Altri dischi #5: Jim Morrison & The Doors, An American Prayer

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Jim Morrison & The Doors
An American Prayer
Elektra, 1978

 

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di Ciro Bertini

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La si potrebbe considerare una banale operazione commerciale. A sette anni dalla morte di Jim Morrison, i Doors si ritrovano in studio per dare una veste musicale ad un consistente corpus di poesie, recitazioni e dialoghi composti e registrati dal Re Lucertola e rimasti negli archivi della Elektra. Il background è questo. Non la voglia di cimentarsi con un nuovo album di inediti che “aggiorni” il sound della band di Los Angeles all’alba degli anni ottanta, quindi, ma un tentativo di resuscitare Jim, la leggenda, ponendolo ancora una volta davanti al microfono e facendogli recitare le sue storie di morte e rinascita, le sue visioni di trascendenza e catarsi, i suoi dialoghi scabrosi e onirici. Ci avevano già provato, Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore, a proseguire senza di lui, registrando in fretta e furia un primo album ad appena pochi mesi dalla sua scomparsa. Un modesto tentativo di dire: ci siamo ancora, quel “Other Voices”, e mai un titolo sarebbe potuto essere più appropriato nel ribadire l’assenza di Morrison, tanto nella scrittura dei testi quanto nell’interpretazione degli stessi. Forse sarebbe stato più corretto cambiare nome, seppellendo per sempre The Doors accanto alla tomba che aveva appena accolto le spoglie di chi quel nome l’aveva inventato, ma al di là delle spietate leggi del mercato che impongono di far correre la bestia finché ha ancora un po’ di fiato in gola, una simile, coraggiosa scelta avrebbe dato ragione a quanti, allora come oggi, ritenevano che Jim Morrison fosse i Doors e che i Doors fossero Jim Morrison. Non è ovviamente questo lo spazio adatto a intavolare una discussione circa i meriti individuali dei quattro componenti della band, se fosse Jim a trascinare gli altri con la sua personalità strabordante, o se fossero piuttosto Robby, Ray e John i veri geni musicali, senza i quali Morrison sarebbe stato soltanto uno sconosciuto autore di poesie che pochi o nessuno avrebbe letto. Sia chiaro che chi scrive nutre per il quartetto californiano un’ammirazione assoluta e ritiene che The Doors sia una pietra miliare della storia del rock.

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La botte piccola #6: E.M. Forster, “La storia di un panico”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il sesto appuntamento è con il racconto La storia di un panico di Edward Morgan Forster. Buona lettura.

Foto di Giulia Amato

Foto di Giulia Amato

Edward Morgan Forster è notoriamente l’autore di Camera con vista e Casa Howard, capolavori della letteratura inglese di inizio ‘900 che hanno per tema la necessità di sveltire le rigide convenzioni dei rapporti umani, le relazioni tra i sessi e tra gli strati sociali; è autore di Passaggio in India, dove a essere messi in scena sono l’incontro tra i due estremi della spina dorsale britannica, i danni del colonialismo come quelli della sfegatata esterofilia. Ma è anche autore, per chi scavi più a fondo, di distopie (La macchina si ferma, 1909) e racconti fantastici (la raccolta L’omnibus celeste, 1911) che nella letteratura di genere si inseriscono a gamba tesa nel dibattito tra un nuovo realismo scientifico e impegnato à la Wells e un diverso tipo di impegno tutto onirico, inquieto e narrativo, che ha come modelli l’amato Hawthorne e come compagni di viaggio, di lì a poco, l’oscuro Conrad e gli scrittori del modernismo americano e inglese.
Il racconto che apre la raccolta L’omnibus celeste (qui nell’edizione Feltrinelli 1980, traduzione di Gabriella Fiori Andreini) ha il titolo di Storia di un panico e prova a mettere in scena l’irruzione del dionisiaco all’interno di un gruppo umano borghese in vacanza nella cittadina di Ravello. (altro…)

Paolo Virzì, La pazza gioia

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La pazza gioia, evviva la commedia all’italiana di Nicolò Barison

 

