Seminalis: un racconto che geme, di Melania Mieli

Giovanni Boldini, Nudo disteso

Quando ho aperto la portiera dello scompartimento ho percepito che avessi un odore forte. E non mi è dispiaciuto. Vista la tua divisa, ho pensato che ti stessi portando in spalla una giornata lunga fatta di strade polverose, osterie piene di fumi e un poco di morte. Lo stesso io. Non mi scoraggio se ricevo sguardi insistenti, d’altra parte so di essere considerata insolita per lo spazio che oso occupare in questo mondo. Non li assecondo tutti, tuttavia il tuo ho scelto di sì. Per questo mi sono seduta accanto a te, nonostante altri posti fossero liberi.
Non ero sicura di piacerti. Non solo per il mio corpo non conforme o per l’abbigliamento imposto che mi confina a questo semplice ruolo di vedova, così distante dalla complessità di un essere umano. Non ero sicura che mi trovassi attraente per i pensieri putrefatti che affollano la mia mente e che temo siano leggibili. Come quello di mio marito. È morto nel sonno, eppure il suo decesso ha la qualità della dipartita violenta, che richiama immediatamente il sangue e le lacrime salate, alla maniera di un ultimo disperato tributo alla vita. Quando mi sono seduta accanto a te eri in preda all’agitazione. Non volevo osservarti, ho preferito ascoltare attentamente il rumore del tuo imbarazzo: i palmi sudati che strusciano freneticamente sul tessuto rigido dell’uniforme, il medio che gratta la nuca appena sotto al cappello, il respiro accelerato. Poi una breve calma, e la tua mano che mi accarezza il fianco. Che non si intimidisce agli sguardi degli altri passeggeri. Lo stesso non mi impaccio io, anzi: la donna con la nipote, il calvo, l’uomo col sigaro e il loro profumo di casa, di cuoio, di unguenti odorosi, di cibi conservati a lungo e un sottofondo deciso. Il tuo.
Tutto e tutti parte di una scenografia elaborata e scabrosa. Mi unisco alla recita, e passo il fazzoletto immacolato sulle tempie, stando attenta a non sciupare i veli che guarniscono il cappello. Per un secondo ci immagino come un quadro appannaggio degli alberi che dall’esterno ci spiano dal finestrino, e penso a quanto appariamo grotteschi, ciascuno nei nostri bianchi e neri.
“Anche mia sorella è rimasta vedova da giovane”, la signora che mi siede accanto attacca bottone con il dirimpetto. Si mostra addolorata e si lascia andare a un pianto di pietà, tutto dedicato a me. Eppure con me non parla, con me non si parla. Come se fossi morta anch’io. Ma sono viva. E mi sento più attaccata che mai a questo mondo mentre la tua mano si spinge dal fianco al mio ginocchio. Alle ultime stazioni del percorso provinciale, gli altri passeggeri dello scompartimento calano le valigie, s’avviano alle porte e noi restiamo soli. Sono interdetta. Non dal silenzio, piuttosto dalla tua figura: sembri improvvisamente cambiato, nemmeno io so perché. Ti alzi privo di remore e meticolosamente sciogli le tendine, le tiri e le riallacci verso il corridoio, come fa chi vuol dormire. Tu vuoi dormire? Mi fa paura la voglia che ho di scoprirlo. E combatto per chiudere questo terzo occhio collettivo che mi giudica con le sue regole, riducendomi a un ruolo e una qualità col quale mi devo costantemente confrontare. Chissà tu con cosa lotti. Ti invito a sottrarci da ogni visione astratta, e lo faccio con un movimento tanto semplice, eppure capace di far tremare il mondo. I tuoi occhi sembrano persi in un punto non definito quando ti volti e mi trovi sdraiata sulla seduta. Poi ti fai coraggio, e ti avvicini. Non riesco a trattenere l’emozione vedendoti inginocchiato. Mi porto una mano stretta a pugno alle labbra. Stringo tanto forte da sbiancarmi le nocche nel tentativo di dominarmi. Non posso parlare, non mi fido della mia voce, perciò poggio il pugno ancora chiuso sul tuo capo chino, spingendo solo un po’. Allargo il palmo sui capelli, accarezzandoti. Tu allora sollevi le braccia e mi cingi le gambe poggiando la guancia sul mio ventre. Sono sciocche le parole quando c’è tanto da dire.
Percorro lentamente con lo sguardo il tuo corpo piegato un’ultima volta prima di alzarmi facendo leva sul sedile imbottito. Fingo di spolverarmi il vestito e mi fermo di fronte a te che intanto hai occupato il mio posto sedendo composto. Ti sfioro il ginocchio col mio. Spingo con la scarpa contro i tuoi stivali per farti divaricare le gambe e avanzo, guardandoti. Il corpo decide più in fretta di me, in questo spazio tutto nostro mi sento invitata ad assecondarlo. Sollevo l’oscura gonna stretta fino ai fianchi e mi metto a cavalcioni sulle tue gambe, con entrambe le mani percorro il busto fino a incorniciarti il viso tra le mani. Sento il fallo teso attraverso i pantaloni appoggiare contro il mio ventre, mi muovo appena e subito si insinua tra le mie natiche, ancora fasciate dall’intimo. Un brivido mi percorre involontariamente la schiena, ti sento fremere e spingere il bacino cercando il più possibile il contatto. Il tentativo di reprimere un lamento fallisce con un gemito liberatorio; il petto si alza e abbassa freneticamente mentre il cuore batte come un tamburo.
Ti sfioro l’orecchio con le labbra mentre sbottono i tuoi pantaloni. Vorrei dirtelo, ma non ho fiato. Quindi sospiro e struscio i fianchi contro di te. Ignoro la moltitudine di mormorii che rivelano la presenza di un gruppo di fumatori a riempire il corridoio. Non sono sicura che farai lo stesso, così ti tappo la bocca con una mano, stringendo contro le guance. Oh madre, quanto sei nervoso! Tengo un solo istante le palpebre abbassate perché un ricordo mi assale, troppo vivido. Sollevo il mento nella tua direzione e poi il capo, ancora impeccabilmente ornato dal cappello, verso la porta, e sorrido. Hai un sussulto impercettibile, mi si stringe la gola a vederti così. Ogni grammo degli abiti che porto addosso è una tortura al pari di un ferro incandescente. Resto immobile per impormi la calma, inspiro a fondo. Poi ti libero dalla presa e ti restituisco il diritto di comunicare.
Stavolta, tuttavia, non è con la voce che decidi di farlo. Inarchi appena la schiena quando il peso del mio corpo fa pressione sul tuo petto, volti il capo verso la mia mano, dischiudi le labbra per baciarmi il polso. Rigiri il viso per guardarmi di nuovo, poi ti impossessi della mia bocca. Sei delicato, ma impaziente, come ormai lo sono io.
Dalla prigione delle mie gambe aperte, inizi a strattonare cintura e bottoni. Tengo gli occhi ben aperti e pronti a registrare ogni dettaglio di questo presente che mi appartiene, del tutto insinuato dentro di me. Gemo sulle tue labbra dischiuse, mentre prendiamo quello che vogliamo darci. Del fazzoletto immacolato, che solo poche ore fa aveva fatto da elegante ornamento di scena, ora non resta che un cencio spiegazzato e umido. La pelle del sedile conserva una traccia madida. L’aria seminale punge le narici. Questi sono gli indizi che lasciamo del nostro incontro. Mentre noi siamo rientrati ligi nelle nostre divise. E protetta dall’armatura oscura, riesco a dirti una parola. Quando esco dallo scompartimento non mi guardo indietro. Supero la porta e la richiudo alle mie spalle, mi appoggio con la schiena al legno scivolando appena su di esso. Una moltitudine di passeggeri osservano prima me, e poi te.
Sapevo che mi avresti seguita, incapace di poter prendere una direzione diversa. Le gambe a fatica mi sostengono, appesantite dal timore di scoprire che possa essere stato un sogno.
Ma non sono immaginaria, e non lo sei neppure tu.


