agghindati con un resto di pioggia fresca; e poter ricominciare a fumare. Una grassa nuvola puttana stiracchiò grigie spalle dietro i boschi serali; maccheroni e la crosta di svizzero grattugiata dentro. Due girandole d’aria mi corsero incontro, con fini criniere polverose, corpi gialli trasparenti; vagarono imbarazzate più vicino, agguantarono tremando lo strascico, si girarono e sospirarono incantevoli (poi subito però arrivò il furgone di Trempenau, e dovettero seguirlo, al traino, con lungo fondoschiena da menadi: uno col mezzo ha sempre più possibilità!)

Il sole tramontato lasciò dietro ancora a lungo il rosso di carta assorbente dove da sopra penetravano inchiostri della notte. Pioggia colò poi obliqua tra gli alberi ossuti; vento dava buffetti a capelli e occhi di curvi profughi, prosegui dài, i galletti segnavento si sbellicavano sui colmi dei tetti. Grigio abitato coperto di ardesia; per la fottutissima volta la ronda attorno a Benefeld, giro sempre largo.  Nel cielo brullo echeggiò forte il vento; radio sbraitava da tutti gli squallidi abbaini; sedevano lì con rabbiose facce piatte sotto 25 watt; i miei piedi argillosi mi spinsero sul sentiero ridotto a rigagnolo, finché il cuore fu liso come il paltò, quanti casini. Niente danni di guerra, sussidi per la casa, rivalutazione dei risparmi all’Est (siano maledetti i ministri!). Le stelle apparvero come ladri in impermeabile, nei lenti vicoli di nuvole. Ma in compenso tre persone per stanza; ma in compenso riarmo eh : che razza di buoi devono essere quelli che eleggono il macellaio a loro re! Il vento nero gesticolava come un pazzo furioso, spintonava e gridava; il ramo più vicino me lo sbatté in fronte, fischiò a un compare e sputò pioggia : quello giunse ululando da dietro, mi sbalzò il cappello e strinse la sciarpa. Ma in compenso il reinsediamento non funziona sempre; in qualsiasi mestiere a 65 anni una persona è fuori servizio; lo statista però, senilissimus, pare diventi solo a 75 anni maturo davvero, di ghiaccio, totalmente inumano, greve gracchiante grugnente ghignoso gradasso. Tre grigi uomini-pipistrello m’incrociarono in lunghi ondeggianti mantelli, e già appariva il tetto a punta del contadino basso-sassone. Nessuno che non sia agricoltore ha diritto a parlare degli orrori della guerra: gli eterni controlli, caro mio! Che il crivetz vi! Una magra civetta d’argento pende immobile nel fitto dei pini; allo stagno: briganteggiano  tipacci arborei in stracci di nebbia, braccia come clave, tenute nodosamente alte. Dentro, la maledizione a tavola sulle fette spalmate di melassa; pareti ammuffite, chi può scaldare questo buco; avanti col Belfagor di Wetzel (deogratias Beier non era ancora arrivato); e questo che stiamo facendo adesso è il cosiddetto esistere. (La zuffa dei venti fuori infuriava senza tregua.)

 

Edizione di riferimento: Arno Schmidt, I profughi. A cura di Dario Borso, Quodlibet 2016, pp. 7-8
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