Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma. (altro…)

Caregiver Whisper 34

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Soumaila Diawara, Sogni di un uomo

Soumaila Diawara, Sogni di un uomo. Raccolta di poesie. Prefazione di Roberta Parravano. Youcanprint, Tricase 2018

 

Il male, una componente naturale?

Dicono che il male
sia una componente naturale
che porti all’equilibrio del tutto.
Insieme al bene.
Sono come il sole e la luna.
Lo Ying e Yang, il cielo e la terra.
In poche parole, in noi tutti,
senza eccezione, il male esiste.
In quanto etichetta di vita
in un mondo accogliente,
ma ostile al contempo,
poiché attizzato da credi e da valori
insensati per l’era che viviamo.
Alimentato da questa società autodistruttiva.
Perciò, prendetene coscienza
ed esagerate nel bene.

Soumaila Diawara al Villaggio Cultura Pentatonic il 15 luglio 2018., in occasione di “Porti diVersi”, incontro organizzato da Libera, Roma IX

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Fabrizio Buratto, Parliamone (di C. Tosetti)

Fabrizio Buratto
Parliamone
LietoColle 2017

Recensione di Carlo Tosetti

 

 

Il titolo del libro di Fabrizio Buratto, Parliamone (LietoColle, 2017) potrebbe ingannare il lettore, bonariamente.
Certo è assente ogni intento di raggiro; lungi da me farvi pensare di trovarci di fronte ad un libro “truffa”, che – per essere esplicito – deluda le aspettative: no. Niente di tutto ciò.
Si è affacciata in me la sensazione che questo “parliamone” non sia un invito al confronto, alla tenzone dialettica, ma sia più vicino alla nota espressione infarinata di sarcasmo, diffusa nel comune linguaggio, con la quale – implicitamente – si esprime il disaccordo nei confronti delle idee dell’interlocutore, il tutto espresso in un linguaggio diretto, tagliente e soprattutto ironico.
Il mio incerto pensiero trova una stampella nel titolo della sua tesi di laurea in Storia (Università di Genova): Fantozzi, maschera dell’Italia contemporanea, tesi poi pubblicata da Lindau nel 2003.
Per onestà: io non ho letto la tesi, benché, ora, l’avere notizia della sua pubblicazione mi incuriosisce non poco; domando: cosa ha realizzato il compianto Paolo Villaggio attraverso il suo correlato cinematografico?
La tesi di Buratto, naturalmente, credo voli alta rispetto alla mia striminzita riflessione, tuttavia ritengo si sia tutti consapevoli del fatto che Fantozzi ci abbia efficacemente mostrato, in modo eccessivo, caricaturale, l’ignobiltà del nostro paese, le nostre bassezze, la nostra volgarità, inscenate nell’ambiente del terziario, ambiente il quale – allora – rappresentava un punto d’arrivo per i lavoratori, un’occupazione privilegiata rispetto alla dura esistenza della catena di montaggio o dell’aratura delle campagne.
Quindi, per tornare alla raccolta poetica, Buratto, con un’impostazione logica, potrei dire sillogistica, delle poesie e dalla presenza “verticistica” di una filosofia, impasto di ragione e scienza, ci consegna un esplicito invito a ragionare sulle contraddizioni minori e maggiori della nostra società, con un taglio molto ironico, sarcastico e molto personale. Non nasconde le sue idee.
Ne deriva una lettura divertente: non posso negare che questo libro mi abbia strappato dei sani e sinceri sorrisi, anche in alcuni componimenti che mi trovano distante dal pensiero dell’autore, nelle sue graziose dissacrazioni.
La poesia d’introduzione, senza titolo ed extra-raccolta, ci introduce senza tentennamenti nel Buratto-pensiero.
Vi faccio notare che la poesia, nel suo taglio ironico, incapsula diverse citazioni filosofiche, letterarie, storiche e cinematografiche; ciò non è secondario nello stile dell’autore, in quanto una lettura responsabile del libro obbligherebbe (sanamente, aggiungo) a sfogliare dizionari ed enciclopedie e sarebbe un grave errore immaginare che l’ironia, la giocosità di questo libro non abbiano quale substrato un’ampia cultura da cui attingere.

