L’immaginario di Andrea Gentile: “I vivi e i morti” e tutti gli altri (a c. di Giulia Bocchio)

L’immaginario di Andrea Gentile: I vivi e i morti e tutti gli altri
a cura di Giulia Bocchio

È una scrittura che freme, quella di Andrea Gentile. Fatta di terra e ossami.
Di labili confini, al punto che l’essenza stessa della narrazione non si esaurisce in una trama: una trama non basta, una trama è un archetipo di radici profonde, sì, ma che si perdono, come le parole, mezzo supremo per sconfessare l’essere o il non-essere.
Gemellaggio caro all’autore, che gli dedica un romanzo arcano e non privo di grande sapienza grottesca, con punte orrifiche di tutto rispetto e di tutto disappunto: per tutti coloro che sono stati vivi, per tutti coloro che potrebbero essere morti.
C’è un aspetto che è nel medesimo palese e occulto in questo romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax), che è proprio la morte e la sinergia che la lega alla vita, in una narrazione quasi circolare, surreale a tratti, ma fedele a un principio con il quale è necessario fare i conti: l’immortalità la desidera solo chi è mortale. Ma a Masserie di Cristo, luogo ove si svolge la narrazione, questo sembra essere un dettaglio privo d’ambizione, non si può sconfiggere il tempo senza fare i conti con lo spazio, due unità difficili da eludere. E infatti questo è un romanzo poetico e terrifico, horror-rurale che ammette la poesia e il sangue: la potenza estetica della parola e del linguaggio che Gentile utilizza è una costruzione che serve al sogno per trasformarsi in incubo e visione.
Insieme a una più o meno lusinghiera lista di fatti: Assuntina è sparita misteriosamente dal suo cupo villaggio, un’altra, Italia, uccide suo padre con un macchinario che lui stesso ha progettato per un suicidio che non intende compiere, i legami inspiegabili fra tutti gli abitanti, tombe che non sempre corrispondono al defunto, l’esistenza millenaria dell’Uomo-Cervo, antenato degli antenati, mitologica origine di Masserie di Cristo.
E poi c’è un carcere sotterraneo, in cui vengono condannati e orrendamente torturati più o meno tutti, anche gli animali, sotto la supervisione di un uomo che scrive lettere senza un vero destinatario: il Custode, che sembra conoscere tutte le sfumature del sangue piuttosto che quelle del cielo.
Ma a un certo punto della vicenda fra le tre fazioni di Masserie di Cristo scoppia una cruenta guerra volta a ristabilire ordine e moralità, codici perduti. Tutto è feroce, tutto è onirico, tutto è sospeso, tanto che questo romanzo potrebbe essere letto in due modi: dall’inizio alla fine e viceversa, non cambierebbe nulla, nulla verrebbe sottratto o invertito alla sfera onirica di questa scrittura fiera e purulenta. Perché qualcosa di circolare, qualcosa che sa di “eterno ritorno” (sì, Nietzsche sarebbe d’accordo), qualcosa che pulsa e poi si dissangua, si muove e striscia all’ombra di ogni riga.

Andrea, bentrovato. Il tuo romanzo I vivi e i morti è ambientato a Masserie di Cristo, la geografia ambigua di questo luogo oscuro e violento non è solo il terreno incerto sul quale si muovono i tuoi personaggi, ma è una vera e propria entità a sé stante. Spazio gotico senza tempo. A Masserie di Cristo potrebbe essere l’Alto Medioevo, il Seicento, oppure oggi stesso.

Ogni tempo è tutti i tempi possibili. Dentro un respiro c’è il mondo intero, e ogni respiro è differente dall’altro. Il fatto che quel luogo si chiami Masserie di Cristo non ha alcuna importanza per quanto riguarda me, è pura casualità. Qui sta proprio una delle tante debolezze di questo testo per come me lo ricordo. E cioè che, per quanto quel luogo sia un luogo infinito, potenzialmente contenente tutti i luoghi del mondo, è tuttavia un luogo, con un nome. Un testo può essere il mezzo che ci porta da un’altra parte, ma non intendo qui “in un altro luogo”. Proprio da un’altra parte, che non è qui e ora, e che tuttavia è proprio qui e ora, più di tutti. Scrittura è meditazione. E la meditazione non ha luogo, topografie, mappe. Bisogna solo essere. Questa è la ragione per cui Masserie di Cristo è l’ostacolo a questo andare dall’altra parte. Questo “luogo” è già presente in L’impero familiare, e compie, con I vivi e i morti, una ideale trilogia, a posteriori, con un altro libro, che è in scrittura. È una “trilogia dell’impermanenza”, ma poi bisogna abbandonare questo luogo, cercare di andare nell’altra direzione, quella dello spazio e del tempo infinito. Continua a leggere

Michele Paoletti, Foglie altrove (rec. di Fabrizio Bregoli)