Valeria Bruni Tedeschi è Beatrice, una contessa miliardaria decaduta, che, a sua detta, è in stretti rapporti con i leader più influenti di tutto il mondo, fra cui Silvio Berlusconi, con cui condivide l’”accanimento giudiziario”. Micaela Ramazzotti è Donatella, una giovane madre dal passato burrascoso, il cui unico scopo è rivedere suo figlio dato in adozione, o almeno, avere una sua foto. Le due donne soggiornano in un istituto mentale, una grande villa colonica sulle colline pistoiesi convertita in struttura pubblica, sotto lo stretto controllo del Giudice di Sorveglianza, il quale ha disposto la custodia cautelare. Tra loro nascerà una splendida amicizia che le porterà a fuggire dall’istituto, dando vita ad una bizzarra avventura on the road.

Paolo Virzì, a due anni di distanza da Il Capitale Umano, lascia le zone del vicentino e ritorna a girare nella sua amata Toscana. La pazza gioia è una commedia agrodolce sui drammi personali di due donne: Donatella e Beatrice. Taciturna e inizialmente diffidente la prima, esuberante e logorroica la seconda, le due diventano pian piano amiche. Durante un’uscita dall’istituto per un lavoro socialmente utile in un vivaio, Donatella e Beatrice, approfittando di un ritardo del pulmino, decidono di scappare e darsi alla “pazza gioia”. Il film di Paolo Virzì certo ricorda Thelma & Louise, ma con qualche accorgimento. Se le due americane nel film di Ridley Scott fuggivano dalla loro noiosa quotidianità, le due toscane scappano in cerca dei frammenti del proprio passato. Con La pazza gioia Virzì mette in scena una storia tenera e triste, che trova la sua forza, e sembrerebbe un ossimoro, proprio nelle fragilità delle due protagoniste, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, le quali forniscono due prove davvero convincenti. Le due attrici sono in grande sintonia fra loro, una coppia che scoppia, dove la recitazione dell’una valorizza e completa quella dell’altra. Due ruoli femminili potenti che non hanno nulla da invidiare alle donne dei film di Pedro Almodóvar. Ma, d’altra parte, Paolo Virzì è ormai una certezza.

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Goliarda Sapienza o dell’«essere outsider»

Goliarda Sapienza Telerama

dal sito © Telerama.fr

Vi sono molti modi di narrare la vita e l’opera di Goliarda Sapienza perché sono tante le modalità con cui si può approcciare quanto ha scritto e ci ha lasciato. Su questo blog sono stati numerosi i post e i saggi a lei dedicati ma, prima di ritornare a ricordarli in questo periodo di passaggio − vedremo perché − e nell’anno del ventennale della morte (avvenuta appunto nel 1996) si renderà necessario menzionare e citare chi, con attenzione critica, si è dedicato a studi su Sapienza nell’ultimo decennio e da prima. Si parla qui e da subito di una transizione in questo maggio 2016 che ha visto un compleanno non festeggiato (il 10, giorno di nascita di Sapienza secondo la biografia e un articolo di Fabio Michieli che rimanda ad Ancestrale) e un agosto che ci ricollegherà all’anniversario della scomparsa. Ma è soprattutto nel maggio del 1951 che Goliarda Sapienza debutterà a Roma al Teatro Pirandello, in Vestire gli ignudi dell’omonimo autore siciliano, nella parte della protagonista Ersilia Drei, ottenendo un successo di critica senza precedenti − e sarà in quel frangente, come la biografia ricorda, proprio Silvio D’Amico (direttore della Regia Accademia d’Arte Drammatica all’interno della quale lei si formò) a definirla «la nuova Duse». Una consacrazione simbolica cui desideriamo fare riferimento a sessantacinque anni da quel momento; un passaggio che segnerà un successo emblematico ma anche di lì a poco rifiutato, privo di un’aderenza vitale che invece, in Sapienza, si esprimerà sempre nella scrittura.