Chi è:

Melania Mieli è lo pseudonimo di una blogger e scrittrice italiana nata nel 1983. Il suo sito, www.melaniamieli.com, è uno spazio di confronto con artiste e artisti indipendenti, dove sono approfondite tematiche inerenti alla letteratura contemporanea, alla sessualità e ai femminismi. Esordisce nel 2015 con Il Tredicesimo Periodo pubblicato da Lettere Animate. A Novembre 2018 ha partecipato al progetto Le parole sono importanti, antologia “di resilienza semantica” curata da Dots Edizioni. Dal 2015 al 2016 ha raccontato sul web le vicende dei dipendenti della Firm, e da tale esperienza è nato nel 2019 Il Piano dei Conti, (Inknot Edizioni). Nel 2020 ha pubblicato il suo terzo romanzo, Il punto di rugiada (Nulla Die).

Secondo appuntamento con “Gli scomparsi”, a cura di Edoardo Pisani

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani


Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Literatur, di Italo Alighiero Chiusano, una vasta raccolta di saggi su scrittori e libri tedeschi, fuori edizione da anni. Chiusano era un grande germanofilo e uno scrittore di prim’ordine, oggi purtroppo dimenticato. In Literatur dedica alcune pagine alla poesia di Paul Celan. Il saggio si intitola La parola si redime nel buio.


È inimmaginabile che cosa sarebbe diventato Paul Celan se nato in un altro secolo, o anche solo in un altro decennio. La realtà è quello che è: e per Celan è stata tremenda. Intanto il suo cognome non era Celan, che è solo l’anagramma di quello vero: Antschel. Il suo sangue, ebraico; il suo luogo d’origine, Czernowitz o Černovcy o Cernăuți, che dir si voglia: il capoluogo della Bucovina, insomma, passato nell’ultimo secolo dagli austriaci ai rumeni e ora ai sovietici, una delle prede più disputate della disputatissima Europa orientale. L’anno di nascita: 1920. È facile fare i conti. nel 1941, quando le truppe naziste occuparono Czernowitz, per l’ebreo Antschel alias Celan non restava che il ghetto, nonostante i suoi già avanzati studi di medicina in Francia, di filologia romanza nella città natale. Fu solo grazie a una fuga avventurosa che Celan non finì nello stesso campo di concentramento in cui furono deportati i suoi genitori. Ma l’ala della morte, dello sterminio lo aveva sfiorato, e Celan non lo avrebbe dimenticato mai più.
Con l’arrivo delle truppe sovietiche, nel 1943, almeno lo spettro dell’annientamento per motivi razziali era fugato. Ma Celan non resistette a lungo nemmeno nel mondo staliniano, e nel 1947 passò definitivamente in occidente, prima a Vienna, poi a Parigi, dove nel 1959 diverrà rettore di lingua e letteratura tedesca all’École Normale Supérieure. Nel 1947, a Vienna, aveva pubblicato la sua prima raccolta di versi, in cinquecento esemplari, presso un minieditore, ma l’affermazione gli verrà solo nel 1952, con la pubblicazione di Mohn und Gedächtnis (Papavero e memoria). Da allora tutto il mondo letterario di lingua tedesca, e più tardi anche quello internazionale, comincia a tenerlo d’occhio, a considerarlo una delle voci più nuove e indiscutibili della lirica europea. Dopo Papavero e memoria escono, di lui, altre sette raccolte di poesie, di cui una postuma.
Intanto Celan sposa la disegnatrice francese Gisèle de Lestrange, ha un primo figlio che muore subito, poi un secondo. I suoi amici sono innumerevoli, i suoi estimatori sempre più numerosi e convinti. Oltre che come poeta in proprio, è molto apprezzato come traduttore dalle molte lingue che conosce: il francese (Rimbaud, Valéry, Michaux, l’amico Char), il russo (Blok, Esenin), l’inglese (Shakespeare), l’italiano (Ungaretti). Ma qualcosa, in lui, si è rotto per sempre il giorno in cui vide che, per la loro sola razza, uomini innocenti e buoni, nella civile Europa del XX secolo, potevano essere arrestati in massa, chiusi in campo di concentramento, torturati senza difesa, massacrati nelle camere a gas. Un giorno, a Parigi, non lo si trovò più. Poi fu ripescato il suo cadavere nella Senna. Causa della morte: suicidio.
Data presunta di annegamento: 16 aprile 1970. Così può morire un poeta ai nostri giorni, quasi trent’anni dopo essere stato ferito a morte dal modo con cui gli europei “fanno la storia”.
Con lui inizia la grande “moria” dei più eminenti lirici tedeschi. Pochi giorni dopo, a Stoccolma, moriva Nelly Sachs (premio Nobel 1966), anch’essa ebrea, anch’essa sfuggita per un pelo all’eccidio, anch’essa segnata per sempre – come donna e come poetessa – da quell’esperienza di morte. Nel 1972 se ne andava Günter Eich, uno dei maestri, oltre che della lirica, del radiodramma europeo. Finalmente, nell’ottobre del 1973, vedevamo morire qui a Roma, tra le fiamme di un incendio causato da uno stupido mozzicone di sigaretta, la grande e tormentata Ingeborg Bachmann.
Qualcuno, con dubbio gusto, si mette a fare le graduatorie, e colloca Celan al primo posto. È necessario, per affermarne la grandezza, la potente originalità? Crediamo proprio di no.
Ma gli italiani, fino a ieri, ne sapevano poco. A meno che conoscessero il tedesco, e anche assai bene, perché la poesia di Celan e delle più difficili che si possano trovare.
Ora, se non altro, si è fatto tutto quanto stava in noi perché anche i nostri appassionati di poesia possano intravedere chi era Celan e quali le note della sua eccellenza. Per l’editore Mondadori, infatti, Moshe Kahn e Marcella Bagnasco ci presentano un volume di Poesie che comprende, tradotte e con testo a fronte, ben cento liriche celaniane tratte da tutte le sue raccolte di versi, nessuna esclusa. È più che abbastanza, ci sembra, per un primo incontro: chi non accetta Celan su questa base, non lo accetterà mai più.
Un consiglio di lettura? Difficile darne, per i poeti, specie per un poeta arduo come Celan. Ma almeno questo vorremmo raccomandare: di aver pazienza. Se qualcuno si illude di “capire”, semanticamente, tutto ciò che le parole di Celan, le sue frasi, i suoi tessuti di proposizioni vogliono esprimere, rinunci senz’altro a questo poeta, perché ne resterà sempre deluso, ci spendesse su anche una vita. Ripieghi allora su Metastasio, o se gli piacciono i moderni su Bertolt Brecht. Ma non abbiano fretta nemmeno coloro che presumono meno, quelli cioè che si accontentano di prendere la lirica moderna, almeno nelle sue espressioni più “verticali”, per quello che è: una proposta di musica verbale, un misterioso messaggio cifrato, un fascio di parole ad alta temperatura, dove il linguaggio assume una densità e una feconda sibillinità che lo trasfigurano. Celan è tutto questo, ma nel meno accessibile e corrivo dei modi.
Anche solo per accettarlo in questo modo, come “musica” personale senza veri supporti logici, ci vuole un orecchio esercitato, una lunga e umile anticamera.
Rarissime volte accade (come nella celebre Fuga di morte, che anche per questo – oltre che per la sua intrinseca bellezza e terribilità – lo rese quasi “popolare”) di poter indovinare con sufficiente approssimazione, il “senso” del suo discorso, la funzione esplicativa delle sue immagini. Quasi sempre, invece, tutto si muove in un’oscurità carica di forze, da cui emergono lampi di oggetti e di nessi comprensibili, che però solo da quell’oscurità traggono origine e valore. Che ci si muova ancora su ritmi quasi biblici, larghi, come nelle prime liriche, o che si proceda verso una sempre più drastica scarnificazione, che si faccia uso di parole piane e quotidiane o che ci si serva di espressioni furbesche, gergali, specialistiche o addirittura che si compongano parole-chimera, parole-centauro, parole-proeto: sempre, in Celan, il vero significato è sotto ciò che si dice, nel tono con cui lo si dice, nel buio da cui affiora, dopo un lungo viaggio di emersione, ciò che vien detto. Paesaggi, sentimenti d’amore, incubi terrificanti, senso di desolazione, aperture furtive sulla gioia: tutto questo, in Celan, viene negato al momento stesso in cui lo si formula, perde i contorni nello stesso istante in cui si credeva di averli individuati. Nulla di più simile conosciamo, in poesia, all’arte astratta o informale della pittura. Ma forse, al contrario, non c’è arte più concreta di questa, se è vero che la pelle è più nostra del vestito, la carne è più interna della pelle, lo scheletro più definitivo della carne, il radiogramma delle ossa più rivelatore della loro superficie. La poesia di Celan come radiografia dell’uomo moderno? È un’ipotesi suggestiva. Come è suggestivo pensare che la Parola, in Celan, dopo aver perso l’iniziale maiuscola, abbia voluto liberarsi anche dai suoi significati e contesti tradizionali, forse per l’indignazione di vedere che uso se ne è fatto nel corso dei secoli e specialmente nel nostro. La parola di Celan, detta in maniera un po’ volgare, non voleva aver più niente in comune con la parola di Goebbels. Perciò eccola sprofondare nel buio, dove nessun cialtrone potrà più ripescarla e profanarla, ma dove la raggiungeranno solo spiriti estremamente coraggiosi e intelligenti, illuminati e spogli. Quelli che un giorno, forse, la riporteranno a galla per tutti, come la verità, come la decenza umana, come la santità.

