I poeti della domenica #223: Cees Noteboom

 

Figuur

De bloem van de hibiscus duurt een dag,
ster van korstondig vuur in tegenspraak
van tuin en hemel, de man daarin een lichaam
dat zich weert, als elke bloem.

Wat hij niet weet: hoe waar dit alles is.
Is deze figuur wel echt
die in de laatste schijn van sterren buiten zit,
de bloem niet ziet, zich schroeit
aan het koud licht en in de tijdelijke
ochtend bloemen raapt van
zwarte grond en wijkt voor het geweld
van zonlicht?

De zin van row die in hem woekert
herdenkt een vriend, een virendshap
ie zijn maat verliest
tussen zo veel vergaan.

Wat zit daar nu, een man of een gedicht?

De postman in zijn gele hemd fietst tot het hek,
vertelt de wereld, geeft zijn brief af
aan een levende, weet niets van row of ziel.
Hij ziet de rode bloemen op de grond,
zegt het wordt heet vandaag,
verdwijnt dan in het licht

en dit gedicht.

***

Figura

Il fiore d’ibisco non vive che un giorno,
stella di fuoco fugace nel contrasto
tra giardino e cielo, l’uomo all’interno un corpo
che si difende, come ogni fiore.

Quel che non sa: quanto tutto ciò sia vero.
È reale questa figura
seduta fuori all’ultima luce delle stelle,
che non vede il fiore, si brucia
alla fredda luce e nell’effimera
mattina raccoglie fiori
dalla terra nera e cede alla violenza
della luce del sole?

Il senso di lutto che si espande in lui
ricorda un amico, un’amicizia
che perde misura
tra tanto perire.

Chi sta lì seduto, un uomo o una poesia?

Il postino in camicia gialla arriva al cancello,
racconta il mondo, consegna la lettera
a un vivo, ignora lutto e anima.
Vede i fiori rossi per terra,
dice: farà caldo oggi,
svanisce poi nella luce

e in questa poesia.

*

© Cees Noteboom, Luce Ovunque, Giulio Einaudi Editore, 2016 (traduzione di Fulvio Ferrari) – poesia proposta da Silvia De Marco

Baldo Meo, poesie da ‘Conservazione della specie’

 

Qualcosa, a tratti, si va facendo
via via più chiaro –
a volte penso di poter dire
tranquillamente di essere seduto
accanto al silenzio.

*

Vento al mattino –
il fiore scomposto a terra
rimane un fiore.

*

PER L’INCONTRO

Purché ci sia una rosa
nel tuo piccolo giardino
nascosto tra le case,
purché si possa discorrere
con gentilezza confuciana
delle cose del mondo
e di ciò che ti mancava
quando eri lontana.

* (altro…)

proSabato: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

proSabato: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

LA MACCHINA PER TRADURRE POESIE

Un poeta dei cosiddetti maggiori riceve una lettera con una poesia. È un mattino un po’ ventoso e la poesia è sua: una rivista gliel’ha tradotta in una lingua vicina. Il suo intuito linguistico gli suggerisce che la traduzione è pessima. Per cui, con la sincera intenzione di capire se si sbaglia, decide di mandare la versione straniera a un amico, professore, traduttore, poeta, miope. L’accompagna con un biglietto gentile in cui lo prega di tradurre quel testo nella loro comune madrelingua. Il poeta sorride, si direbbe malizioso: naturalmente ha omesso di menzionare l’autore della poesia.

Poiché il suo amico appartiene alla vecchia scuola delle poste, dopo neanche una settimana il poeta trova nella cassetta delle lettere una busta vergata con cura, contenente la risposta sollecitata. Dentro, il mittente non può fare a meno di notare con un certo stupore che si tratta di un testo relativamente semplice da capire per una persona sagace come il suo amato poeta, che oltretutto è un profondo conoscitore delle lingue, e tuttavia è molto felice di proporgli, sperando che sia di suo gradimento, una versione autoctona insieme ai sensi del suo più grande affetto. Senza perdere un secondo, il poeta comincia a leggere la traduzione. Il risultato è disastroso: analizzata con attenzione, questa terza poesia non ha più nessuna attinenza né con il ritmo né con il tono né con le immagini evocative dell’originale. Generalmente, lui si considera un lettore comprensivo verso le licenze poetiche altrui. Ma, in questo caso, non è che il suo amico si sia permesso qualche libertà, piuttosto sembra essersele prese tutte insieme. Le sottigliezze sono andate perdute. La dizione sembra poco chiara. Della sonorità, non è rimasta traccia. (altro…)