A seguire un quadro non esaustivo dell’impegno critico di cui si è debitori, come preannunciato. Si parta dal cinema e dai documentari che, dal 1996 a oggi, sono riusciti a riportare agli occhi del lettore un’immagine limpida della scrittrice, del personaggio, dell’attrice, della docente di cinema e della donna che è stata: si fa particolare riferimento qui a Frammenti di Sapienza di Paolo Franchi (1995), al documentario L’arte di una vita di Loredana Rotondo (in «Vuoti di memoria», RaiEducational, 2000) e a l’Anti-Gattopardo. Catania racconta Goliarda Sapienza di Alessandro Aiello e Giuseppe Di Maio (2012) − viaggio sentimentale ma non romantico. Non sono mancate escursioni più recenti tra cui si annoverano I fantasmi di San Berillo di Edoardo Morabito (2010) e Le belle di San Berillo della registra Maria Arena (2013). Se Paolo Franchi ha colto precocemente la forza lieve di Sapienza, anche il teatro l’ha notata e portata in scena più volte, come in una doppia restituzione del mestiere d’attrice da lei incarnato: in questo senso i lavori di Cristiana Raggi, approfonditi e dedicati (tra cui ricordiamo Goliarda. Spettacolo cineteatrale tratto da L’arte della gioia e Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, 2013) creano un ponte fra testi e autobiografia, attingendo dal lavoro prezioso della biografa Giovanna Providenti che, con il volume monografico La porta è aperta (Catania, Villaggio Maori, 2010) ha ricostruito per prima la vicenda dell’autrice. Aiello e Di Maio, così come Maria Arena, partecipano a un lavoro più ampio iniziato dalla Società Italiana delle Letterate già nel 2008, e che ha visto dapprima l’uscita del volume Appassionata Sapienza a cura di Monica Farnetti (Milano, La Tartaruga, 2011) cui si lega anche l’organizzazione di un convegno omonimo del 2009 tenutosi a Ferrara. Farnetti per prima ha proposto un titolo alternativo a L’arte della gioia − il grande romanzo uscito postumo −: Arte del desiderare (all’interno del volume per La Tartaruga e anche in numerosi interventi pubblici, tra cui quello durante la rassegna Soggettiva a Bologna nell’ottobre del 2013). Un’altra Giornata di Studi che ha avuto luogo invece a Genova nel 2011 dal titolo L’invenzione delle personagge (trattasi del convegno nazionale di SIL) ha dato origine a un volume recentissimo curato da Roberta Mazzanti, Silvia Neonato e Bia Sarasini (Roma, Iacobelli, 2016) con interventi di Farnetti, Laura Fortini e Claudia Priano che riguardano il romanzo L’arte della gioia e si concentrano sul personaggio di Modesta. Del 2012 è invece la miscellanea «Quel sogno d’essere» di Goliarda Sapienza. Percorsi critici su una delle maggiori autrici del Novecento italiano a cura di Providenti (editore Aracne) in cui si codificano i termini di una lettura critica secondo le cifre del “dubbio” e della “contraddizione”. Esse poi sono state riprese nel 2013, anno in cui si è tenuto a Londra il primo convegno internazionale sull’autrice: Goliarda Sapienza in context − quello è anche l’anno d’uscita di una nuova edizione per Einaudi di Le certezze del dubbio (romanzo edito nel 1987 da Pellicanolibri di Roma). Sono moltissime le studiose che si sono occupate dell’opera di Sapienza e del suo mestiere di attrice e di “cinematografara” nel mondo; non si desidera qui procedere con ulteriori elenchi, ma è doveroso esprimere la necessità di guardare a chi continua a indagare i testi in ambito accademico e nell’ambito della critica militante, non esaurendo mai le motivazioni di studio che concernono l’autrice: dal suo rapporto con la terra-madre Sicilia alle comparazioni con autori coevi e non; da una lettura secondo gli Studi di Genere a tagli che considerano i luoghi della formazione e molto altro. Si ha perciò a oggi uno sguardo ad ampio spettro di un decennio di studi approfondito, in cui non manca mai l’attenzione (e la dedizione) di Angelo Maria Pellegrino, vedovo di Sapienza e curatore dell’opera e dell’archivio Sapienza-Pellegrino, autore di prefazioni, postfazioni, articoli e interviste che riguardano l’autrice ma anche del volume monografico per i tipi di Le Tripode Goliarda Sapienza telle que je l’ai connue, di cui abbiamo parlato qui. (altro…)

I poeti della domenica #74. Biagio Marin, Sielo stelao

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Cielo stellato,
silenzioso, solenne,
che vuole le pene
del giorno pieno di triboli.