(In Literatur Chiusano scrive anche di Goethe, di Hoffmann, di Hölderlin, di Nietzsche, di Kraus, di Mann, di Rilke, di Walser, di Döblin, di Böll, di Grass, di Wolf e di tanti altri scrittori di lingua tedesca. È un grande lettore di poesia e di prosa, e un magnifico saggista. Ha pure scritto diversi romanzi, delle poesie e qualche racconto; quasi tutta la sua opera è fuori edizione. Si spera che questo breve ma luminoso saggio sulla poesia di Celan contribuisca a salvare qualche suo libro dall’oblio).

Il sabato tedesco #51: Lutz Seiler, dapprima tu vedi le foglie

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e raccoglie riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

dapprima tu vedi le foglie

dapprima tu vedi le foglie, che del tutto
inspiegabilmente fanno cenni di saluto con
il loro interno pallido, ogni albero

fa ora il pagliaccio con migliaia
di mani maldestre, poi
la tempesta; lei sobilla subito tutti

i rami zuppi che intirizziti & smodati
mandano segnali indecifrabili. è un lungo
prolungato ridacchiare come

di voci di bimbi dietro il caseggiato
quando tutto finisce

Lutz Seiler
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

zuerst siehst du die blätter

zuerst siehst du die blätter, die vollkommen
unverständlich winken mit
ihren bleichen innenseiten, jeder baum

spielt jetzt den clown mit tausend
ungelenken händen, dann
der sturm, er wiegelt gleich das ganze

nasse astwerk auf, das knochensteif & übertrieben
unlesbare zeichen sendet. es ist ein langes
lang gezogenes kichern wie

von kinderstimmen hinterm haus
wenn alles endet

Lutz Seiler
(da: Lutz Seiler, schrift für blinde riesen. Gedichte, Suhrkamp 2021)

 

Un’esattezza emotiva: Alessandra Trevisan racconta ‘Trasferimenti’ di Viviana Fiorentino

Trasferimenti, Viviana Fiorentino

Cosa siano i Trasferimenti del titolo della nuova raccolta di poesie di Viviana Fiorentino (edita da Zona) è riconoscibile attraverso una sistematica lettura dei testi che stratificano, secondo una “concentrazione aperta” anche alla disposizione (del lettore), una poetica del linguaggio nello spazio. Se il modello dichiarato da lei stessa può essere la poesia irlandese contemporanea – da Eavan Boland a Seamus Heaney – la sua poesia genera, tuttavia, in lingua italiana, una precisa tenuta di significante e significato, a declinare come il “trasferimento” – ossia “lo spostamento da una sede a un’altra” – possa rivelarsi concretamente in un’esperienza di vita: «Quando il tempo ha una sola direzione,/ divide./  Ricominciare/ significa/ rompere/ legami./  Trovare il nostro altro/ io/ nell’altro» (L’altro, p. 35). Sotto la scorta inconsapevole di Rimbaud, non rovesciato ma volutamente “trasferito”, Viviana Fiorentino compone le quattro sezioni del libro – Terra, Discostamenti, Madre e Desiderare – scegliendo un piano preciso che, come ha definito Marilena Renda nella sua Prefazione, è “la cifra del tessuto”, proprio perché siamo di fronte a un “libro ‘posizionato’”, anche nella viva scelta del lessico e della struttura. Non solo il titolo ma altri termini, “insediamento”, “smantellare”, risuonano a trasportare in dimensioni diverse, tra le mosse civili (l’impegno a favore dei rifugiati in Irlanda del Nord è reale) e l’ordinarietà del quotidiano, tuttavia separata da una certa ricerca all’immediatezza della scrittura cui la poesia lirica ci ha abituati. Non si è di fronte a una poesia che si fonda sulla voracità – talvolta anche manipolatoria – ma che converte il senso dell’immediatezza in un processo di lavorazione accurato, sensibile, nel campo nel linguaggio e dello spazio poetico.

È un legame scientifico, quello dell’autrice, che stabilisce ad ogni verso quale possa essere la percezione di chi legge dal punto di vista spaziale; come a doversi confrontare costantemente con un posizionamento obbligato in grado di non restringere il campo né visivo né poetico: «perché non sai/ cos’è casa/ cos’è soglia/ cos’è forma/ cos’è sé» (smantellare, p. 50).
Non c’è un io centripeto né centrifugo in Fiorentino, ma un io che lavora con lentezza, completando il proprio percorso di testo in testo; è un io che dialoga con alcuni tu – il materno, o Saffo ripresa, nell’ultima sezione, dall’opera di Anne Carson, o altri. È un io che non scende al compromesso dell’esposizione che invade, egocentricamente, certa poesia lirica.
Esiste un’estrema lucidità di pose linguistiche ed anche una esattezza emotiva, che emerge dal riconoscimento – con approccio lieve e piano – e non per accumulo: 

Litorale II

Prima di voltarci e tornare,
dammi la mano.
Tu sai gli scogli che girano
a nord
indovini case
imbiancate e tetti scuri oltre
la bruma immagini la Scozia
oltre l’azzurro tra nuvole
di grecale.
E nel tuo palmo
pesi pensieri
sono linee tra le dita.
Da noi stessi proviene anche il tempo,
alture
dalle quali emergiamo.
Se prima di dare le spalle al mare
rimango in questo sfiorare
non ha altro da aggiungere l’amare.