Michele Paoletti, Foglie altrove
Arcipelago itaca, 2020

Confrontarsi con la poesia di Michele Paoletti, anche e soprattutto per chi conosce l’autore fin dal suo primo lavoro, dalle origini quindi della sua scrittura, non smette mai di generare sorprese e offrire elementi prima inediti, grazie alla capacità di rinnovamento che questa scrittura è in grado di praticare, in un percorso indiscutibile di crescita e maturazione che punta sempre più a un’essenzialità espressiva, e dunque a una condensazione semantica, che non soccombe mai a un eccesso di minimalismo.
Come ben rilevato da Maria Grazia Calandrone nella prefazione all’opera, l’elemento della natura, del paesaggio, degli oggetti (“gli strumenti umani” per dirla con Sereni) che scandiscono il passaggio delle vite è uno degli elementi principali che domina il lavoro (e non è nuovo alla poesia di Paoletti) fin dal titolo, con quel riferimento alle “foglie” per antonomasia metafora della fragilità dell’uomo, qui combinate con il senso dell’”altrove”, ossia l’ambizione al suo superamento in uno stato al di fuori del tempo e dello spazio comunemente intesi, in cui le vite sopravvivono e assumono la sembianza di nuova “luce” (parola chiave che ricorre molte volte nei testi) contrapposta a “ombra” e “buio”. Come recita l’esergo di Bonnefoy, posto a inizio del libro, Paoletti ci propone con la sua poesia, tutta concreta e con un uso estremamente parsimonioso di metafore e di altre figure retoriche, un viaggio “au-delà du temps” dove tuttavia “le jour se lève”, ossia rimane una traccia di quelle vite capace di rinnovarsi e di rinascere, di continuarsi: è qui che si svolge la sua ricerca poetica “per trattenere sillabe di luce”, ancorarsi a “un punto esatto che non cede”. Il “sentimento del tempo” come agone in cui si confrontano le vite è dunque il quadro di riferimento in cui la poesia di Paoletti cerca e sviluppa – credibilmente – la sua cifra personale.
Se da un lato è evidente come tema la contrapposizione (tutta squisitamente classica: si pensi al Catullo del Carme V, «Soles occidere et redire possunt») fra il tempo lineare della natura, esemplificato dalla resistenza strenua degli alberi («Sono vivi i rami, le foglie/ ripetono ogni giorno/ il gesto di fiorire. Un miracolo/ muto, inaccessibile») e il tempo lineare degli uomini votati invece alla cancellazione di sé, alla irripetibilità dell’esistenza («Stiamo alla catena dei giorni/ senza peso»), questo tema si arricchisce, da un lato, della consapevolezza della importanza del ricordo come viatico o lanterna, alla maniera di Diogene, che possa illuminare la strada e farci riconoscere come uomini (tra gli uomini) e, dall’altro, con l’idea del testimone che si passa di vita in vita, di padre in figlio, come testimonianza di un permanere che va aldilà del singolo, ci fa comunità dei vivi, “coro” che “si spande”. C’è una fiducia nel futuro che non viene mai meno nelle parole di Paoletti, nonostante il dolore che affligge inesorabilmente la quotidianità delle nostre esistenze, nonostante le perdite che siamo costretti a subire, perché è necessario (e la poesia può aiutarci in questo) ritrovare «qualcosa/ da cui ripartire. Appendere al chiodo dei giorni/ un fascio di fogli più chiari», applicarsi nel cercare «di dare all’amore/ la forma di una roccia/ ferma nello stupore che hanno le cose/ quando scoprono di non essere vive», misurare la distanza con la consapevolezza della sua incolmabilità e, al tempo stesso, della volontà irrinunciabile di provare a tendere la mano. L’uomo, come la rosa di cui si parla in una poesia, è “vita insaziabile che” chiede “vita ancora”, senz’altro “materia cruda” ma anche e insieme “culla di germogli”. Continua a leggere

Ilaria Palomba, Città metafisiche (rec. di Giorgio Ghiotti)

Ilaria Palomba, Città metafisiche
Ensemble 2020
Recensione di Giorgio Ghiotti

Dopo aver letto Città metafisiche (Ensemble, 2020), la nuova raccolta poetica di Ilaria Palomba – autrice che s’inscrive nella gloriosa tradizione di quelle rare e preziose narratrici-poete oggi quasi del tutto estinte –, penso che Gabriele Galloni, nella bellissima prefazione al libro, abbia colto il punto di quest’opera: davvero sarebbe inutile cercare influenze esterne per questa poeta, indicare ascendenze certe, azzardare nomi di maestre o maestri. L’unico maestro di Ilaria Palomba (che, pure, è tutt’altro che una “sradicata”, essendo ella una straordinaria lettrice di poesia, di prosa, soprattutto di filosofia) è il tempo incarnato, cioè il ricordo, la memoria – che è anche memoria del futuro in ogni vero poeta – così come si offrono all’occhio per mezzo di oggetti, spazi, immagini vivide e incendiarie: la brace nel giardino, fotografie strappate, la città dormiente come una morta, la sabbia d’inverno sporca di bottiglie… Immagini che, mentre bruciano, contagiano con la loro luce e il loro dolore chi scrive e chi legge, forse la medesima persona, quasi infantilmente stupita di quello che riesce alle parole.
Cosa riesce alle parole di questa poeta, dunque? Tento una risposta: più spogliare che vestire, più sottrarre che aggiungere, per lasciare vivo il centro del tronco coi suoi cerchi millenari, la testimonianza d’anni e stagioni che si sono abbattute feroci o dolcissime sulle nostre schiene, consegnandoci nel tempo giovane di una vita (appena più che trent’anni, l’età di Palomba) una saggezza, una familiarità sorprendente col mistero dei giorni. Persino riesce al verso di questa poeta l’antichissimo rito dell’alchimista: trasformare colori e sentimenti, cambiare di segno le ombre per attraversarle «con la capacità della luce»; lasciare indietro persone e città, nella terra della dimenticanza («Ho voluto dimenticare il tuo nome,/ lo ricordo benissimo ma non voglio/ pronunciarlo»), o farle tornare in vita, rievocarle, a patto che siano volti e strade e piazze di gioia, di vera grazia: una colazione a Napoli, o lo scenario così familiare dei ponti di Roma sul Tevere; Trinità dei Monti, piazza di Spagna, persino Parigi – «Torneranno vivi anche/ i luoghi se saremo capaci di spogliarli/ del dolore di questi cento giorni». Come dire: è da qui che principia il futuro, dalla terra smossa, scura, desertica (e Deserto è anche il titolo del precedente lavoro in versi di Palomba) pronta a essere rifondata, ricoltivata, una terra dove una figlia è figlia di tutti, e i confini si slabbrano per divenire incerti, vastissimi, fedeli solo all’immagine che di loro alimentiamo nell’occhio, nel desiderio che lo abita.
Allora possiamo affermare con la certezza delle cose semplici che «morire è attraversare/ un corridoio bianco e svegliarsi», e che per riscoprirsi immortali basta solo dichiararsi tali. È la magia dell’infanzia che si proclama regina, che rifiuta di «pensare alle macerie», che non legge più i giornali, non ascolta più la radio, e innalza attorno a sé un regno in cui il dolore, l’assenza, l’atto mancato si alternano sulla scena come fotogrammi. Ma è tutt’altro che un’illusione, questa, perché una volta che la poesia ha scritto le sue parole sul foglio, quelle valgono come un patto di sangue, come mano che «pulisce il sepolcro». 
Così si dipana il film delle Città metafisiche di Palomba, in un percorso surreale e verissimo, a un tempo trascendente e immanente, in cui il valore altamente simbolico (proprio nel senso di doppio, di multiplo significato) della poesia si permette di chiamare le cose con il loro nome primario, immediato, più duraturo, un effetto all’apparenza persino naif talvolta, solo perché sa che il mare non è solo mare, e le città non sono solo città, ma «un insieme di ricordi/ rimasti lì per tutti questi anni.» Del resto, le città di Ilaria Palomba «non sono che rimandi», madeleine, proiezioni; è una eternità di spiagge e caviglie nel mare, di volti che scompaiono nell’acqua, di uomini che arrivano e che partono (l’amato, il padre, l’amico, la figlia), di fiori e piante che ci osservano con pietà e con odio. C’è, in queste poche pagine, l’autobiografia delle città e delle sue creature, vite condensate in una sola storia, storia condensata in poche semplici parole, capaci di combinazioni infinite.
Con Città metafisiche Ilaria Palomba ci consegna il frutto più intenso e maturo della sua seminagione poetica. Se nel suo esordio, Mancanze, «esplorava la perdita e in Deserto raccontava le sue conseguenze» (Gabriele Galloni), in questo nuovo lavoro Palomba è riuscita a dare voce all’Abisso, a testimoniare la materia informe e magmatica del nostro presente, ma dipinto coi colori di un bel tramonto romano, o con quelli allucinati e sovraccarichi delle indimenticabili vedute di Roma di Scipione.