Calda parola
che ci conforta,
che in alto porta
la creatura più sola.

Stelle infinite,
e ci insegnano il respiro
di questo mondo divino
arioso in giro.

Quello splendore mortale
ci mantiene e alimenta;
quaggiù la vita stenta:
ogni ora è mortale.

*

Sielo stelao
sito, solene
che vol le pene
del zorno tribolao.

Colda parola
che ne conforta
che in alto porta
la creatura più sola.

Stele che no ha fin
e ne insegna el respiro
de sto mondo divin
arioso in giro.

E quel splendor mortal
ne mantien e alimenta;
qua zo la vita stenta,
ogni ora xe mortal.

© Biagio Marin in Nel silenzio più teso, Milano, Rizzoli, 1980.

I poeti della domenica #73. Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo

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La diversità che mi fece stupendo
e colorò di tinte disperate
una vita non mia, ancora mi fa
sordo ai comuni istinti, fuori dalla
funzione che rende gli uomini servi
e liberi. Morta anche la dolente
speranza di rientrarvi, sono solo,
per essa, coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
a me, io non sono più necessario.

Pier Paolo Pasolini, La diversità che mi fece stupendo, in Poesie inedite (1950-1951), in Le poesie, Milano, «I Meridiani» Mondadori (Milano, Garzanti, 1975).

proSabato: Nico Orengo “Caproni, sulla musica della poesia”

foto dall'archivio de «La Stampa»

foto dall’archivio de «La Stampa»

Caproni, sulla musica della poesia. Intervista

«L’uomo è nato per caso, ai margini dell’universo». Giorgio Caproni alza appena la sua bella testa, scavata come un tronco d’ulivo, inquieta e nobile come quella di un’upupa. Minuto e composto nello studio ordinatissimo della casa romana vuol correggere gli errori nei suol due libri da poco usciti: Tutte le poesie da Garzanti, e II labirinto, tre racconti poco conosciuti nella raffinata collana «Piccola Scala» di Rizzoli.
«Son pignolerie da letterato», dice. Ma intanto con la biro, corregge, a pagina 61 delle poesie, nel secondo verso, un suo con tuo. E nei racconti a pagina 23 un era, con ero, a pagina 88 un «e io non pensai» in «e io pensai», a pagina 106 cambia «aggiunsi con voce» in «aggiunsi a caso con voce». «Non rileggo — dice — i libri che pubblico proprio per non trovare errori. Ma quel suo al posto di tuo, l’ho sentito in televisione. Ci sono rimasto male. Comunque, quando dico die l’uomo è nato per caso ai margini dell’universo penso alla teoria di Monod. Ma aggiungo che non riesco a immaginare il cosmo senza l’uomo».
Nato a Livorno il 7 maggio del 1912, figlio di un ragioniere e di una sarta, Caproni è vissuto fra questa città, Genova e Roma, con una parentesi d’insegnamento e lotta partigiana in Val Trebbia e Albania. I genitori appassionati di musica lo iscrissero al Conservatorio, Caproni suonava il violino, ma non superò la prova della Thaïs di Massenet e si ritrovò maestro elementare.
Dalle sue esperienze militari, prima a Sanremo, poi in Val Trebbia, nascono i racconti de Il labirinto, un girovagare senza senso di confine tra la Francia e i paesi appenninici, un incontrare drammatico la morte in combattimento, l’accorgersi tragico che una spia può essere una bella ragazza, sorella di un amico. − Sono racconti scritti, agli inizi degli anni quaranta, prima de II partigiano Johnny di Fenoglio o La casa in collina di Pavese? −
«Sì — dice Caproni — e sono racconti o sfondo autobiografico. Provavo un senso labirintico di fronte ai morti, i nostri, quelli tedeschi. La morte è sempre morte, da qualsiasi parie avvenga. Ma questi racconti li ho scritti per forza, me li chiedevano le riviste, i giornali. Già fra il ’37 e ’38 avevo scelto la poesia. La nostalgia del narratore mi è sempre rimasta. Quanti racconti ho scritto? Quanti ne ha scritti Hemingway. Ma vorrei che proprio le mie poesie fossero lette come un romanzo, a frammenti». (altro…)

proSabato: Sibilla Aleramo, Donne di ieri e donne di oggi

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Donne di ieri e donne di oggi

