A proposito di contagi, paura e parole (di Fabio Libasci)

A proposito di contagi, paura e parole (su Nel contagio di Paolo Giordano, e altre considerazioni)

di Fabio Libasci

 

«Non ho paura di ammalarmi. Di cosa allora? Di tutto quello che può cambiare. Di scoprire che l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte». Così scrive Paolo Giordano in uno dei capitoli del suo Nel contagio appena uscito in un’edizione congiunta Einaudi-Corriere della sera e venduto faute de mieux in edicola o on-line, in ebook credo soprattutto. In una domenica silenziosa e assolata mi aggiro in solitudine e chiedo il volume all’edicolante che orgoglioso rivendica con un cartello: “non ho il virus”. Ecco, mi dico, ci siamo: la paura di cui leggerò forse nel libro di Giordano è qui in questo cartello scritto a grossi caratteri neri che negando la malattia ce la ricorda. Del resto da giorni, da settimane, ormai da più di un mese non si parla d’altro; le tv, il web, le poche persone viste parlano solo del contagio; ognuno con le sue parole, la sua cultura, la sua superstizione.
La letteratura non può tacere di fronte a questo bisogno di senso e del resto oggi sembra riprendere in mano un potere che la virtualità credeva di averle scippato: quello di consolarci nel momento della sventura personale, quasi sempre, collettiva come in questo momento. Del resto è quasi inutile ricordare che uno dei grandi capolavori della nostra letteratura nasce dalla peste, quel Decameron di cui a torto o ragione da più di un mese si parla come fosse l’ultima uscita. Dalla peste nasce il diletto, la voglia di raccontare, evadere, sospendere la vita e i suoi costumi come sottolinea Lavagetto nel recente studio dedicato proprio al capolavoro di Boccaccio, e dalla peste nasce una riflessione più tragica sull’umanità come nel caso del libro molto più recente di Albert Camus, anche questo più citato che letto. Poi, a cascata, Garcia-Marquez e il suo colera ma meno, molto meno alcuni grandi libri dedicati al più recente AIDS. Forse perché troppo recente e ancora non troppo dimenticato per essere resuscitato secondo le leggi della memoria e del mercato o forse perché non ritenuto abbastanza universale. Certo è che ogni contagio, epidemia o pandemia suscita parole, libri, riflessioni, domande e in certi casi perfino aperture metafisiche; si legga così il grande successo a reti unificate dell’indulgenza papale, quel suo silenzio nel bel mezzo di una tv che riempie di rumore ogni cosa, e il fiorire di rosari e benedizioni, reali e virtuali. In questo contesto di confusione disperata e di speranze lacerate chi scrive per mestiere e per abitudine si sente interpellato se non in colpa e non riesce a scrivere di nient’altro o se pure ci prova crede che qualsiasi altro argomento non vale quello. Nel Contagio è un instant book ma nel migliore senso possibile, un libro scritto nell’urgenza, in una settimana, quella tra il 29 febbraio e il 4 marzo, quei giorni che ci hanno fatto capire in modo definitivo che la nostra vita sarebbe cambiata, stava cambiando, era già cambiata: ognuno faccia l’uso che crede dei tempi verbali e li adatti al proprio sentire. Continua a leggere

Donald Antrim: La vita dopo e non solo (di Renzo Favaron)

Cuore, mano, testa. Disegno di Renzo Favaron
Donald Antrim: La vita dopo e non solo

 

«Quanto più sono ridicoli e, apparentemente, inverosimili, tanto più sono credibili e rispecchianti stati d’animo reali e veri». Una tale frase, frutto di una mera reazione più che di una riflessione, mi è venuta scorrendo le pagine scritte da Donald Antrim. Chi è Donald Antrim? Di lui, probabilmente, si ricorderà il libro d’esordio, ossia Votate Robinson per un mondo migliore. In Italia è stato pubblicato nel 2002, quasi trent’anni dopo Ritorna, dr. Caligari, scritto da Donald Barthelme, che può essere considerato l’opera capostipite di un genere che è la sommatoria di tutti i generi (letterari) e, insieme, la loro negazione (immaginate qualcuno che entra in una sala piena di fumo e che, per rendere meno soffocante o più respirabile l’aria in cui è immerso, si accende una sigaretta). Forse non è inutile aggiungere che anche tra i critici più aperti e sensibili al nuovo (leggi, ad esempio, Fernanda Pivano), Donald Barthelme non rappresentò un modello né si intravide in quello che scriveva qualcosa di veramente interessante o che fosse l’espressione di uno stile innovativo e non solo critica del gusto. Dopotutto, non era facile districare le differenze e le parentele dell’opera di Donald Barthelme da quelle di Samuel Beckett e Eugène Ionesco, ovvero i due autori che fecero dell’assurdo il motore della loro visione del mondo. A metà degli anni ’60 del secolo scorso, naturalmente, anche in America spirava il vento delle ideologie (Jukebox all’idrogeno, lo si dice senza tema di sbagliarsi, non si può negare che abbia un tono impegnato e da poesia civile) e solo più tardi si sarebbe colta l’essenza postmoderna che trasudava dalle pagine di Donald Barthelme. Già, proprio così: ad appropriarsene pienamente e a incarnarne lo spirito, orbitando non solo intorno ma addirittura obliandosi all’interno delle viscere di New York (stato e/o città metropolitana), saranno autori come Tobias Wolff, David Foster Wallace, Denis Johnson, Rick Moody, David Means, Jonathan Franzen e, appunto, Donald Antrim (si noterà, tanto per dire, che tutti gli scrittori citati hanno pubblicato almeno due o tre raccolte – notevoli – di racconti). E qui finisce il parziale resoconto storico-letterario che ha rappresentato il contesto in cui si è sviluppata molta letteratura statunitense degli (negli?) ultimi vent’anni.