                    Finalmente la risposta:
                                            Google
                            motore immobile
                         che pensa se stesso
                                        pensante.
                            Dimmi, o Google
         l’indiriss di dove devo andare
          cosa danno al cinema Gloria
          quando è morto il tal dei tali
      a chi ha dato i natali Pastrengo
            da dove vado e dove vengo.
                                      Ah, saperlo
         l’algoritmo che può prevedere
                           i miei spostamenti
                             i miei sentimenti
                                le mie ricerche
                          del tempo perduto.
                 Parola chiave: “ti prego”
                                         o Google
                  dimmi che farò domani
                                 così che possa
                         lavarmene le mani. (altro…)

Tiziana Marini, Inediti

La penombra è viva

Sediamoci davanti ai pini.
c’è la brezza che riluce
e di resina ogni ago veste
il tramonto
com’era un tempo
come sarà fra vent’anni.
Eppure
pesa  una rondine il cielo
cambia in notte presto
e non c’è tempo d’imparare
che più degli uomini durano
le cose.
Solo la penombra è viva
quel lento diventare luce del buio
quando il sole torna
nel vuoto spazio tra due parole.

 

Il flauto-vento

Tornare indietro
cercare una nuvola
sul ciglio del cuore
e l’impronta del cielo.
Le carezze rimaste a metà
o solo pensate
la lieve allegria
troppo a lungo invisibile.
Cercare nell’erba
il brillare del sole
lo specchietto smarrito.

Prendersi cura di sé
quel tempo, tanto o poco
che basta
che non sia troppo
che non si resti
a lungo soli.
E infine tornare
flauto-vento sul mare
a resettarlo.
Finalmente. (altro…)

Raffaelo Utzeri, Crisi e Parola

Raffaello Utzeri, Crisi e Parola. Composizioni metroritmiche. Postfazione e intervista all’Autore di Marco Onofrio, EdiLet 2018

«Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato, quest’ultimo, per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur,  di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine.»: ciò che ho affermato in riferimento al mio intendere l’esercizio della scrittura può, anzi dovrebbe essere esteso al libro intorno al quale mi accingo a esporre considerazioni e impressioni di lettura.
In Crisi e Parola il passatore, Raffaello Utzeri, si avvale di una forma di sapienza ricca di predicati, a cominciare da quello legato al significato originario del verbo latino sapio. La Parola che ricerca e che trova, che coniuga per rispondere alla Crisi, è innanzitutto parola che va percepita, gustata nella sua corporeità, nei suoi patimenti (Le nostre algie), nelle sue molteplici dimensioni sensoriali. Bene fa Marco Onofrio, nell’intervista, a parlare di “sapori-saperi” della lingua.
La sapienza della parola di Raffaello Utzeri è anche spiccata sapienza compositiva. Il poeta si presenta come “compositore verbale” e introduce i propri testi come “composizioni metroritmiche”. La composizione riguarda sia la costruzione di un continuum, l’evidenziazione di un filo conduttore in testi raggruppati a mo’ di poemetto – Parodia della crisi, Cantata popolare per i 50 anni di Carbonia, Per Elettra, Ave Agave sono solo alcuni titoli – sia la tecnica della “eco a capo”, vale a dire della rima che ‘aggetta’ sull’inizio del verso successivo: «Speculatori dello yen/ iene tra dollari e sterline,/ le linee della vostra crescita/ mescita tra profitti e tassi/ bassi dell’interesse in calo/ colano alla virtuale poppa,/ coppa di economie travolte/ tre volte in morte a tante vite.» (Il gran coniglio).
La sapienza della parola si presenta, inoltre, come sapienza del gioco, cosicché la poesia si intende come creazione di un homo sapiens che è anche homo ludens, come sottolinea l’autore nell’ampia, illuminante intervista a Marco Onofrio.
Passeur, passatore nell’accezione sopra indicata del termine, Raffaele Utzeri si conferma anche nella versione, altissima per resa, impeccabile nella metrica in endecasillabi, di dodici sonetti di Shakespeare tratti dal volume dei Sonetti pubblicati, sempre nella sua traduzione e sempre per i tipi della casa editrice EdiLet, nel 2009. Un intermezzo, questo Incontro con William Shakespeare, che restituisce sonora la stupefacente attualità dei sonetti shakespeariani.
La raffinatezza e il divertissement elevato a potenza che vengono sprigionati dai componimenti nulla tolgono al vigore della resistenza a brutture e storture, alla vibrante restituzione storica, all’equilibrio tra lirismo e drammaticità raggiunto nel “teatro interiore” (formula coniata dall’autore) al carattere creativamente sovversivo di una parola poetica tra le più lucide e più compiute di questi tempi.