Giovani amiche, intellettuali, oppur casalinghe, o anche operaie (e perfino contadine come la brava emiliana N.N. che si fermò mesi fa a Roma per conoscermi di persona, qualche ora, reduce da Napoli con una medaglia vinta ad un concorso ove aveva recitato una mia poesia) molte giovani amiche, dicevo, mi chiedono spesso: «Tu, che ci hai tanto preceduto, tu che nel tuo romanzo Una donna, son cinquant’anni, vero? Hai alzato il primo grido per la nostra indipendenza e per la nostra dignità, in pagine che ci sembrano scritte oggi, tu, che ne pensi di noi? E io… nessun compenso nella mia lunga vita m’è giunto mai più alto e commovente. Donne di oggi. Diverse da quelle della mia giovinezza? Certo sì, dalle intellettuali e dalle borghesi d’allora, italiane che mi furono in gran parte ostili o finsero d’ignorarmi e n’ebbi profonda malinconia. Le altre, le massaie, le operaie, le agricole non immaginavano neppure di poter organizzarsi, di poter difendersi. Esisteva qualche grande semplare maggiore a me anche d’età, che mi sostenne e che non ho mai dimenticato, Alessandrina Ravizza sopra ogni altra che fu la fondatrice dell’Università Popolare amata come una mamma, e il suo ritratto è qua sul mio tavolo; Anna Kuliscioff, Linga Malnasi, fra le artiste la D. e, la Serao, la Deledda. Ma ecco, la differenza d’oggi è soprattutto questa, che le donne che lavorano non si sentono più sole, sanno di esser tante e d’essere una forza. E non soltanto le cosiddette lavoratrici del braccio, ma anche quelle del mondo culturale, anche se non tutte lo dichiarano. Deputate, giornaliste, medichesse, avvocatesse, pittrici, maestre elementari, libere docenti di tendenze sociali diverse, persone fra loro avversarie, eppure, eppure hanno quasi tutte, ben nitido o nel subcosciente, il senso di appartenere ad una esercito nuovissimo, insignite di una nobiltà che le antenate mai supposero.

Una nobiltà collettiva, ecco, e che nello stesso tempo distingue quell’esercito da quello maschile, inconfondibilmente. Queste donne manifestano il loro valore, la loro spiritualità in quanto donne, in modo che non era mai stato possibile sinché la specie femminea veniva considerata solo per i suoi attributi − e i suoi meriti − di moglie di madre, in nulla partecipe, in nulla responsabile, di quel che il mondo virile creava. Le donne, oggi concorrono nella creazione del mondo nuovo, della nuova società: e vi concorrono con le loro qualità intrinseche, mai manifestate se non nel leggendario matriarcato, chi sa?

Quando io, alcuni anni dopo la pubblicazione di Una donna, scrissi e pubblicai in un giornale letterario alcune pagine intitolate Apologia dello spirito femminile (poi raccolte nel volume Andando e stando e più di recente in Gioie d’occasione) pochi in Italia le rilevarono: vi fu solo un critico americano, a me ignoto, ad affermarne l’originalità e l’importanza. In verità − e le mie giovani amiche d’oggi sono certa non mi accuseranno di vanità per questo richiamo − originali e importanti erano, quelle paginette, e il critico d’oltre Oceano diceva nientemeno che le sorelle di tutto il mondo dovevano essermene grate. Perché io affermavo nientemeno che la donna non s’era ancor mai rivelata nella sua vera intima essenza, diversa fondamentalmente da quella maschile (parlavo delle scrittrici ma il discorso poteva avere una estensione più vasta).
Ebbene, la sorte m’ha dato di vivere tanto da vedere profilarsi l’avvento di quella mia remota trepida intuizione.