Emanuele Buonamici. Tre inediti

Alzarsi sopra l’ordinario,
picchiare in viso il conforme,
saltare in volo
con lo spirito,
sputare in testa
a quel che è freddo dovere,
fare cosa si voglia,
arrivare in alto
fino alla soglia della stratosfera,
farsi strada a testate
dentro a cieli angelici
e precipitarsi contro Dio
per dargli del vecchio moralista
e rubare l’ambrosia
e farci il bagno dentro,
ballando sul frastuono
di corni celesti
infuriati;
svegliarsi sorridenti,
ma scordarsi perché,
ma abbracciati in due,
che quando mi spingi col piede
giù dal letto del sogno,
sistemato così sulle volte stellari,
lo schianto è grande,
ma il fracasso più grande
è quel pianto,
che canto,
che fa il tuo silenzio.

* (altro…)

Stefano Bortolussi, Billy & Coyote (rec. di Carlo Tosetti)

“Mi sento solo”, dice Coyote.
Corvo lo guarda dal ramo di sequoia su cui si è rifugiato dopo aver deviato il corso di un torrente che quel mattino gli dava particolarmente fastidio.
“Sei fortunato”, replica, “ad avere quattro zampe.”
Coyote inclina la testa perplesso. “Che intendi dire?”, domanda.
“Con quattro zampe hai poco da sentirti solo”, risponde Corvo.
“Pensa a me, che ne ho solo due.”
Coyote socchiude gli occhi in preda al sospetto.
Con Corvo non si può mai sapere: spesso dice cose per il puro gusto di confondere.
“Cosa c’entrano le zampe con la solitudine?”, protesta.
“Non sono le zampe”, spiega Corvo. “È la loro quantità.
Quattro zampe devono fare una bella compagnia.”
Coyote resta zitto per qualche istante, poi: “Ma sono le mie zampe. Sono parte di me. Che compagnia vuoi che mi facciano?”
“Non saprei”, risponde Corvo, “ma non è questo il punto. Il punto è che tu ne hai quattro e io solo due. Sicché sei avvantaggiato, come sempre.”

(da Billy & Coyote, pag. 18)

 