© Anna Maria Curci

 

 

In limine

Con chi sa opporre insieme a noi
contro lo scatto del fucile
lo scatto della penna a sfera.

CIMENTI VANI

Esco, e m’inurbo
curvo qui tra i cementi,
cimenti vani o grattacieli,
e c’è lì la savana
vana delle baracche;
accolte da bitumi
tumidi sull’asfalto
si esaltano vetture bracche
che agitando nel folto
code di fiumi
vanno all’assalto
di metalliche vacche
neri branchi delle utilitarie:
arie in liuti di motori
monotonali, un’ode
lode a meccanici odii amori,
orifici a sussulti
di pompe di alimentazione
tantazione a risucchi
succhi di chimica minzione
da iniettori congiunti,
unti da muchi
buchi e snodi di giunti,
sunti di sintomi
intimi da silenziatori
o ritardi da turbo
rubati ad accelerazioni.

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I poeti della domenica #278: Dario Villa, “tra la veglia del mondo…”

villa_insolubili

tra la veglia del mondo
e il sonno della luna
pulsa un arto staccato
un polso di natura sconosciuta

è alta l’urna notturna
è strappata l’atavica livrea
del buio che ci serviva è sepolta
viva la dubbia fedeltà dell’ombra

l’occhio che qui covava un sogno basso
di mondo è schiuso adesso a un’altra sete
sugge lacrime agli incubi
beve spilli puntati nella rètina

sputa l’estraneità delle pupille
incuba sogni d’uova
e concubine i cubi che scovava
non consentono nuove costruzioni

la notte mura visioni e cubicoli
favolosi cavilli
stroncati in boccio simboli abortiti
in grembo al limbo embrioni d’alcova

Dario Vlla, Abili insolubili, Marsilio 1995

I poeti della domenica #277: Dario Villa, “o ci eravamo forse…”

villa_insolubili

o ci eravamo forse
conosciuti sull’istmo, sulla
lingua terrestre che parla
e pronuncia due mari: zone
di tutti i giorni, costola
di significati sassosi, passaggio
frustato dalle correnti:
ma certo in mare aperto
tutto sarebbe parso più sicuro,
meno complesso, ma intricato e oscuro:
qui però mi sentivi inammissibile,
risfolgoravo a tratti nelle tenebre,
ero il vecchio lampione che delucida
sintassi impenetrabili, ombrosissime,
di viali e deviazioni, vuoti e incroci
improvvisi: e che io ti cercassi
non era cosa che si concernesse
più del sale bruciante nell’aria
marina popolata di carcasse
non impreviste ma significative

Dario Villa, Abiti insolubili, Marsilio 1995

proSabato: Adele Cambria, Diario di Accattone

 