Due tremende guerre si sono succedute da allora. Una nuova formidabile forma di vita sociale s’è instaurata nella metà quasi del nostro globo, ed anche dove ancora non s’è attuata i sistemi d’esistenza stanno ovunque mutando, e ovunque, ovunque, la donna più ancor dell’uomo sta modificandosi nella sua più profonda essenza, non è forse vero, giovani amiche mie, giovani compagne?

Nella sua più profonda, più segreta essenza la donna va rivelandosi a se stessa, ora che il campo della sua attività ogni dì meravigliosamente s’estende. Quanto più ella si sente partecipe e necessaria nel grande lavoro di costruzione della nuova umanità, tanto più il suo spirito coglie le differenze con lo spirito maschile, le avverte d’uguale valore, ma direbbe, più fresche, più pure, sì, e ne prova un tacito stupore, che da al suo sorriso una grazia quasi infantile.
Un sorriso che credo sia avvertito dagli uomini e li sproni ad essere degni per la maggior gloria del tempo che sopraggiunge.

© Sibilla Aleramo, Donne di ieri e donne di oggi, in Diario di una donna. Inediti 1945-1970, Milano, Feltrinelli, 1978 (già in «l’Unità», 29 luglio 1959).

Clinica di Giulia Girardello. Racconto

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Clinica
di © Giulia Girardello

Stava lì seduta su una panchina e osservava con insistenza il palmo della sua mano sinistra. Cercava di trovare tra quelle linee sulla pelle il nome dell’uomo che amava.
Era convinta che da qualche parte ci fosse, segnato nel suo destino, quel nome. Non era questo un amore normale, di quelli che capitano di solito alla gente. No no, si trattava di ben altro. Questa era una cosa che aveva a che fare con le galassie e gli alberi secolari, con la struttura dell’atomo e l’armonia come percezione dell’universo.
Lei lo sentiva, lei lo sapeva.

Io ti guardo e mi chiedo perché in tutto questo tempo non c’è stata tra noi una magari anche timida ricerca di intimità. D’accordo le battute, i sorrisi, il tempo passato assieme, i silenzi, ma mai nessuno, né tu né io, che abbia tenuto lo sguardo un po’ più a lungo o lasciato scivolare la mano fino a sentire il contatto della pelle.
Io ti guardo e mi accorgo in questo momento di aver desiderato che questo succedesse in ogni istante in cui siamo stati vicini. Mi rendo conto ora, con una chiarezza dura e totalmente fuori luogo, di averlo sognato sempre da quando ti conosco.
E allora io ti guardo e vedo la nostra vita sbagliare strada, vorrei fermarti, chiamarti indietro, perché stiamo solo perdendo tempo.
Io ti guardo e tu guardi lei, che sta appoggiata alla tua spalla con una naturalezza e una semplicità disarmanti. Era così difficile, sembra chiedermi senza nemmeno accorgersene. Io la odio. Odio di lei la parte in cui mi riconosco e odio il suo tempismo, questo invece decisamente migliore del mio.
Eppure io ti guardo, anche se fa un gran male, e aspetto che tu torni da me. (altro…)

Laura Lepetit, Autobiografia di una femminista distratta. Recensione

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Laura Lepetit, Autobiografia di una femminista distratta, Roma, nottetempo, 2016, € 12.00

