Poetry Sound Library, progetto di Giovanna Iorio

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Poetry Sound Library è un progetto sonoro di Giovanna Iorio, poetessa e artista del suono con sede a Londra.

Per partecipare, inviare un’e-mail a poetrysoundlibrary@gmail.com

 

Poetry Sound Library is a sound project by Giovanna Iorio, poet and sound artist based in London.

To participate, e-mail poetrysoundlibrary@gmail.com

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

E.T.A. Hoffmann, illustrazione per “L’uomo della sabbia”

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

Sin dagli inizi la magia è tema ricorrente nella letteratura di lingua tedesca: il Volkbuch Historia von D. Johann Fausten (1587) la pone al centro della vicenda, la quale, a sua volta, fornirà materia narrativa fertile: basti ricordare, dopo il ‘soggiorno britannico’ con il Doctor Faustus di Christopher Marlowe, il ritorno in Germania con il Puppenspiel, il teatro delle marionette e il percorso che parte dall’abbozzo di dramma Doktor Faust di Lessing (1763), attraversa l’opera che ha segnato l’intera vita letteraria di Johann Wolfgang Goethe, Faust, passa per il dramma Don Juan und Faust (1829) di Grabbe, per approdare al romanzo di Thomas Mann Doktor Faustus (1947).
Nei testi qui analizzati, tutti scritti tra il XIX secolo e il XX secolo,[1] non vi è la pretesa dell’esaustività in materia, ma la speranza di un invito alla lettura.  In essi la magia appare, di volta in volta, irruzione dell’incubo, dell’irrazionale nell’esistenza, che ne viene scossa dalle fondamenta, una pirotecnica mescolanza di superstizione e artificio di sostegno a potenti, ignari o meno di esserne i beneficiari, strumento di manipolazione e ipnosi collettiva o, infine, moto abile e complesso di ribellione a un regime.
Dal secondo romanticismo tedesco della Spätromantik arrivano a noi L’uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann e Isabella d’Egitto di Achim von Arnim.
Der Sandmann (L’uomo della sabbia, 1815)[2] è un’opera che ha sollecitato le fantasie di schiere di artisti (tra gli altri, Offenbach di Les Contes d’Hoffmann e Delibes di Coppélia) e che ha ispirato il saggio di Freud Il perturbante.[3] Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann ha una biografia che affascina per il suo essere vissuta perennemente su due piani, quello diurno, che lo vede impegnato nella sua professione di magistrato, che svolgerà con acume e grande senso di equilibrio anche nella fase più buia della restaurazione prussiana post-napoleonica, e quello notturno, che ci rivela davvero l’altra faccia della medaglia romantica: e infatti Hoffmann è di notte scrittore dalla fantasia pressoché inesauribile, disegnatore e compositore. Vive così la sua doppia vocazione, tra l’esercizio concreto del quotidiano e l’estro della creatività artistica.