La vestaglia, lavata, rilavata, uno straccio: ma la sporcizia dura, è ormai intessuta dentro. Sotto il petto, una spilla di sicurezza. La sarta, bonacciona, con preoccupazioni igieniche, mi dice che ha bollito ogni cosa… Sarebbe facile, dunque, l’ironia su questa miseria ricostruita con accanimento, con dolcezza, e Pasolini che fa addobbare di altri stracci i bambinetti che le madri gli hanno portato, qui, in via Tiburtina, mirabilmente vestiti a festa. Lui, inesorabile, gentile, condanna le sottovesti piccolissime di nylon, le sottane di panno blu coi pupazzi, le giacchette a uomo, dei maschi, con la cravatta a farfalla della Prima Comunione. Si stanno girando alcune scene del primo film diretto dallo scrittore: Accattone (o Stella, come piace di più al produttore). Io sono Nannina. Pasolini, una volta che ero andata a chiedergli un’intervista, mi ha detto che ero Nannina: dunque, se volevo lavorare nel film. Diceva: “Lei ha la faccia di Nannina”. Ora, come è normale, mi incuriosiva quest’altra mia faccia che non sospettavo di avere. Ho letto la sceneggiatura: “…Nella stanza c’è anche un’altra donna, piccola come una gatta, Nannina la Napoletana, con i suoi cinque figli, il più piccolo le sta attaccato al petto…”. Ed ancora: “…Nannina, spaventata dal fatto che qualcuno la chiami, come se non avesse il diritto di essere chiamata, ecc.”. Poi le battute che il Napoletano mi dice: “Beh, Nannì! Vuje site ‘na femmina oro dieciotto! Voi siete una femmina intrepida!”. Esattamente il tipo di donna che mi ha fatto, da sempre, compassione e rabbia: che ho odiato, nella sua soggezione meridionale (schiavitù devota, animalesca, verso i figli, verso un marito almeno irriconoscente, e fatica, botte, tradimenti, ogni cosa accettata come naturale).
Questa Nannina del film è una sposata forse a quattordici-quindici anni, e da allora, un figlio dietro l’altro, con il marito fuori e dentro dal carcere, che sfrutta un paio di prostitute eccetera. (altro…)

“La perfetta veglia” happening conclusivo del Teatro Valdoca, domenica 15 luglio a Forte Marghera, Venezia-Mestre

 

Il Teatro Valdoca di Cesare Ronconi torna a Forte Marghera domenica 15 luglio per La perfetta veglia, apertura al pubblico conclusiva del laboratorio che, per il quinto anno consecutivo, si è svolto negli spazi di C32, sede dell’associazione Live Arts Cultures. Un percorso per 15 giovani attori, performer e musicisti guidato da Cesare Ronconi, insieme alle sue collaboratrici: Lucia Palladino per la drammaturgia del corpo ed Elena Griggio per la guida al canto.

La perfetta veglia sarà un happening, accadere al presente delle forze che hanno dato vita alla Trilogia dei Giuramenti, ultima produzione di Teatro Valdoca: la parola poetica di Mariangela Gualtieri, la danza, il canto, l’unisono del Coro, che la tengono alta e leggera.

Una chiamata a un tempo festivo, a un’allerta attorno al fuoco. In resistente attesa.

Questo lavoro ha visto come centrali i versi di Mariangela Gualtieri:

Ogni forma porta in sé scritta, segnata
la strategia d’amore che conduce
il desiderio suo, la storia sua dentro tutta la storia.
Ciò che abbiamo amato, ciò che amiamo
fa di noi quello che siamo. Forse.

Ciò che tu sai amare rimane. Non sarà strappato da te.
Ciò che tu sai amare è la tua eredità. Il resto è scoria.

L’ha già scritto qualcuno nel poema. Tu lo sai
Angelo. Io adesso per davvero lo so.

(da Il seme della tempesta. Trilogia dei Giuramenti)

Il pubblico è chiamato a partecipare dalle 20.00. Ingresso libero e gratuito.

 

regia Cesare Ronconi
testo Mariangela Gualtieri
drammaturgia del corpo Lucia Palladino
guida al canto Elena Griggio

con Davide Arena, Daniele Cannella, Emilia Cantieri, Giuditta Di Meo, Margherita Fantini, Margherita Fioravanti, Jasmin Karam, Aniello Maffettone, Marica Mastromarino, Stefania Fusaroli, Daniela Parisi, Alessandro Parlato, Alessio Maria Romagnino, Giulia Rossoni, Ivano Salipante.