Si è detto (non senza una ragione) “finisce”, perché Donald Antrim, dopo la morte della madre, allestisce un memoir (La vita dopo, Einaudi 2007) con il quale si distacca e taglia di netto con l’impianto letterario postmoderno. Probabilmente l’operazione non è frutto di un calcolo. Anzi, è la conseguenza di un urto che viene dal passato, di un urto che si presenta sotto forma di un debito, di una specie di risarcimento inderogabile e a cui gli è impossibile sottrarsi. Diciamo anche che l’orchestrazione postmoderna è ormai diventata inservibile. O, meglio, è più che altro subordinata a un disegno e a una volontà in cui ciò che veramente conta è recuperare l’essenza umana all’origine del memoir, ossia la madre. Cosa che ha impegnato Donald Antrim per almeno cinque anni, anni difficili e alle prese con un disagio talmente grande da minare tutte le certezze e azzerare il tempo. Ma chi è sua madre? Naturalmente non è solo l’alcolizzata con la quale ha avuto a che fare durante l’infanzia e anche in seguito. No, la stessa madre non era stata solo un’alcolista e una tabagista incapace di prendersi cura adeguatamente di lui e quindi riconducibile a una figura dall’ego esorbitante e allo stereotipo della madre degenerata. Va detto, per inciso, che il padre è un professore universitario e che, per quanto più quadrato ed equilibrato, non avrà che un piccolo ascendente nella formazione e anche nell’orientare gli interessi e le aspirazioni di Donald. Già, proprio così: più determinante e centrale, altrimenti non si spiegherebbe tutto il disagio vissuto dopo la sua morte, è invece l’odiata e, latentemente, amata figura materna. In questo breve nota meriterebbe ben altro spazio definirne i tratti peculiari, ma si dirà che la sua più genuina influenza è esercitata in maniera indiretta, ossia attraverso qualcos’altro dal bere e da altri imperdonabili vizi. È lo stesso Donald Antrim a descriverla come una specie di artista non tanto incompresa, quanto di difficile o non sempre di facile decifrazione e interpretazione. Forse le pagine più belle sono proprio quelle in cui è l’autore stesso a mettere a fuoco il valore artistico delle sue creazioni e a riconoscere il suo talento e la sua indole indecifrabile. E facendo questo, ossia prestando più attenzione a sua madre, è come se l’autore definisse meglio anche la propria identità. In fondo, la sua vocazione letteraria e artistica non ha origine che da lei. Non solo: riconducibili alla figura materna sono altresì certi tratti esorbitanti e all’apparenza strampalati che si stagliano nelle pagine a cui hanno dato forma e sostanza le sue stesse mani, se così si può dire. Continua a leggere

Simone Cattaneo Martini, Otto poesie da “I segni della violenza”

 

Qui è il “vedere” ciò che compromette, ciò che rende il fruitore impigliato nella morsa della responsabilità dell’Altro. Nessuno può sfuggire al baratro che l’Altro ci pone sempre di fronte agli occhi, nel momento stesso in cui lo si vede, in cui lo si incontra, diventando quel “tu” che egli, da quel momento in poi sarà, inesorabilmente, per me. […]
Simone Cattaneo Martini, nella sua dettatura attenta e volitiva, è capace di intelaiare, con le voci dei suoi transitanti, le storie che da esse fuoriescono, che dà loro germinano per paura e per follia di sopravvivenza. La sua poesia usa il linguaggio delle vicende e delle cose colte in diretta dalla loro fattibilità, dalla loro audacia e dalla loro persuasività etica, facendole gravitare tra parole mai scelte per caso e neppure lasciate al caso. Qui tutto è misurato e calibrato per creare un poema capace di essere epico e testimoniale.

(Dalla prefazione “Vedere modi” di Stefano Raimondi)

 

Gli anni della violenza hanno lasciato
il loro segno. Separare la persona umana
dai costumi del passato è necessario
e difficile. Qui ci difenderemo.

Franco Fortini

 

Il luogo. L’ora. La voce impostata.
Tutto detto e fatto a tempo debito.
Qui, nella retroguardia,
dietro la tenda l’urlo di Polonio,
sul terreno spianato dagli anfibi
i corpi di Rosencrantz e Guildenstern,
e nelle mani, fossile e muto,
il teschio di Amleto.

 

 

Schönbrunn o Versailles…

L’ordine dei giardini
serve a soffocare il rumore.
L’equilibrio esatto delle cose
ritarda il rotolare delle teste.
I gesti, fermi a mezz’aria nel marmo,
verranno infine compiuti dall’uomo
perché tanta bellezza
è impossibile sia per così pochi.

 

 

Li vedi anche tu,
dalla tua parte di filo spinato,
gli sciami di numeri e uomini,
lì dove cambia nome il terreno,
strappati da colonne di fantasmi
che, attorno al fuoco,
dormono all’ombra dei figli perduti.