Forza, tenacia, coraggio, e ancora intelletto, caparbietà, costruzione, idea, risolutezza, giusto sguardo: sono solo alcune delle parole che vengono in mente leggendo Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit. Spesso in questo blog si parte dai titoli per sviscerare i caratteri totali dell’opera che si ha davanti e, in questo caso, non è solo legittimo − com’è stato detto in altre occasioni, parlando di questo libro − ma è anche fondante, perché l’autrice mette insieme in quella che è la vera presentazione che salta agli occhi prima di leggere tre parole che riguardano sì la sua vita ma anche assumono una connotazione plurima e vitale, adatta ad affrontare queste pagine. “Autobiografia” propone da subito quello che poi si viene a scoprire essere un legame fortissimo con Gertrude Stein, autrice amata sopra tutte da Lepetit. A un livello ulteriore: “autobiografia” come narrazione del sé in una forma di ricostruzione secondo quel disegno che il sé si dà nella vita ma, di più, di ciò che (gli) accade; con questo termine si ammettono quegli accidenti che fanno il procedere dell’esistenza. “Femminista” è la cornice: tutto ciò che avviene in questa storia è una scelta, a partire dall’adesione al Movimento, in termini storico-critici e soprattutto culturali; quello è l’ambiente in cui Lepetit si trova a vivere quando decide di fondare la casa editrice La Tartaruga nel 1975. Il suo sarà un investimento emotivo oltre che economico, ma attuato con un sincero distacco dagli ordini del “femminile” − e la dichiarazione della possibilità di stancarsi di pubblicare libri di donne, e perciò l’aver scelto un nome neutro, è esemplare. Una sfida letteraria e fatta nel mondo in cui si trovava a essere in quel momento: una presa d’atto necessaria e in grado di rompere gli argini del presente e di porre i limiti a un passato, quello che l’ha vista vicina a Carla Lonzi e a «Rivolta femminile». Si tratta di una frattura significante anche in termini di approccio, del tutto “intuitivo” nel suo caso anche nello svolgimento della professione di editrice. “Femminista” non è femminile: talvolta si tratta di un recinto chiuso attorno a una visione che si è declinata su molti strati nella storia mondiale, ma è anche quel perimetro che permette l’inclusione di voci di scrittrici cui Lepetit darà la possibilità di ‘essere insieme’, di stare in quella “casa” – vero luogo del vissuto e del vivere. La Tartaruga non è stata un’azienda: è stata un campo di esplorazione del presente letterario italiano e straniero; è stata il campo d’azione in cui si sono sviluppati legami con collaboratrici, con un esterno non ancora indagato e presentato con traduzioni inedite; è stata un progetto culturale impervio, difficile, affrontato con responsabilità e curiosità, parola imprescindibile in tutta l’Autobiografia. La “casa” non è solo il dove fare economia ma è quel terreno su cui si costruiscono fondamenta solide, rapporti sociali e di parola. L’aggettivo “distratta” è stato definito dalla critica che si è occupata di questo libro come il “ponte” tra il dentro e il fuori la vicenda dell’autrice, e non può che essere vero. La possibilità di aprire delle «finestre» e di «scorciare da più angolazioni le varie esperienze vissute» è un darsi, una disponibilità all’essere per sé e con gli altri, una spinta esistenziale. “Distrazione” indica etimologicamente una «disgiunzione e un separare, un qua e là», e quindi propone un passaggio attraverso cui una vita realizza anche il proprio contrario; e non c’è forse aggettivo più adatto che “distratta” ad accogliere l’accadere delle cose, ciò su cui non si può avere controllo. Si sbaglierebbe a dire destino. E questa narrazione continua degli eventi e degli incontri con Cesare Garboli, Paola Masino, Anna Banti tra gli altri − che hanno dato alla nostra letteratura un valore non quantificabile − è assunta da Lepetit come un regalo. Il non essere soggiogati dall’alterità e saggiarne il rischio costante è un’attitudine, anche. Appassionata Lepetit, com’è stata definita “appassionata” Goliarda Sapienza dalla critica − e si auspica in questa sede che non appaia impropria questa citazione, perché non esistono aggettivi cauti per restituire l’esperienza di Lepetit. E questo non vuole essere un elogio ma una convinzione.

© Alessandra Trevisan

Un ringraziamento speciale ad Anna Toscano per l’invito alla lettura di questo libro.

Su Trilogia della pianura di Kent Haruf

cover-3Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

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Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto torrida, un temporale improvviso, il sole di nuovo e un azzurro in cielo che più limpido non si potrebbe. C’è sempre e sempre ci sarà un autunno come non l’avremo mai visto, e prima un raccolto, e delle mucche al pascolo. Ci sarà poi l’inverno e, statene certi, nevicherà, ci sarà bufera e giorni in cui nessuno dei protagonisti potrà uscire di casa. Ecco, gran parte della letteratura americana che preferisco, quella che in qualche modo ha a che fare con una specie di sacro, che è quello della terra, quello dei rituali, dei conflitti combattuti e taciuti per anni, che ha a che fare con cambiamenti soprattutto interiori, passa da molte di queste cose, da luoghi in cui non vivremmo, da azioni che non compiremmo mai, passa da Cormac McCarthy, e prima ancora da Faulkner, da Carson McCullers, e poi da John Williams, e da molti altri, passa dalla pietra e dalla religione, passa dalla morte a Dio,  e viceversa, e ora – e per sempre – passa da Kent Haruf. [continua  a leggere QUI]