Niccolò Amelii, La parola che non tace. Omaggio a Paul Celan

Paul Celan dans son appartement de la rue de Longchamp à Paris, 1958
© Nachlass Eric Celan
La parola che non tace.
Omaggio a Paul Celan a cinquant’anni dalla morte

di Niccolò Amelii

La poesia di Paul Celan, sebbene votata a una viscerale quanto oracolare figuralità metaforica e connotativa, conserva e custodisce entro le trame del proprio tessuto lirico, e non potrebbe essere altrimenti, le persistenti tracce di una vicenda autobiografica crudele e disumana, il marchio di morte e dolore che la Storia vi ha impresso a fuoco in sommità. Eppure, nonostante l’emersione fluviale della realtà sopra il livello prettamente poetico, i referenti evocati, suggeriti, chiamati in causa, non divengono mai solo rispecchiamento lucido, puntuale ed esplicito di una soggettività univoca e confessionale, perché si arricchiscono di una pregnanza di senso talmente estesa e profonda da lambire l’universalità della condizione umana.
Celan si trova a scrivere i suoi componimenti lirici sotto il giogo pesante di un passato drammatico e insopportabile, vittima di un esilio forzato che lo porta lontano dalla sua terra natia, terra di morte e distruzione. Ma ciò da cui Celan non si allontanerà mai, almeno nel poetare, è la sua lingua madre, il tedesco, considerato dal poeta l’estremo legame non recidibile con la sua famiglia, la sua eredità, la sua giovinezza, l’unico appiglio a cui aggrapparsi una volta persa ogni possibilità di avere ancora un luogo da chiamare “casa”. Accettando come logica conseguenza della propria scelta linguistica l’isolamento intellettuale, che lo caratterizza soprattutto nei primi anni parigini, Celan decide di non affidarsi a nessun altro idioma, nonostante tale opzione sembri la più conveniente, perché fortemente contrario al bilinguismo poetico e assolutamente convinto che abdicare alla lingua della madre vorrebbe dire estirpare dal terreno anche l’ultima radice di un passato che, sebbene oscuro e avvolto unicamente da dolore e sofferenza, non merita di sprofondare nell’oblio più profondo. Ecco perché, se si vuole intavolare un discorso sul rapporto tra impianto e strutturazione lirica e biografia in Paul Celan, non si può non partire proprio dalla lingua e dalla decisione di continuare a utilizzare il tedesco, grande e insuperabile paradosso che investe con notevoli conseguenze l’intera opera poetica del suddetto. Perché il tedesco, lo impone l’unidirezionalità implacabile della Storia, non può più essere una lingua neutra, specialmente per chi è uscito fatto a pezzi, devastato, dagli orrori imposti dalla follia germanica; è stata la lingua dei trucidatori, degli ideologi intrisi d’odio, degli assassini di milioni di persone, in definitiva una lingua irrevocabilmente compromessa e macchiata di sangue.
Nondimeno, è proprio a partire dall’assunzione lirica del tedesco che si inaugura una delle direttive fondanti del dire poetico di Celan, che decide di agire sulla lingua tedesca con l’intenzione di riscattarla dall’abominio della Shoah. Ovviamente il tentativo progressivo di «riconquistare un tedesco ebreo legittimo quanto il tedesco non ebreo»,[1] di denazificare l’idioma a lui caro, non può che svilupparsi attraverso una ricerca poetica, insieme lessicale e tematica, che si rivela fin da subito lacerante e distruttiva, che richiede un lungo e frenetico lavoro di demolizione e ricostruzione straziante, all’insegna di una sorta di contro-lingua capace sillaba dopo sillaba e parola dopo parola di reinnestarsi sul nervo principale del tedesco canonico per strapparlo alla sua ignominia.
In Papavero e Memoria (Mohn und Gedächtnis), la prima raccolta pubblicata e riconosciuta tale da Celan, il linguaggio è ancora in grado di fare da mediatore tra il soggetto e la percezione che esso ha della realtà e del mondo circostante: è ancora capace di far da tramite e da raccordo. Tuttavia, già dalla raccolta successiva, Di soglia in soglia (Von Schwelle zu Schwelle), il panorama cambia; la lingua sembra infatti problematizzarsi, interrogando non più il mondo, ma sé stessa, inceppandosi continuamente, isolandosi.
«La lingua di fronte alla realtà si dimostra impacciata […] la sua struttura è diversa da quella del mondo e non vuol essere confusa in nessun modo con esso. Là, dove la lingua e la realtà si scontrano, si sviluppano solo negazioni»[2] scrive Moshe Kahn a tal proposito. Questa lingua che Celan cerca di redimere in ogni sua poesia è però contemporaneamente sempre sospinta verso un graduale e incontrovertibile processo di dissolvimento, così come d’altra parte il poema, che può sopravvivere solamente affermandosi ai margini di sé stesso.
Paul Celan, come uomo prima che come poeta, è costantemente assillato da un profondo sentimento di colpevolezza, quel senso di colpa che attanaglia i sopravvissuti, i salvati, rei di essere ancora vivi senza nessun apparente motivo o merito. Accade allora che, per tentare di giustificare il proprio fortuito e del tutto casuale diritto alla vita, a così tanti altri ingiustamente negato, la figuratività narrante al centro dell’universo lirico celaniano assuma su di sé il compito di farsi portavoce dei tanti, troppi morti insepolti, doppiamente vittime, non solo dell’Olocausto, ma anche del silenzio, dall’anonimità e della scomparsa di Dio. Continua a leggere

Il demone dell’analogia #9: Lutto

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.»
Mario Praz

Lutto

 

Atque in perpetuum, frater…

Quanto inverno, quanta
neve ho attraversato, Piero,
per venirti a trovare.

Cosa mi ha accolto?

.                             Il gelo
della tua morte, e tutta
tutta quella neve bianca
di febbraio – il nero
della tua fossa.

.                    Ho anch’io
detto le mie preghiere
di rito.