Appartiene ai Nachtstücke, i Racconti Notturni.[4] Abbiamo notizie dettagliate sulla genesi del manoscritto, alla cui stesura Hoffmann si accinse all’una di notte del 16 novembre 1816 e che otto giorni dopo era già pronto per la pubblicazione. La storia della letteratura annovera più d’una di queste stesure febbrili: una genesi analoga avrà, un secolo dopo, il racconto La metamorfosi di Kafka. In entrambi i casi ci troviamo dinanzi a tappe fondamentali della narrativa. Come s’è accennato prima, Sigmund Freud individua ne L’uomo della sabbia la nascita di un genere letterario, la unheimliche Literatur. L’aggettivo unheimlich, tradotto come “perturbante” nell’omonimo saggio che Freud pubblica nel 1919, può essere reso in italiano come “sinistro”, “inquietante”. Unheimlich – che unisce nel suo significato il familiare e l’ignoto, che porta alla luce, in modo spaventoso, ciò che doveva restar nascosto – è l’intervento della magia, che nel racconto diventa sconvolgente mescolanza di suggestione (di Nathanael, io narrante nella prima parte, figura principale di quanto raccontato dal narratore onnisciente nella seconda), alchimia e artifizio, nel racconto di E.T.A. Hoffmann. Come Nathanael narra all’amico Lothar nella prima delle tre lettere che aprono il racconto (ma la lettera, lapsus significativo, finirà per sbaglio nelle mani di Clara, la lucida, chiara e razionale sorella di Lothar nonché fidanzata di Nathanael), è stato l’incontro fortuito con un ottico e venditore di barometri, Giuseppe Coppola, di origine italiana, più precisamente piemontese, a risvegliare nel giovane il trauma dell’infanzia. Uno dei brani centrali del racconto, magistralmente orchestrato e caratterizzato nel suo culmine dal passaggio brusco dal tempo passato al tempo presente, ricostruisce infatti l’origine sconvolgente e, appunto, sinistra, del trauma: la scoperta che il minaccioso uomo della sabbia altri non è che l’avvocato Coppelius, il quale, di notte e nello studio del padre di Nathanael, fa con questi strani esperimenti di alchimia. Il piccolo Nathanael, nascosto dietro una tenda, vede e sente, elabora con una fantasia sovreccitata. Accortosi della sua presenza, l’uomo della sabbia alias Coppelius ha una reazione irata e spaventosa. Al piccolo pare che pretenda i suoi occhi – il terrore della perdita degli occhi è, come ben fa notare Freud, uno dei motivi conduttori della vicenda – e che solo il padre, pur intimidito dall’avvocato, con le sue suppliche riesca a distoglierlo dall’intento. Poi, Nathanael perde i sensi e faticherà per giorni a riprendersi dall’orribile episodio, quando un altro, luttuoso evento sopraggiunge a minare ulteriormente la psiche del ragazzo. Si tratta della morte del padre, in seguito a una esplosione verificatasi proprio nel suo studio, conseguenza di uno dei tanti misteriosi esperimenti di questi con Coppelius. La somiglianza tra Coppelius e Coppola turba Nathanael, che sente e vede destarsi i fantasmi degli incubi passati e che perderà definitivamente il senno quando scoprirà non solo che Olimpia, la giovane figlia dello stimato professor Spalanzani – un altro italiano, un altro riferimento sia alla cultura scientifica, Spallanzani, sia all’immaginario popolare, vista la somiglianza, così scrive Nathanael all’amico Lothar, del fisico professore universitario, del quale Nathanael segue le lezioni, con Cagliostro ritratto da Chodowiecki – è in realtà una bambola, alla cui creazione hanno contribuito Spalanzani e Coppola. L’esito è tragico e l’itinerario dalla magia alla follia è segnato con ritmo incalzante e sicuro. (altro…)