Confido che gli amanti del cinema abbiano letto avidamente il libro di Tatti Sanguineti Il cervello di Alberto Sordi-Rodolfo Sonego e il suo cinema (Adelphi, 2015, 2° edizione).
Il libro, attraverso le parole di Rodolfo Sonego e il corposo lavoro di documentazione dell’autore, ripercorre un ampio periodo di storia del cinema italiano, includendo una lunga sezione che racconta la genesi dei film ai quali, a vario grado, ha partecipato la penna di Sonego.
Come da titolo, l’autore si sofferma sul sodalizio artistico fra Sonego e Sordi, sodalizio fruttificato in indimenticabili pellicole, ma, grazie all’avventurosa vita di Sonego (partigiano, diplomato in belle arti, scrittore, sceneggiatore) ed alla sua puntuta e tagliente ironia, raccoglie una infinità di aneddoti sul cinema, sui suoi personaggi (noti e meno noti) e sull’Italia in generale.
Orbene, credo che aprire la recensione di un libro incensandone un altro può apparire insolito, nonché controproducente, ma cito il libro di Sanguineti perché colloco l’ultima opera di Stefano Bortolussi (Billy & Coyote, Effigi Edizioni, 2017) nella medesima categoria, per via di certe affinità.
Il romanzo di Bortolussi, infatti, è una divertente galoppata nel cinema hollywoodiano di Billy Wilder (Viale del tramonto, Quando la moglie è in vacanza, A qualcuno piace caldo, per citare tre titoli eternati dal successo), dagli esordi e ancora prima, quando il regista (appena giunto in America), masticando poche parole inglesi, tentava il successo scrivendo ancora in tedesco.
La trama si svolge passando nei teatri di posa, sul set di alcuni film di Wilder e, con la sapiente farcitura di una bizzarra aneddotica (in parte creazione dell’autore, in parte riprendendo fatti realmente accaduti o presunti), con il compendio di note insaporite dalla giusta presa di irriverenza e ben integrate nel testo (non ne spezzano la tensione, arricchendo la lettura, sono collocate sia a piè di pagina che in un’appendice finale), si percorrono quaranta anni di cinema americano, parlando e sparlando di personaggi noti e meno noti.
Dal punto di vista cinematografico, Bortolussi ha le idee chiare e non si sottrae dall’esprimere anche opinioni tranchant, ma di questa inclinazione avverte il lettore, tanto che il sottotitolo del libro è Una storia (im)possibile, con tanto di fazioso commentario.
Ho usato l’aggettivo “divertente”, perché il romanzo di Bortolussi lo è.
L’America di Bortolussi, o meglio, la California di Bortolussi, è sempre scoppiettante, avvincente e strampalata, in cui tutto è miscelato con tutto: umanità antica e moderna, divinità, mito, da un certo punto vista i marchi di fabbrica dell’autore (il poema I Labili confini, Interno poesia, 2016, è forse la summa di questo mondo “magico”).
A dimostrazione di quanto sopra, incontriamo un Dio condannato alla noia eterna (il Coyote del titolo), orfano del popolo nativo, che s’immischia nelle faccende umane con una certa invadenza; è agli antipodi della “divina indifferenza” di montaliana memoria.
Il Coyote è un trickster, un imbroglione, una figura ricorrente nelle tradizioni religiose politeiste.
È eccessivo, immorale, vorace, furbo.
Non potendo svelare troppo del susseguirsi degli eventi, accontentatevi del fatto che il Coyote, in quanto Dio – onnisciente e onnipotente – incontra nientepopodimeno che il talentuoso Wilder e del resto, Mefistofele non tentò di far tralignare un mugnaio, ma scelse il medico-teologo Faust.
Da notare che in Goethe la noia attanaglia l’uomo di scienza, in Billy & Coyote è la divinità ad annaspare, ad avere estremo bisogno di una scossa.
Calatosi il dio-canide nella quotidianità di Los Angeles e dell’industria del cinema,  mostrerà la sua natura ferina; non smentirà quindi la fama della sua incarnazione bestiale.
Il Coyote puzza, sbava, le sue flatulenze sono mefitiche e potrebbero ristagnare persino in una decappottabile in corsa.
Per comprendere i contorni del suo fare irrispettoso, costui arriva al punto di tentare l’accoppiamento con la gamba della soave Audrey Hepburn, la quale, senza smarrire la sua fiabesca grazia, candidamente ne propone la castrazione.
Chi può vedere questo Dio invadente? A chi si manifesta? La sua incursione nella città degli Angeli (oltre ad alleggerirlo dal peso dell’uggia eterna) quali effetti produrrà?
Da questi interrogativi vi libererà solo la lettura, lettura che – a mio avviso – raggiunge l’obbiettivo prefissato: avvicinare al cinema di Billy Wilder e, in generale, al film di Hollywood di quell’epoca, l’epoca del bianco e nero, colori ai quali (mi pare evidente) Stefano Bortolussi è molto legato: non dimentichiamo che Viale del tramonto (Sunset Boulevard), film di Wilder, del 1950, è considerato fondativo del genere noir, genere per il quale Bortolussi non ci nasconde la grande passione.

© Carlo Tosetti

 

Stefano Bortolussi è traduttore, romanziere e poeta.
I suoi precedenti lavori: Head Above Water, traduzione di Anne Milano Appel, (City Lights, 2001, pubblicato prima negli Stati Uniti), Fuor d’acqua (peQuod, 2004), Fuoritempo (peQuod, 2007), Verso dove si va per questa strada (Fanucci, 2013).
Fra le sue raccolte di poesia: Ipotesi di caldo (Book Editore, 2001), Califia (Jaca Book, 2014) e I labili confini (Interno Poesia 2016). Ha tradotto e traduce importanti autori anglo-americani.
«L’autore a pezzi» (autoreapezzi.wordpress.com) è il suo blog.