Continua a leggere

Bustine di zucchero #36: Nazim Hikmet

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Hikmet

Nel libro Conversazioni con Joyce l’autore di Ulysses, così ci informa Franca Ruggieri nell’introduzione, spiegò all’allora giovane pittore Arthur Power – uomo di lettere irlandese disposto a imitare gli scrittori satirici francesi pur di acquisire una dimensione europea – che «non esiste universalità che possa prescindere da una profonda consapevolezza delle proprie radici». In quest’affermazione possiamo recuperare un’analogia con Hikmet, sebbene Joyce e il poeta turco siano due autori completamente diversi non solo per nazionalità e genere (Joyce frequentò la poesia meno della prosa), ma anche per argomenti trattati e approccio alla composizione. Tuttavia li accomuna l’esperienza dell’esilio, sebbene per ragioni differenti, un esilio non privo di richiami alle rispettive origini. Il richiamo di Hikmet alle radici, pur sempre amalgamato a una visione occidentale moderna, si esprime anche nella composizione di qualche rubai, la tradizionale quartina arabo-persiana di cui troviamo esempi nella canonica edizione curata da Joyce Lussu. Parlare di quartine significa andare indietro nel tempo fino alla Persia del X secolo, allora sotto dominio dei turchi selgiuchidi, facendo riferimento alla metrica dei versi detta “arud” (di fatti Hikmet, nella lettera a Joyce Lussu che leggiamo nell’edizione mondadoriana, descrisse la sua prima poesia scritta, da giovanissimo, con metrica chiusa arabo-persiana detta “aruz”); significa rievocare alcuni fra i grandi poeti che allora composero quartine come Jalal al-Din Rumi e, in particolare, il matematico e filosofo Omar Khayyam. E proprio a Khayyam Hikmet dedica due quartine di cui una riporta, a sua volta, i versi del poeta persiano che possiamo individuare nella quartina numero 110 della versione di Alessandro Bausani («È già l’aurora: lévati, o giovanetto raro,/Empi l’anfora cristallina di vin di rubino»). L’immagine lieta è, però, subito spezzata dai versi successivi, volutamente dissonanti. Il ragazzo che riempie la coppa di vino diviene un altro; non è quello della Persia della libagione, è il giovane dell’età contemporanea, del lavoro alienante, dell’industria pesante, dello sfruttamento umano. Ecco che in pochi versi trovano spazio la rievocazione di un’origine e lo sguardo sul tempo attuale, in particolare quest’ultimo rende conto dell’impegno civile e politico del poeta turco che è l’altro lato del suo amore per l’umanità, della sua fiducia nell’uomo, fiducia tradotta in speranza. Sono poesie d’amore perché non dicono soltanto il sentimento verso una donna, ma suggeriscono un più esteso atto di fratellanza verso l’essere umano; sono parole attraversate da un respiro vitale che partecipa alla vita del mondo e fa compagnia all’uomo laddove dolore e solitudine prevalgono. A Hikmet, per rievocare la bella frase di Publio Terenzio Afro, niente di ciò che è umano era estraneo, nella sua storia, nelle sue radici come nella sua attualità.

 


Bibliografia in bustina
N. Hikmet, Poesie d’amore, Milano, Mondadori (Lo Specchio), 1963; rist., Mondadori (Poesia), 1991 (2003).
A. Power, Conversazioni con Joyce (a cura di F. Ruggieri), Roma, Editori Riuniti, 1980.
O. Khayyam, Quartine (a cura di A. Bausani), Torino, Einaudi, 1956, 1979 (2009).

I poeti della domenica #450: Livia de Stefani, Largo

foto di Paolo Monti

 

Largo

Si fa amore del Cristo e dei fiumi
questo schifo degli uomini scorti
a imbrattarsi la tana di sterco.
Bianche allora danno ali ai miei morti
a questo mio sangue che specchia l’orrore.
Lo conducono in verdi radure dove scorre
infinito il silenzio.
Il silenzio temuto, che pure ha sapore
di menta dopo il grasso sapore del giorno.

 


© Livia De Stefani in Poesie in diesis in Viaggio di una sconosciuta (Roma, Cliquot, 2018).

I poeti della domenica #449: Livia de Stefani, Vidi dal treno

foto di Paolo Monti

 

Vidi dal treno

Vidi dal treno un’alta casa nuova
sola a specchiarsi coi pioppi nel fiume.
Strazio mi prese d’esser adulta e desiderio
m’avvolse: di amarene e di voci infantili
a mazzolini nel canto del girotondo.

Ancora vibra a quadretti sul fiume
l’anima che lasciai alle finestre
dell’alta casa ignota.
A quelle sue finestre tutte accese
nel primo violetto della sera
per una invisibile festa o forse
in onore del mio compianto di me.

 


© Livia De Stefani in Poesie in diesis in Viaggio di una sconosciuta (Roma, Cliquot, 2018).

Paolo Steffan, Zona Rossa (parte seconda)

Prosegue la narrazione ZONA ROSSA. Piccolo racconto del coronavirus di Paolo Steffan che, in questi giorni, presentiamo sul nostro blog il venerdì e sabato pomeriggio. La prima parte qui.

particolare d La nave dei folli di H. Bosch (1494)

Un barista italiano

…..Che cazzo di governo ladro!