Gli elementi naturali, situati, nella poesia di quest’autrice riconoscono lo spazio, lo abitano fisicamente e concretamente poiché è sapienziale la visione aperta del sé sul mondo, un sé appunto svincolato dall’ego, tendente all’universale, che dà forza al testo.
Quello che in chimica definiremmo una valenza, ossia “la capacità di un elemento chimico di combinarsi per dare origine a un composto”, Viviana Fiorentino lo trasmette con la parola poetica, una parola lirico-chimica, anche nell’orientamento al mondo microscopico di questa scienza, e all’umano.

Alessandra Trevisan

Una lacrima di zolfo: Giuseppe Martella racconta ‘Zebù Bambino’ di Davide Cortese

William Blake, The Ancient of Days

Zebù bambino (Terra d’ulivi) di Davide Cortese, è tutto un programma, fin dal titolo e dalla birbonesca, indovinatissima immagine che si trova in un post dell’autore su Facebook per diffondere il libro (e che sarebbe stata perfetta come copertina), che mostra un bebè con tanto di sorriso diabolico, sguardo strabico e cornetto in testa, appeso in fasce a una parete, con un ombrello fra le gambe, che tanto ricorda il caduceo di Ermes e il bastone di Asclepio, simboli rispettivamente di sapienza e di risanamento. Un vero e proprio murales in rilievo, o il riquadro di una striscia di fumetti che attende in agguato il lettore, orientandone l’orizzonte di attese, mentre nel contempo dichiara il registro comico fiabesco dell’opera, che risulta pertanto ben definito fin da questa sua ipotetica rilegatura. Poiché la componente “grafica” qui gioca una parte notevole nel senso che mi appresto a chiarire: questo brevissimo testo simula una sorta di manoscritto illuminato o miniato medievale, ove ogni carattere della scrittura si tramuta da un lato in caratteristica pervasiva contribuendo alla unicità dell’opera, alla sua aura, e dall’altro in caricatura dei suoi contenuti, affidati all’alea del tempo e al capriccio della traccia amanuense. In una sorta di anticipazione artigianale di quella teoria moderna della écriture o della traccia che spro-fonda ogni presenza e rappresentazione.

Tutto ciò ha in effetti a che fare con il nostro testo e con lo stile (stilo) poetico del suo autore, che a mio parere è proprio quello dell’incisore e del miniaturista in grado di raccogliere temi e schemi di ampia portata in componimenti brevi e icastici, dai ritmi battenti e dalle clausole memorabili. Di raccogliere insomma nella filastrocca naive, le fila di un discorso epocale e gli echi di una tradizione lirica ormai consunta, rovesciandoli sotto gli occhi del lettore come oggetto di visione, come il negativo di una foto d’epoca o l’impronta di una lastra d’incisione, affinché li si possa guardare da un punto di vista altro, ossia da quello dello spazio intermediale e non più solo letterario in cui ci troviamo immersi. Sono rilievi che valgono in parte anche per la produzione precedente di Cortese ma che ora, nella vicenda di Zebù, appaiono raccolti e condensati icasticamente in una “lacrima di zolfo”.

Questo è il pregio del libro e il suo tratto saliente. L’ammiccamento promozionale ci introduce pertanto a un vero e proprio programma di poetica, scritto fra le righe del testo, che ammette perciò diversi livelli di lettura, ciascuno dei quali è appannaggio di un genere e di una generazione di lettori diversi. Perché, come è ovvio, il registro manifesto di questi versi è quello della favola per bambini, scritta nella “grammatica della fantasia” di Gianni Rodari, che modula in seconda istanza nel mistero buffo a la Dario Fo, e in una terza in quello delle vocalizzazioni perverse di Carmelo Bene che dissolvono ogni testo nella occasionale performance del guitto di turno. E così via, fino ad arrivare alle implicazioni teologiche, peraltro dichiarate nel titolo, delle “nozze del cielo e dell’inferno” di William Blake, incisore visionario, che nelle sue illustrazioni della Bibbia e della Divina Commedia, nonché nei suoi “canti dell’innocenza e dell’esperienza”, può a buon titolo essere preso insieme a Rodari come uno degli opposti poli entro cui situare questa sulfurea parodia dell’Avvento.

Se poi addirittura, nella demonizzazione della storia sacra, vogliamo anche scorgere la traccia del mito greco e richiamare alla mente alcune sue figure, vi troviamo forse quello che è l’archetipo sotteso, l’antenato più plausibile del nostro piccolo impertinente Zebù: e cioè Ermes, il più precoce e birbone tra i fanciulli divini (Kuroi). Figlio di Zeus e di Maia (nella mitologia vedica, la vergine che stende un velo fra la realtà e l’apparenza) fu deposto in fasce dentro una grotta, ma subito ne fuggì a gambe levate per rubare le mandrie del sole, i buoi sacri al fratello maggiore Apollo, e poi, trovato il guscio di una tartaruga ne costruì subito una lira, con la quale si rintanò di nuovo nella grotta. Apollo, signore degli indovini, naturalmente riuscì a scovarlo in un battibaleno ma la sua ira venne subito ammansita dalla musica della lira, suonata con maestria dal fratellino in fasce. Ermes dunque mostra fin dall’infanzia la birbanteria, la presenza di spirito, la maestria artigianale e il gusto della finzione che ne avrebbero fatto il dio degli incroci e delle occasioni, il protettore dei ladri e dei viandanti, l’alato messaggero degli dèi e il trait d’union fra l’Olimpo e l’Ade, il cielo e gli inferi. In quest’ultimo ruolo di guida delle anime, o di psicopompo, lo vediamo all’opera nel mito di Orfeo e Euridice, cui fa da guida nella tentata fuga dagli inferi. La perdita di Euridice, figura della mancanza dell’oggetto amato, resterà poi in ogni successiva elaborazione del mito come l’alimento e la condizione del canto. In Ermes insomma, briccone divino e principio di ogni ermeneutica, si trovano, raccolti in immagine, tutte le ambivalenze del pensiero e dell’arte, tutto quel dialogismo che avrebbe innervato i generi del discorso e della scrittura avvenire.

È proprio Ermes dunque, mi pare, l’archetipo del nostro Zebù, il doppio in cui convivono Gesù e Satana, il pescatore d’uomini e il grande seduttore, il Logos crepato dall’interno e la Sapienza ambigua del Figlio che siede alla destra del Padre dall’inizio dei tempi, in attesa di incarnarsi e sacrificarsi per la salvezza degli umani. Questo il quadro di riferimento per poter leggere tra le righe di questa minuscola incisione illuminata, e per poter ascoltare gli armonici distanti del battito di zoccoli scandito dai suoi versi per lo più eccedenti la misura canonica dell’endecasillabo ma temprati dalla incisiva cadenza del distico, che si dispiegano sul fondale corrusco di una farsa ontologica e teologica, travestita da fiaba per bambini, che rappresenta la cesura-unione fra l’essere e il linguaggio, la crepa madre della poesia, custodita nel cuore di Zebù solo e senza amore, dalla notte dei tempi.