.                     Ma solo,
Piero, per dirti addio
e addio per sempre, io
che in te avevo il solo e vero
amico, fratello mio.

da Il franco cacciatore di Giorgio Caproni

 

Anne

A te, con gli occhi azzurri,
che preparavi il ruoto
di pasta al forno a luglio
per il pranzo in pineta
laggiù a Castelfusano.

A te, occhi nocciola
screziati e sorridenti,
mi insegnavi un dialetto
che era stato proibito,
e a cucinare senza

sbuffare di continuo.
Ecco, vorrei passare
questo giorno con voi.

Anna Maria Curci, 26 luglio 2012, inedito dal blog Cronache di Mutter Courage

 

Memoria

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano cibo e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,
ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,
solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle
che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso per l’ultima volta.
Se cammini per strada, nessuno ti è accanto,
se hai paura, nessuno ti prende la mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra,
e guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevi c’era la sua voce serena;
e allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.

Poesia di Natalia Ginzburg, pubblicata per la prima volta in «Mercurio», dicembre 1944

Una domenica inedita #4: Alessia Lombardi, Cinque poesie inedite

 

Sono tornata la bambina della
Salvo D’Acquisto che non parla;
con la testa fra le mani che osserva
lungamente i fondi di caffè, i resti
della bocca su bicchieri scalzi.
Sono tornata la tua schiava
battuta dai venti, dall’estate
lattescente e i suoi languori,
al tuo cantuccio intatto di padrone
schivo, alle tue linee traverse
del corpo. Sono tornata;
quasi la notte non fosse
trascorsa.

 

L’ultima luce dalla porta
dei treni ferma
moltiplicata sulle case
                                  o il molo
rasoterra le onde
sul binario pietrificano
                                   a morte
i passeggeri. L’unica stanza
condivisa con te un palo
per l’attesa casa pensile
tra due terre senza
memoria separate
da vent’anni
                   di una sola vita.

 

Sono nata per essere devota.
Giungo come il mare al corpo
di chi si limita a restare senza
alcun tipo di promessa
                                   a spezzare
il gheriglio del vento. Sono nata
per servirti come un canto
sacro alla finestra nella notte
un grillo sul guanciale
quando senti lontane tutte le piccole
beatitudini vissute senza saperne
                                                   niente.

 

La sera non so più scendere le scale
inciampo nella dimora dei
suppellettili sull’ultimo ripiano
il melograno appeso alla notte
mi ricorda che dicembre è vicino
ma potrebbe tornare l’estate

potrei lavare i tuoi piedi raderti
la barba riposte nell’angolo le
scarpe sistemare con ago
e filo il tuo gilè per il prossimo
ultimo giorno
                    di fame.

 

Della tua età non ho mai
avuto paura. Semplicemente
ho chiesto di non
                          sopravviverti
di essere io inferma
                              la polvere
che alla pianta dei tuoi
                                   piedi
si attacca quando scendi
nudo per le scale
                         che il mio tempo
si sommi al tuo
                        la tua vita
sia sempre limbo

d’estate.

 


Alessia Lombardi è nata nel 1996 a Pontecorvo (FR) ma risiede a San Giovanni Incarico. Laureata in Filologia della Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, ha iniziato a scrivere nel 2003. È critico musicale e live-reporter per il blog «Lo Zibaldone» ed il mensile on-line «Vita Ciociara», leopardista e cantautrice (sotto lo pseudonimo di Crow J).

Il sabato tedesco #12: Georg Maurer, Mattino lieto

Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

Georg Maurer. Qui la fonte dell’immagine.

Georg Maurer (Reghin, 11 marzo 1907 – Potsdam, 4 agosto 1971), nativo della Transilvania, si era trasferito nel 1930 a Lipsia per motivi di studio. Proprio in quella città, nella quale fece ritorno dopo la guerra, divenne poi una delle figure di maggior spicco come docente al Literaturinstitut “Johannes Becher”, dove, in qualità di direttore del “seminario creativo sulla poesia”, diede un’impronta rilevante a tutta una generazione di poeti della Repubblica Democratica Tedesca e, in particolare, alla cosiddetta “sächsische Dichterschule”, “scuola sassone di poesia”; tra i poeti ‘vicini’ al sentire di Georg Maurer vanno menzionati Sarah Kirsch (che fu sua allieva proprio al Literaturinstitut di Lipsia), Volker Braun e Heinz Czechowski.
La dodicesima tappa della rubrica “Il sabato tedesco” presenta Georg Maurer con le parole dell’autore ed editore Wieland Herzfelde e con la mia traduzione di Froher Morgen, “Mattino lieto”. (Anna Maria Curci)

 

«Come studente, come docente e traduttore, come uno al quale piaceva perdersi in strade, corridoi, paesi e libri – e come amante non smise mai di sorprendersi e di provare meraviglia. E così con la sua opera sorprendente ci ha lasciato un mondo meraviglioso.»

Wieland Herzfelde su Georg Maurer (traduzione di A.M. Curci)

Als Student, als Lehrender und Übersetzer, als einer, der sich gern in Straßen, Fluren, Ländern und Büchern verlor – und als Liebender hörte er nie auf, zu staunen und sich zu wundern. Und so ließ er uns in seinem erstaunlichen Werk eine wunderbare Welt zurück.

 

Mattino lieto

Stiracchiatevi rami, sveglia!
Un uovo ho mangiato e pane bianco.
Tutto il mio corpo ride.
Gli affanni della notte sono morti.

Sono sgusciato fuori dagli affanni della notte
come un uccello da un uovo.
Ho rotto il guscio
e libero ora me ne vado a zonzo.

Ora so quello che sanno i polli
quando becchettano.
So chi salutano i corvi
quando col capo annuiscono.

Georg Maurer
(traduzione di Anna Maria Curci)

Froher Morgen

Streckt euch, Zweige, erwacht!
Ich habe ein Ei gegessen und weißes Brot.
Mein ganzer Leib lacht.
Die Nachtsorgen sind tot.

Ich bin aus den Nachtsorgen gekrochen
wie ein Vogel aus dem Ei.
Ich habe die Schale durchbrochen
und spaziere jetzt frei.

Ich weiß jetzt, was die Hühner wissen,
wenn sie picken.
Ich weiß, wen die Raben grüßen,
wenn sie mit dem Kopfe nicken.

