La cura è una forma di dolore: ‘La mischia’, di Valentina Maini (a cura di Omar Suboh)

Zdzisław Beksiński, AA78

Credo che il mio romanzo possegga tante letture quante sono le voci che contiene.
Lo si può leggere come un’agonia. Lo si può leggere anche come un gioco.
Roberto Bolaño, Tra parentesi.

 

«Gorane un giorno ci ha detto la libertà è una gabbia sappiate».
Ci sono libri che si muovono taciturni, partoriti nelle segrete di qualche stanza imperscrutabile e che, come una mina deflagrante, esplodono nella quiete più assoluta tra le oasi di orrore e i deserti di noia: quelli della letteratura. La mischia di Valentina Maini (Bollati Boringhieri, 2020) è uno di questi libri. Pubblicato in un silenzio assordante, complice il tempismo (non) perfetto all’indomani dello scoppio della pandemia globale – il libro è uscito a febbraio duemilaeventi, i giorni in cui venne scoperto il ‘paziente 1’ a Codogno –, e vittima di un sistema editoriale in sovrapproduzione, con il rischio di soffocare la qualità a discapito delle opere più spendibili nel mercato, è riuscito comunque a farsi strada e farsi notare nella selva di novità non sempre imprescindibili.
Opera prima per la scrittrice – e traduttrice –, che riesce a irrompere sulla scena scombinando le regole del gioco, ribaltando il tavolo delle letture consolatorie, appaganti, da pagine pulite e impeccabili per forma e (assenza) di contenuti. Se, come scrive Giorgio Vasta in una recente intervista/inchiesta sulle scuole di scrittura in Italia, si andasse a imporre – come si riscontra in modo sempre più maggioritario – uno stile connotato da «trasparenza, intelligibilità immediata, assenza di nodi, di movimento spericolato, di crisi: se la scrittura venisse intesa come una questione di veglia, addirittura di lucidità, e non anche, tanto, di sonnambulismo –, allora questo per me corrisponderebbe a uno scadimento della didattica medesima». Chi pensa che la lucidità sia un valore assoluto nella scrittura allora dovrebbe fermarsi prima di varcare questa soglia: La mischia è la prova, come scrive Vasta, che scrivere è affacciarsi sul vuoto; abitare il linguaggio quando raggiunge il suo picco brancolando nel buio; è il caos delle traiettorie non prevedibili, che alterano ogni dettaglio compresso nella realtà in cui siamo immersi tutti i giorni trasformandolo in visione, aprendo spazi inattesi sia per chi legge che per chi scrive.
Gorane e Jokin sono due fratelli sonnambuli che si muovono in una Bilbao psichedelica e fosforescente, così come fantasmagorici sembrano tutti i personaggi che appaiono e scompaiono nello spartito polifonico di questo romanzo inedito e sorprendente per una scena italiana che sembra così avvitata su sé stessa, quasi incapace di immaginare scenari alternativi, registri innovativi e sperimentali, per raccontare il nostro tempo. Figli di una coppia di terroristi dell’ETA, la loro storia si intreccia con le vicende personali a cui vanno incontro perdendosi all’interno di un labirinto inestricabile, così come tutta la parabola della loro rincorsa verso una meta irraggiungibile, può essere letta come un tentativo di rispondere alla domanda: che cosa sia la libertà.

Il libro è diviso in tre parti. Nei primi tre capitoli della prima, assistiamo all’alternarsi dei punti di vista rispettivamente prima di Gorane, poi di Jokin e infine dei genitori di entrambi ad Arrautza. La seconda si compone di due movimenti che accelerano vertiginosamente l’andamento della storia innescando una serie di ipertesti e metanarrazioni spettacolari, dove il racconto del fratello scomparso Jokin, e la sua affannosa ricerca da parte della sorella Gorane, si moltiplica in un coro di voci – rese attraverso l’espediente dei verbali della polizia che hanno arrestato Jokin perché accusato di aver compiuto una serie di attentati –, ognuna con una sua particolare prospettiva in grado di trasmettere al lettore, oltre a una serie di innumerevoli indizi per ricostruire il profilo di Jokin, il carattere dei personaggi che compaiono e scompaiono come comparse nel palcoscenico della vita dei due fratelli.
Per tutto il libro – fatta eccezione per il secondo capitolo della prima parte – Jokin non parla mai, un po’ come avviene ne I detective selvaggi di Roberto Bolaño per Ulises Lima e Arturo Belano (i due poeti realvisceralisti, che partono alla ricerca di Cesarea Tinajero: poetessa autrice di una sola poesia, letta da nessuno, ma che segna profondamente l’anima dei due autori), ma è sempre raccontato dagli altri, da amanti, fidanzate, amici, lo psichiatra Jespersen (lo stesso che aveva in cura Gorane), e lo scrittore Dominique Laque: autore di un libro dal titolo Entangled, scritto nel tentativo fallimentare di venire a patti con i propri demoni interiori e provare a chiudere la ferita, che ancora sanguina, per un amore impossibile per la figlia Germana (amante di Jokin…). Gorane, venuta a conoscenza del manoscritto, segue le tracce come una poetessa selvaggia dei luoghi e dei personaggi citati, ma come in un labirinto senza fine, sembra non trovare mai l’uscita. Così, approdata a Parigi – una volta scoperto che il fratello tossicodipendente e batterista in un gruppo di drum ‘n’ bass ha lavorato in un museo locale –, si ricicla in svariati lavori: da donna delle pulizie, a spacciatrice (precisamente come tagliatrice di valigie, per nascondere nel fondo i mattoni di eroina da importare) nel tentativo disperato di ritrovarlo, un po’ come il tempo nel capolavoro proustiano.

 «È così difficile permettere a chi ami di farsi male concedergli l’opportunità di distruggersi odiarti morire». Se cresciuti ed educati in un contesto dove la famiglia non è più espressione dell’oppressione contro cui si battevano i critici della società del sessantotto, ma è libertà estrema, possibilità di fare quello che si vuole (senza orari, regole e senza autorità alcuna), allora la ribellione che si manifesta non è più emancipazione, ma sterile antagonismo contro il nulla. Ribellarsi significa qualcosa di molto più ampio, è la storia di un affrancamento da un sistema che deve essere compreso, in prima istanza, per essere combattuto, e questo fa della libertà come concetto la paradossale ricerca di un autodisciplinamento: lo stesso a cui va incontro Gorane che, come l’acqua prima e il fuoco poi, fluisce lungo il fiume metafisico della esistenza, sperimentando, sporcandosi le mani, e poi appiccando il fuoco alla casa: la sua può essere letta come una autentica ribellione. Ma ciò non significa abdicare all’imprevedibile, alle deviazioni dai percorsi prestabiliti. In una panoramica più ampia significa conferire ancora più valore alle deviazioni: «La vita, nelle sue storture porta con sé doni meravigliosi, anche quando sembra che ti stia punendo, e ti si para davanti con sentieri ripidi che avevi spacciato per discese, proprio mentre stai per stramazzare ti ricorda in qualche modo che nella strada sbagliata che hai intrapreso c’è un regalo, un regalo che potevi trovare solo lì e che nessuna buona strada avrebbe mai potuto offrirti».
La mischia è mescolanza di ricordi e fantasie rievocate nella corrente di avvenimenti che, impetuosamente, si rovesciano sulla pagina proiettando il lettore in una affannosa ricerca che lascia senza fiato – come una sorta di noir metafisico, dove si aspetta di scoprire l’assassino, ma con gli occhi della mente rivolti verso mondi altri: composti da geometrie complesse e uova astratte, disegnate da Gorane nella sua attività creatrice di pittrice –.
La terza, e ultima, parte prova a tirare le fila di questa folle corsa verso la rivelazione finale: la sintesi (impossibile) di una estenuante ricerca verso il ricongiungimento con la propria metà, quella di Jokin: riflesso speculare di Gorane, così come allo stesso modo tutti i personaggi sembrano riflettersi prismaticamente l’uno sugli altri, alterando la percezione di spazio e tempo, scardinando le coordinate rassicuranti di una narrazione lineare e conclusa, così come i colori di frattali invisibili sembrano moltiplicarsi negli occhi durante un’ esperienza psichedelica, conferendo l’illusione di aver intrapreso un viaggio senza fine.
Ricordare equivale a utilizzare la forza della fantasia, e scrivere non significa esporre la propria visione del mondo, ma somiglia di più a un gettarsi nell’ignoto, ad andare incontro verso qualcosa che non si conoscere, alimentando il mistero stesso di ogni attività creativa. Scrivere è più una forma di ascolto, e di ricezione, piuttosto che di affermazione del pensiero che ci sostiene, così come nelle parole dello psichiatra Jaspersen, la cura corrisponde al prendersi carico del dolore degli altri: «Questo è forse il ruolo di chi cura: condividere una parte della pena. Assumersi il dolore altrui, diluirlo e farlo sparire da qualche parte nell’universo. Essere parte dell’universo che sparisce».   