Carolina Carlone, poesie da “Variazioni nel clima”

Ore 13: presagi

Ancora un corpo

e una testa

riconsegna oggi il fiume

E ombre di fucili
la sabbia

Hanno già chiuso le porte
blindato gli avamposti
giurato vendetta e radar
ai molteplici infedeli
di questa Terra

Dicono che vi sia un traditore
che passa nella notte
tagliando gole

Per altri uno straniero
dal nome impronunciabile

che scuote il capo
come le orecchie

gli asini carichi di mosche

e cammina lungo la muraglia

che altri usa chiamare città

 

Gaza City

Ti ho chiesto,
in arabo
mi hai detto
del tuo lavoro a Gaza.

Con pietre, fango, conchiglie
i piccoli nella scuola
ricostruiscono
il muretto della recinzione

un fiume da cui sporgersi
sotto le bombe dei padri

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Caregiver Whisper 47

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Gli arcani maggiori #2: la papessa

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Papessa, la carta della conoscenza nascosta.

 

6 novembre 1893

San Pietroburgo

Morte di Tchaikovsky

Non è essere in ginocchio questo tuo cadere bocconi nella neve.
Ti guardo da lontano, ti osservo.
Hai scelto questo luogo per crollare in mezzo agli altri, i falciati dal colera, e se hai una fiala è ben nascosta, ben pressata in mezzo al bianco. Cadi per confonderti, mentre precipiti nessuno ti distinguerà da loro, e non importa che tu sia stato il richiesto, l’applaudito, il desiderato.
Per la bambinaia che ti ha cresciuto eri il bimbo di vetro. L’hai ritrovata, è stato un caso, mentre perdevi tutto, mentre meditavi per te stesso una sinfonia che terminasse col tuo stesso terminare. Vedi quante cose so di te? Anche un tempo, quando ne riportavi centinaia nelle tue lettere intricate che non venivano mai al punto, che impostavi febbrilmente a tre ogni giorno – anche allora quello che dicevi non bastava a quello che sapevo già di te. Ti ricoprivo d’oro, ti chiamavo mio signore. Erano arroventati, i miei biglietti. Nessun pensiero, se non quello di me, doveva mai staccarti dal violino. Ti chiedevo di non incontrarci mai, e passavo, avvolta negli scialli, sotto il tuo balcone; acconsentivi, e visitavi, mentre io non c’ero, casa mia. Solo quel giorno, al parco, per errore, l’uno verso l’altra – siamo stati bravi a non sfiorarci neanche il palmo dei cappotti.
Ero la prima ad ascoltare le tue visioni; tu non lo sai quanto chiudevo gli occhi ad ogni brano, come tremavano le mani ogni volta che ricevevo un pentagramma. Mi hai regalato la tua Quarta. Ero il tuo migliore amico, così mi hai schermata al mondo. Dopo tredici anni ti ho chiuso ogni altra porta, e ancora si interrogano su quanto a lungo ti sia chiesto cosa potrai aver fatto. (altro…)

Anteprima: Giorgio Galli, L’inventore di vite

 

Giorgio Galli, L’inventore di vite, Il Seme Bianco, 2018 – Collana Gelsomino – racconti

Siamo felici di presentare in anteprima uno dei racconti della raccolta L’inventore di vite di Giorgio GalliL’inventore di vite è una raccolta di racconti aventi per protagonisti personaggi reali e inventati, illustri o sconosciuti. Tutti sono ritratti in un momento culminante delle loro esistenze -a volte il momento della morte- o in brevi biografie che non mirano alla verità storica, ma alla realtà poetica. Scritti in prima o in terza persona, in forma di racconto classico, di monologo, di apocrifo o di saggio breve, esplorano individualità ben marcate per trasmettere, alla fine, un senso di solitudine collettiva di fronte alla condizione e al destino umani. (la redazione)

 

Marcel Schwob, l’inventore di vite

Veniva da una famiglia importante, ma il suo primo amore era stata una ragazza del popolo. Nulla si sa di Louise, tranne ch’era malata. Stettero insieme di nascosto, l’aristocratico e la donna del popolo, finché lei morì. Gli amici dicono che fu devastato. Ma già un anno più tardi era legato a un’altra donna, questa volta un’attrice famosa. Non stavano quasi mai insieme: lui viaggiava perché era malato, lei per le sue tournée. Era in tournée anche quando lui morì. Ma sarebbe sbagliato dire che non si volevano bene. Erano quello che oggi si dice una coppia libera. Lui era amico di tutti, da Oscar Wilde a Paul Verlaine. Ed era anche nemico di André Gide. Era un uomo ammirato e rispettato. Era quel che si dice una figura autorevole. Ed era, come si dice, inserito nel bel mondo o nel mondo che conta. Ma era anche un solitario. La misteriosa malattia che lo corrodeva – nevrastenia, fragilità polmonare, intestino guasto- non la poteva condividere con nessuno, e nemmeno il mondo impossibile che aveva dentro. Era un patito di libri d’avventura, scriveva avventure, ma erano avventure vissute sulla carta, basandosi sulle innumerevoli carte che aveva consultato. Anche la sua erudizione non poteva condividerla con nessuno. L’aveva coltivata con furia certosina, fin da bambino. Era poliglotta, erudito, poligrafo, scriveva d’avventure. Era amico di penna di Stevenson, ma non l’aveva mai incontrato. Condivise il mal d’Europa di Stevenson, ma fuori dell’Europa non stava bene. (altro…)