…..Qua il popolo delle partite IVA ha due affitti e un mutuo da pagare, e per due linee di febbre e due vecchi rintronati che muoiono… Che sarebbero morti lo stesso… ‘Sto governo di delinquenti mi fa chiudere tutto.

…..Cosa dici? Che io ci campo grazie alle ombre che si seccano a litri i vecchi rintronati che maledico? Ma va’ a cagare, che vecchi diventiamo tutti prima o dopo. Un cliente moribondo in meno non è una perdita. Chiudere tutto dall’oggi al domani è la mia rovina. Ho appena ordinato la macchina nuova. Mi son fatto il SUV stavolta, quello dell’Alfa, nero metallizzato, tutto in pelle dentro… Ci ho dato un rene di anticipo, e da qui a un mese mi arriva e mi scatta la prima rata del finanziamento. Non ci pensano a chi, dopo vent’anni di lavoro, giorno e notte a sgobbare come un negro per pagare tasse a Roma strozzina, si concede una volta un meritato contentino. No, mi devono rovinar la festa, mandare in vacca. Che destino caino! Ma ci fosse davvero un dio lassù, ma non c’è niente, no.

…..Guarda qua: chili di affettato fresco. A chi li do questi? Al cane? Tutta roba di prima qualità, che io non vado mica al Giga Market, è roba del “Beccaio”… Sai, siamo amici ormai e mi fa un prezzo buono se compro un quantitativo generoso. Fortuna che il bere è roba che dura!

…..‘Sti cinesi di merda!

…..L’unica roba buona è che ieri ci han chiuso le frontiere: stessero tutti a casa loro, ‘sta gente sporca. Perché io son maniaco della pulizia, eh: guarda, guarda qua dentro prodotti. Qua dentro la parola d’ordine è una sola: igiene! Ma sarebbe da fare un po’ di “pulizia” anche nell’altro senso, che siamo ormai alla rovina.

…..Mandarla a casa ‘sta gente piena di virus, e i comunisti che ne tirano dentro ancora. “Sì, venite tutti qua nel Bentegodi!”, gli dicono. Tanto il veneto mona che paga son sempre io, per darci da mangiare a questi qua. Piuttosto di sfamare un cinese o un negro, con questo prosciutto mi ci pulisco il culo!

…..E adesso va’ fuori dai coglioni anche tu, che chiudo ‘sto buco, prima che la polizia mi metta in galera perché ti ho servito l’ultimo bianco. Lasciami alla mia rovina, per due colpi di tosse di un cinese coglione che mangia pipistrelli in saor e attacca la peste a mezzo mondo! Che razza di schifo…
Ciao, ciao. E va’ in mona!

Continua a leggere

proSabato: Thomas Bernhard, da “I miei premi”

La Borsa del Settore Cultura dell’Associazione Federale dell’industria Tedesca

 