Il libro è diabolico in senso pieno, cioè imperniato sulla figura del doppio speculare da cui emanano tutta una serie di marcate simmetrie di ordine sia tematico che strutturale: antitesi e distici, ossimori e paradossi. Giochi al massacro dell’ordine logico del testo e di quello spazio-temporale del mondo creato. Composto da ventuno brevi liriche, o incisioni fuse al calor bianco, il testo possiede però una notevole coesione di ordine semantico e figurale, che ne fa un vero e proprio poemetto satanico e una acuta indagine sulla possibile “ricreazione” del mondo. Senza addentrarsi troppo in particolari, lasciandone al lettore il piacere della scoperta, basta solo soffermarsi sulle due liriche, iniziale e finale, del testo per dare un’idea della sua coesione e icasticità. All’inizio il bambino Zebù mostra apertamente la doppiezza della propria natura: “Scoccano insieme/ la mezzanotte e il mezzogiorno./ È l’ora di un eterno crepuscolo./ Due miei volti si specchiano/ nelle ginocchia sbucciate/ del demone bambino” (p. 5). Questa lirica funge da prologo o da fondale all’intera vicenda, marcando la sua posizione liminale con l’essere l’unica scritta in versi liberi. Tutte le altre saranno in rima. L’ultima brevissima chiude a doppio mandato la vicenda offrendoci però la chiave della sua riapertura: “Diventerà un bel giovane/ il piccolo Zebù./ Presto farà breccia/ nel cuore di Gesù” (p. 25).

Sembra la felice conclusione di una favola a lieto fine: una sorta di redenzione del piccolo diavolo. Ma bisogna fare attenzione ad alcuni particolari che troveranno ampio riscontro nella lettura dell’intero testo. Anzitutto che lo specchio in cui si sdoppia il volto del birbantello, è costituito da una ferita sulle sue ginocchia, che riappare infine come “breccia” nel cuore di Gesù. Dunque quel “far breccia” si può anche leggere come “il costituire la breccia” che fende da sempre il cuore del Figlio, del Verbo che si incarna e si sacrifica per salvare (o ricreare) il mondo. Il che fa di Zebù il doppio consustanziale del Salvatore, in una rilettura eretica della storia sacra, a partire dal rovesciamento del fiat lux iniziale, perché Zebù ama le tenebre e nei suoi giochi innocenti “accende mille fiammiferi nella notte”. Il testo mette in scena insomma una vera e propria catastrofe intesa nel senso etimologico di “rivolgimento” di quella storia della salvezza che innerva tutto il pensiero e l’arte occidentali. Letto così, come un manoscritto illuminato, cioè nella duplice prospettiva del testo e dell’immagine, il testo si manifesta dunque nella sua corrusca matericità, come ciò che Mattia Tarantino, nella sua bella postfazione, definisce felicemente come mero Factum Loquendi, evento della parola poetica che però non può affatto offrirsi a noi lettori come presenza, ma solo più nella dimensione della scrittura e della traccia, cioè come differenza e differimento (différance) dell’accaduto nell’avvenire. L’artificio della scrittura contiene così in parodia il sacrificio della parola. Questa è l’implicazione escatologica e soteriologica dell’opera. E tuttavia questa favola di Cortese rimane allegra e giocosa da capo a piedi, e si butta giù tutta d’un fiato, come un sorso di rum che ti scalda le vene e ti brucia dentro, come una lacrima di zolfo.

Giuseppe Martella

Al buffet con… Anna Toscano

Le poesie che proponiamo di seguito appartengono alla raccolta Al buffet con la morte di Anna Toscano, edita nel 2018 da La Vita Felice.
Un libro che non terresti sul comodino, per la complicità esatta e lucida che stringe con la certa.
Eppure è proprio questa lucidità che permette di apprezzare l’umanità profonda che resta appesa, o meglio aggrappata, a questi versi che hanno il coraggio della verità.
Come a dire – sì, so di cosa parli, adesso che lo dici anche tu.


Bruegel il Vecchio, Trionfo della morte (particolare)

Ho aperto porte
con lei nascosta dietro.
Ho composto numeri
sentendola nel lugubre squillo.
Lungo le scale aveva il respiro trattenuto
a ogni gradino,
la falce poggiata al corrimano.

 

Per Goliarda Sapienza

Un vestito a fiori leggero
un cappello in mano
la borsa le chiavi
l’odore di sigaretta
dalla porta spesso aperta:
il tuo vecchio corpo
trovato così sul pianerottolo,
qualche giorno dopo.

La tua grafia minuta
era il tuo elettrocardiogramma
penna Bic nera punta sottile:
mi sembra di sentirlo
quando ti leggo nei caratteri a stampa
di vederti, in quell’istante.

 

Per Primo Levi

Io non ho visto il gatto
io ho letto solo Levi,
ho sempre pensato
le nuvole sono in cielo
e il fuoco sotto i piedi,
ma capisco come
dall’inferno dentro
la tromba delle scale
possa condurre al paradiso.
E il tuo vecchio corpo
prese il volo.

 


Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre facoltà. Scrive per testate, tra cui «Il Sole24 Ore» e «Doppiozero». Scrive poesie: Al buffet con la morte, preceduta da Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016), Doso la polvere (2012); liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie; sua la curatela di cataloghi e libri di poesie. Ha ideato e condotto la trasmissione radiofonica «Virgole di poesia» per Radio Ca’ Foscari. Per la testata on-line «La Rivista Intelligente» cura la rubrica Venerdì in versi. È stata editor per case editrici e ha lavorato come ufficio stampa; ha partecipato a varie scuole di scrittura e collabora con “Lo Squero della parola”, laboratorio di scrittura creativa a Venezia. Come fotografa, suoi scatti sono apparsi in riviste, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze teatrali, tra le quali Voce di donna Voce di Goliarda Sapienza.

Il demone dell’analogia #40: Udienza

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro

UDIENZA

E tu cominci a sentire, nelle parole che hai detto, il respiro
di quelle taciute: sono lì, sono lì, bussano alla porta
non se ne vogliono andare, restano ferme fino a sera,
ti sfiorano il viso e si allontaneranno solo all’alba.
Restano lì e la stanza diventa un’aula di tribunale e tu
sei l’imputato. L’accusa è sempre la stessa: il silenzio.
Le attenuanti non contano: dovevi parlare, dovevi
tirar fuori la bestia, esporre il demone nero al pubblico giudizio,
mostrarlo alla primavera, spargerlo per il mondo, guarire.

da Linea intera, linea spezzata di Milo De Angelis

 

LA DIFESA

Separa l’acqua dalla sabbia
distingui la colpa dal dolo,
non perdere di vista nulla
di queste parole irredente,
sussumi l’errore della verità.
Cosa spinge l’uomo al crimine?
Un desiderio di giustizia? Forse
c’è una difesa già scritta dentro un precedente,
come l’anello di un’unica catena
o la luce di ritorno delle stelle. Seguila,
da solo, nell’imminenza, fino all’ultima parola,
dove i fatti non hanno contorni esatti
e false piste disegnano la verità.
C’è una giustizia da tradurre
tra gli indizi e la ragione,
un destino non scritto.

da Il tribunale della mente di Corrado Benigni

 

K. era stato informato per telefono che la domenica seguente ci sarebbe stata una piccola udienza sul suo caso. Gli fu fatto notare che queste udienze si sarebbero succedute regolarmente, se non tutte le settimane, comunque abbastanza spesso. Da una parte era nell’interesse generale concludere rapidamente il processo, dall’altra tuttavia le udienze avrebbero dovuto essere esaurienti sotto ogni aspetto e non durare mai troppo per la fatica che richiedevano. Ecco perché si era scelto l’espediente di un rapido susseguirsi di brevi udienze. Si era preferita la domenica come giorno stabilito per l’udienza in modo da non disturbare K. nella sua attività professionale. Si supponeva che fosse d’accordo, se avesse preferito un’altra data, per quanto possibile gli si sarebbe venuto incontro. Le udienze, per esempio, si potevano fare anche di notte, ma K. non sarebbe stato abbastanza fresco. In ogni modo, se K. non faceva obiezioni, sarebbe rimasto fissato per domenica. Era ovvio che doveva presentarsi con certezza, non era nemmeno il caso di farglielo notare. Gli fu comunicato il numero della casa dove doveva trovarsi, una casa in una strada fuori mano, in periferia, dove K. non era mai stato prima. Ricevuto questo avviso, K. appese il ricevitore senza rispondere; fu subito deciso ad andare la domenica, era senz’altro necessario, il processo si avviava e lui doveva opporvisi, quella prima udienza sarebbe stata anche l’ultima.