*

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Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

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Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta. [continua a leggere QUI]

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Crepuscolo, NN editore, 2016; traduzione di Fabio Cremonesi; € 18,00, ebook € 8,99

(terza parte di un discorso)

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Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Eccoci, di nuovo, qui sul divano, il romanzo di Haruf chiuso da pochi minuti, trafitti e commossi; la famosa tecnica del colpo al cuore, quella che viene e ti prende parola dopo parola e non c’è niente che tu possa fare, eccetto prenderti la botta. Piangere, probabilmente. Qui, però, lasciando da parte le emozioni, bisognerebbe fare un ragionamento conclusivo sulla Trilogia della pianura, ora che anche Crepuscolo è stato riposto sullo scaffale, finito; adesso che alcuni personaggi che avevamo amato in Canto della pianura sono tornati a visitarci. Sono tornati Harold e Raymond, i due  – come scrissi – indimenticabili fratelli McPheron, è tornata la loro amata Victoria, la giovane ragazza che avevano accolto in casa e che ormai è come una figlia, sono tornati Tom e Maggie. Ne sono venuti di nuovi come Dj e Dena, come Rose Tyler un’altra destinata a rimanere nella memoria dei lettori. [continua a leggere QUI]

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© Gianni Montieri

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #7

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

waldo

 

[Episodio sei- Tempo di realizzazione]

Beauty is in the eye of the beholder. Yet there are those who open many eyes. Eyes are the mirror of the soul, someone has said. So we look closely at the eyes to see the nature of the soul. Sometimes when we see the eyes, those horrible times when we see the eyes, eyes that…that have no soul. Then we know a darkness, then we wonder. Where is the beauty? There is none if the eyes are soulless. 

La bellezza è negli occhi di chi guarda. Eppure ci sono quelli che aprono molti occhi. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, come ha detto qualcuno. Così noi guardiamo gli occhi da vicino per vedere la natura dell’anima. A volte quando vediamo gli occhi, quei terribili momenti in cui vediamo gli occhi, occhi che… non hanno anima, allora conosciamo l’oscurità, allora ci interroghiamo. Dov’è la bellezza? Non c’è, se gli occhi sono senz’anima. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

Tra i testimoni c’è un uccello, una Gracula religiosa appartenente a Jacques Renault, che fa il croupier al One Eyed Jack, casinò-casino subito dopo il confine canadese. L’uccello si chiama Waldo ed è in grado di riprodurre le voci. Non conta dunque ciò che ha visto quella sera nella casa nel bosco, ma ciò che ha sentito. In una storia in cui nulla è come appare, lo sguardo risulta continuamente umiliato. Lo stesso One Eyed Jack, “Jack con un occhio solo”, è la raffigurazione icastica di questa umiliazione, una carta da gioco ferita. Cooper e lo sceriffo andranno a indagare sotto copertura proprio lì. La perfetta somiglianza di Maddy Ferguson con sua cugina Laura Palmer ingannerà invece il Dottor Jacoby. Ma il problema non sono i modi, innumerevoli a Twin Peaks, in cui lo sguardo viene ingannato. La vera vertigine nasce da vicino, quando troviamo no soul dietro gli occhi dell’altro. Questa oscurità può avere facili nomi, come crudeltà o pazzia. Soprattutto però è la fine di ogni speranza, dell’illusione che dietro travestimenti, doppiezze, scambi, inganni e malefici potesse comunque e nonostante tutto nascondersi ancora uno scampolo di bellezza. E se non la troviamo negli altri, può davvero esistere in noi? Twin Peaks parla anche di questo, dell’assenza di significato che dagli occhi degli altri passa ai nostri: per questo gli occhi possono fare paura.

@ Andrea Accardi