Poesie da “Geografie interiori” di Federica Fiorella Imperato (Aletheia 2018)

Illustrazione di Francesco Moretti

 

ho piantato radici forti
che non toccano terra,
seguono i corsi d’acqua
i venti tempestosi
le maree e gli uragani
e nulla
può spezzarle
qui tutto è partenza
è inizio
di un nuovo viaggio
a confronto con me stessa
mi ritrovo nell’altro
silenziosa mi rivolgo
e ascolto:
c’è bisogno di spazio
c’è bisogno di tempo

 

mi affaccio a una finestra di parole colorate
balsamo che scioglie i nodi

e salendo le scale ritorno al principio,
alla dolcezza antica
dove mi svesto, mi bagno e riparto
contando tutte le gocce che trattengo
sulle mie membra forti
di corpo sicuro

scivolo e non mi arrendo ai presagi di solitudine
(solo non è mai
chi nelle gesta del mondo
si ritrova)

nel vento tra le foglie
la mia mano scorre
come tra le pagine di un libro

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La poesia di Carlo e Massimo Bardella

Quando la poesia resiste: Roma, i luoghi e la storia nella poesia di Carlo e Massimo Bardella

Nell’archivio dell’ANPI, nel lungo elenco dei partigiani a Roma, leggiamo queste annotazioni: Carlo Bardella, nato il 4 novembre 1903, partigiano combattente, periodo 8 settembre 1943 – 5 giugno 1944, nelle file del partito socialista di unità proletaria. È uno degli appigli che la memoria storica ci offre per partire per un viaggio di ricognizione nell’opera di due poeti romani, il padre, Carlo Bardella, e il figlio, Massimo Bardella. Mi piace pensare, addirittura, che l’impegno nella resistenza romana di Carlo Bardella possa aver ispirato lo scrittore Filippo Tuena per uno o più personaggi nel suo romanzo, ambientato nella Roma dei mesi successivi all’armistizio Badoglio, Tutti i sognatori.
Un altro, per me fondamentale, appiglio è quello donato dalla mediazione di amici, conoscenti, esperti di poesia, in particolar modo di poesia romanesca. La storia dell’incontro con i testi dei due poeti Bardella è per me la storia di mediazioni appassionate, documentate e, come sempre avviene in questi casi, feconde. Per questo secondo appiglio il cammino è inverso, dal figlio al padre, da Massimo a Carlo. Tutto inizia in un pomeriggio di primavera, nel 2010, in una biblioteca della periferia romana, per la precisione al Villaggio Giuliano-Dalmata, allorché viene presentato il libro, curato da Michele Battafarano e dall’amico e collega Claudio Costa, Il carteggio Pio Spezi – Paul Heyse.  In questo pomeriggio all’insegna di una Roma plurilingue e di due interpreti di rilievo della poesia di Giuseppe Gioachino Belli, il suo “profeta” Pio Spezi e il suo strepitoso traduttore in tedesco, il premio Nobel Paul Heyse, si distingue tra i partecipanti, per la vivacità dei suoi interventi e il tono arguto della testimonianza, il poeta Massimo Bardella. Da quel pomeriggio, il filo della comunicazione – alla vecchia maniera: conversazioni telefoniche e corrispondenza postale – non si è mai interrotto.
Come ben racconta Claudio Costa nel contributo Quando la poesia nasce adulta in età adulta (apparso sulla rivista “Il 996” e successivamente in Poesie d’amore corte, di Massimo Bardella, edizioni Settimo Sigillo 2017), ho cominciato anch’io a ricevere da Massimo questi originalissimi e sostanziosi doni di «un artigianato manuale e intellettuale che si fonde con l’arte poetica» che sono le sue raccolte, stampate in trentatré esemplari su carta finissima e accompagnate da una sua opera figurativa, distribuite con generosità a chi con Massimo Bardella condivide la passione per una poesia in cui il creativo e il quotidiano si fondono con l’esercizio della cura e della pazienza, del rispetto per cose, luoghi, persone.
Quell’amicizia poetica, nata nel segno dell’apertura della poesia romanesca ad altre lingue, non poteva che esprimersi, da parte mia, nella frequentazione più assidua della sua poesia e nella resa in lingua tedesca, la mia seconda lingua della poesia, di alcuni componimenti di Massimo Bardella.
È stato così che nell’aprile 2013, in occasione di un incontro dedicato alla poesia di Carlo e Massimo Bardella, organizzato da Vincenzo Luciani presso un’altra biblioteca della periferia romana, la biblioteca “Gianni Rodari”, ho avuto modo di avvicinarmi, anche alla poesia di Carlo Bardella, di scoprirne affinità e differenze con quella del figlio Massimo.
Eccomi dunque a presentare entrambi i poeti, il padre e il figlio, in questo volumetto che ne raccoglie testi particolarmente significativi. Questa breve presentazione intende indicare alcune direttrici: il rapporto con la tradizione della poesia romanesca, le innovazioni e le conservazioni stilistiche, il dialogo con la storia, e, infine, quella particolare forma di sprezzatura costituita dal romanesco ssere “scanzonato”. (altro…)