da Il processo di Franz Kafka

Alessandra Trevisan racconta ‘Carcere della terrestrità’ di Francesca Fiorentin

Odilon Redon, Pegaso e le Muse, 1900

Carcere della terrestrità di Francesca Fiorentin 

La parola colta – ed anche còlta – di Francesca Fiorentin è da subito espressa nel titolo della sua nuova raccolta, Carcere della terrestrità (edito da Macabor), che indica un’appartenenza poetica e materiale alla terra, anche in termini spirituali. Ma è uno spirito laico e filosofico il suo, impregnato – nell’io che non c’è e si sottrae –, di una capacità di poetare seguendo le linee di temi che si compenetrano: la vita e la morte, soprattutto, presenti dal ‘carcere della terra’ fino alle spinte di luoghi altri – c’è molto cielo; ci sono astri e c’è il desiderio (nel senso etimologico di “interrogazione delle stelle”) che si dipana, di testo in testo, senza mai esaurirsi nel “vuoto” – un termine cardine di tutto il volume, vero spazio anti-terrestre reso terreno dalla contemporaneità e dalla poesia stessa: «Ho portato il freddo lutto alle porte delle stelle/ gelo di silenzio/ e buia materia inorganica/ mi diedero un tremendo percorso/ procedere lontano, anarchica e satellite», (p. 22).

Tra i riferimenti elettivi dell’autrice, Virginia Woolf, in un dialogo con il suo approccio alla creazione: «Se scrivi per idee – scrivi poco/ se scrivi, Virginia, per sensazioni/ alla tua penna manca il tempo,/ automaticamente cammina,/ di sbieco scrivi, la mente/ solo una parte del cervello impegna,/ fidati di esse, tu puoi.» (p. 68). Ma l’anarchia di Fiorentin sembra affondare nel nero poetare di Jean Cocteau o di Antonin Artaud, maestri inconsapevoli e dissacranti di uno stile che penetra nella tessitura di alcuni passaggi, forse soltanto come un’idea che viene dal lettore e che può sentire sibilare ai margini del testo secondo le voci dei giganti.

L’attenzione della poeta-lettrice – voracissima per sua stessa ammissione – non spinge solo in terra straniera: ed è qui la sfida vinta, sullo stile di tanta poesia odierna: Francesca Fiorentin non costruisce una poesia lirica ma segue l’intonazione oscura e il dettato poetico di Amelia Rosselli, che sembra avere assimilato geometricamente – non specularmente, com’è, ad esempio, in Roberta Sireno – altra autrice impregnata di Rosselli. Non è, per Fiorentin, un tentativo di rifare Rosselli, bensì di agire poeticamente secondo la sua lezione, non reinventandola ma assorbendola e ideandola dal nuovo. Così alcune poesie si accostano alle Variazioni belliche (1959/61) per struttura; ad esempio:

Cose presenti e non desiderate aggiungono una maggiore
nostalgia di quelle che sono invece assenti, feriscono molto
di più, rimandano all’assente con un carico doppio: la sua
mancanza e la pazienza di sopportare il non desiderato.
(p. 19)

Altre invece strutturano, significativamente, la lezione sugli “assoluti” di Rosselli: gli assoluti del mondo che, anche dove la poeta dice ponderatamente “io”, rinvengono per soverchiare l’ordine, il tema (assorbito anche dalla voce di Nella Nobili, autrice operaia), il tempo e il linguaggio. I dettagli, i piccoli aspetti del visivo insospettati (i “piccoli insetti ortofrutticoli”), emergono nella poesia con efficacia. Ma i lapsus rosselliani, per Fiorentin – quelli di Serie ospedaliera(1969) e Documento (1966-1973) – sono soppressi o restano inespressi, appunto nella mente.

In Carcere della terrestrità alcuni dei fili che tengono i testi fagocitano un lessico-chiave; ad esempio “potere”, “potenza” nel primo testo che si propone, oppure “attrazioni” nell’ultimo. La forza della poesia di Fiorentin è dunque una certa immediatezza del dire – anche delle minuzie – mediata da un poetare che crea un’attesa complessità, mentale e introspettiva.

Alessandra Trevisan


Lascia il potere a chi non ha un potere
e ricordati che è necessario
essere è poter essere
dispiegarsi di uno di fronte all’altro.
Trova un’altra forma per il tuo poter essere
inventa lo spazio fra te e altri
o ne verrai soggiogato
la volontà di potenza, il male, è anche in noi,
e io anarchica vi prego
non disturbatemi.
(p. 33)

 

Prendo nota delle cose attorno
la quotidianità
prendo nota di cose lontane
rare
prendo nota – non partecipo
alla visione dell’altro delle vette –
Disturbata da piccoli insetti ortofrutticoli
dal respiro faticoso nella strozza del lavoro
la scrittura ridotta a zero –
il mio esaurimento cerebrale.
(p. 49)

 

La mia casa erano molte case
cercavo quella vera.
Nessuna traccia, nessuno sapeva
era ora questa, ora quella
tutte da me riconosciute come case dell’infanzia.
Mi spostavo da una all’altra
e rimaneva la domanda
quale è la mia unica, davvero?
quale fu per me scelta, all’inizio?
Una era sottoterra, tra i topi
una da comprare aveva un lago dentro,
molte comprate,
da dove venivo, non so,
dove avevo visto me stessa bambina?
(p. 55)

 

Tu vuoi meno morire
e meno vivere, che meno sia
da decidere, che non
attrazioni ti portino
sopra o sotto, vorresti – dico,
galleggiare come boa.
(p. 66)

 

Carcere della terristrità, F. Fiorentin

Nasce ‘Gli scomparsi’, una rubrica ideata e firmata da Edoardo Pisani

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop


Il libro di oggi – con cui inauguriamo questo progetto – è L’amore è uno scambio di persona, di Barbara Alberti, magnifico romanzo sentimentale e ribelle (e disperatissimo) scomparso da tempo dalle librerie.

§

Mentre gli parlo, un’emozione sorda – assoluta.
L’uomo forse è inventato ma la felicità no – e ho voglia davanti a lui di rovesciare la mia vita come una bella tasca piena di segreti minimi e fantastici.
Mi chiamo Margherita, ma mi chiamano Mama: perché da piccola sfogliavo le margherite per fare ‘m’ama non m’ama’.
Ma tu… mi ami?
Tu – mi ami?”

§

Al ristorante Francesca non mangia per ripetere all’infinito in tiritera
dopo tutto quello che ho fatto per lui
dopo tutto quello che ho fatto per lui
dopo tutto quello che ho f…
Io mangio anche la sua parte e alla fine le chiedo
Scusa, ma che hai fatto per lui?”
Lei, chiamando il ristorante tutto a testimone della mia oscena ignoranza, tuona
Mi chiedi COSA ho fatto per lui?”
Ai tavoli intorno trattengono il respiro: Madonna, che avrà mai fatto per lui? Pausa d’effetto – finché molla la bomba
Se scrive su Alfabeta… Lo deve a ME!”
Manco si guarda attorno tanto è sicura dell’effetto.
Mi viene da ridere ma non rido. Perché dalla finestra del locale vedo in strada una macchina ferma. L’uomo al volante ha la faccia in ombra.
Se fosse LUI?
È LUI. Deve essere lui – io sfido lo stupido amore di Francesca fatto di dare avere con quest’assurdo pensiero – lui pagato per spiarmi, caduto nella rete delle parole – e se esistesse – l’amore?