Nell’estate del millenovecentosessantasette trascorsi tre mesi nel tubercolosario che a Vienna era ed è tuttora annesso al manicomio dello Steinhof, nel Padiglione Hermann, in cui c’erano sette stanze con due o tre ricoverati ciascuna, tutti quei pazienti morirono mentre ero ancora lì, tutti tranne uno studente di teologia e me. Questo va detto per la semplice ragione che è imprescindibile premessa di quanto seguirà. Come tante altre volte, mi ero di nuovo scontrato con il limite delle mie possibilità di sopravvivenza, e i medici mi avevano abbandonato al mio destino. Non mi davano più di qualche mese di vita, nel migliore dei casi un anno scarso, e io mi stavo rassegnando alla mia sorte. Mi avevano fatto un’incisione sotto la laringe allo scopo di prelevare un campione di tessuto, e per sei settimane fui lasciato nella convinzione di dover morire di cancro, finché non venne loro in mente che, nel caso di quella mia malattia comunque legata alla cronica affezione polmonare di cui soffrivo da un’intera vita, potesse trattarsi del cosiddetto morbo di Boeck, che però a tutt’oggi non è stato ancora possibile diagnosticarmi con certezza, ancor oggi io vivo con questo sospetto la mia esistenza, più intensa che mai, credo. All’epoca, lì nel Padiglione Hermann tra quei sicuri candidati alla morte, mi ero come loro rassegnato alla fine ormai prossima. L’estate fu particolarmente calda, mi ricordo, e stava infuriando quella che sarebbe passata alla storia come la Guerra dei Sei Giorni tra Israele e l’Egitto. Con trenta gradi all’ombra i pazienti giacevano nei loro letti e in realtà si auguravano tutti la morte, così come me l’auguravo io, e uno dopo l’altro furono anche accontentati e morirono tutti quanti, anche l’ex poliziotto Immervoll, che era ricoverato nella stanza accanto e, finché fu in grado di farlo, veniva ogni giorno nella mia stanza a giocare con me a Ventuno, lui vinceva e io perdevo, per settimane andammo avanti lui a vincere e io a perdere, finché lui morì e io no. Entrambi appassionati giocatori di Ventuno, giocammo a Ventuno e ammazzammo così il nostro tempo, finché a restare ucciso fu lui. Morì appena tre ore dopo aver giocato e vinto l’ultima partita con me. Il letto accanto al mio era occupato da uno studente di teologia di cui, in quelle poche  settimane sospese tra la vita e la morte, avevo fatto uno scettico e dunque un buon cattolico, credo per sempre. Di fronte a lui avevo corroborato le mie tesi contro il cattolicesimo bigotto servendomi di esempi presi dalla realtà dell’ospedale, dalla vita quotidiana di medici, suore e pazienti, anche dai maneggi di quei repellenti religiosi che svolazzavano di qua e di là sulla tetra e ventosa Baumgartnerhöhe, un tratto collinare a ovest di Vienna, e non mi era riuscito difficile aprire gli occhi al destinatario dei miei insegnamenti. Credo che anche i suoi genitori mi fossero grati per quelle lezioni, io le impartivo con passione e il loro figliolo, a quanto mi risulta, non è più diventato un teologo, magari un eccellente cattolico ma non un teologo, oggi è purtroppo, devo dire, come tutti gli altri in questa Mitteleuropa, un socialista piuttosto inutile, messo fuorigioco e incapace di agire. Ma mi aveva fatto un enorme piacere chiarirgli davvero le idee su quel Dio al quale si era aggrappato senza riserve, risvegliare lo scettico che sonnecchiava nel suo letto d’ospedale, il che servì a risvegliare anche me nel letto accanto, e per me significò magari la sopravvivenza. Racconto tutto questo perché, quando penso alla cosiddetta Borsa  dell’Associazione Federale dell’industria Tedesca, me lo rivedo subito davanti, quell’afoso ospedale con la sua disperazione. Rivedo i pazienti e i loro familiari, gli uni e gli altri con la loro disperazione avvolta sempre più stretta intorno al collo, e i perfidi medici, le suore bigotte, caratteri che andavano intristendo in quei fetidi e soffocanti corridoi d’ospedale, ignobiltà e isteria e spirito di sacrificio posti in ugual misura al solo servizio dell’annientamento umano, e risento in autunno volteggiare nell’aria sopra l’ospedale le migliaia e decine di migliaia di cornacchie russe, che al pomeriggio oscuravano e ottenebravano il cielo e con le loro strida spaccavano i timpani a tutti i degenti. Rivedo gli scoiattoli raccattare lesti le centinaia di fazzoletti di carta pieni di sputacchi gettati via dai tubercolotici e correre come forsennati sugli alberi. Vedo il famoso professor Salzer arrivare sulla Baumgartnerhöhe dalla città, lo rivedo incedere lungo i corridoi per andare in sala operatoria a resecare ai pazienti i lobi polmonari con la sua famosa eleganza professoral-salzeriana, il professore era specializzato in laringi e mezze casse toraciche, sempre più spesso il professor Salzer saliva alla Baumgartnerhöhe e sempre più pazienti  avevano sempre meno laringe e sempre meno cassa toracica. Rivedo come tutti si prosternavano davanti al professor Salzer, benché il professore non fosse in grado di fare miracoli ma solo di aprire e mutilare i pazienti, con le migliori intenzioni e la massima perizia, e rivedo come ogni settimana con la sua grande arte, seguendo un piano preciso, avviasse alla tomba le vittime della sua attività molto prima di quanto non sarebbe avvenuto lasciando fare alla natura, benché lui stesso, il migliore tra i migliori nel suo campo, non avesse colpa, anzi, al contrario, lui e la sua arte e la sua eleganza fossero guidati da un alto, altissimo senso etico. Tutti volevano essere operati dal professor Salzer, che era uno zio del mio amico Paul Wittgenstein, dal luminare accademico che saliva dalla città, tanto inavvicinabile che al suo cospetto tutti perdevano la favella. Sta arrivando il Professore, dicevano, e l’intero ospedale diventava un luogo di culto. Continua a leggere

Paolo Steffan, Zona Rossa (parte prima)

In questi giorni vi proponiamo ZONA ROSSA. Piccolo racconto del coronavirus di Paolo Steffan, una narrazione o meglio un racconto di racconti a puntate che ci accompagnerà fino al 25 aprile, il venerdì e sabato pomeriggio. Un contributo fitto di tante voci e tante storie, quello di Paolo, che nutre questo momento. La redazione di «Poetarum Silva» ringrazia l’autore per questo dono e vi augura buona lettura.

particolare da La nave dei folli di H. Bosch (1494)

…..Cosa volete, sono solo un giornalaio. Non ho la penna affilata dello scrittore né il piglio polemico del giornalista.

…..Da diverse settimane mi capita di non parlare d’altro: un virus sconosciuto, venuto dalla Cina. Ogni giornale che vendo ne parla, sia esso un quotidiano, un settimanale o un mensile; sia una rivista di approfondimento politico o di gossip, la questione non cambia. A noi giornalai è stato concesso di tenere aperto. Siamo tra i pochi, in questo silenzio. Io sono nella fascia di rischio maggiore, ho settantasei anni. Sì, dovrei essere pensionato, ma – cosa volete – sono un uomo solo e questo chiosco è la mia vita. Più di mezzo secolo fa ho cominciato come strillone. Che cos’è? Un giovanotto che stava agli angoli delle strade gridando le notizie più forti della giornata, con la speranza di vendere qualche copia in più. Erano begli anni, ed era una festa quando c’era un’edizione straordinaria! Un contagio come questo, l’avrei gridato come un forsennato… Ma ero giovane e bello allora. Ora sono un vecchio un po’ smemorato, ma tengo aperto.