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1104054983066182/

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato

 

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato, Campanotto Editore 2018

Una fune che muta d’aspetto e di natura – elastica e tesa fino all’insopportabile, sottilissima e irta di nodi complessi – si aggira tra i poli dell’alba e dell’imbrunire, delle partenze e dei ritorni, dei distacchi laceranti e degli approdi lucenti di gratuità: questa l’immagine d’insieme che mi restituisce la lettura di Dove non sono mai stato, la raccolta di Luca Pizzolitto pubblicata in questo anno 2018 con i tipi della casa editrice Campanotto, il cui titolo, come precisa l’autore in apertura, è una libera interpretazione dei versi di Giorgio Caproni «il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».
L’andirivieni tra poli e caratteristiche non solo è indizio di un andamento non rettilineo, ma si configura anche come movimento consapevolmente incurante di ogni linearità e, ancor più precisamente, non diretto a un punto d’arrivo. Non c’è un ‘punto e basta’, per dirla in parole semplici, bensì una prospettiva al di là di tutte le più oscure parvenze, come esplicitano i versi di Heinz Czechowski, riportati a mo’ di accesso alla prima sezione, intitolata Da qui dove non c’è vento: «Senza meta,/ Ma non senza speranza» (nell’originale: «Ziellos,/ Doch nicht ohne Hoffnung»; la traduzione riportata da Pizzolitto è di Paola Del Zoppo).
In tale prospettiva, varco di luce e rete e disegno pur nel vuoto incombente, ricorrono immagini, oggetti, concetti, atmosfere ‘familiari’ all’autore, presenze già rivelate e rilevate nella precedente raccolta, Il silenzio necessario, a iniziare dai «fiori secchi di nostalgia», che facevano già allora pensare a Wilhelm Müller di romantica memoria, per approdare ai «rami secchi/ delle tue assenze», passando per i corpi-terra straniera, dei quali si narra qui: «siamo diventati stranieri/ tra le macerie dei nostri corpi».
Se le tematiche delle quattro sezioni – della prima abbiamo già scritto, la II si intitola Il volto nudo, la III Le cose ci guardano, la IV Nel luogo sacro dell’attesa – sono introdotte da citazioni di versi in esergo, la I da versi di Heinz Czechowski, la II da versi di Milo De Angelis, la III da versi di Umberto Fiori, la IV da versi di Chandra Livia Candiani, i richiami alle letture poetiche amate sono percepibili sia in singoli passaggi e in singoli titoli, sia in una perseguita e riuscita musicalità. Tanta poesia italiana del Novecento, sempre a partire da Caproni, che torna anche nel corpo del testo (i miei amori in salita), insieme a un orecchio attento alla poesia in altre lingue, da altre culture, ivi compresa la poesia di Poco prima del temporale di Michael Krüger.
La predilezione per il componimento breve, talvolta un vero e proprio “idillio”, che sia quadro d’interno o particolare di un paesaggio esterno, si associa a una varietà di misure nella lunghezza del verso: senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, con rari sconfinamenti (quinari o versi di tredici sillabe) oltre queste forme metriche.
I versi finali di ogni componimento si congedano da chi legge con una riflessione, una constatazione, una massima. Proprio in alcuni di essi – «il livido candore dell’assenza», «L’incanto, la vertigine del vuoto», «di porgere carità alla bellezza» – la poesia giunge a un grado di compiuta universalità, testimonianza di una ragguardevole prosecuzione del cammino dell’espressione poetica di Luca Pizzolitto.

© Anna Maria Curci

 

Echi nella notte, spari.
Ti sposti poco più in là,
abbracci il cuscino sudato.
Sono pestato a sangue
da quest’afa che toglie il respiro.
Ci crolla addosso il tempo.
Un gesto crudele canta l’assenza,
il giorno precipita arreso,
non ricordo il tuo nome.

E tu rechi in dono al mio niente
fiori secchi di nostalgia.