Georg Maurer
(la poesia si può leggere nel volume Ich sitz im Weltall auf einer Bank im Rosental, pubblicato nel 2007, anno del centenario della nascita di Maurer, dalla Connewitzer Verlagsbuchhandlung)

L’arte in tutte le sue forme. Giulia Bocchio dialoga con Vittorino Curci

Arte: la parola singolare più plurale di tutte.
Inutile e probabilmente irrealizzabile riassumerla in una sola forma, in una sola visione (e qualora qualcuno riuscisse nell’impresa, davvero potremmo chiamarla arte?) perché essa somiglia ai moti della sensibilità, che sono tanti, tantissimi. Le potenzialità del pensiero dilatano addirittura i cinque sensi che ci competono, il pensiero sceglie e quando inconsciamente non sceglie si adegua all’atto creativo: è l’atto creativo. Non senza un lato marcatamente estetico e viscerale.
Vittorino Curci è tutto questo.
Artista poliedrico e sensibile, visuale e musicale, nonché poeta, nonché prima persona singolare dedita a tradurre l’insondabile in una maniera plurale, servendosi di un tratto inconfondibile, ad oggi fra i più riconoscibili nel panorama culturale italiano.
Vittorino Curci, nato nel 1952 a Noci (Bari), utilizza la cavalleria della parola, intensa e intramontabile sinestesia capace di contaminare tutto, basta osservare i suoi quadri. Sì, perché in lui anche l’aspetto estetico-figurativo di un determinato messaggio passa attraverso la funzione catartica della mano che, quando non compone versi, quando non danza su note jazz, si perde nel colore, nella tempera, nelle infinite possibilità di un tratto, di una linea, in una danza di codici espressivi in continuo mutamento. E senza dimenticare la spinosa questione del “tempo”: la ragione non è tutto per il poeta, non può essere tutto, e il presente sembra sempre protendersi verso l’immortalità, questo perché l’arte ha un’attitudine alla sopravvivenza che l’artista quasi invidia, anche quando ne è lui stesso il creatore.
Tutto, in fondo, è processo per Vittorino Curci.
Poesia, musica e pittura, la grande cultura classica del passato sarebbe fiera della sua opera. E fiera di lui lo sono i suoi lettori e in special modo la sua terra, Noci, dove ogni origine è meta. E ogni parola trova una sua impronta: da Liturgie del silenzio, a L’ora di chiusura, passando per l’irriverente esposizione Stookatzart (sì provate a leggerlo ad alta voce!).

Vittorino bentrovato. Qual è a tuo avviso il ruolo del poeta in una società che tra frenesia quotidiana e sovraesposizione al superfluo fa i conti con un incantamento artistico la cui potenza è spesso sottovalutata?

Il ruolo del poeta è quello che è sempre stato sin dalle origini della storia umana: essere strumento della parola per consacrare alla vita la potenza e il mistero del linguaggio. Questo ruolo si carica oggi di un’ulteriore responsabilità poiché assistiamo ogni giorno a una programmatica distruzione della verità. Tipica manifestazione di una società agonizzante. Mi tornano in mente tre versi da Composita solvantur di Fortini: «Rivolgo col bastone le foglie dei viali./ Quei due ragazzi mesti scalciano una bottiglia./ Proteggete le nostre verità». Continua a leggere

Le trame della lingua. Appunti su Michele Mari (di Edoardo Pisani)

Le trame della lingua. Appunti su Michele Mari
di Edoardo Pisani

…vieni, nuotiamo nel poema interiore delle vaste balene…
Michele Mari, La stiva e l’abisso

Il libro più bello di Michele Mari è anche il suo libro meno letto: La stiva e l’abisso. La vicenda del romanzo è semplice: il galeone del capitano Torquemada è bloccato in mezzo al mare da una misteriosa bonaccia, come il capitano stesso, bloccato sul proprio letto da una cancrena alla gamba. Siamo in un periodo imprecisato del sedicesimo o diciassettesimo secolo, nei mari di Melville e del capitano Achab, di Stevenson e di Long John Silver. Creature colorate e affascinanti assurgono ogni notte dalle profondità del mare e si accoppiano con i marinai alla deriva, raccontando loro le storie di tutti gli uomini che hanno posseduto e di cui si sono nutrite. I marinai divengono apatici, disinteressandosi della nave e della navigazione e della bonaccia e vivendo solo di quelle notti, di quelle favole e di quegli incontri fantastici, nell’immobilità di ogni cosa, con l’eccezione del capitano Torquemada e del suo secondo, Menzio, un uomo cinico e sordido che trama alle spalle del capitano, sperando nella sua morte o in un ammutinamento, e che è ignorato dalle creature marine. Il capitano monologa, o meglio tiene mentalmente un impossibile diario di bordo, che poi è il libro stesso, intervallato dai dialoghi dei marinai. Tutto è fermo e quieto, definitivo, finché un pesce coloratissimo – descritto così: «Indaco, carminio, arancione dominavano i fianchi, con striature gagliarde sopra un fondo di perla, mentre azzurro e verde si disputavano il dorso, punteggiato di minuscole chiazze brunite: la pancia dava sul rosa, con riflessi di madreperla cangianti ed un palpito molle che ne rivelava la delicatezza e il tenerume…» – sbalza dal mare nel cabinotto del capitano, sbattendo freneticamente la coda sul pavimento. È notte fonda, quasi l’alba. Il capitano si alza a fatica, attraversando la cabina con la gamba in cancrena, e decide che quel pesce splendido e dignitoso, che rispecchia la sua stessa decaduta magnificenza e dignità di malato, sarà il suo segreto. E allora lo salva, lo bagna, lo abbraccia, si sdraia al suo fianco, fino all’arrivo di Ernestín, uno dei pochi marinai di cui si fida, che lo aiuta a mettere il grosso e maestoso pesce in un bacile pieno d’acqua. Da questo momento il capitano Torquemada comincia a vivere di pensieri non suoi, con parole improvvise che gli attraversano la mente come lampi, planux, velox, tardus, trispondiacus, litote, plinno, marzapinno, purdinno, parole che non sapeva di conoscere, quasi fossero rubate da altre vite, da altri uomini morti annegati e dalle creature marine che li hanno posseduti, che forse li hanno uccisi – dalle favole e dagli orrori di quei pesci meravigliosi e impossibili.
La stiva e l’abisso è il terzo romanzo di Michele Mari, pubblicato da Bompiani nel 1992, dopo Di bestia in bestia e Io venìa pien d’angoscia a rimirarti; Einaudi lo ha ristampato in edizione economica nel 2018. Come sempre in Mari, molti sono i riferimenti librari del testo, per bocca dei personaggi o del narratore esterno e onnisciente, che compare solo nella prima pagina, alternando gli sguardi di un albatros baudelairiano e di un pesce qualunque (che verrà ucciso dall’albatros) di fronte al galeone immobile; molti sono gli omaggi e i rimandi ad altri scrittori e opere, specie ad autori di mare quali Melville, Conrad, Salgari e Stevenson. Il lessico è spesso tecnico, marinaresco, talvolta poetico. La compassione del capitano Torquemada per il pesce nel bacile è la compassione del lettore per il capitano stesso, per la sua quieta malinconia e la sua grazia, per le sue parole.
«Forse ti dovrei ributtare in mare» dice o pensa il capitano, «ma se poi gli altri pesci si accorgono che stai male? Chissà com’erano invidiosi della tua bellezza, loro così comuni e bianchicci, loro così soglioliformi e imbancati, ti guardavano da lontano e ti temevano, il ricamo delle tue lunghissime pinne era la loro vergogna e la loro fascinazione, ma adesso stai male, appena se ne accorgono si fanno più sotto, l’impunità è il coraggio dei vili, poi come rispondendo a un segnale ti si gettano addosso, ti mordicchiano astiosi, lacerano il tuo splendido drappo di scaglie e si portan fra i denti la seta delle tue lunghissime pinne fruscianti…». E ancora: «La nostra vita è stata il mare, ma qualche volta, seppure per poco, io me ne sono allontanato. Tu gli sei stato più fedele, perché ora sei venuto a morire fra gli uomini? Devi dirmi qualcosa?». E comincerà a scrivere, il capitano Torquemada, segnandosi le parole insensate che gli attraversano la mente, termini poetici, letterari, «ormai mere scorze di suono», quali tropo, paranomasia, ipotiposi, zeugma, incocinno, come se le parole dello scrittore Michele Mari stessero invadendo i sogni e la fantasia del capitano, che non è più soltanto un personaggio bensì Mari stesso, o il suo lettore, ossia noi, suoi semblables, che assistiamo con il capitano alla nostra stessa agonia sulla pagina, al nostro indecifrabile dolore di esseri umani. Alla fine, o per essere più esatti a metà del romanzo (molte cose devono ancora accadere), il pesce morirà e sarà ributtato in mare, sempre di notte, avvolto in una camicia del capitano Torquemada, come in un sudario, affinché gli altri pesci non se ne cibino, distruggendo la sua inalterata bellezza. Il cadavere del pesce affonda nell’oscurità. Continua a leggere