Sergio Rotino, Cantu maru

Sergio Rotino, Cantu maru, edizioni Kurumuny, collana Rosada, 2017; € 10,00

 

mai cu te
basta cu
te a
tie mai
cu basta a

sempre picca ete

quiddru ca
sempre alli
sempre a
cine alli
muerti se
tae

mai che ti/ basti che/ ti a/ te mai/ che basti a//
è sempre poco// quello che/ sempre ai/ sempre a/
chi ai / morti si / offre

 

*

fatti te
jentu te
jentu e
spentura
fatti te sta
cosa china
te uci ca
sonanu te
cose ca p
parole p
parenu e

struncuniçiate
comu a n
nui
struncuniçiati
da cose ca

ca nu
decimu nu
sapimu comu
se dicenu c
comu se
potenu dire

fatti di/ vento di/ vento e/ sventura/ fatti di questa/
cosa piena/ di voci che/ suonano di/ cose che p/
parole s/ sembrano e// sfracellate/ come n/ noi/
sfracellati/ da cose che// che non/ diciamo non/
sappiamo come/ si dicono c/ come si// possono dire

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Gramsci: Intellettuali e carattere italiano

 

Gramsci, fonte: Istituto Gramsci di Torino

Gramsci: intellettuali e carattere italiano

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini. (altro…)

da ‘Quaderno di bordo’ di Franco Barcella (2014)

IL LUPO DI MARE

Con il fuoco azzurro negli occhi
narravo d’essere un lupo di mare
capace di pilotare un cutter
nell’acqua nera a fondovalle del cielo.

Fasciato nel mio nimbo di forza
senza un perché seguivo la rotta
che si traguarda sottovento
senza l’ausilio del loran e delle carte:
intanto anche nell’infinitudine
quel che è appare.

 

IN PORTO

Non riesco più a navigare
per le rotte nuove della vita.
Ho la testa sulle carte della morte!

Le donne e e gli uomini, a terra,
intanto continuano ad andare avanti
senza approdi ad una nuova sorte!

 

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Caregiver Whisper 5

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è.

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Michele Joshua Maggini, Esodo

Michele Joshua Maggini, Esodo, Round midnight edizioni, 2017

 

Zama

Dimentica delle piante i nomi,
il sangue si perpetua nelle spire del lignaggio,
come una semiretta perduto il punto.
Essendo padre e padre, legionario
perito nell’avvolgersi dei secoli,
ti attendi nelle risposte già veci
del tuo qualcuno.

Era a Zama la sconfitta
nella trappola del tuo stesso amplesso:
ma non scostasti il baricentro:
la finta di Canne: eri approdato
anche tu al punto immobile
per cui ogni volto ha il proprio volgere
nel perpetuarsi delle stagioni.
Già fummo polvere dispersa
nei polmoni della pietra.

 

Uomo, abbiamo chiesto altari per i nomi:
nominare è una religione che accorda una morte.
Uomo è un nome che richiama la terra
non scalfita dal tempo
tempo in cui abbiamo stipulato nuove
alleanze con la pietra e la materia.

Più mentre non c’è, perché attenda tu l’ora
della gestazione dell’idea, allora t’incunei
nel grembo delle madri: nel groviglio
di radici l’essenza
prematura di cui ti rendi padre.

E si è padre e figlio.

 

Ecco noi che fummo
per la nostra corsa all’uno:
immolati milioni; ed uno
è due sempre con organi in comune.
A perpendicolo, il nome che porti
della giada divenne l’istante e il punto
dell’asse, meridiano che sprofonda
nell’arteria di questa vita.

 

Nell’attesa che da un ieri ti confina, tutto
si trasforma e diviene:
l’acqua in sale, ferro in ruggine, verbo carne
e s’accetta, ma non è una rassegnazione.

Non è del mondo il dolore tuo che ti confina.
E, vedi, in fondo al buio c’è una luce
smorzata che irradia un buio più veloce del buio
dove si è tutto, ammassati.

 

Età dell’oro

(Ad ogni risveglio si compie l’omicidio
di ciò che ero ieri.)
Oro è ciò ch’è perso:
e si ricostruisce il passato, rovine
con le rovine, mito con altri miti e
così si immortala il nostro giorno stirpe era.

 

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora dal 2016 con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive articoli per la testata online «Midnight». È stato tra i menzionati, per la sezione inediti, del premio “Elena Violani Landi” 2016. Sue poesie sono risultate finaliste in altri concorsi come “PoverArte”. Esodo è la sua opera prima, vincitrice del concorso “Poié – le parole sono importanti” di Gallipoli.