…..Sono pochi e saltuari i clienti: già prima i quotidiani non andavano venduti poi tanto, la gente oggi si informa sul telefonino. Ma c’è anche qualche incallito affezionato, che al giornale cartaceo non rinuncia. Proprio questi clienti, oramai degli amici per un vecchio solitario come sono, mi hanno convinto a mettere questa cosa sulla bocca, questa mascherina che mi ha donato uno di loro. Hanno ragione, lo so, ma – cosa volete – ho la pelle più dura di quanto credano: mia madre mi ha partorito mentre esplodeva una bomba, almeno così mi hanno raccontato. Sono uno che oggi, sui social, avrebbe fatto notizia.

…..Dopo una vita a strillare le nuove del giorno e a venderle sulla carta stampata, mi sono qui improvvisato reporter, giornalista. A volte, credo di saperne più di molti di questi blogger con il tesserino, dopo una vita come la mia. Così ho deciso di raccogliere delle memorie contemporanee. Sì, perché oggi la memoria quotidiana viene distrutta da un enorme mangiacarte alla fine di ogni giornata, come in una grande distopia vivente, come fossimo davvero gli attori di un film tratto da un romanzo di Orwell, il cui scenario è il mondo. Non è uno scherzo, e mentre Trump starnazza di boria e rimane inerme gran parte d’Europa, io me ne sto nel mio chiosco ben prima che il sole sorga, a raccogliere pagine che voglio riportarvi. Sono piccole testimonianze, alcune dirette, altre tratte da ritagli di giornale di queste ore: perché non si dimentichi che l’uomo diventa davvero nulla, ogni volta che si gonfia di superbia e dimentica di essere un nonnulla.

…..A parlare è gente di diversa estrazione, dalle diverse abitudini: qualcuno già fa vita segregata, per costrizione o per scelta; a qualche altro una vita segregata sta stretta. Da par mio, un edicolante a tempo pieno vive in una libertà confinata, tra queste mura di metallo. Non ho mai stabilito un giorno libero. L’età mi ha reso anzi più assiduo, e ora che c’è questo virus che svuota le strade, continuo a mantenere il mio ritmo: anche perché devo compilare queste pagine, trascrivere voci e voci, mostrare agli uomini che mi circondano il proprio volto davanti all’ignoto. Molte volte è un volto spaurito, impreparato, incapace di raziocinio. Altre, è un volto saggio e assennato.

…..Le presento a voi, le vostre voci. A voi, cui devo da sempre il mio sostentamento, hypocrites lecteurs, – mes semblables, – mes frères!

* Continua a leggere

Roberto Interdonato, «La verità stessa»

Dal film di Margarethe von Trotta Hannah Arendt

«La verità stessa». L’essere paria e la questione dei diritti umani nell’interpretazione arendtiana di Franz Kafka

di Roberto Interdonato

Ich will keine Gnadengeschenke
vom Schloß, sondern mein Recht
[1]

 