Σωτήρης Παστάκαs/Sotirios Pastakas, ΣΚΙΑ ΤΟΥ ΑΘΩ/L’ombra di Athos (Trad. di Maria Allo)

In bilico tra memoria ed esperienza vissuta: il simbolismo acquatico nel poemetto inedito ΣΚΙΑ ΤΟΥ ΑΘΩ (L’ ombra di Athos) di Sotirios Pastakas
A cura di Maria Allo

Il debutto letterario di Sotirios Pastakas, classe 1954, avviene tardi in poesia: nel 1981, e da allora è una delle voci contemporanee più alte della Grecia e diffonde generosamente la poesia greca alla ribalta della poesia mondiale, in particolare alla vicina Italia. Una vita segnata da incontri e rapporti con i maggiori intellettuali contemporanei; una vita, in ogni caso, dominata da una passione indomabile per la poesia, al servizio della poesia, un servizio quasi mistico e sacerdotale. Le radici della sua poesia affondano nella grande tradizione classica di Omero, ma lo affascinano Kalvos, Kavafis, Borges, Brodskij, Borges e non mancano i grandi poeti italiani come Sereni, Penna, Saba, Pasolini, Gatto, le cui traduzioni più inventive che fedeli, contribuiscono alla sua produzione poetica, che rappresenta l’esito di un meticoloso labor limae sia sul piano lessicale sia su quello fonico e sintattico: «cerca nella “traduzione” il marsupio che può far rinascere la poesia più viva in altri luoghi, altre culture, altri lettori». Lo stigma greco e una miscela di civiltà e di destini ardono nel sangue e nella parola di Sotirios. Messo a confronto con il mondo greco in un’intervista di Emiliano Ventura, il poeta greco così si esprime:

Il greco è una stratificazione di linguaggi molto ricca, di secoli, e mi sento fortunato a usare le parole che creano assonanze, allitterazioni e doppi, se non quadrupli, sensi di interpretazioni a posteriori. Una lingua malleabile e ricca, capace di offrire nuove metafore. Omero, Esiodo ci hanno fornito le maggiori metafore… il mare pieno di vino, la notte che ha generato i figli dei sogni… Non parliamo più la stessa lingua ma ci è familiare per via delle metafore… essendo queste poche di numero, è una provocazione reale per noi Greci cercarne di nuove, anzi quell’unica che ci permetta di vedere il mondo di nuovo giovane e sano. La nostalgia si scaccia proprio con la ricerca della nuova metafora che darà la carica all’orologio fermo dell’epoca moderna… Eschilo aspetta di essere scritto daccapo…

Collabora con varie riviste letterarie con saggi e traduzioni dall’italiano. Dal 1994 è membro della Società degli Scrittori Greci (Greek Writers Society). La straordinaria capacità di poesia di Sotirios Pastakas è nel culto della bellezza concreta delle cose, poesia in re, che si muove soprattutto e nasce da un reame di immagini quotidiane, in modo tale che in questa rappresentazione sia possibile scorgere l’amore che è nello sguardo di chi le ha guardate e rese nella forma incancellabili per la nostra esperienza. La voce del poeta, la cui opera è fondata sulla ricerca e sul fare, arriva con forza e il poeta, non è se non un occhio che vede, e un orecchio che ascolta, critico e pungente nell’interpretare la realtà greca lacerata dalla crisi, esplosa alla fine del 2009. Si rileva un legame essenziale con Hirschman che, nella traduzione di Corpo a corpo scrive: «Sono convinto che il lettore conoscerà, con questo libro, un eccellente poeta greco contemporaneo che riflette nei suoi testi molte delle tenebre economiche ed esistenziali che assediano il più luminoso dei paesi del mondo». Ma la poesia sopravvive in un mondo che la sospinge in posizione di marginalità anche rispetto ad altre forme di scrittura come il romanzo, che possono dare, ai loro autori successi e profitti. Il poeta lo sa e non si fa illusioni: rinuncia a ogni pretesa di magniloquenza, abbassa il tono, (la lezione di Hirschman è, in questo senso imprescindibile), parla come chi sa di rivolgersi a interlocutori distratti o indifferenti. Tuttavia, non rinuncia a scrivere contempla l’impavido disincanto della lirica che continua a esistere e crescere anche in condizioni avverse e non si lascia indurre al silenzio, anzi spesso riesce a sorridere con ironia, del suo status di sopravvissuta perché la bellezza è sempre in grado di svincolarsi dalla degradazione presente, o almeno questo è quel che si evince leggendo Monte Egaleo di Sotirios Pastakas (Multimedia Edizioni, 2019):

La vita, come la poesia, può trovare un inaspettato, “insolito fremito vitale”, proprio là dove crollano ponti, certezze, lontananze scambiate per ostilità.