Maria Borio, L’altro limite

Maria Borio, L’altro limite, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 76, € 13,00

La poesia di Mario Borio, dell’ultima raccolta edita da Lietocolle di cui ci occupiamo oggi, è una poesia che resta dentro la dimensione della densità, ossia della pregnanza di significati, in grado anche di addensare o ‘rendere fitta’ la trama che lega tra loro gli stessi. Programmaticamente l’autrice stabilisce una struttura non flessibile, anzi: ne riconosciamo l’impalcatura e, in seguito, la forma finita mano a mano che leggiamo; tentiamo, da lettori, di entrare in questa casa-poesia, di osservarne le fondamenta, lo scheletro e solo infine vediamo la casa stessa. L’invito è della poeta (p. 18):

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,
statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini
nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete
io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.

L’addensamento procede proprio tra parola, corpo e luogo; e prosegue così:

L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello
e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera
guardate una parola come un piede di bambino
appoggiato alla mano della madre, quella mano
alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada
e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede
che non vedete, anche nelle immagini
disordinate nell’etere sempre vi seguo,
un aereo silenzioso che rientra nell’hangar
o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,
la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.
Con i pensieri come unghie lego vite
disunite a schermo.

«L’altro limite» non è «solo l’immagine» suggerita dal tu ma sarebbe anche l’immagine dell’immagine dell’altro. La persuasione (del tu) di avere controllo sulle proiezioni che si hanno dell’altro; la necessità (dell’io) di un rovesciamento, di una cancellazione per ‘fare’ dello scrivere il nuovo centro focale da cui osservare la nascita della poesia. Questa nascita avviene, secondo la poeta, nel corpo; non nella forma-corpo ma nel corpo come (sempre) impalcatura da cui tutto nasce.
Diversa la sintassi, diverso è anche l’esito poetico per autori che utilizzano non la metafora della casa-spazio quanto lo spazio della casa come luogo poetico, con le appendici che diventano integralmente struttura; urbanesimo, paesaggio naturale e città, radunati insieme diventano testo. Questo è segno che alcune voci contemporanee si leggono e si influenzano a vicenda. Parlo, in relazione a Borio − come mi è già capitato di affermare per gli stessi che vado a citare − della poesia di Davide Valecchi, di Simone di Biasio e soprattutto di Carmen Gallo. In quest’ultima mi pare che il procedere (e la misura) siano diverse dalla forma del verso lunga che notiamo in Borio, ma che tematicamente vi siano forti affinità, a segnalare una congiunzione. (altro…)

Giada Giordano: tre inediti

 

Non averti e saperti comunque
saperti a giudizio
e alla notte chiedere consiglio
dei tuoi anni.

Sono stata nelle attese
che abbiamo dimenticato di vivere
alla tua porta, forse sull’uscio di casa
si è a stento visibili
senza una poesia.

 

*

La strada tu me la indicasti in salita,
v’era un cumulo di letame e agli angoli
stavano stagni di cherosene, liquefatta la noia
imputridiva dietro il grigiore delle abitudini
sussurrava oltre il sagrato e accorreva ai Salmi
la speranza, come il chiarore che insegue
l’alba o l’auto che fugge.
Allora fosti tu a districare i grovigli
e ad illuminare il giorno, sulla via
in capo al cielo coperto.

 

*

Poi ho lasciato la carta al termine della corsa
era in gioco in via dei Coronari un’eresia
costringersi così come a sciogliere un nodo
“siamo la corda e avviluppiamo all’esca”
le braccia persino ci stringono
a flettere la mano al suo indirizzo
sentirsi come l’anima retrocedere
quasi a sorreggere lo stipite, la porta,
un tuo sorriso.

.
© Giada Giordano

 

Giada Giordano nasce a Roma nel 1989. A tredici anni vince la Menzione d’Onore al Concorso Nazionale di Poesia “Un fiore per voi”, indetto dal Comune di Cervia. A diciotto anni scrive Sintomatologia e Simbolismo nella Visione Estetico-Decadente del XXI Secolo, che rappresenta, per lei, l’interfacciarsi con il mondo della saggistica. Nel 2014 viene selezionata per il corso di scrittura creativa indetto da Rai-Eri. Nel 2015 vince il Poetry Slam al Roma Fringe Festival. Suoi testi sono apparsi sulle riviste on line e cartacee «Voce Romana», «Euterpe», «Patria e Letteratura», «Our Poetry Archive», «Galaktica Poetike Atunis» e sul «Journal of Italian Translation». Alcuni suoi testi sono in attesa di pubblicazione sul prossimo numero di «Arcipelago Itaca blo-mag». Un ulteriore suo componimento poetico figura negli «Archivi del Centro Nazionale Studi Leopardiani». È risultata finalista in vari premi di poesia.