Il saggio di Hannah Arendt Noi profughi, comparso per la prima volta sulla rivista «The Menorah Journal» nel 1943, è uno dei primi scritti della Arendt in lingua inglese. Di particolare importanza per la storia biografica della studiosa, tale scritto non ha perso in attualità, anzi è divenuto noto ai più proprio in questi ultimi anni in cui la questione della migrazione in generale è tornata scottante.
La Arendt sottolinea innanzitutto l’inesattezza del termine “profugo” (in inglese ‘refugee’, in tedesco Flüchtling) in relazione alla propria situazione esistenziale e a quella di chi, per un destino simile, fu costretto ad abbandonare la propria patria a causa dell’imperante nazionalsocialismo. È una parola che non piace alla nostra pensatrice,[2] fondamentalmente perché con essa si intendeva, fino al momento storico in cui questo scritto si originò, una persona costretta, in virtù delle sue azioni o delle sue visioni politiche, a cercare rifugio.[3] È vero, questa l’osservazione della Arendt, che anche i rifugiati come lei dovettero cercare un rifugio, ma non si erano macchiati di alcuna colpa.[4] E se, come Achim Geisenhanslüke ha evidenziato, per il criminale è possibile una reintegrazione all’interno del sistema giuridico, nello scenario di assoluta mancanza di diritto in cui gli ebrei si ritrovarono a vivere esisteva unicamente la possibilità di una anormalizzazione nonostante il dato originario di più completa innocenza.[5]
I nazisti privarono gli ebrei della loro nazionalità e questo significò che essi rimasero, in virtù della mancanza di una legge o di una convenzione politica che li tutelasse, nient’altro che nudi esseri umani.[6] Si potrebbe a questo punto incomodare Giorgio Agamben, il quale nel saggio Al di là dei diritti dell’uomo[7] ha esaminato Noi profughi e ha notato – si veda a riguardo anche il noto scritto Homo sacer[8] che quando gli esseri umani cessano di essere dei cittadini essi divengono ‘sacri’, nel senso del diritto romano arcaico, cioè degli esclusi inclusi nella società umana, uccidibili e dunque destinati alla morte.
Gli ebrei che sono riusciti a custodire la propria vita giungendo ad altre sponde hanno spesso finto, secondo la Arendt, di essere ottimisti, di aver dimenticato tutto e di aver ricominciato da capo. La verità spiacevole era che questo ottimismo però non era tale, perché poi capitava che chi declamava impettito il proprio ottimismo finisse per aprire il gas a casa o per gettarsi giù da un grattacielo.[9]
Il nascondimento del passato è funzionale a quel processo di assimilazione che ha un profondo significato filosofico[10] per gli emigranti provenienti dalla Germania. A tal proposito la Arendt rammenta la storia del signor Cohn, un ebreo della Berlino del XIX secolo, poiché egli rappresenta al meglio la figura di quell’emigrato che, in ogni tempo e in ogni Paese in cui il suo spaventoso destino lo ha condotto, scorge e ama le montagne natie.[11] Prima del 1933 il signor Cohn era un tedesco al 150%, fu poi un convinto patriota ceco, nel 1937 riscoprì a Vienna la sua amata patria austriaca e dopo l’Anschluss dell’Austria alla Germania nazista riscoprì in Vercingetorige, a Parigi, un illustre antenato.[12]
L’atteggiamento del signor Cohn e degli altri ebrei assimilati del suo tempo è visto negativamente dalla Arendt poiché presuppone una mancanza di coraggio nel combattere per il proprio status sociale e giuridico e rende anzi la società ancora più intollerante, poiché anche se gli ebrei cercavano di dimostrare costantemente di non essere ebrei, la verità è che lo rimanevano.[13]
Esiste tuttavia per la Arendt un’altra direzione, per quanto latente, all’interno della tradizione ebraica, alla quale apparterrebbero figure come Heinrich Heine, Rahel Varnhagen, Schalom Aleichem, Salomom Maimon, Bernard Lazare, Charlie Chaplin e Franz Kafka. Si tratta della tradizione di una minoranza di ebrei, che non volevano essere dei parvenu e che invece preferivano lo status di ‘paria consapevoli’.[14] La sfortuna del popolo ebraico è stata per la Arendt che il parvenu sia divenuto più significativo del paria, che i Rothschild fossero più rappresentativi di Heine, che gli ebrei non fossero poi più di tanto orgogliosi di Kafka e Chaplin.[15]
La filosofa menziona tale tradizione ‘impopolare’ alla fine del suo saggio Noi profughi per affrontarla più nello specifico nel saggio del 1948 La tradizione nascosta. Il presente lavoro prende in esame la lettura arendtiana di Franz Kafka in relazione alla realizzazione di questa celata tradizione ebraica, soprattutto in riferimento ai romanzi di Kafka Il processo e Il castello. Continua a leggere

Poesie da “La vita della parola” di Bonifacio Vincenzi (Nota di lettura di F. Alaimo)

L’inafferrabilità dell’esistente nella poesia di Bonifacio Vincenzi

di Franca Alaimo

 

La poesia di Bonifacio Vincenzi esprime la lacerazione di vivere in un mondo falso, limitante e limitato, simile al palcoscenico di un teatro che i più calcano senza la consapevolezza di fare parte di un insulso ingranaggio, vittime della «istigazione dei desideri» quale «efficace forma di controllo» (p. 38). Una società cosiffatta non può che avere “terrore degli uomini liberi” e non amare i poeti e quanti si sforzano di cercare il senso dell’essere e del suo dissolvimento: «Non si sfugge al delirio/ nemmeno al vuoto. Non si sfugge alla scomparsa/ e alla sua attesa» (p. 33), senza che sia possibile, fra l’altro, giungere al cuore dell’enigma.
Da qui la questione del rapporto tra realtà e poesia, che, nel farsi voce del fluire inesausto e misterioso delle forme, tenta di dare a queste ultime una qualche possibile durata. Lo stesso titolo La vita della parola conferma la necessità di ancorarsi alla lingua poetica come al solo strumento capace di disegnare una mappa orientativa all’interno dell’inafferrabilità dell’esistente, facendo da casa a “realtà disperse”: volti, voci, gesti, paesaggi precipitati in un altrove spazio-temporale anch’esso inconoscibile, o forse soltanto nel nulla: «Il mondo era una narrazione errante in cui si/ contemplava il nulla riempiendolo di presenze già/ promesse all’assenza» (p. 37).
Un ruolo fondamentale svolge la memoria con la sua discesa nel passato dal quale recuperare immagini che, grazie al potere evocativo della poesia, tornino a pulsare ancora di luce e sonorità, spargendosi come brevi lampi all’interno di una tessitura dolorosa, mitigando appena il sentimento del disincanto. Ed ecco che s’accampano nei versi echi di suoni lontani («un riso/ di bambini in un campo di papaveri rossi»), giochi, sogni infantili, brillii di superfici.
Perché una cosa è certa: il poeta non può sfuggire alla bellezza effimera del teatro effimero del mondo, il suo movimento incantatorio, le epifanie dei suoi elementi naturali («il tatto, i suoni, gli odori […] i colori struggenti dell’autunno, il mare/ giallo di ginestre a primavera») e al desiderio di tracciare spazi sulla soglia del finito, liberando vibrazioni interiori in un intrecciarsi commosso di stupore e smarrimento.
La terza sezione del libro, La memoria dell’assenza, dedicata al padre scomparso, costituisce il punto inevitabile di arrivo di questa visione della vita e della poesia. Nel fulgore iconico dei paesaggi mediterranei («il sentiero degli ulivi», «foglie arrugginite d’autunno», «pioppi ventosi», «l’erba alta che trema nel frutteto») si muove ancora il corpo del padre, come se le cose non fossero altro che le pietre miliari di un viaggio a ritroso della memoria che proietta nella scena dell’oggi ciò che appartenne all’ieri, ridando forma e vita a chi ormai abita il mistero della morte.
È questa la sezione in cui la postura etica, un po’ rigida e disillusa che aveva caratterizzato in modo particolare la prima sezione della silloge, cede all’elegia e alla commozione che sa di lacrime trattenute.
Ed è da questo “sacro” amore filiale che bisogna partire per comprendere quei toni d’aggressività sfiduciata nei confronti della generazione attuale, che, trascurando la parola dei padri, apre voragini di disamore, coltivando quella “religione dell’apparire” che caratterizza la nostra epoca assoggettata alla comunicazione virtuale in cui la vita «ha ritrovato/ il suo specchio, ora che il virtuale/ è tutto quello che in fondo l’ha sempre/ riguardata» (p. 19), smarrendo quell’ansia conoscitiva, quel desiderio dell’oltre, quell’interrogazione del trascendente che fa di un uomo un vero uomo: «Ma poi penso che quello/ che fa di me un uomo, per metà pazzo/ e per metà dio, è tutto ciò che non so,/ la parte più oscura a cui volto le spalle» (p. 24).