A cura di Omar Suboh

Le ‘Memorie fluviali’ di Isabella Bignozzi (a cura di Annamaria Ferramosca)

Max Ernst, Occhio del silenzio

 

In questo nuovo libro di Isabella BignozziMemorie fluviali (MC Edizioni 2022, collana Gli insetti a cura di Pasquale Di Palmo), il porre il significativo brano di Paul Celan in apertura e il ribadirne un memorabile altro verso in capo alla prima poesia, è già un incisivo segnale lanciato verso chi legge: questa scrittura è parola «senz’ombra», offerta come attenta cura del sentire limpido dell’autrice, dono-sostegno per attraversare l’inquietudine. E quel che subito accade leggendo queste pagine è infatti lo svelarsi di un’acuta sensibilità che, dopo il libro d’esordio di appena un anno fa, come un fiume in piena, decide di esondare da un letto di interiorità tormentata, e di farlo attraverso una scrittura che sembra liberarsi da tempeste passate e presenti, donandosi a chi legge con il sapore di una raggiunta pacificazione. Pensieripoesia densi di immagini rasserenanti dunque iniziano a sommergere il lettore, «un florilegio che grida/ l’incanto, e che rinvia d’ogni cosa/ la radiosa spina» sono versi che di certo non svelano le radici dell’inquietudine, appena costeggiata, ma sospingono in un territorio luminoso dove una voce si fa compagna nella nostra insaziata ricerca di senso.
E Isabella sa come far sedimentare, anche attraverso le nebbie visionarie, o le opacità irrisolte del vivere, quelle nostre eterne domande, semplicemente sostando, come faceva la grande Emily Dickinson, su minimi movimenti dalla natura, fremiti capaci di indicare: «agli occhi d’umano/ (con un ronzio – ape s’affaccenda tra le corolle)/ chiedere risposta:/ – chi siamo, come stiamo».
Il fondale da cui emerge il mobile mondo visionario di Isabella è spesso quello, arido, della nostra realtà robotizzata, dominata da un disumano meccanicismo e qui tratteggiata con un lessico scientifico (che la poetessa domina con grande efficacia e stile grazie alla sua formazione), ma che nel suo porgersi svolge un ruolo come di controparte, di vivo e fiero contrasto, nello svelamento di tutto «l’altro», che vi si oppone, e che è la dimensione salvifica e assoluta della Poesia. Così anche nelle scene di vita familiare della prima sezione di questo libro, dedicato al padre, la distanza emotiva dalla figura paterna è mirabilmente resa da versi inusuali, con termini estranei ma fortemente incisivi, che accentuano il fuoco della mancanza: «ma sono rimasta a guardare/ inebetita/ il nostro cristallo/ farsi anisotropo/ deformarsi/ la tua voce/ divenire/ massa mancante/ priva di trasmissione».
Trovo che questo uso lessicale di termini dalla scienza non è solo fortemente evocativo, ma assume una funzione nuova e fondamentale nella poesia di Bignozzi per il suo farsi indicatore di fenomeni irreversibili e destinati, come l’evoluzione dei viventi, il loro confluire nella eterna spirale ciclica, come si vede nel testo Cronache di evoluzione (p. 20), che dichiara il destino e tutto lo stupore di fronte alla geometrica armonia della natura.
Pure in questa poesia vedo uno slancio inaspettato, come un’ala protesa verso un’altra dimensione; Bignozzi sembra infatti prefigurare un territorio immaginario discreto e quasi familiare, una nuova nostra casa possibile, che invita ad abitare mantenendo una postura di attenzione e umiltà (come dalle luminose indicazioni dell’amata Cristina Campo), costantemente mettendosi in ascolto dei moti della natura e di quel «tintinnare di sistri» che richiama l’arcaica pacifica età dell’oro, densa di scene mitiche.
Numerosi sono infatti i riferimenti alla dimensione mitico-cosmica, che fa universale il passo di questa poesia: «la cella del dio, l’Ostro riarso, le perdute effemeridi…». E pure nel flusso del dire, nel suo ritmo a volte franto, quasi un singulto, si percepisce quel nostro male del vivere, con i tentativi di annullarne le ferite, e questa «grazia/ indifesa/ disarmata», che costituisce la cifra personalissima di questa intensa parola-poesia.
La silloge comprende tre sezioni che in realtà sono solo scansioni di un andamento poematico senza cesure, dove la seconda sezione, dal titolo Passo d’addio (dal verso di Cristina Campo che diede il nome alla sua prima raccolta di liriche), attraversa il tema dell’amore con immagini di delicatissimo eros che sembrano richiamare il Cantico biblico: «mio vulcano e boscaglia/ tu solo, nel treno d’occhi che precipita/ in questo mio smarrito mare» (p. 42). E alcuni testi pure hanno finali di soffusa malinconia esistenziale, come veri pas d’adieu che alludono all’indicibile mistero della vita.
La terza sezione, dedicata all’amore umano universale è quella dove con più forza incalza, in fasci di versi ipnotici, l’apertura a scene assolute, con catene di metafore e lampi verticali di bellezza, pure mescolati a parole più volte ripetute nel libro, semplici e dense come cura, dono, mani, buono, quiete.
Ma evidente è il bassocontinuo sotteso in ogni testo: la nostra fragilità, che: «guarda la lealtà ancestrale perduta/ che si addensa e riscalda attorno alle creature come/ pulviscolo cosmico» e la nostra ansia di ritrovare un cerchio perduto perché: «su tutto/ duole/ uno smarrito/ antichissimo cercarsi».
Questo libro, che si chiude con un memorabile brano di poesia in prosa, è dunque libro esemplare e necessario oggi, per le luci che proietta sulla nostra deriva, per l’indicazione di cura incessante a ricostruire umanità.

A cura di Annamaria Ferramosca


Isabella Bignozzi è medico, autore di articoli scientifici di rilevanza internazionale.
Ha pubblicato racconti, prose e contributi critici su varie riviste letterarie. Alcune sue liriche e prose artistiche sono apparse su «Inverso – Giornale di poesia», «Poesia del nostro tempo», «Versante ripido», «Atelier poesia», «rivista ClanDestino», «larosainpiu», «La foce e la sorgente», «Formicaleone», «Le parole di Fedro».
La sua prima silloge Le stelle sopra Rabbah, è uscita per Transeuropa nel maggio 2021. Una sua prosa inedita è stata finalista alla 35^ edizione del Premio Lorenzo Montano. Con il romanzo storico a memoriale Il segreto di Ippocrate, edito da La Lepre edizioni, è stata finalista al premio Como 2020. La sua seconda silloge, Memorie fluviali, è nella collana Gli insetti di MC edizioni, curata da Pasquale di Palmo.
Cura la rubrica La parola dell’attuale, su «Poesia del nostro tempo», e dirige la rivista on line «L’Astero rosso – luogo di attenzione e poesia».

Raúl Zurita, INRI : La salvezza del Cile attraverso la poesia (A cura di Annachiara Atzei)

INRI, secondo i Vangeli, è l’epigrafe posta sulla croce di Gesù. In quell’acronimo c’è il motivo della condanna, ma soprattutto, la presa d’atto di una morte violenta e il riconoscimento di un uomo che perde la vita. Raúl Zurita intitola così la sua antologia poetica, utilizzando un simbolo dalla forza dirompente che è sia mistero che rivelazione. Tutto il libro si regge su una ferita originaria ed è come se da questo squarcio mai ricucito nascesse un amore nuovo e più forte che riguarda tutti, non ultimo, il lettore.
Quando, nel settembre del 1973, il governo democratico di Salvador Allende cadde sotto il colpo di Stato del generale Augusto Pinochet, Zurita era un giovane studente di ventitré anni, artista, militante e già padre. Insieme a molti di coloro che sarebbero stati destinati a scomparire senza lasciar traccia di sé poiché considerati oppositori del regime, venne d’improvviso prelevato dalle forze golpiste, rinchiuso e torturato. Questa dolorosa vicenda personale – e più ancora collettiva – di perdita della dignità umana per mano di un potere politico autoimposto che privò del nome e del volto migliaia di cileni, ha influenzato la sua produzione letteraria esplodendo in una raccolta immaginifica e ricca di pathos.
Qui troviamo morte e visione, amore e trasfigurazione, vita e sogno così come in tanta letteratura sudamericana a partire da Borges fino a Cortàzar e Bolaño: laddove il mondo appare circoscritto in un perimetro troppo ristretto e soffocante, la scrittura diventa un moltiplicatore del reale, talvolta rassicurante, altre volte ancor più terribile. I componimenti di Zurita si sviluppano in una doppia dimensione, quella degli elementi naturali del paesaggio e quella della memoria. La cordigliera, il mare e il deserto non sono solo uno sfondo, ma sono gli stessi desaparecidos e chi li ha perduti, il legame affettivo interrotto senza preavviso e poi ritrovato. Sono il Cile che cerca redenzione.
Il drammatico evento dei voli della morte viene rievocato per essere riscritto in una nuova forma: “Sorprendenti pasture piovono dal cielo. Sorprendenti pasture sul/ mare. Sotto l’oceano, sopra le insolite nubi di un giorno chiaro./ Sorprendenti pasture piovono sul mare. C’è stato un amore che/ piove, c’è stato un giorno chiaro che ora piove sul mare”: i corpi che cadono sono cibo per i pesci e i pesci sono tombe. Anche i fiocchi di neve rosa sulle montagne si fanno corpo scagliato così come l’immagine straniante di una nave nel deserto di Atacama rappresenta un carico di morti che fa gridare le pietre. Dapprima, viene descritto un movimento discendente, poi il paesaggio rifiorisce e tutto sembra innalzarsi verso il cielo. Il cielo stesso si solleva: “Nel cielo fluttuano i frangenti./ Tutti i corpi scagliati sopra le cordigliere, fiumi e mari del/ Cile fluttuano nel vento. Sono stati restituiti al cielo e fluttuano./ Onde resuscitate che
tornano”. Dalle orbite vuote degli occhi sbocciano gerani, campi di girasole, magnolie e ortensie azzurre e la natura sembra tornare alla vita.

R. Zurita

Il poeta recupera un passato amaro per dargli finalmente un’identità: Bruno, Viviana e lo stesso Zurita sono solo alcuni dei nomi che diventano lo strumento per richiamare all’appello chi manca: “Per sempre?/ Si ricorda allora tutta una nevicata di nomi,/ Paulina, Mireya, Isabel: avete visto Susana?/ Avete visto Bruno?”. Infine, all’apice di quell’ascesa, l’amore occupa tutto lo spazio: “E ti amerò di nuovo e ti dirò vieni. E tu mi amerai di nuovo e mi/ dirai vieni. E aprendosi il cielo ci dirà vieni come le lave rosse che/ coprono i monti le nostre carni copriranno di nuovo le ossa innevate/ di tutte le Ande e ti amerò di nuovo e sarà vieni”.
La ripetizione di immagini, parole e versi fa risuonare l’intero testo come un canone a più voci che si sovrappongono una dopo l’altra nell’unica melodia cantata dalla natura e dai corpi, dal paesaggio e dagli uomini, da un intero paese che è allo stesso tempo sepolcro e resurrezione.
Nell’epilogo, al centro del vortice emotivo nel quale chi legge non può che sentirsi risucchiato, l’autore si immerge esplicitamente nella dimensione onirica, quasi come tentasse un estremo riparo: “Un sogno magari sognò che c’erano dei fiori, che c’erano dei/ frangenti, che c’era un oceano che li sollevava in salvo dalle loro tombe nei/ paesaggi”. Poi, il definitivo disinganno che non toglie intensità, anzi porta all’estremo l’operazione letteraria di riscatto del poeta: “Sono già stati detti i fiori inesistenti. / È già stato detto il mattino inesistente”.
Roberto Bolaño che, come Zurita, visse sulla propria pelle il dramma di vedere il suo paese oltraggiato, scrive ne I cani romantici: “La maggior virtù della mia/traditrice specie/ È il coraggio, forse l’unica virtù reale, tangibile fino alle/ lacrime/ E gli addii”. Il coraggio, come quello di Raúl Zurita, di trovare l’amore nell’orrore, di salvare, con la poesia, la Storia dall’oblio.