I poeti della domenica #304: Marco Papa, Il tuo sguardo da dove proviene?

Il tuo sguardo da dove proviene? Chi guarda?
Chi ascolta? Ogni letto ha le sue rughe.
Il muro prega stando zitto, l’aria filtrando
nelle narici. Il corpo ha molti centri
di gravità: la tua parola, chi la chiama?
E la mia lingua ha un osso, non è
senza osso. Lo scambio di sguardi
tra la parete e il capo reclinato
non ha prezzo, costa troppo e poco.
La vita quotidiana è la via. Se qualcuno
sarà felice soltanto quando avrà
un tesoro da perdere intanto
lava la sua futura ricchezza nel ghiaccio.

I figli, un figlio: il nostro coma,
un prolungato zampillo esaurisce la vena.
L’attesa è gialla. Chi succhia il vento
come una pietra? I nostri corpi erano
gli ultimi gradini. (Anche l’anima, forse,
è fatta di mattoni, di quark?) I segreti
lasciano sulle labbra il loro grano
– tutto costa, ogni cosa è una lettera.

 

Marco Papa in contrAppunti perVersi, Pellicanolibri, 1991.

H.M. Enzensberger, Hommage à Gödel

Illustrazione di O. Herrfurth

Trilemma di Münchhausen.
Gödel da Enzensberger:
Tirarsi pei capelli
da pantani perpetui.
(A.M. Curci)

 

Hommage à Gödel

Il teorema di Münchhausen, cavallo, pantano e ciuffo,
è affascinante, ma non dimenticare:
Münchhausen era un bugiardo.

A prima vista il teorema di Gödel
pare modesto, ma pensa:
Gödel ha ragione.

“In ogni sistema sufficientemente potente
è possibile formulare proposizioni
che all’interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili,
a meno che il sistema
stesso sia privo di fondamento.”

Tu puoi descrivere la tua lingua
nella tua propria lingua:
ma non del tutto.
Tu puoi esplorare il tuo cervello
con il tuo proprio cervello:
ma non del tutto.
Ecc.

Per giustificarsi
ogni sistema pensabile
deve trascendersi,
cioè distruggere.

“Sufficientemente potente” o no:
l’assemza di contraddizione
è un fenomeno di carenza
oppure una contraddizione.

(certezza = infondatezza)

Ogni pensabile cavaliere,
dunque anche Münchhausen,
dunque anche tu sei un sottosistema
di un pantano sufficientemente potente

E un sottosistema di questo sottosistema
È il proprio ciuffo di capelli
questa leva
per riformisti e bugiardi.
In ogni sistema sufficientemente potente
dunque anche in questo pantano qui,
è possibile formulare proposizioni
che all’interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili.

Queste proposizioni, afferrale con la mano
E tira!