Sei mio nemico come gli altri, come il direttorino con la cravatta che mi caccia da scuola, come il droghiere che non fa credito. Scappi in Francia perché nel gioco sei ora l’inseguito, ma se potessi mi chiuderesti la bocca con la forza. Saresti il mio persecutore. Il mondo nuovo che immagini sarebbe triste e vecchio come quello di adesso, nel tuo mondo non c’è posto per la mia alterità. Niente di quel che fate mi somiglia.”
Leonardo ha gli occhi lucidi. Forse la fretta, la rabbia, la paura? Forse l’amore che fortissimo sento per lui – non resisto all’errore! Io – ce l’ho duro!
Sì non ce l’ho ma ce l’ho duro e se l’avessi glielo farei sentire, un pegno, e – capirebbe?
Sì, non ce l’ho. Ma una cosa ce l’ho che cura ogni mancanza, che rimpiazza il pane nella madia, e dio nel cielo – ho la fiaba.
Già guarda l’orologio.
Pochi istanti.
Una voce calma, dura, alle nostre spalle: la ragazza è sulla porta.
Andiamo, è ora. Ma perché ti sei fidato di questa pazza?”

(La pazza, Mama, è Barbara Alberti, fra le migliori scrittrici europee viventi, che in questo libro – in questa fiaba tragica: L’amore è uno scambio di persona (da ristampare!) – si dibatte fra una misteriosa spia/amante e un ex amante terrorista e la solitudine e la paura e l’incanto della poesia indomita).

Annientare se stessi: la reincarnazione di Houellebecq (a cura di Omar Suboh)

M. Houellebecq, Annientare (La Nave di Teseo, traduzione di Zemira Ciccimarra Milena)

«Quel tramonto non era un addio, la notte sarebbe stata breve e avrebbe portato a un’alba assoluta, alla prima alba assoluta nella storia del mondo, ecco fin dove poteva spingersi l’immaginazione, rifletteva Paul, a forza di contemplare i quadri di Claude Gellée, detto Lorrain, o di contemplare il sole che calava sulle colline del Beaujolais». Lasciate fuori ogni convinzione preconcetta su quello che state per leggere, Michel Houellebecq ha ucciso se stesso e fatto pace con il mondo. Annientare (La nave di Teseo, 2022) è un libro fluviale, denso e monumentale: sia per portato concettuale che per stile e forma. Come in La carta e il territorio, lo scrittore francese che aveva in messo scena l’omicidio di se stesso, qui sembra aver raggiunto una tregua con i propri demoni, attraverso un atto conciliativo con quel che resta di una civiltà sempre sull’orlo del collasso, sia cognitivo che politico ed economico, estinguendo tutto ciò che è male, e che non vale la pena di essere salvato, o per lo meno trattenuto. A dispetto di quanto il titolo del romanzo può suggerire, rimandando per assonanza al capolavoro Estinzione dello scrittore Thomas Bernhard, qui tutto ciò che si distrugge è il superfluo dell’esistente, il vano perenne rumore di fondo di un tempo in cui sopraffatti dalla onnipresenza di stimoli non siamo più capaci di distinguere ciò che ha valore e che merita di essere salvaguardato, da ciò che dovrebbe essere liquidato definitivamente.

Paul Raison è capo di gabinetto del ministro dell’economia Bruno Juge, alla fine del secondo mandato di Macron – che non viene nominato esplicitamente, ma di cui si intuisce la presenza ingombrante sullo sfondo – nel 2027, «l’anno di tutte le mutazioni», a ridosso delle elezioni presidenziali. Un attacco terroristico informatico diffonde in rete una serie di video raccapriccianti, contrassegnati da una misteriosa simbologia esoterica che evoca un pentagramma stellato (che «rappresenta l’iniziato, colui che possiede la sapienza») e triangoli sacri (oltre a Bafometto: il cui nome risale al Medioevo, sorta di «deformazione di Maometto», nella visione dei cavalieri cristiani dell’undicesimo secolo, contro i musulmani «adoratori del diavolo», e soltanto successivamente venerato dai Templari per approdare tra i gruppi death metal), in cui viene mostrato lo stesso Bruno decapitato, ricostruito attraverso una precisione di dettagli impeccabili che lascia attoniti i membri dell’intelligence francese accorsi per l’indagine. Si scopre così che il padre di Paul, Édouard, era uno dei massimi esponenti dei servizi segreti francesi, e già da diverso tempo aveva raccolto, in alcuni dossier conservati nel suo studio, indizi in merito al gruppo di cui si inseguono le tracce, ma che verranno scoperti soltanto dopo il suo ricovero per una ischemia cerebrale. Da quel momento incomincia la vera sottotrama dell’opera, il nucleo speculativo centrale: la malattia e l’educazione al dolore della morte.

Se Houellebecq nelle precedenti opere, dai capolavori come Le particelle elementari e La possibilità di un’isola, aveva restituito ai suoi lettori l’immagine di una condizione umana privata di ogni appiglio a una qualsiasi salvezza o forma di redenzione possibile, quella distanza abissale da ogni residuo di etica e di empatia, qui, viene rovesciata radicalmente nel suo opposto: Annientare è una elegia alla vita. «La vera ragione dell’eutanasia, in realtà, è che non sopportiamo più i vecchi, non vogliamo nemmeno sapere che esistono, per questo li parcheggiamo in luoghi specializzati, lontano dalla vista degli altri. Quasi tutte le persone oggi ritengono che il valore di un essere umano diminuisca con l’aumentare dell’età; che la vita di un giovane, e ancor più quella di un bambino, sia di gran lunga più preziosa di quella di una persona molto vecchia; suppongo che anche su questo sarà d’accordo con me?». L’amore, come quello di Paul con la moglie Prudence, l’empatia con l’Altro da sé, così come i legami umani, rappresentano la possibilità (forse l’unica) di un’isola felice, ancora di più quando non rimane più niente e si è sul letto di morte: così come in prima istanza il padre del protagonista, che verrà salvato da qualsiasi proposito di eutanasia in una fuga congegnata dallo stesso figlio con la complicità della compagna di Édouard, Madeleine, e dalla infermiera della medesima clinica in cui è ricoverato, Maryse, che diviene anche amante del fratello di Paul, il restauratore di arazzi medievali Aurélien; e infine da Paul stesso, a cui viene diagnosticato un tumore alla mascella in stato avanzato nei capitoli conclusivi del romanzo (le pagine più belle dell’intero volume), che lo costringerà a estenuanti sedute di chemioterapia per scongiurare il rischio di un intervento chirurgico dagli esiti incerti. «Tu forse ti immagini che la tua vita ti appartenga, ma non è vero, la tua vita appartiene a chi ti ama, tu appartieni prima di tutto a Prudence, ma anche un po’ a me, e forse ad altre persone che non conosco, tu appartieni agli altri, anche se non lo sai». E proprio quando tutto sembra perduto, il legame con Prudence riacquista vitalità e nuova luce, dopo anni di assoluta distanza e aridità, sia sentimentale che sessuale. I lettori più attenti scorgeranno l’assenza di sequenze ad alta tensione erotica a cui ci aveva abituato nei precedenti lavori, ma in quelle descritte presenti vi è una metafisica dell’eros ancora più intensa se è possibile; infatti sarà proprio la malattia a riavvicinarli, ampliando il quadro della visione che, rispetto all’ultimo lavoro Serotonina, sembra essersi ristretto dettato dall’urgenza di assecondare l’immagine e lo statuto da profeta impostogli dalla popolarità.