Cinque poesie da INRI (Edicola Ediciones, 2021)

Sorprendenti pasture piovono dal cielo. Sorprendenti pasture sul
mare. Sotto l’oceano, sopra le insolite nubi di un giorno chiaro.
Sorprendenti pasture piovono sul mare. C’è stato un amore che
piove, c’è stato un giorno chiaro che ora piove sul mare.

Sono ombre, pasture di carne per pesci. Piove un giorno chiaro,
un amore che non si è potuto dire. L’amore, ah sì l’amore dal
cielo piovono pasture paurose sull’ombra dei pesci del mare.

Cadono giorni chiari. Strane pasture incollate a giorni chiari,
ad amori che non hanno potuto dirgli.

Il mare, si dice il mare. Si dice di pasture di carne che piovono e
di giorni chiari incollati a queste, si dice di amori incompiuti,
di giorni chiari e incompiuti che piovono pe i pesci del mare.

*
Ti palpo, ti tocco, e i polpastrelli delle mie dita, abituati sempre a
seguire i tuoi, nell’oscurità sentono che scendiamo. Hanno tagliato
tutti i ponti e le cordigliere affondano, il Pacifico affonda, e i loro
resti cadono dinanzi a noi come cadono i resti del nostro cuore.
Davanti alla morte qualcuno ci ha parlato della resurrezione.
Vuol dire allora che vedranno ancora i tuoi occhi svuotati? che
i miei polpastrelli palperanno ancora i tuoi? Nell’oscurità
le mie dita toccano le tue dita e scendono come sono discesi
ora le cime, il mare, come discende ora il nostro amore
morto, i nostri sguardi morti, come queste parole morte. Come
un campo di margherite che si piegano ti palpo, ti tocco, e
nell’oscurità le mie mani cercano la pelle di neve con cui
magari rivivremo. Ma no, discese dalle cime delle Ande
rimangono solo le tracce di queste parole, di queste pagine
morte, di un campo lungo e morto di fiori dove, con noi sotto
abbracciati ancora, affondano come sudari bianchi le cordigliere.

*

Un volto è il tuo volto un deserto fiorito. I fiori recisi si amano.

Un volto che si ama è un fiore nel deserto come il deserto è
una notte per i fiori. Gli hanno svuotato le orbite, lo sapevi?
gli hanno reciso gli occhi, I fiori recisi gemono e i nostri volti
morti fioriscono nel deserto perché un volto è un volto nella
brevità delle cose così come i fiori sono un deserto nella
brevità della morte. Quando sono i fiori della notte ed è la notte
l’amore accecato che ci ama.

Un deserto è allora un deserto un sogno fiorito e il tuo volto
cieco e morto sale coprendosi di roseti perché i fiori ci amano
e sono notti i fiori del nostro amore cieco che si issa sui cieli
recisi.

E ci amano i fiori, sì Zurita ci amano, e recisi crescono dai tuoi
occhi ciechi per dirci l’amore che mai le nostre patrie ci hanno
detto, quando dalla tua notte svuotata è cresciuto il cielo e tutto il
cielo è stato il tuo volto pieno di fiori che saliva.

Perché i fiori ci amano. Perché ci amano i fiori recisi. Perché i
fiori morti, Zurita, ci amano.

*

Nel cielo fluttuano i frangenti. L’oceano Pacifico, le spiagge.
Da sotto somigliano a venti, ma sono i frangenti del mare a
fluttuare sul cielo. Viviana ascolta ascendere sterminati
oceani e sale anche lei. Anche suo figlio sale con le nevicate
rosa delle cordigliere. Il sangue neve rosa delle cordigliere e le
onde color sangue dei mari restituiti fluttuano sospesi sopra il
cielo. Fluttuano anche i nevai, il mare, i monti.

Tutti i corpi scagliati sopra le cordigliere, fiumi e mari del
Cile che fluttuano nel vento. Sono stati restituiti al cielo e fluttuano.

Onde resuscitate che tornano, marosi che tornano e nuotano
distendendosi sul vento. Monti e monti salgono fluttuando,
cordigliere e cordigliere di corpi ritornano distese come
lave color sangue di tutti i vulcani, di tutte le cime e i nevai.
Nel cielo fluttuano frangenti della resurrezione e sono il mare.

Un mare. Dicono un nuovo mare. Oh sì dicono un nuovo cielo.

*

E ti amerò di nuovo. E dalle nostre pupille morte si apriranno i
cieli e mentre si aprono i cieli ci mostreranno da sotto le
cordigliere e vedrai un paese di vulcani ascendere come un
mare fino ai crateri dei tuoi occhi. E mi guarderai, e mi
guarderai di nuovo, e guardandomi i tuoi occhi vedranno la
lava dei vulcani e salendo i vulcani ti toccheranno le pupille e i
crateri delle mie pupille toccheranno di nuovo le tue. E le carni
che siamo stati ci copriranno di nuovo come la lava viva copre i
monti perché si è dischiuso un cammino nella solitudini ed è
stato vieni.

E ti amerò di nuovo.

E ti amerò di nuovo e ti dirò vieni. E tu mi amerai di nuovo e mi
dirai vieni. E aprendosi il cielo ci dirà vieni come le lave rosse che
coprono i monti le nostre carni copriranno di nuovo le ossa innevate
di tutte le Ande e ti amerò di nuovo e sarà vieni.


A cura di Annachiara Atzei

Ribut: dialoghi, visioni e paradossi poetici

Sarebbe piaciuto ai grandi innovatori delle avanguardie questo libro scritto a più mani, miscellanea di poesie, immagini, musica, QR Code e messaggi profondamente sociali: si tratta di Ribut (Guida Editori), da un’idea di Marcello Affuso, fotografo e creativo a tutto oggi residente a Napoli. Insieme a Marcello, ad arricchire il progetto, giovani esordienti di talento: Maria Laura Amendola, Lucia Maritato, Manuel Torre, con le illustrazioni di Federica Dias e le ispirazioni musicali di Achille Campanile.
La domanda alla base è: si può riscrivere un classico? È ovvio che ogni grande autore (e dunque ogni grande opera) è legato a doppio filo alla propria epoca, a un certo modello di società, ma questa, lo sappiamo bene, muta velocemente. Rispondere non è semplice, ma il linguaggio possiede grande potere ed elasticità concettuale.
Ciò che importa in ‘Ribut’ è con-testualizzare un testo del passato per renderlo più attuale, più fruibile e più ancorato al presente. Partendo da un linguaggio inclusivo: «Abbiamo provato a ricomporre alcune poesie classiche – racconta Marcello – Infondendo attualità e concretezza a quei testi, per renderli davvero immortali, o per lo meno legati alla società di oggi, che è complessa e in continuo mutamento, e per far sì che anche i più giovani possano apprezzarli al di là di una fruizione passiva, come accade a scuola».
Un progetto letterario di grande respiro, con importanti messaggi sociali, culturali e politici al suo interno, la cui fruizione è variegata: immagini, parole, citazioni, suoni che da storia letteraria diventano la storia potenzialmente viva e pulsante di ognuno di noi.

Di seguito una piccola anteprima:

Estinzione
(Versi quasi ecologici, Giorgio Caproni, 1991)

Uccisi il mare
La libellula
Il vento
Soffocati i canti
Tacciono il lama
Il falcone
Il pino
Era fatto anche di questo
L’uomo
Che per vile profitto
Per nomea di titolo
Fulminava pesci
Raschiava fiumi
Sterminava distese
Morta l’acqua
Finita l’erba
Non c’è amore
Solo un parcheggio
Vuoto di respiro
Accantonata la foresta
È madida l’aria del ricordo
Di quel paese guasto
Senza voce né speranza di bambino
Nessuno si rincorre
S’affanna
Piange o ride
Umanità estinta
E cosa resta?
Fiori gracili
Si fanno strada
Lentamente
Spazzati però via
Dalla cecità di un vento radioattivo
E cosa resta?
L’ultimo canto di una balena
In un oceano orfano
Di pesci
Di corallo
Di vita in essere
Di essere in vita

§

11 ottobre
(X agosto, Giovanni Pascoli, 1896)

Anche un uomo
Voleva tornare al suo nido
Cadde senza premura di telaio
Soccorso
Rassicurazione
Tra cemento e spini
(Rumore sordo
Rosso liquido)
Lo sguardo attonito
Un ultimo accenno di pensiero
A chi invano per cena lo attende
Alle rughe del padre
Ai baci di moglie
Alla tenerezza di un figlio
E il suo digrigno inorridito
Fissa ora
Immobile
Un cielo
(impalcatura indifferente di stelle)
Lontano

Anche un uomo
Voleva tornare al suo nido
Lo uccisero
E nessuno disse: perdono

§

Assenza
(Amo in te, Nazim Hikmet, 1964)

In te amo
Ogni pulviscolo d’essere che sussurra
(Ammainaggio di mani)
L’avventura nei gesti
La continua scoperta
Gli opposti attratti
Le simiglianze

In te amo
La vicinanza del lontano
(Ipermetropia futurista)
L’impossibilità della resa
E la tenera dissoluzione
Di quando
Entrato nella piscina delle tue pupille
Mi sazio
(Leggerezza e piedi nudi)
Mordendo la tua carne

In te amo
La disperazione impossibile
Di averti avuto
E perso

In te amo
L’assenza presente

 


 

Isgrò il cancellatore, Isgrò il concettuale, Isgrò il poeta (di Giulia Bocchio)

Isgrò il cancellatore, Isgrò il concettuale, Isgrò il poeta
A cura di Giulia Bocchio