L’ ombra di Athos è un insolito poemetto che si affida alla forma diaristica, una sorta di sperimentazione strutturale e con due esperienze di vita reali sovrapposte: quella di un amico pescatore, annegato nel delta del fiume Penios e riemerso dopo dodici giorni all’ isola di Skiathos, latente etimologia del Monte Athos, la montagna sacra degli ortodossi che per i greci rappresenta, con i suoi venti monasteri, il cuore spirituale del cristianesimo ortodosso. Tra le mura dei tanti suggestivi monasteri è infatti passata la storia della Grecia moderna, e in particolare della rivoluzione che nel 1821 portò il Paese all’indipendenza. La seconda esperienza è quella del poeta che, durante un intervento al cuore, rivive il percorso da morto dell’amico pescatore. Il trascorrere del tempo, il senso della vita e il mistero della morte sono i temi della riflessione esistenziale che si svolge attraverso il poemetto da configurare come un’opera di salvezza: l’uomo deve essere salvato dalla barbarie contemporanea rappresentata dal dominio delle banche, dall’asservimento al dio denaro. Un linguaggio ispirato in cui si fondono aggancio concreto e visione artistica rendono i versi difficili da capire a una prima lettura. Come nota Mengaldo, la parola è mezzo di purificazione della «nera fogna della vita», elemento non solo di catarsi, ma addirittura, secondo la felice intuizione di Debenedetti, di esorcismo, insomma un ottimo strumento terapeutico a cui affidare la possibilità di «portare il nostro sapere organico alla coscienza». La poesia è dunque come uno scandaglio che dopo avere toccato il fondo dell’animo e avere raggiunto l’intima verità delle cose, lentamente riporta a galla tale verità e la traduce. Il poemetto si chiude con una visione lirica e un messaggio di pace, un omaggio a chi ha percorso il viaggio ed è riuscito ad «arrivare dall’altra parte» e un invito alla sicurezza per chi si trova a dover fronteggiare guerra, povertà e oppressione.

… πλαγιασμένος σε έναν ίσκιο
σφυρίζω το δικό μου σκοπό
στα κρίταμα και τ’ αλμυρίκια.

Στάζων άλμην κι αφρόν
εν συνειδήση ιχθύος.

Io all’ombra
fischio il mio messaggio
in kritama e tamerici.

Grondante di sale e spuma
con la coscienza del pesce.

© Maria Allo

 

ΗΜΕΡΑ ΤΡΙΤΗ 19/12

«Έναστρη νύχτα πυρπόλησε
τ’ απάτητα νερά, ασήμωσε
τη σκοτεινή μου μοίρα».
Το φεγγάρι στο πρώτο
τέταρτο έδυσε.
Η Πούλια μεσουρανούσε.
Η μικρή και η μεγάλη Άρκτος
έλαμπαν και φώτιζαν μία προς μία
τις πληγές, τα κρύφια όνειρα
τα μυστικά που έκρυβα
χρόνους πολλούς και δεν έβγαιναν
να ξεμυτίσουν απ’ τα βαθειά
τα σύγκρυα που ήταν καμωμένα
με δάκρυα χειροποίητα
παράπονα και αίμα.
Ιππόκαμπος στο στήθος:
ασημένια καρφίτσα.
Η νύχτα καρφί ανάμεσα
στα κύματα, χορεύει στο σκοτάδι
και το χάος ανατριχιάζει η θάλασσα
έτσι ξαπλωμένος ανάσκελα,
η καρδιά μου χτυπάει έξω
από το σώμα μέσα στο νερό
αμέτρητες μέδουσες γεμίζουν
φιλιά το κορμί μου.
Φιλιά καρφιά
ευπρόσδεκτα να με ταλαιπωρούν
αποφάσισα να περάσω εδώ την νύχτα.
Την νύχτα τίποτα δεν είναι σωστό:
ο μεγαλύτερος εχθρός
του εαυτού μου παραμένω.
Κλείνω τα μάτια στο νερό
και σκέφτομαι πώς να γλιτώσω.
Κάνω νεύμα σε μια συναγρίδα.
Ψάρια κοπάδια έρχονται
καταπάνω μου: άλλα με τσιμπάνε
άλλα με αποφεύγουν το συνήθισα.
Άρχισα να διαμορφώνω
τη μηχανική επανάληψη
της καθημερινής δραστηριότητας,
με λίγα λόγια να μην δίνω
καμιά σημασία στο θάνατο.
Πως κάποτε θα πέθαινα
το ’ξερα από παιδί
κι όπως πορεύτηκα
για άλλη μια φορά.
Δεν άφησα τις αρνητικές
σκέψεις να με καταβάλουν.
Η θάλασσα έχει πολλά ψάρια,
είπα. Το πιο μεγάλο εμένα.

TERZO GIORNO 19/12

«La notte stellata bruciava
le acque fonde, argentava
Il mio oscuro destino».
La luna nel primo
quarto al tramonto.
Le Pleiadi al centro del cielo.
La piccola e grande Orsa
brillavano e illuminavano uno per uno
piaghe, sogni nascosti
segreti repressi
molte volte e mai sgorgati
dal profondo,
conflitti fatti ad arte
con lacrime, lamenti e sangue.
Ippocampo e al petto:
spilla d’argento.
Un chiodo la notte in mezzo alle onde,
si ballava nel buio e nel caos:
il mare ondeggiava
così sdraiato sulla schiena,
Il mio cuore batteva
fuori dal corpo; in acqua
innumerevoli meduse
lambivano il mio corpo.
Baci ventosi
a tormentarmi,
così decisi di trascorrere la notte là.
Di notte non c’è niente di più sensato:
rimango il peggior nemico
di me stesso.
Chiudo gli occhi nell’acqua
e sto pensando a come uscirne.
Sto amicando con una cernia
Arrivano banchi di pesce
sopra di me: alcuni mi pungono
altri mi evitano.
Mi ci sono abituato.
Ho iniziato a maturare
la ripetizione meccanica
dell’attività quotidiana;
in breve a non dare
nessun significato alla morte.
Che un giorno sarei morto
lo so da quando ero bambino.
E adesso sono di nuovo in giro
Non ho lasciato che le contrarietà
avessero il sopravvento.
Il mare è molto pescoso.