 

INCONTRARSI

La mia città non ha nome;
al centro, vicino alla chiesa,
un unico dolore.

Ti ritroverò domani
nell’assedio di un tramonto,
nell’indugio della sera,
nel vino che rinfranca.

 

POCO PRIMA DELLA PIOGGIA

Brilla ovunque l’infinito.
La morte respira sull’erba
nuda del mattino.

Voglio solo cose immense,
sogni disperati.

 

Notte di veglia di fianco al mare.
Qui si confonde la disperazione
con le grida dei pescatori e
venti luci che segnano l’orizzonte.

La pioggia ti avvicina al sonno
nell’ossessione di un silenzio
che non sai sopportare.
L’incanto, la vertigine del vuoto.

 

La nebbia si posa sull’alba
e appiccica il viso, rallenta
lo sguardo. Una donna
in pigiama passeggia col cane,
tace il cuore e quel che ne avanza,
i miei amori in salita,
naufragio nel nulla.

Essere felici o peggio in pace: su “Sedute in piedi” di Giulia Scuro

..

C’è qualcosa di potentemente solitario nel primo libro di Giulia Scuro (Sedute in piedi, Oèdipus, 2017), sia rispetto allo scenario poetico odierno, sia per la situazione proposta, cioè il luogo della confessione laica per eccellenza, il chiuso delle sedute di analisi. Una doppia solitudine dovuta alla stessa operazione, spingere il confessionalismo alle estreme conseguenze postulando un’identità letterale tra autore e soggetto lirico (cosa ardita per un libro di esordio), e facendo al contempo andare in comico cortocircuito il dialogo terapeutico e ogni posizione di autenticità (e dunque, di fatto, sottraendosi allo sguardo nel momento di maggiore esibizionismo). La voce del paziente, colta nei momenti di massima sfiducia o caustica intemperanza, si diletta così a canzonare, provocare, sfidare l’analista (“Ora la lascio al suo bieco cantiere/ e mi accomiato con una banconota:/ della sua paga questa è la rata/ dovuta al mio errato bene”, p. 11; “Convive bene con la sua coscienza?/ Ne ha una di troppo o invece fa senza?”, p. 17), che sa soltanto opporre una condiscendenza materna senza frutto (“Giulia, il tuo codice bisbetico/ va a braccetto col cinismo ermetico/ che mi riservi, ma in questa sera estiva/ vorrei non fossi schiva”, p. 17). La lingua burlesca, l’uso comico e dissacrante delle rime, la prosodia che tende edipicamente a zoppicare (equivalenza profonda segnalata da Giancarlo Alfano nella quarta di copertina) risultano quindi funzionali non solo alla messa in berlina di una certa vulgata psicanalitica (al limite ripresa nei suoi simbolismi automatici, come qui: “Allora, andiamo con ordine:/ tu mi vuoi dire che il tuo naso/ è una proiezione del fallo reciso/ che tua madre conserva in un vaso?”, p. 24), ma soprattutto all’autoparodia di un soggetto in continuo conflitto con il nom-du-père. Lo Scuro diventa così l’istanza persecutoria, il contraltare ossessivo ad ogni proponimento dell’Io, separati per gioco letterario e metafora poetica (“Giulia la smetta, le do anche del lei,/ lo Scuro a cui dà la disdetta/ è in agguato ad ogni vorrei”, p. 18; “Non c’è dubbio né scommessa,/ io sono Scuro Giulia l’indefessa,/ se il mio nome rammenta la memoria/ di latini imperatori, eccessi e gloria,/ lo Scuro è barbaro e non dà tregua,/ mi rassegna al piacere che dilegua/ e perpetua la consegna ad ogni stregua./ È il mio lato a cui non piace/ essere felice o peggio in pace”, p. 33), ricomposti dall’analista nell’unità del quadro psichico (“essere giuria, giudice e imputato/ è il delirio del tuo io superdotato”, p. 21; “Lo Scuro e la Giulia sono sciocchi ad illudersi:/ la loro scissione è illusoria”, p. 32). (altro…)