L’origine della scrittura è il segno, la forma del pensiero che diviene linea, tratto, punto, sino a ramificarsi in lettera, lemma, frase e altre arzigogolate soluzioni in cui tutto si mescola, rinasce e sì, si cancella anche.
Ma cancellare non significa per forza ridurre o depauperare, non nell’arte di Emilio Isgrò almeno.
Cancellare è anche ridefinire, ri-finire disegnando un linguaggio nuovo, che parla per iscritto e per non detto, pur rimando fisso sulla pagina, pur servendosi della riga, dello spazio e della comune parola.
Tutto questo sarebbe piaciuto a Guillaume Apollinaire, artista che con lo sperimentalismo grafico del calligramma aveva sconvolto la metrica, nonché la poesia stessa, e l’aveva letteralmente tramutata in immagine. Nel 1918 i suoi Calligrammes influenzarono anche i poeti e gli artisti italiani, che non potevano certo ignorare il forte impatto delle Avanguardie Artistiche né le innovazioni del futurismo, che già nel manifesto di Marinetti aveva esplicitato la sua portata internazionale e il dovuto legame con “il mondo moderno”, il “mondo veloce”, questione di adattamento in fondo.
L’arte è il modo di raccontare il mondo, l’arte è la migliore versione del tempo: quella di Emilio Isgrò è da sempre un tipo di arte concettuale che trova nella scrittura e nella sua stessa cancellatura l’origine e la sintesi di un messaggio in cui il risultato estetico è riconoscibilissimo e illeggibile, ma qui la grammatica non c’entra, quel che conta è una rarefazione che dà respiro al messaggio espresso.
Pensare a Isgrò artista figurativo, significa portare naturalmente alla mente quei grandi pannelli che ricordano un gigantesco libro aperto, in cui intere frasi vengono cancellate, annerite. Eppure è proprio lì che la parola acquisisce grande visibilità, grande vigore, in un’estetica nuova, concettuale ma interattiva: ogni cancellatura è un messaggio.
Ciò che è visivo si trasforma naturalmente in visione: quelle prime cancellature su enciclopedie e libri di Isgrò, nel 1964, diedero vita al suo stesso modo di poetare: un poetare visivo, inestricabilmente legato alla parola, anche quella non necessaria, che anche se cancellata resta protagonista, diviene cornice, si trasforma in scelta e possibilità.
Queste sue personali riformulazioni di codici espressivi, che esistono da sempre, non perdono tuttavia quell’umanità e quella necessaria passione che fa della poesia il lampo del ricordo o il perenne tentativo di incastonare in una rima, in una pagina o in libro ciò che è caduco e fuggevole, ciò che è perituro: l’uomo stesso.
In questo senso la raccolta Quel che resta di Dio, che ingloba una serie di poesie scritte da Isgrò tra il 1981 e 2019 è una complessa e generosa testimonianza delle continue oscillazione del mondo e della vita che muta intorno a chi scrive, e chi scrive non si limita a leggere il continuo esodo dei sentimenti, della mode e dei gusti, chi scrive attraversa il ricordo e il linguaggio e se ne serve per concedersi sempre una nuova possibilità: la parola stessa, è in fondo, possibilità.
Possibilità di dichiarazione d’amore, di guerra, possibilità di perdono e di silenzio.
Ed ecco che Quel che resta di Dio è anche ciò che resta della carne, dell’amore, dell’America, del Mediterraneo e dell’arte stessa.
Sperando che tutto sia reale, sperando che ogni cancellatura diventi possibilità di tempo e spazio.
Nuova memoria, nuova dimensione.
Intanto

è a cent’anni che si scopre l’amore.
Non prima.
Prima si muore.[1]

 


1 Emilio Isgrò, Ciò che resta di Dio, Guanda Editore, Milano, 2019.

Il demone dell’analogia #51: Blu

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale by Dina Carruozzo Nazzaro con ritaglio di Johnny Palacios Hidalgo


Mio blu – dicevi –
mio blu.
Lo sono.
E anche più del cielo.
Ovunque tu sia
io ti circondo.

Da Erotica di Ghiannis Ritsos (traduzione di Nicola Crocetti)

§

Un lenzuolo blu è steso è lo stesso di quando ero bambino e qualche sera lo posso ancora usare, sdraiarmici sopra. Dà lo stesso piacere al tatto di allora. Spero non bruci un giorno o smetta di darmi piacere: ho contato le onde su di esso cucite in rilievo con le mie cosce, con le mie dita, ho perso il conto e le onde sono ora denti passati in rassegna con la lingua come collane di perle e gli occhi sono cascati dentro me, mentre il lenzuolo e il soffitto assieme cadevano assieme alla casa assieme a tutte le stelle che punteggiano il cielo e lo tengono fisso qui su. Ogni puntello è un ricordo, oh quando perdo un ricordo si stacca un brano di me, quando lascio il conto dei denti e un pezzo di trama si strappa. Sono pezzi che galleggiano in un mare d’aria la notte infuocata, momenti, meteore dalla coda di fuoco. Gli occhi non risalgono più.

Da Cedere e altre cose dette d’amore di Alessandro Ardigò

§

Come fate a sapere, quando pensate al blu – quando dite blu –, che state parlando dello stesso colore che pensano tutti.
Il blu è inafferrabile.
Blu, o azzurro, è il cielo, il mare, l’occhio di un dio, la coda di un diavolo, una nascita, un volto
cianotico, un uccellino, una battuta spinta, la canzone più triste, il giorno più splendente.
Il blu è astuto, sornione, sguscia nella stanza di sbieco, è subdolo e scaltro.
Questa storia parla del colore blu, e al pari del blu non vi è niente di vero.
Blu è la bellezza, non la verità. In inglese si dice true blue, ma è un giochetto, una rima: ora c’è, ora non più. È un colore profondamente ambiguo, il blu.
Anche il blu più intenso ha le sue sfumature.
Blu è gloria e potere, un’onda, una particella, una vibrazione, una risonanza, uno spirito, una
passione, un ricordo, una vanità, una metafora, un sogno.
Blu è una similitudine.
Blu, lei, è come una donna.

Da Sacré bleu di Christopher Moore

 

‘La memoria degli ultimi è la prima’: Termini per una resa, di Massimo Del Prete

David, particolare

Il libro che proponiamo oggi è la nuova raccolta poetica di Massimo Del Prete, Termini per una resa (Nino Aragno Editore) con la prefazione di Gabriel Del Sarto e la postfazione di Alessandra Corbetta. Di quest’ultima, proponiamo di seguito un estratto:
“Lo scrivere di Del Prete, nonostante la calibratura del verso e del suono e nonostante le ripetute invocazioni a un silenzio generativo, non è mai statico e nemmeno attutito; in altre parole Termini per una resa, come anche i nomi delle tre sezioni costitutive suggeriscono (Altre vigilie, Termini per una resa, Lasciando l’avamposto), sono tutt’altro che un’opera tesa al nichilismo o alla passività, poiché si pongono come invito a fare e ad agire. Soldati stremati dalle pene della lotta, della quale si fatica ad ammettere la consustanziale inutilità, che ancora alzano la testa, che ancora, nelle luci fioche di un cielo destinato a sopravvivergli, cercano una risposta o, almeno, il senso della domanda: sono combattenti che prendono forma di innamorati, di legami familiari; sono i noi di oggi rispetto a quelli che eravamo; sono gli estranei che contribuiscono a definire chi siamo o non siamo; sono le ombre che, tra sogno, sonno e veglia, si aggirano per tracciare confini, marcare territori. La poesia di Massimo Del Prete segue l’ago che la mano muove per tessere e cioè per tenere insieme ciò che sarebbe disgiunto; ha un movimento, quindi, di dentro/fuori, di su/giù, di pieno/vuoto. È una poesia inclusiva e volta all’apertura, poiché tenta di unire gli opposti, di ricomprendere le dicotomie, di sospendere qualsiasi forma di giudizio. E sebbene lucida sia un aggettivo adatto per descriverla, dal momento che ogni immagine proposta è sempre frutto di meticolosa elaborazione sia nella vita che nella resa stilistica, nessun testo che la compone lascia fuoriuscire gelo, perché in Del Prete c’è un’energia di amore e di slancio (…)” . 


Quattro poesie da ‘Termini per una resa’, di Massimo Del Prete

 

Gli alberi che ti infoltivano le ciglia
gli alberi che ti fanno corteccia
nelle iridi oscillanti a fine inverno
resistono stremati in intricate
sgorbiature di rami, congelate e infisse
nella calotta azzurra dei mattini
bisbigliano intonando questa brezza
di attendere il tuo tocco infine
verdeggiante, come di un cielo
che ha fuggito le sue nubi –
per questo aspetto
                                         aspetto dentro la tua sera
per capire se è qualcosa e non il nulla
un istante senza il suo futuro.

§

Ti chiamo per illudere
un dolore ed una fuga, per raccontarmi
che non sto scappando. I pixel
del mio volto ti raggiungono
in frazioni di secondo, la tua voce
sempre più tersa al passare degli anni.
                              “Che tempo fa nel tuo cuore?”
questo cuore che sai
ma che glissa che evade
perché non sa rispondere perché non c’è
qualcosa come colmare le distanze
c’è solo un tasto rosso da toccare
e il mondo vero che precede e segue
il gesto: questa stanza con un sole
senza senso, compagno della polvere
e dei sogni:
                          di cose inanimate.

§

La memoria degli ultimi è la prima
a scomparire: ultimi come noi
uomini stanchi che cedono
alla disgrazia del tempo.
Scrivere e tramandare non si equivalgono
più: pensiamo di potere ma non possiamo
fissare la catena del ricordo
che si inanella a ritroso gettandosi
in un vuoto in una nebbia.
Anche noi cadremo in questa sorte
basterà un nipote e suo figlio bambino
a cui nessuno dirà il nostro nome –
questo
                questo sarà sbiadire
                aver vissuto per un altro mondo.

§

I miei versi erano questo
o questo suggerivano
nel maggio che ho scritto a malapena
se la parola non rivolta la zolla
e il vomere si incastra nell’inverno –
eppure, i miei versi sono questi ancora
negli intermezzi di acquazzoni
alla finestra spalancata
come bocca urlante –
                                       di fronte
la vita che si ostina si tramanda
in povere inconsce resistenze:
il vecchio in tuta si difende
dalla breccia del sole
e due bambini saltano sul letto
come piccoli bioccoli di riso
come altri fiocchi
in questo vortice di polline
lui fecondandomi
                                          di nuovo oggi
la mente la mano la matita


Massimo Del Prete (Taranto, 1993) ha vissuto a Martina Franca, in Puglia, e attualmente abita e lavora a Milano. È laureato in Ingegneria chimica presso l’Università di Pisa e in Storia della
Lingua Italiana presso l’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato nel 2018 la sua prima raccolta poetica, Soglie (Ladolfi). È incluso nell’antologia Abitare la parola. Poeti nati negli anni
Novanta, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello (Ladolfi, 2019), e in Distanze obliterateGenerazioni di poesie sulla rete, a cura di AlmaPoesia (Puntoacapo, 2021). Alcuni suoi inediti sono comparsi su «Atelier». «Medium Poesia» e sulla ‘Bottega di Poesia’ de «La Repubblica», a cura di Vittorino Curci. Per il blog «Menti Sommerse» ha curato dal 2019 al 2021 la rubrica di approfondimento poetico ‘Camera Oscura’.

‘Ti salverò da qualsiasi inquisizione’: La croce versa, di Paolo Castronuovo

Max Ernst, L’antipapa

Le poesie che proponiamo oggi, appartengono alla raccolta La croce versa (Effigie, 2022), di Paolo Castronuovo.
Decidete voi in quale contesto immaginare e rielaborare le visioni che questi versi sembrano produrre attraverso la lettura.
Un quotidiano in pasto a infatuazioni tra il lirico e l’orrifico, che potrebbero dunque essere la stessa cosa, la stessa bolgia.


giornata sociale

la disorganizzazione è un cancro
la non organizzazione è il nulla
le sedie non posizionate per un pubblico
che non arriverà mai
l’assenza di luce lasciata marcire in un contatore
saltato zeppo di polvere su un pavimento
mai spazzato e poltrone con macchie di aborti
qualcosa di prezioso lasciato in pasto a porci
malgestito a suon di birra e pallone
e quando il sipario è pronto
l’asocialità del centro si fa notare
in ghetti privi di sapere
ma d’altronde che t’aspettavi se non il degrado
delle tue poesie
per fortuna ho accompagnato gabriella a casa
il mio tranquirit vivente sulle ballerine
sarà stato questo a far piovere
sulla macchina appena lavata
di solito la sua falcata è vertiginosa
tanto quanto i miei peli irti quando sorride
e le si stringono gli occhi
un saluto sotto casa prima di andare
e la mia mano è scivolata lungo il suo braccio
fino alle dita del portone
per poi tornare a un bar per una serata noiosa
e a casa a litigare con la mia miglior amica

§

stanza n°5

la mia bocca non voleva

che abbeverarsi a quella sorgente d’infatuazione
osare alla poppata pur sapendo di violare
un confine nullo diramato nel mio corpo

l’assaggio del tuo sapore
invogliava i bocconi
ti adirava ma non fuggivi

godevi nel vedermi godere
per poi sminuire la circostanza
come un gesto di amicizia

§

2. (il cimitero zincato)

Sembrano epitaffi gli slogan
affissi su lamiere
e quei sorrisi di antimonio
che invitano alla caricatura
una settimana enigmistica
lasciata all’imbianchino
per non sporcare il battiscopa.

§

preghiera nera

regalami le tenebre del tuo bosco
fiore dal polline nero

inquinato dal battesimo perché l’ateo è il vero puro
senza decaloghi da infrangere
bagnato solo della placenta di sua madre

non meritavo gli inferi alle porte
o le spinte col forcone
una nascita bastava

voglio togliermi il mantello acqueo
– di sacro preferisco il fuoco almeno arde
uccide le spore disinfetta

non certo aleister mi regalerà la felicità
con la sua disobbedienza a cefalù

ma tu donna scarlatta
sorridimi ancora – amami
in pozioni che mai berrò
sacrificherò il mio vuoto

non sarò sabbatico adepto
alla cena dei bottoni
dell’antitesi del bianco
né all’altare di cognac e coca mi prostrerò

/ non fa per me /

ma tu sei maga
nera – strega
pallida in viso

ti salverò da qualsiasi inquisizione
tramandata nel tempo
tra un affresco stilizzato e l’altro
mi battezzerò solo della tua bellezza

non avremmo crocifissi né esagrammi da adorare
calici e pissidi saranno vecchi inesplorati
ti sposerò all’abbazia di thélema
tra finestre di jimmy e ruderi d’edera

nel nome del tuo nome

amen

§

II.

la mia pelle necessitava di luce
mi sono raso
aprendo una finestra nel cielo
il bilama e lo specchio hanno lo stesso filo
di mattina
quando il sebo e i nodi diventano pasta
il viso chiede il gelo
dell’allume l’igiene
una scorza deve staccarsi
purificarmi il mese o la giornata


Paolo Castronuovo è poeta, scrittore, editor. Tra prosa, poesia e volumi d’artista ha pubblicato dieci libri. Ricordiamo la trilogia poetica composta da: labiali (Pietre Vive, 2016), L’Insonnia dei Corpi (Controluna, 2018) e La Croce Versa (Effigie, 2022); il romanzo La Falla Oscura (Castelvecchi, 2018). Ha scritto la poesia più breve mai esistita poi pubblicata in tiratura limitata come libricino d’artista. Presente in molte antologie poetiche, alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo, altri pubblicati in Polonia, Irlanda, Stati Uniti. Dirige la collana «Occhionudo» per la quale ha curato diversi volumi di poesia e testi sperimentali. Ha curato e tradotto H.P. Lovecraft nel volume Il Simbolo della Bestia (Joker, 2022).

La ricerca perpetua di Itaca: l’Ulisse di James Joyce (a cura di Omar Suboh)

16 giugno 1904. Tutto comincia e finisce qui – anzi, più o meno. Il Bloomsday. La data in cui si svolge l’Ulisse, la stessa in cui James Joyce si recò al suo primo appuntamento con Nora Barnacle, sua futura moglie. E quale migliore occasione per (ri)leggerla nella nuova, riveduta, traduzione di Enrico Terrinoni, pubblicata per Bompiani: l’unica, con il testo inglese originale a fronte (completo di varianti a stampa e manoscritte); compresa di quattro saggi tematici e un commento che si dispiega per oltre duecento pagine per provare a districarsi tra le allusioni, le sottotrame occulte di un testo magmatico e di difficile interpretazione come pochi, ma che costituisce ancora uno dei massimi picchi dell’arte romanzesca del Novecento.

Le persone e i luoghi sono minuziosamente gli stessi della Dublino e dell’Irlanda del suo tempo, ma svolgono una funzione ulteriore: sono le metafore di un mondo e di una cultura senza confini nazionali: per trascendere questa stretta identificazione tra patria e trama, Joyce impiega un metodo chiamato “mitico”, lo stesso che verrà elogiato da Thomas S. Eliot ne La terra desolata. Per esprimere cosa si intenda con metodo mitico, userò le stesse parole di Eliot: «nell’usare il mito, nel manipolare un continuo parallelismo fra il mondo contemporaneo e il mondo antico, Joyce» segue un metodo che, stando a Eliot, altri dovranno usare dopo di lui: «È semplicemente un modo di controllare, ordinare, dare forma e significato all’immenso panorama di futilità e anarchia che è la storia contemporanea […]. È, lo credo seriamente, un passo verso la possibile resa del mondo moderno in termini artistici […]. Invece del metodo narrativo, noi possiamo ora usare il metodo mitico». E di conseguenza, fedele a questo proposito, lo stesso Eliot nel suo poema ne farà largo uso, costruendo una intricata selva di rimandi, mitologici e teologici, stratificati tra di loro, mosso dalla volontà di dare forma alla dialettica caos-cosmo del mondo moderno.
Al realismo narrativo, si sostituiscono una serie di parallelismi costanti affiancati al poema omerico. L’Ulisse è «un poema eroicomico in prosa», pervaso da una intensa ironia, dissacrante, e dall’antieroismo per antonomasia che caratterizza l’esperienza quotidiana. La stessa bassezza viene rovesciata di continuo, come un gioco di rimandi nascosti, nella magniloquenza che connota l’atteggiamento dell’epica. Da un lato scorgiamo la Summa Theologica di San Tommaso D’Aquino, dall’altra, fornita direttamente da Joyce, la Summa Anthropologica: perché è di questo che tratta l’Ulisse, l’«epica del corpo umano», come una «odissea moderna».

Stephen Dedalus, protagonista assieme a Leopold Bloom, si muove come Ulisse errante per il mondo, senza patria, estraneo ed escluso dalle sovrastrutture che regolano la vita nella società contemporanea: la Chiesa e lo Stato. Dedalus è identificato con Telemaco, idealista e alla continua ricerca di valori spirituali: deliberatamente esule. Le sue aspirazioni artistiche, la sua volontà di emancipazione della Ragione dalla educazione impostagli dalla famiglia e dal mondo, lo porteranno al rifiuto della vita convenzionale, la stessa che paralizza e inchioda gli abitanti di Dublino. L’intera opera di Joyce è legata come a un filo che tiene in piedi la cattedrale narrativa che egli ha costruito nel tempo, come un work in progress perpetuo, confermato dalla natura stessa della sua ultima opera, pubblicata appena prima di morire: il Finnegans Wake. Gli stessi temi, che troviamo esplodere nell’Ulisse, sono già il nucleo narrativo che costituisce il movimento di Gente di Dublino e de Il ritratto dell’artista da giovane. Ma quello che si compie qui è una vera e propria opera di smascheramento delle sovrastrutture oppressive che imbrigliano l’individuo nel suo pieno dispiegamento, e quello che viene cercato di fare attraverso la scrittura è una progressiva rivelazione della complessità e dell’integrità della struttura autentica della figura umana.
Leopold Bloom, invece, viene identificato con Ulisse stesso. È un uomo medio, inefficiente, esule perché ebreo, ma al contrario di Stephen, alla ricerca di concretezza. L’altra grande protagonista è Molly Bloom, come Penelope o la ninfa Calipso (ma anche Nausicaa…), la stessa che Joyce sceglie per concludere il libro con il suo monologo-fiume e a cui fa dire la parola che, forse, è la vera chiave di volta per interpretare e comprendere il travagliato viaggio condotto nella Dublino di inizio Novecento: «Sì». Con questa parola, infatti, si conclude Ulisse, e quel , così deciso, rappresenta l’accettazione incondizionata, ma non passiva, della condizione umana nel mondo. Agli occhi di Joyce, Molly è espressione della fisicità assoluta e dell’essenza della natura femminile. I suoi personaggi si rincorrono tra di loro come Telemaco alla ricerca del padre: Ulisse. Stephen, invece, appare più come un Amleto.
L’altro, vero, grande tema dell’opera è la mutabilità di tutte le cose. Non solo degli elementi della natura – tutto si trasforma – ma della vita stessa, come i riferimenti alla metempsicosi disseminati tra i dialoghi, dimostrano. I motivi conduttori ricorrenti costituiscono la tecnica compositiva che Joyce, come un direttore d’orchestra, utilizza per mettere in scena le ossessioni, le idiosincrasie, dei suoi personaggi – come nel caso di Blazes Boylan, l’amante di Molly, il quale fa la sua apparizione, seguito da un suono tintinnante delle sonagliere del calessino o dagli anelli metallici del letto.

Joyce nel 1915

La struttura. I capitoli sono costituiti da 18 scene, così come 18 sono i capitoli del libro. L’opera è divisa in tre grandi movimenti: la prima è riconducibile alla «Telemachia», come le avventure di Telemaco – Stephen, e di conseguenza è dominata dalla figura del figlio; la seconda è l’«Odissea», dove Ulisse-Bloom è il vero protagonista, e in cui predomina la figura del padre; la terza è quella del «Nostos», ovvero il ritorno di Ulisse a Itaca. Quest’ultima ritrae il ricongiungimento di Ulisse e di Telemaco (Bloom e Stephen) con Molly-Penelope (moglie e madre): l’epica del corpo umano finisce per sostituire, nel suo movimento conclusivo, lo spirito della trinità di Cristo.
Le tappe obbligate del viaggio intrapreso rappresentano l’archetipo del percorso della vita umana stessa. Cosa fare, infatti, di fronte ai bivi? Ricalcando la struttura dell’Odissea omerica, tra Scilla e Cariddi, e le Rocce Simplegadi, Joyce decide di attraversare entrambe le strade: le Simplegadi, cozzando tra di loro, come due forze opposte che schiacciano il libero manifestarsi della personalità umana, sono identificate con la Chiesa e lo Stato: è necessario superarle.
La protagonista è Dublino, autentico microcosmo e metafora della Terra intera, e i suoi personaggi si muovono in essa come dentro a un labirinto. L’emblema della metamorfosi di tutte le cose è plasmato da Proteo, la natura proteiforme del linguaggio ne è testimone. Contro l’ineluttabilità delle modalità di spazio e tempo in cui siamo come costretti, si contrappone Proteo: ovvero, il volto mutevole del mondo esteriore che si cela dietro di esso. In natura, se tutto si perde e si ritrova, così ogni cosa è continuamente rinnovata e perennemente ricreata. Per sfuggire all’«incubo della Storia», è necessario sognare come Stephen. Sottrarsi dal tormento del tempo. Tutto questo è possibile attraverso il sogno dell’artista: la creazione e la contemplazione di una opera d’arte, conclusa in sé, oggettivamente perfetta. Tra le varie cose, questo è il reale messaggio di Ulisse.

Omar Suboh

Lorenzo Pataro: Amuleti (con una prefazione di Elio Pecora)

La  nuova raccolta poetica di Lorenzo Pataro, si intitola Amuleti (Ensemble). In occasione dell’uscita del libro proponiamo la prefazione, firmata dal poeta Elio Pecora e, a seguire, cinque poesie selezionate dalla redazione.

“Di una raccolta di componimenti in versi si può affermare che abbia raggiunto o toccato la poesia – che, nell’attuale moltitudine di versificatori, appare come un uccello assai raro – quando ci si trova dentro un’opera mossa da una sua necessità ed espressa con strumenti saldi e affinati. E gli strumenti non possono che essere quelli di una lingua posseduta e anzitutto sentita, e quelli di una visione di sé e del mondo che quel sé contiene e comprende.
Questo libro di Lorenzo Pataro possiede qualità e forze e umori. Il territorio, nel quale l’autore si cerca e si palesa, appartiene a un altrove che ingloba l’umano, ma non lo isola e restringe. Il titolo Amuleti fa pensare agli amuleti montaliani, a oggetti e soggetti che modulano i significanti ed estendono i significati. Nell’epigrafe di Gianni Celati – una delle tre che aprono il libro e sono indubbiamente mappe per un tragitto da compiere – si dice di parole che “chiamano qualcosa perché resti con noi”. Quel che resta qui di una fitta elencazione di luoghi, oggetti, animali, piante, stagioni è insieme vigilanza e stupore, attesa trepida e insopprimibile desiderio di essere e di restare. E se della negazione e del dubbio, in cui è stato immerso e sommerso il Novecento, persistono qui le ombre e gli appigli, se una irreparabile scontentezza sta dietro gli avvii e le soste di tanto chiamare ed evocare, mai s’accampa una definitiva rinuncia alla felicità, mai si cede a un’estrema invalicabile negazione.
Tutto – in questo continente di parole, di frasi, di cadenze – si avvolge in un ritmo denso e pacato. Il verso, che propende all’endecasillabo, ne esce per acclimatarsi in chiare e libere cadenze. Tutto si presenta come composto di un’uguale sostanza, eludendo ogni separatezza, trovando segrete ragioni in una confidenza e in una prossimità che sfociano in una cercata alleanza. “Gettati in un nome verso un nome” uomini, cose, elementi sfuggono a “l’inganno consueto” del reale anche solo nominandosi. E saremmo a un niente nuovamente acclarato se ogni immagine e percezione e sentimento non fossero espressi con una tenerezza che è pure nostalgia di un esistere senza confini e stretture.
Ma se tutto è parola, e qui Wittgenstein impera, e se ogni materia ha respiro, cammino, sogno, pure in questo sogno e con le parole accolte e convocate noi seguitiamo a chiamare
la vita e ad abitarla, e di ogni parola facciamo un talismano che apre porte, disegna mappe, appronta percorsi.
Può l’umano sfuggire al tedio, alla disperazione, anche al la paura e alla fallibilità dell’attesa, cercandosi fino a dimenticarsi, nella molteplicità? Lorenzo Pataro s’inventa un inizio quando scrive e intona: «In principio fu la condanna beata / dell’insonnia a tenerci vigili all’arrivo / della felicità, fu un ago nel cuscino / la scoperta che non eravamo noi / i dormienti scelti.» Ne viene un’ulteriore domanda: «Può la poesia contare su reami di parole per uscire dal labirinto convulso di quel che chiamiamo realtà?» E non è forse quel che da millenni si pone come dono e fatica la poesia?

A cura di Elio Pecora


Cinque poesie tratte da Amuleti, di Lorenzo Pataro

Mi innesti alla tua pianta, mi aggrappo
alla tua gemma che è ferita, raccolgo
il tuo respiro dalla crepa, lo scavo come fosse
una miniera, lo tengo come fuoco
tra le mani consegnato dalle braci,
lo tengo per quando arriva il gelo,
al riparo dalla febbre sulle tempie,
da quel freddo-animale che fa scarni,
fa muta la parola e ci leviga le ossa.
Raccolgo il tuo respiro come un frutto,
lo semino all’interno, benedico la tua fame
e la porto come un dono che ha il vizio di brillare.

§

Nell’attesa di un chiarore
ci passiamo il talismano come un fuoco
da bruciare lento sulle dita, l’amuleto
di carta velina da mordere coi denti –
tu accendi un’altra fiamma nel calice
verde sulla tavola, leggi i tuoi tarocchi
e sui fiori illustrati segni al contrario i vaticini
mentre fuori un altro anno
rovescia i nostri nomi e l’alfabeto.

§

Visione nitida, d’insieme. Visione
frontale. Lo sciamano attorno al fuoco.
Il tuo anello che pulsava, attirava
la pelle verso il rogo. Un canto
gregoriano. Le linee della mano
tutte unite. Le orme sulla rena,
qualcosa che volava sulla testa,
il tamburo con la pelle delle bestie,
i fossili e il richiamo, la stagione
della caccia, la danza del tuo nome
attorno al mio.

§

Cercavo il medaglione. Il quarzo
nella sabbia per i giorni che verranno,
come a dire “che non piova mai sul tuo nitore
di bambino, nell’ambra tua preziosa”,
per ogni male che cresce, un altro, sepolto,
si assottiglia, tra tutte le vite potenziali
proprio questa, ora, in quest’ardore
di ametista, mentre fuori avvampa
ogni vigilia e resta solo il desiderio
di chi ha visto la luce e la rivuole.

§

A un tratto di punto in bianco
respira. Il volo si schianta
sulla pelle depositata
dietro il divano,
si contorce all’indietro
cercando la squama
l’ala d’oro sottratta alla fatalità,
il guscio dopo l’eruzione
si chiude a gomitolo,
copre la cellula malata
con un balsamo amaro:
è la vendetta della bestia
muta senza lingua.

‘A morsi senza masticare’: Volontà nobili, di Imperatrice Bruno

Gustave Moreau, Salomé dansant devant Hérode

La raccolta che proponiamo oggi si intitola Volontà nobili (Nulla Die, 2022), di Imperatrice Bruno.
C’è il senso del carnale, nei suoi testi, una carnalità che trascende il semplice senso del tatto come a voler scarnificare l’oggetto del desiderio, per stremarlo e poi rianimarlo ancora.
Davide Rondoni, che del libro ha curato la prefazione, scrive:

“L’Amato non comprende la lingua della poetessa. Lo scopriamo alla fine, in un verso dove appare finalmente qualcosa della fisionomia reale di questo “tu” su cui, ossessiva e musicale, feroce e piena di incanti, si riversa la dolcezza amara del canto d’amore perduto. Perché sboccia ancora una rosa se un amore finisce? si chiede la poetessa dai molti capelli, come dice, e dalle molte metafore.
La sua poesia batte dove il dente duole, e potrebbe apparire come l’ennesimo canzoniere di amore e abbandono, tema che caratterizza la nostra epoca come uno strano mantra. Tema perenne, certo, di amanti abbandonati sono piene le navi della poesia, da Saffo a Didone ai giorni nostri. Eppure, in questa predilezione per il tema dell’abbandono leggo qualcosa di più profondo che riguarda l’epoca che viviamo. Pasolini già negli anni ’70 rilevava che un bambino che veniva al mondo era meno “benedetto” di un tempo. Vale a dire che la nascita appare – e oggi ancor più – non l’inizio di un’avventura, bensì una specie di abbandono, di inizio di deriva. Un grande abbandono, a cui gli abbandoni particolari ridanno fuoco rinnovato di pena, ustione nuova. Ma non si tratta solo di questo.
Alla poetessa che mi mandava i testi ho ripetuto più volte “dammi il mondo, non solo i tuoi sentimenti o la loro meravigliosa convulsa cronaca”. Dammi la rosa che fiorisce ugualmente nel giardino. Sono diversi i momenti in cui il mondo entra nel diario dolce e inferocito: le fontane del paese, un confessionale, una catenina… E quella rosa. Nella continua passione di compiere il ritratto di un amore (e un autoritratto di sé stessa amata e amante) la poetessa, anche volendo, non può dare solo la forma di quel tu al mondo intero. Appare, fiorisce ugualmente, si accampa il mondo nel mezzo della guerra amorosa, e nella apparente sconfitta per dirle: “ora guarda, molto è passione, ma non tutto”.
E la forza impetuosa, imperiosa – nomen omen, anzi woman –, l’energia tellurica della ragazza innamorata, piena di sorprese e di ferite, ora, forse, tolto il velo di fuoco e oro e fantasmi, può animare uno sguardo aperto, più libero e forte. Era necessario questo crogiuolo ardente? Sì, era necessario. Lo ha voluto condividere.
La sfrontatezza dei poeti non ha fine, e di certo non è vanagloria, semmai pena, magone, sete. Per fortuna.
E per fortuna la rosa, anche lei così sfrontata, ancora fiorisce e mormora: guardami”.


Cinque poesie tratte da Volontà nobili, di Imperatrice Bruno

*
La pelle canta il disagio
dei corpi scossi al pavimento
in una danza per spegnere il dolore:
pace
è l’unica parola
che non sa articolare.
Sento il rumore delle mie ossa.
Io
sono tra i sensibili.

*
A morsi
senza masticare
ti mangerei come lupa incinta
e tempestata di rabbia.
Quanto ti voglio, quanto ti bramo,
interamente!
Ti reclama anche l’anima del sole.
Brucio per te
nuda e arricciata nel mio respiro,
il tuo unico movimento è il riso.
Del mondo
tutto il silenzio ti appartiene.

*
Quando ti bacio è mezzogiorno.
Anche di sera è mezzogiorno.
Ogni schiocco accende una stella
e presto si infiamma anche il sole.
Cola il cielo dalla tua fronte,
con tutta la luce, con tutte le stelle:
riempie
l’ultimo verso d’amore.

*
Ora cresce nel mio stomaco
un’amara delusione,
mi è figlia a grembo vuoto –
anche lei si nutre di forze distillate
anche lei spesso
da dentro scalcia.
Una catenella ex voto
è la ricchezza che di te mi resta,
mi hai lasciato sola e giovane
a tirare su un dolore.

*
Ho la febbre.
Ho la febbre da quando mi hai sognato.
Il mio corpo lo sa
e si agita, si perde, mi combatte,
vorrebbe alzarsi
entrare nel tuo letto.
In me tutto ciò che vive
è caldo e si spinge
fuori dalle vene,
tira
come un cane al guinzaglio.
Non basto più alla mia violenza
e ogni pezza bagnata in fronte
si asciuga prima ch’io
possa sfebbrare.



Imperatrice Bruno è nata ad Ariano Irpino (AV) nel 2001.
Dopo il suo debutto con Costellazioni di emozioni (2018, Aletti editore), pubblica nel 2021 la raccolta poetica Caratteri Interi (Nulla Die). Le sue liriche sono state premiate, tradotte in diverse lingue e riportate su testate giornalistiche internazionali. 

“Può darsi poesia senza narcisismo? Verosimilmente no”: intervista a Luciano Cecchinel (a cura di Giuseppina Borghese)

Il poeta Luciano Cecchinel

Immaginare la narrazione del mondo attraverso uno sguardo non umano rappresenta forse uno dei temi più stringenti del nostro tempo. Del resto, tutto ciò che si scosta dalla prospettiva antropocentrica rimane, ancora oggi, un campo sconosciuto al quale ci avviciniamo con una curiosità spesso colpevole di desiderio di addomesticamento delle “specie” diverse da noi.
Nel panorama degli autori che si pongono in un dialogo da pari a pari con il mondo circostante l’umano, nel respiro sincronico col mondo vegetale, nelle storie di territori e uomini e donne c’è sicuramente la voce di Luciano Cecchinel, autore trevigiano, considerato tra i maggiori esponenti della poesia italiana contemporanea.
Tra le sue produzioni la raccolta di poesie Al tràgol jért, in dialetto veneto, a cui hanno fatto seguito Senc (1990), Testamenti (1997), Lungo la traccia (2005), Le voci di Bardiaga (2008), Sanjut de stran (2011), In silenzioso affiorare (2015) e Da un tempo di profumi e gelo (2016).
Abbiamo incontrato Luciano Cecchinel alla vigilia del festival “Inesauribili Bisbigli”, una rassegna di musica d’autore e poesia organizzata dall’associazione culturale Artattiva, che si svolge proprio in questi giorni: dal 9 al 12 giugno nella Casa delle Fate di Goffredo Parise, a Salgareda.


Sabato 11 giugno sarà presente alla prima edizione del Festival Inesauribili Bisbigli, con uno spettacolo che prende il nome dalla sua opera Da sponda a sponda e che le vedrà affiancato il gruppo musicale “Le ombre di rosso”. Di cosa si tratta?

Si tratta di un’iniziativa che ha preso le mosse da Paolo Steffan, che stava compilando la tesi specialistica sui miei esiti di scrittura, e che, sua sponte, ”passò” cinque testi di quella raccolta a Fabio Fantuzzi, suo ex-compagno di liceo, il quale li musicò e li fece eseguire in pubblico al complesso che capitanava, appunto “Le ombre di rosso”. I riscontri furono positivi, per cui lo stesso Fantuzzi proseguì l’operazione con un altro lotto di testi, pervenendo alla pubblicazione complessiva in un bellissimo CD, che reca il nome della mia seconda raccolta italoamericana, appunto Da sponda a sponda.

Il festival si terrà nella Casa delle Fate di Salgareda, lì dove Goffredo Parise trascorse gli ultimi anni della sua vita. Una casetta rosa, sul greto del Piave. Qual è il suo rapporto con quel luogo?

Ci sono stato più volte, come spettatore di vari e sempre pregevoli eventi – ricordo al proposito la serata su Dino Campana che vide anche una performance di Roberto Vecchioni – e alcune anche come protagonista in relazione alla presentazione di qualche mio libro. Devo dire che ogni volta il pervenire a quel luogo mi dà, consentaneamente alla presenza in spirito del grande autore dei Sillabari, un senso di sospensione che ha dell’onirico, per cui la denominazione “Casa delle fate” per quel che mi riguarda assume piena cittadinanza… se poi penso che, fra tanti inconvenienti per chi la gestisce, periodicamente come per un arcano sortilegio viene sommersa dalla acque del fiume e ne riemerge… E ora essa mi attiva il mesto ricordo della grande persona di Enzo Lorenzon e di altri amici comuni mancati: Giampietro Botteon, Lucio Toniello, Irma Schweiger.

Andrea Zanzotto la definì “garante e creatore di lingua”. La lingua che caratterizza le sue opere ha una trama complessa che va dal Veneto di Revine Lago fino ai suoni angloamericani d’oltreoceano…

Secondo lei esistono dei temi che possono essere raccontati meglio con il dialetto? Premetto che nella scelta dell’uso del dialetto in poesia viene non di rado individuato il perseguimento di una maggiore possibilità di sperimentazione, in particolare la ricerca di sequenze fonico ritmiche nuove rispetto a itinerari già percorsi nell’uso della lingua italiana. E ciò è certamente vero ma non è stata certo questa per me la principale motivazione, perché, come mi corre spesso necessità di dire, per me c’è stata prima la scelta di riconsegnare a mio modo un mondo che si stava spegnendo e mi è venuto naturale farlo con la parlata che di quel mondo era propria, salvandolo innanzi tutto attraverso i suoi termini: il fatto che di quel mondo il dialetto fosse un connotato – e trattandosi di espressione verbale quale è quella della poesia, il significante essenziale, come per la pittura il colore, per la scultura la pietra o il legno – ne rendeva la scelta inderogabile. Per converso sarebbe per me stato improprio usare il dialetto per il resoconto delle mie esperienze d’oltreoceano. Come non avrei sentito vero parlare del mondo rurale senza usarne il dialetto, così non ho sentito vero usare il dialetto per Lungo la traccia e Da sponda a sponda. In questo libro io seguo la vicenda del mio nonno materno e con lui finisco, in una specie di sovrapposizione conclusiva, per identificarmi. Ora, mio nonno Ildebrando Guglielmo Maldotti era di San Pietro in Cerro, vicino a Piacenza, e non aveva mai appreso il dialetto veneto: per comunicare in terra veneta usava l’italiano e in emiliano ho potuto sentirlo solo imprecare. Usava poi l’italiano come aveva fatto in America con gli altri italiani immigrati di altre estrazioni regionali: come la terra di nessuno che si suole situare tra una demarcazione statale e un’altra, una specie di lingua di nessuno ma in quanto tale anche di tutti. Nella piccola comunità italica di Cambridge/Byesville Ohio accanto al nucleo emiliano-veneto della mia famiglia materna c’erano una famiglia marchigiana, una ligure, una calabrese: erano cinque i dialetti parlati e era inevitabile, prima di apprendere l’inglese e poi anche oltre il poco inglese inizialmente rimediato, usare l’italiano e il gergo italoamericano di prima assunzione. In considerazione di tutto ciò, il dialetto in questo mio libro compare solo eccezionalmente, “vocato”, da una reale situazione esistenziale, quella di una mia prozia che nell’agonia prese a delirare in dialetto.
Era appunto l’italiano in quel contesto del Midwest a diventare, con qualche ibrido di slang, la lingua di tutti e di nessuno. In Perché ancora poi mi sono scaturiti in dialetto – presa d’atto a posteriori – solo i monologhi in prima persona, fosse essa singolare o plurale… chissà, forse per una forma più forte di identificazione.
Per Le voci di Bardiaga, composizione totalmente in lingua, è stata decisiva la commisurazione con l’epos della letteratura classica, da Omero a Virgilio – ma, volendo, anche da Simonide di Ceo – e infine con la tradizione ottocentesca che ha inevitabilmente a che vedere anche con i modi con cui quella tradizione è stata resa nella traduzioni in italiano. Il procedimento della parte finale di quel libro è stato quello di sottomettere una forma normalmente usata per cantare la morte illustre e, nella fattispecie, anche il culto della bella morte di matrice nazista e fascista (fra i giustiziati c’erano nazisti, fascisti e presumibili collaborazionisti), al significare la morte infame, e infame in senso letterale, dato che le spoglie erano celate nel fondo di una spelonca situata in un luogo impervio per erta e infestamento vegetale. Per questo vi vigeva, voluto prima che inevitabile, il pendant con I Sepolcri foscoliani, che finalisticamente allignano sul valore delle tombe ‘personalizzate’ in ossequio alle vite illustri

Utilizzare il dialetto vuol dire anche, implicitamente, rivolgersi a un mondo più piccolo, raccolto. Nel suo caso il Veneto. Cosa rappresenta per lei questa scelta?

È vero. La mia prima raccolta ha rappresentato una specie di sprofondamento nel mio mondo “paesano”, anche se è da dire che la civiltà silvo-pastorale che, seppur ormai un po’ rarefatta, vi viveva, era analoga a quella di molte parti della nostra regione e, altresì, della nostra nazione, per cui il “paese” era ancora per molteplici aspetti il “mondo”. Il termine “raccolto” poi, esemplarmente usato nella domanda, porta a un senso di intimità comunitaria e personale, laddove le due dimensioni potevano avere vigore in piena dinamica. Da una parte il senso di un’identità collettiva pressoché generalmente sentita, dall’altro il poter ravvivare i ricordi personali in un contesto che non li contraddiceva. Allora il fenomeno poteva verificarsi senza particolari usure interiori e questo era perfettamente omogeneo al tentativo poetico: vien qui di ricordare che Pavese ha detto che la poesia è in qualche modo sempre un “saccheggio dell’infanzia”. Le cose hanno cominciato a cambiare con la cesura economico-culturale che, determinatasi dalle nostre parti a partire dai secondi anni ’60, ha portato progressivamente a una divaricazione anche drammatica fra humus interiore e realtà esteriore, per cui nel sentire diffuso e naturalmente anche nell’espressione poetica si è innescata un’inevitabile lacerazione, con inevitabili sensi di spaesamento e disagio, che ingeneravano anche reazioni di natura recriminatoria e polemica.
Tornando al confronto fra possibilità della lingua italiana e del codice dialettale, iniziato con la risposta alla domanda precedente, la mia linea di verifica/discrimine è che certe cose riesco a pensarle solo in italiano, certe altre sia in italiano sia in dialetto, altre ancora meglio in dialetto che in italiano.
Per me risulta alfine meno innaturale sentire l’italiano come lingua del cambiamento e quindi della possibile sperimentazione. È lingua nazionale e, nel regime di policentrismo dialettale della nostra penisola, è, per riprendere un’espressione prima usata, lingua di tutti e di nessuno. In ragione di tutto ciò mi è più facile assumere la lingua nazionale, quale luogo della koinè, anche di eventuali sperimentalismi. Va detto al proposito che l’ingredire nel suo contesto dei termini della modernità risulta molto meno distonico che nel dialetto, dove ingenera spesso frizioni da scintille, seppur certo lessico della tecnologia vi è divenuto di uso abbastanza comune.
Per quanto concerne la fattispecie del dialetto in poesia c’è stata poi da parte mia la volontà di essere fedele all’«autentico antico» e in questo assunto di fedeltà mi sono presto reso conto che a soccombere del dialetto nel tempo sono prima le costruzioni che i singoli vocaboli, cosa di cui ci si capacita non appena si ascolta una registrazione in dialetto d’antan. E se poi in poesia si sottomette il linguaggio alle pastoie della prosodia, quella stessa volontà mi ha indotto a limitare al massimo la violenza della metrica e della rima sulla lingua del parlato.

Nella sua poesia, in quel gioco di rimandi tra civiltà industriale e civiltà contadina, si possono intuire le tracce della crisi del paesaggio. Qual è il dramma del paesaggio ai nostri giorni?

Il nostro paesaggio, per privilegio del destino anche assai suggestivo, è per tutti noi nella sua dolcezza collegato, vien di dire in modo ombelicale, al primo sentire dell’infanzia, periodo della vita in cui si imprimono nella mente le rappresentazioni più edeniche, alle quali essa tende naturalmente, in linea con la citata frase di Pavese. Vien da chiedersi se i sensi del bello e della dolcezza che dal paesaggio emanano abbiano oggi ancora il conveniente valore. È un fatto che essi presuppongono una propensione alla contemplazione e quindi uno stato di quiete che è di questo tempi difficile conseguire pienamente tra i tanti stimoli che assediano la nostra vita. E a ogni modo se arriviamo ancora a attingere una condizione funzionale alla contemplazione, la avvertiamo come “stato di grazia” e quindi fuori dell’ordinario e non invece, come un tempo in piena immersione era, “naturalmente”, in una intrinseca essenza di pace, pur attraverso tante ambasce, fatiche e sofferenze, che col senno dell’attuale “poi” sembrano configurarsi come delle impietose condizioni della bellezza. Certo oggi si ha il senso grato di fruirne in chiave di “consumo”, fra i tanti altri della nostra tanto ritmata esistenza: ma se questa sensazione è anche un po’ amara, la sua fruizione è essenziale, quasi un residuale sortilegio, per una rivitalizzazione interiore. Se, come diceva Zanzotto, noi siamo in fondo il paesaggio che vediamo, la dolcezza paesaggistica ci riassetta in relazione alla corrosione determinata dai molti paesaggi compromessi, anche dal punto di vista etico. In un’intervista che gli feci per «Autografo» il grande poeta dichiarò: «Noi siamo infatti, anche se gli effetti sono spesso frenati e inavvertiti, ciò che vediamo e viviamo e quindi ogni deturpamento paesaggistico diviene inevitabilmente anche disorientamento personale. E su questo alligna anche certa degenerazione umana dei nostri giorni.»

Oggi nella poesia, ma più in generale in tutta l’arte, è presente una forte sensibilità sul tema ambientale. Quando si è avvertita l’esigenza di raccontare questo tema?

Sì, è anche e, forse soprattutto, nel mondo dell’arte che si sente in modo prorompente il tema ambientale di fronte al proliferare negli ultimi decenni di nuove e vistose costruzioni e di monocolture con alti tassi di inquinamento, a volte evidentemente determinate da mire di guadagno più che da vera necessità. Così è diventato un dovere di coscienza farsi portavoce dell’ambiente che, non avendo voce propria al di là almeno della propria bellezza e nemmeno poi molti fautori, diventa spesso soggetto minoritario nelle decisioni delle nostre comunità. È amaro al proposito rilevare da statistiche ufficiali che in provincia di Treviso il coperto industriale dal 1992 al 2002 è raddoppiato e questo in presenza di un abbondante ricorso a manodopera di provenienza esterna. Non si può non ammettere che il fattore territorio è stato sovrastato da tendenze al di fuori di condizioni di sana economia. E il tutto in pieno esercizio democratico e per di più con petizioni di base virulente e tanto più paradossali quando ci veniva continuamente ribadito che il nord-est era una delle aree a reddito pro-capite fra i più alti a livello europeo. Certo i pronunciamenti degli enti a tutela del paesaggio dovrebbero avere maggior vigore, perché almeno il loro punto di vista abbia una forza costante e non funzionale ai mutamenti politici. A questo fine questi enti dovrebbero essere di non facile accessibilità, come era in fondo, e non per tutte nobili ragioni, la vecchia Soprintendenza ai Monumenti, cui era stata delegata la tutela del paesaggio.
Tutto ciò fa riflettere sui limiti dello scaturire “democratico”. La democrazia ha una sua sacralità se difesa di fronte al pericolo del suo venir meno ma non certo attraverso la santificazione geometrica di tutti i suoi portati. Essa può essere nobilitata ove si ammetta, con un senso di umiltà oggi poco rintracciabile, il senso dei livelli di competenza: in certe cose bisognerebbe saper accettare i pareri degli esperti del paesaggio – di fronte ai quali anch’io, a suo tempo, ho talvolta a torto recalcitrato – o i pronunciamenti di enti tutori costituiti da esperti, non perché assolutizzino il loro modo di vedere, ma perché almeno esso vada in dinamica con una forza costante e non per mutazioni funzionali ai periodi politici. Questo perché il paesaggio non rimanda, come già detto e come spesso è stato, “soggetto democraticamente minoritario”. Per quanto poi – se mi è lecito esprimere oltrepassati i settant’anni questa che non è una riflessione ma un’amara considerazione – gli esperti che valutano il territorio siano soprattutto architetti e ingegneri, cioè le stesse persone deputate a farvi costruire sopra: un conflitto di interessi “in nuce”, insomma. E è purtroppo sconfortante dover talvolta constatare che esperti inflessibili nel rispetto del paesaggio in una certa aura politica sono divenuti in un’altra aura i protagonisti di varianti degli strumenti urbanistici che clamorosamente smentivano le loro posizioni precedenti e con esse metà della loro esistenza.

È possibile, secondo lei, raccontare letterariamente il mondo in una prospettiva non umana? Ponendo, cioè, l’uomo non al centro della narrazione?

Io non sono un critico – non ne ho né l’acume né uno statuto – e non saprei rispondere convintamente secondo una considerazione complessiva della tradizione letteraria. Ne dirò pertanto per quanto mi pertiene, riferendomi a una mia fase di scrittura. Dopo un’ulcerante esperienza politico-amministrativa e alla crisi interiore che ne era conseguita ero stato preso da un tale senso di rifiuto per il recente passato da rifiutare anche me stesso che ne ero stato in mia misura attore. Ecco, nella scrittura avevo cercato di annullare quello che chiamerei l’«io egotico» in un «io collettivo». E all’io egotico è senza dubbio legata in prima istanza l’espressione di tenore lirico, in chiave di più o meno marcato narcisismo. Lo sbocco, a giudicare dalle analisi dei critici, è stato verso una forma di epos e l’epica è sempre innanzi tutto la voce di una comunità… nella fattispecie un’epica povera, dei poveri.
Ma alla fine la mia operazione non ha avuto un esito totale: un margine di lirismo è rimasto.
La faccenda può alfine essere di converso sintetizzata in una domanda: può darsi poesia senza narcisismo? Verosimilmente no. Nel caso l’alternativa sarebbe stata quella di un mero trattato antropologico.

 

A cura di Giuseppina Borghese

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