 

Hans Magnus Enzensberger, da: Die Elixiere der Wissenschaft
(traduzione di Anna Maria Curci)

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I poeti della domenica #303: Marco Papa, Se quando nacquero il pane scivolò

 

Se quando nacquero il pane scivolò
in acqua e nessun animale ne assaggiò
il tremore, se l’infanzia rifiutò
la lima e non fuggì, se la moneta
non galleggiò sul palmo della mano
e Dio non pagò il suo debito,
se due bambini ingobbirono dormendo
sulla fenditura al centro del tavolo,
in cucina, nel frastuono celestiale
dello stomaco divino, se le campane
non furono che dita picchiate fino
a sanguinare sulle stoviglie,
se tutti i sogni percorsero la loro
schiena come ratti e non trovarono
una tana scabra nel liscio specchio
del loro riposo, se la casa non fu aperta
dallo schiocco di un ruscello,
è inutile che i tuoi pensieri si immergano
nelle ceneri, ora, di Lourdes,
se tu non vibri come un canna sbucciata
dalla sua propria vergogna, se non
nascondi gli occhi come gioielli
in una più fida bisaccia, se non ti
precipiti attraverso le condutture
come un chicco di grandine
che ha perso il suo gregge.
.

Marco Papa in contrAppunti perVersi, Pellicanolibri, 1991.

lui è tornato: recensione

Anno duemilaquattordici. Senza alcuna ragione dichiarata, Adolf Hitler compare all’improvviso in un cortile nei pressi del bunker dove è morto. Questo l’avvio di Lui è tornato, libro di Timur Vermes poi diventato fortunato film di David Wnendt. Ed è sul film che vorrei focalizzarmi, per ragioni che dirò più avanti.
Attraversata una piazza straripante di persone che gli chiedono un selfie con dispositivi a lui sconosciuti, ospitato per una notte da un giornalaio dove appura la realtà del salto temporale, e messa a lavare la sua puzzolente uniforme presso una lavanderia gestita da turchi (“l’Impero Romano d’Oriente” è davvero riuscito a intrufolarsi in questa guerra), Hitler viene notato da un giovane inviato televisivo appena licenziato per un rimpasto e uno screzio sul lavoro. È straordinario, pensa il giovane: un comico nato, un uomo di somiglianza estrema e capace di calarsi continuamente nella parte, identico per parlantina, sveglio nel rispondere a tono con le argomentazioni tipiche del gerarca nazista, insomma la maniera migliore per sfondare di nuovo in quel mondo che l’ha cacciato via a pedate. Così lo assolda, e nel furgoncino a fiori preso in prestito dalla mamma decide di fare delle riprese in giro per la Germania in sua compagnia. Hitler lo segue senza problemi: tutto quello che gli interessa è cercare di interpretare questo misterioso mondo multiculturale e tecnologico, dove il più grande sistema di propaganda mai concepito è installato in tutte le case eppure sembra che nessuno si prenda la briga di trasmettere altro che programmi di cucina o stupidi talk show (“sono felice che Goebbels non veda tanta miseria”). L’idea dei due è di parlare di politica con la gente. Ed è qui che il film ci presenta uno spaccato di realtà che il libro non aveva la possibilità di offrirci: perché assieme alle scene montate in cui si depreca l’immigrazione, si sputa sulla democrazia, si indulge nel qualunquismo, si auspica il ritorno di un uomo forte, noi vediamo scene (le distinguiamo dai volti pixellati, dalla grana spessa della fotografia) in cui persone al suo passaggio fanno il saluto nazista, cantano cori di incitamento, letteralmente sgomitano per dire la loro con la nostalgica brutalità che siamo ben abituati a conoscere. La prima parte del film si configura quindi come un documentario, una discesa nel ventre nero dell’Europa xenofoba e fascista. Pochi, luminosissimi, sono i personaggi che rifiutano categoricamente di vedere un uomo girare per strada con l’uniforme del Führer, pur non sapendo che si tratta di un attore impegnato in un film ironico e intelligente sugli strascichi (o i rigurgiti) filonazisti in Germania. (altro…)