ΗΜΕΡΑ ΕΝΑΤΗ 25/12

Ύστερα φάνηκε μπροστά μου το νησί:
ασάλευτη ράχη γαϊδουριού
με κωνοφόρο τρίχωμα.
Η αίσθηση του ήλιου στον αυχένα.
Ένα κοράλλι στα μαλλιά και κόκκους
άμμου στα χείλη. Μια σύσπαση ελαφρά.
Η μόνιμη τάση στη δεξιά
βλεφαρίδα. Είδα την ιδέα για τον εαυτό μου
να συρρικνώνεται στο φυσικό περίγραμμα
ενός άνδρα που ξέβρασε η θάλασσα.
Δεν θυμάμαι ποιος μου έδωσε
το φιλί της ζωής  δυο χέρια μόνο
να με σηκώνουν. Μια αγκαλιά
χαμόκλαδα, θάμνοι ευώδεις,
αργιλώδης γη τραχεία,
πλαγιασμένος σε έναν ίσκιο
σφυρίζω το δικό μου σκοπό
στα κρίταμα και τ’ αλμυρίκια.

Στάζων άλμην κι αφρόν
εν συνειδήση ιχθύος.

NONO GIORNO, 25/12

Poi l’isola mi apparve dinanzi:
spalla di asino sgraziato di pelo ispido.
La sensazione del sole sul collo,
un corallo tra i capelli, grani
di sabbia sulle labbra e un lieve contrarsi.
Lo spasimo permanentemente
sul ciglio destro. Ho visto restringersi
l’idea di me stesso, nel contorno naturale
di un uomo vomitato dal mare.
Non ricordo chi mi ha dato
il bacio della vita – solo due mani
venute a prendermi. Un abbraccio
di lamponi, arbusti profumati,
terra di argilla.
Io all’ombra
fischio il mio messaggio
in kritama e tamerici.

Grondante di sale e spuma
con la coscienza del pesce. Dico. Il più grande, son io.

Il demone dell’analogia #8: Saffo

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.»
Mario Praz

Saffo

 

O coronata di viole, divina
dolce ridente Saffo

frammento di Alceo da I lirici greci, traduzione di S. Quasimodo

 

SOLON

Triste il convito senza canto, come
tempio senza votivo oro di doni;
ché questo è bello: attendere al cantore
che nella voce ha l’eco dell’Ignoto.
Oh! nulla, io dico, è bello più, che udire
un buon cantore, placidi, seduti
l’un presso l’altro, avanti mense piene
di pani biondi e di fumanti carni
mentre il fanciullo dal cratere attinge
vino, e lo porta e versa nelle coppe;
e dire in tanto grazïosi detti,
mentre la cetra inalza il suo sacro inno;
o dell’auleta querulo, che piange,
godere, poi che ti si muta in cuore
il suo dolore in tua felicità.

«Solon, dicesti un giorno tu: Beato
chi ama, chi cavalli ha solidunghi,
cani da preda, un ospite lontano.
Ora te né lontano ospite giova
né, già vecchio, i bei cani né cavalli
di solid’unghia, né l’amore, o savio.
Te la coppa ora giova: ora tu lodi
più vecchio il vino e più novello il canto.
E novelle al Pireo, con la bonaccia
prima e co’ primi stormi, due canzoni
oltremarine giunsero. Le reca
una donna d’Eresso» «Apri: rispose;
alla rondine, o Phoco, apri la porta»
Erano le Anthesterïe: s’apriva
il fumeo doglio e si saggiava il vino. Continua a leggere

Una domenica inedita #3: Pietro Pancamo, Tre poemetti in prosa

Pieter Paul Rubens, Lamentazione

PATTI E NON PAROLE

La tenebra si abbatteva per la quinta volta su di noi, mentre Gesù, dorato e datato di doni, ascoltava a capo chino.
«Non hai voluto darmi retta, quando ti chiedevo Patti e non Parole. Quindi ora lancio i fiumogeni, come avevo minacciato, e scateno il diluvio», disse Giuda “Icariota” spalancando le ali e prendendo il volo, col viso nascosto dalla notte.

***

VIGOR MORTIS

È sulla vetta del Sinai che l’angelo Haziel fece il suo personale discorso della montagna.
«Sforzatevi di capire» –spiegò– «Io che vi amo ma sono eterno, soffro tanto per la semplice ragione che, all’occorrenza, non riuscirei mai a compiere per voi il sacrificio estremo. Invece gli uomini» – aggiunse guardandoci – «sono creati a immagine del Signore perché, come Lui, sono in grado di dare la vita per chi amano. La morte, credetemi, è il dono che Dio vi ha fatto».

***

LAMENTAZIONE

Adesso che hai (p)ignorato ogni mia speranza, ti urlo: «Sei un Giuda traditore! Quello vero!». E se mai ti vedessi splendere di gloria, qui a Gerusalemme, o predicare in piena Parusia, aggiungerei a tutta voce e tutta rabbia: «Io li confesso i miei peccati! Non so sacrificarmi per chi amo: che vuoi… non tutti i palmi riescono col buco! Ma tu? Tu spiegami una cosa: era dono per i figli, la tua croce, o solo un piercing alle mani, tanto per essere alla moda? No, guarda… non rispondermi nemmeno. Anzi fa’ il piacere di andartene all’istante: di toglierti, ed anche presto!, di (ri)torno».

 


Pietro Pancamo, poeta, novelliere ed editor professionista, è nato nel 1972.
Dopo essere stato incluso nell’antologia Poetando (Aliberti), curata da Maurizio Costanzo, s’è visto pubblicare una breve raccolta di versi dal blog «Poesia» della Rai e dedicare una puntata del programma «Poemondo» dalla radio nazionale della Svizzera italiana.
È autore delle sillogi poetiche: Manto di vita (LietoColle) e Il Silenzio Stonato (Edizioni Thyrus).
Suoi testi sono apparsi sul «Corriere della Sera», «Il Fatto Quotidiano», «la Repubblica», «La Stampa», «Poesia» (Crocetti editore), «Atelier», «Gradiva», «Carmilla», «Il Ridotto», «Il Paradiso degli Orchi», «FantasyMagazine», «IF. Insolito & Fantastico», «Vibrisse», «El Ghibli», «Cronache letterarie», «Scriptamanent» (Rubbettino editore), «Suite Italiana» e «Diogen» (rivista di Sarajevo, fra le più importanti d’Europa).
Attualmente cura la sezione poesia del mensile italo-olandese «Il Cofanetto Magico».

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