Liberatosi dalle maglie strette dell’anticipazione a tutti i costi della realtà nel suo svolgimento cronachistico, la visione si allarga aprendosi all’ontologia della rinascita: il tema più importante del libro, in fondo, è proprio quello della reincarnazione. Suggerito da Pascal, il perno teorico più o meno nascosto, Houellebecq ci restituisce un’opera quasi religiosa dove – come nella celebre argomentazione del filosofo francese – l’autore di Piattaforma sembra aver raggiunto un’armonia interiore, con se stesso e il mondo fenomenico. Il suo libro potrebbe essere inquadrato come la conseguenza di quella scommessa per cui se Dio non esistesse, ma ci avessimo comunque creduto, non perderemmo niente, ma avremmo tutto da guadagnarci se si rivelasse esatta; mentre, al contrario, se avessimo scommesso sulla sua inesistenza, e questa previsione fosse errata, avremmo perso tutto. Ecco, questo è il vero guadagno acquisito da Paul, alter ego dell’autore, permettendogli di entrare in sintonia con la natura e con tutto ciò che gli sta intorno, in un dialogo silenzioso come quello con il padre immobile sulla sedia a rotelle (tra i momenti più toccanti che siano mai stati scritti, e non solo da Houellebecq), nella quieta contemplazione dei boschi e delle campagne dalla finestra della loro casa.

Guidato da una scrittura che si fa nuovamente lenta, rispetto ai ritmi serrati delle ultime produzioni, Annientare potrebbe rasentare la perfezione se non fosse per alcune interminabili sequenze di geopolitica senza sbocco, che non conducono allo scioglimento del nodo che imbastisce l’autore (come nel caso degli attentati informatici, messi quasi a ornamento di una trama che conduce verso tutt’altri lidi), ma è chiaro che a una lettura attenta e calibrata l’intento è quello di schiudere nuovi varchi nell’orizzonte desolato di nichilismo in cui siamo immersi, per disegnare una via samsarica che conduca alla fusione con il tutto, come un’illuminazione: «Forse non trovavano posto in una realtà che si erano limitati ad attraversare con incomprensione spaurita. Ma erano stati fortunati, molto fortunati. Per la maggior parte delle persone la traversata era, dall’inizio alla fine, solitaria».

Omar Suboh

Federico Morando, ‘La conta del sale’

 

Il mondo era un nome buono da dire. 
Nel piatto a cena non lasciavo nulla, 
raccoglievo le briciole col dito ignaro di sfiorare l’infinito. 

(poesia già presente nella raccolta per l’infanzia 
Le biglie fanno rumore, a cura di Lorenzo Mele) 

**

Sento il richiamo della terra 
ai confini del camposanto, 
i morti parlano alle nuvole 
della cruda rivelazione: 
è tutta vita, anche dopo 
l’ora del trapasso, 
l’unico vero peccato 
è non prendere parte 
al grido dei giorni. 
Il mondo è una canzone infinita
e le anime, ignare, non ascoltano, 
per paura di esistere.

 

**

Ho fatto la conta del sale, 
la vita è il grano che cade dal tavolo, 
la briciola inosservata,
il silenzio che basta a raccogliersi 
in un angolo d’ombra
e misurare la luce, trovare la chiave:
il centro perfetto delle cose.

 


Chi è:

Federico Morando frequenta corsi di scrittura creativa presso la Locanda delle Idee con Eugenio Pintore, specializzandosi in seguito in poesia e songwriting alla Scuola Holden con Alessandra Racca e Federico Sirianni. Nel 2017, grazie al progetto editoriale Libereria, pubblica la prima raccolta di poesie, L’atlante dei silenzi, recensita da Aldo Sisto sulla rivista Le Muse e citata nella silloge Poesie per due età. Altri componimenti sono riportati su blog di settore come Poeti der Trullo, Bibbia d’Asfalto, Leggere Poesia, Poeti Oggi, Alma Poesia, pubblicati sulle riviste 22Pensieri, Nova e sull’antologia per l’infanzia Le biglie fanno rumore, a cura di Lorenzo Mele. Il racconto intitolato Bianco è selezionato per la raccolta Torinesi Per Sempre, Edizioni della Sera. Il racconto intitolato Paco appare sul decimo numero della rivista Risme. Il racconto intitolato Sia è selezionato tra i finalisti del Premio Chiara Giovani 2021. Nello stesso anno, per Chance Edizioni è pubblicato il primo romanzo, Il tempo amaro dei salici, e la raccolta La conta del sale, edita da Capire Edizioni, risulta prima classificata al Primo Premio Nazionale di Poesia di Campogalliano. È ammesso al percorso di Laurea Triennale in Contemporary Humanities presso la Scuola Holden.

Il demone dell’analogia #39: Nebbia

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

foto di Davide Zizza
Nebbia

 

L’ALBERO DELLE NEBBIE

lo scotano che avvampa nelle foglie
dopo le Feste meste
prende il rosso colore,
con i geli,
cade la pioggia fitta
sui ginepri,
ora nel magro sole
che s’accende
gocciola la quercella
intorpidita
e l’acero rifulge
nel greppo accanto,
spande il corniolo
un’ombra vasta
e viola

dopo, viene la nebbia
folta e nera,
ricopre fossi e macchie,
al monte della Conserva sale,
prende il cielo

il pastore che ha perso
la sua casa
vagava nella nebbia
instupidito,
belavano gli agnelli
da fare pena

sa ch’è lì appresso
ma c’è anche il dirupo
dove Lucia la rossa,
impigliati i capelli
tra i rovi folti,
s’è sciolta nella nebbia,
dentro l’erba molla
ma trapassa la bruma
il cespo acceso,
è una torcia che arde
e mai si spegne,
sale dritto alla stalla
il buon pastore,
ora gli agnelli belano
ma queti,
l’albero delle nebbie
li ha salvati

Seconda metà di novembre 1997.

da Nel tempo che precede di Umberto Piersanti

 

NELLA NEBBIA       

E guardai nella valle: era sparito
tutto! sommerso! Era un gran mare piano,
grigio, senz’onde, senza lidi, unito.

E c’era appena, qua e là, lo strano
vocìo di gridi piccoli e selvaggi:
uccelli spersi per quel mondo vano.

E alto, in cielo, scheletri di faggi,
come sospesi, e sogni di rovine
e di silenzïosi eremitaggi.

Ed un cane uggiolava senza fine,
né seppi donde, forse a certe péste
che sentii, né lontane né vicine;

eco di péste né tarde né preste,
alterne, eterne. E io laggiù guardai:
nulla ancora e nessuno, occhi, vedeste.

Chiesero i sogni di rovine: – Mai
non giungerà? – Gli scheletri di piante
chiesero: – E tu chi sei, che sempre vai? –

Io, forse, un’ombra vidi, un’ombra errante
con sopra il capo un largo fascio. Vidi,
e più non vidi, nello stesso istante.

Sentii soltanto gl’inquïeti gridi
d’uccelli spersi, l’uggiolar del cane,
e, per il mar senz’onde e senza lidi,

le péste né vicine né lontane.

da Primi poemetti di Giovanni Pascoli

 

SERENO

Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
Immortale.

Bosco di Courton, Luglio 1918

da Poesie di Giuseppe Ungaretti

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