© Franca Alaimo

 

Si arrocca già un tratto di trama
che a fatica colgo
da incerto esploratore
di memoria inerte.
Anche se ti allontani
dai miei pensieri
non c’è giallo di ginestre
né battito d’ali
o azzurro di cielo
che non mi riporti
la tua voce a dirmi
dalla sovranità dell’impensato
io sono tuo padre.

Continua a leggere

Roberto Lamantea, “Il bambino di seta”. Nota di lettura

Roberto Lamantea, Il bambino di seta 
Venezia-Mestre, Amos Edizioni, 2020

Nota di lettura di Alessandra Trevisan

 

Il titolo nominale di questo nuovo libro di Roberto Lamantea edito da Amos Edizioni è un invito a farsi accompagnare in una storia gentile e, al contempo, violenta come lo è una realtà che estromette, allontana, si appanna. Monique Pistolato ha detto, a proposito di quest’opera, che è “linfatica”, forse perché quasi viene dall’acqua (che etimologicamente ci porta all’aggettivo) questa trama tra prosa e versi. Un passato in collegio, in un luogo dove educazione e severa disciplina si confondono, dove «la sensibilità è vista come diversità» (Pistolato). Un’infanzia da difendere, che non cede mai allo stupore e al rifugio nel fantastico, ad un mondo di carta che costituisce la vita; un mondo “immaginario” che sostituisce la cruda verità del reale e dell’istituzione scolastica.

Sei un giocattolo. Un bambino è un giocattolo. Mamma e papà ti giocano: ti lavano, ti scuotono, ti vestono di lino profumato. O di lana bianca. T’intrufolano in un maglione, t’ingoia mezza testa, gli occhi smarriti, un ciuffo di capelli. Sei un cartone animato. […]
I libri di scuola li lasciavamo a scuola perché li avevamo comprati ma non erano nostri, erano della scuola, cioè del collegio. Le forbici me le rubavano subito, poi i quaderni, le matite, i colori a matita, gli acquerelli, i pennelli per dipingere, il diario invece me lo hanno restituito.

Chi conosce gli slanci di alcuni testi che hanno fondato il racconto dell’ambiguo rapporto tra formazione e coercizione – ad esempio I beati anni del castigo di Fleur Jaeggy (Adelphi 1989) – leggerà in Il bambino di seta di Roberto Lamantea un unico racconto in cui immagini e parole, sul piano della poesia e della narrazione, rivelano la ricerca di un’identità che si fonda completamente nell’età infantile, che vive una giovinezza di sradicamenti e appartenenze totali – tra il Friuli, la Liguria e l’amata Venezia –, un’identità che non posticipa mai il suo autodefinirsi, con ironia e delicatezza. Scrive l’autore:

I ricordi mi guardano.

Proprio in questo aforisma c’è tutto il libro, c’è la conservazione di ciò che è gioioso nonostante il dolore.
E poi:

Aggrapparmi alla primavera, e godere dei grappoli azzurri del cielo. E della festa di verde, di alberi ed erbe, macchiati da lupini e da viole. Verde è il colore che amo. Mostra nelle piante quella vita di linfe e di ninfe amori. Amo la vita, i suoi fiori, bellissime luci campestri, il suono del liuto e della chitarra, una nota di violino che si spegne lontana.
M. diceva che in primavera non si può non essere innamorati. Io sono innamorato: e il mio amore si apre in questa bellissima primavera di tepore.

Silenzio. Il gatto dorme.
Un disco dei Led Zeppelin.

Un inserto rock in un racconto lirico; uno sguardo altrove. Quel “bambino di seta” ritorna, va e viene anche oggi, per ricordarsi chi è stato, per dire chi è, per raccontarci qualcosa di lui che è, inconsapevolmente o no, anche in noi..

© Alessandra Trevisan

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: