Comunicato stampa e presentazione: “Distanze obliterate. Generazioni di poesie sulla rete”

Collana Il cantiere
A.A.V.V., Distanze obliterate. Generazioni di poesie sulla Rete, a cura di Alma Poesia, pp. 246, € 25,00
ISBN 978-88-6679-303-8 

In che modo la velocità della Rete, gli effetti del mediashock e tutte le affascinanti promesse del web – come accorciare le distanze o ridurre i tempi di comunicazione – hanno cambiato il modo di fare poesia e hanno influito sul senso di identità e di relazione di ciascuno?
I testi raccolti in questo volume, scritti da poeti nati tra il 1940 e il 1999, provano a tracciare alcune possibili traiettorie di senso per rispondere a questa domanda e fare nascere altri quesiti capaci di alimentare consapevolmente il dibattito intorno a poesia e rete.
Il volume si articola in due sezioni: la prima è dedicata agli omaggi di poeti affermati che hanno concesso alcuni contributi inediti sul tema; la seconda ospita invece gli inediti di poeti che hanno risposto alla call per la composizione del volume e che sono stati ritenuti meritevoli di farne parte dal comitato editoriale di Alma Poesia, che si è occupato anche della stesura di commenti critici che intervallano i testi delle autrici e degli autori proposti.
Distanze obliterate. Generazioni di poesie sulla Rete, in un viaggio tra le generazioni, prova a riassumere in sé le diverse accezioni del rapporto poesia-Rete e a restituirle nella forma organica di questo volume, con l’auspicio che possa essere da stimolo e da supporto a studi successivi del fenomeno.

 


Per festeggiare il primo compleanno di Alma e per mantenere sempre attiva la connessione online/offline, abbiamo deciso di realizzare questo volume dedicato a Poesia & Rete, uno dei temi della mia ricerca accademica e di uno dei due editoriali che Alma porta avanti. Per Rete intendiamo gli effetti del mediashock sul linguaggio, sul modo di intendere le relazioni, sul senso dell’identità, il peso del frapporsi dello schermo tra noi e gli altri, il mutamento della percezione del tempo e dello spazio, i pericoli e le opportunità offerti dall’online e tutto ciò che, in senso lato, inerisce al Web.
L’idea guida è quella di raggruppare i versi di poeti di generazioni differenti per provare a tracciare un filo conduttore sul modo e sul linguaggio usato per parlare, in poesia, dell’argomento e, allo stesso tempo, per monitorare come la rivoluzione digitale abbia o meno impattato sulla scrittura poetica.
Attraverso una call è partito l’invito, per chiunque avesse compiuto il diciottesimo anno di età, a mandarci degli inediti inerenti al tema; i testi arrivati in redazione sono stati valutati da tutti i membri di Alma e quelli selezionati sono confluiti in questo volume, accanto a componimenti di poetesse e poeti scelti, invece, direttamente da noi.
Per iniziare a indirizzare il percorso, il lettore troverà dei commenti critici di accompagnamento alle poesie; nella postfazione, invece, si prova a definire alcuni possibili percorsi di senso, derivati dall’analisi dei testi inclusi in questo lavoro.
Il nostro augurio è che Distanze obliterate. Generazioni di poesie sulla Rete possa essere un tassello significativo all’interno del dibattito su Poesia & Rete e che contribuisca a rendere testimonianza della complessità dell’argomento e della necessità che venga sempre più studiato e indagato, magari in una prospettiva interdisciplinare.

Alessandra Corbetta

Il sabato tedesco #33: Hilde Domin, Soltanto l’ostinato

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. La puntata odierna è dedicata a una poesia di Hilde Domin, tratta dalla raccolta Il coltello che ricorda (Del Vecchio 2016), a proposito della quale scrissi, nell’anno della pubblicazione del volume, un contributo che è possibile leggere qui. (Anna Maria Curci)

 

SOLTANTO L’OSTINATO

Non rimpiazzare
il rosso del tulipano morente,
non rimpiazzarlo
quest’anno.
Do nomi al mio cordoglio,
ci sono sempre fiori nuovi,
altri.
Nessuno ha bisogno di essere solo,
quando i prati sono così pieni di fiori
e le strade piene di persone.

Questo sorriso, non quello?
Il sorriso ha qualcosa di simile,
rosa e bianco,
muscolo della tenerezza
sui volti.
Questa maniera di farsi male,
proprio questa,
di rivoltare la spina nel cuore?
Quando le rose sono così piene di spine
e le strade piene di persone.

Soltanto l’ostinato
ha bisogno di essere solo.

Trad. di Anna Maria Curci

 

NUR DER EIGENSINNIGE

Das Rot der sterbenden Tulpe
nicht zu ersetzen,
in diesem Jahre
nicht zu ersetzen.
Ich gebe meiner Trauer Namen,
es gibt immer neue Blumen,
andere.
Niemand braucht einsam sein,
wenn die Wiesen so voller Blumen
und die Straßen voll Menschen sind.

Dieses Lächeln, nicht jenes?
Lächeln hat etwas Ähnliches,
rosa und weiß,
Muskel der Zärtlichkeit
auf den Gesichtern.
Diese Art sich weh zu tun,
diese eine,
den Dorn im Herzen zu drehen?
Wo die Rosen so voller Dornen
und die Straßen voll Menschen sind.

Nur der Eigensinnige
braucht einsam sein.

 

Hilde Domin, Il coltello che ricorda, Del Vecchio 2016, pp. 222-223

Roberto Ariagno, Il tempo di una muta

Roberto Ariagno, Il tempo di una muta
Prefazione di Caterina Serra
Collana Rosada 2020

La poesia di Roberto Ariagno segue un circuito di ferro e di luce che tiene legati forte al mondo: c’è un metallo dietro le cose, una luce che le attraversa mentre insorge la frattura. Una luce che è di volta in volta ferma, nervosa, netta, acuminata, breve, sobria, dura, uniforme. Sta davanti alle cose, a modificarle o cambiarle per sempre.
Ferro e luce sono quello di cui siamo fatti, come carne e sangue che tengono in vita. Mentre la vita sembra lasciare l’umano confuso, interdetto, esonerato di fronte a qualcosa di contagioso come la paura e l’inerzia che paralizza il desiderio. Come dentro una pausa che non è più frattempo ma tempo sospeso, una stagione indecifrabile, come questo tempo epidemico che viviamo. (dalla prefazione di Caterina Serra)

.

sotto le nuvole l’azzurro, il ferro del paese
le corse per la muta, la peristalsi, è qui
che morde la primavera, agli inizi della conoscenza
——————(il vento sui piazzali
le facciate mosse da un transito di luce
quando la fame era già manifesta
e una corrente agitava i risvegli

————-poi la svolta di un’allegria
se dai corridoi esterni portano aria
schiudono gli spazi tra le parole
zitti riempiono di bianco la stanza

 

perché il paesaggio è già sintassi, procede
costante, da una retrovia discosta lascia molliche
freddo alle partenze, la salvezza mutevole
degli equinozi (sarà una vigilia marginale
a ripiegare in boschi cedui, per valichi interni
i carteggi esauriti in fumi accorti, nei roghi
lenti dei passaggi secolari, e la memoria dell’erba
l’aria che al mutare dell’angolo sapeva tutto

così diminuisce lo scarto, si defila in pietra o vento,
muta in figura o specie impronunciabile
a ricucire il vuoto di memoria

———-nelle case galleggianti
le finestre sono ancora chiuse, pesa un alibi ovattato
sull’ovvio delle partenze

 

attendere la consolazione del fumo o eluderlo
qui, di fronte all’arco alpino, dove una gazza
si affanna fra i rami dell’abete (oltre la casa
color carta da zucchero, le cime ancora bianche
alludono ad altro che una invasione, mentre la primavera
è una possibilità oggettivamente breve, inconciliabile
con l’ostinazione, tra placare e accudire la diversa brama
di fronte al déjà vu (scopri allora che la diffidenza
non è soltanto verso il nome, come nelle pause di Giorgione
nel suo muto defilarsi

————-(o la vecchia questione del noumeno
per cui l’ambiguità del tuo profumo ricorda come sia morale
la sola possibilità di trascendenza, stamattina

 

si arriva al limite del golfo, si scende
restano tracce di pioggia su tavoli e sedie

dalla terrazza vediamo il molo
poi il riflesso sul vetro si allarga lento,
la fine di agosto pesa sulla piazza

ordiniamo in silenzio, senza fame

 


Roberto Ariagno nasce a Torino nel 1969, ma da alcuni anni risiede a Rivoli, dove lavora come insegnante nella scuola media. Tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo partecipa a diverse iniziative della città di Torino legate alla poesia. Nel 1994 una sua silloge di inediti viene segnalata al premio “Montale”. Ha pubblicato La sposa boreale (Book, 1997), con una nota di Giorgio Luzzi, e Disarmare il nome (Italic, 2017), che ha ricevuto riconoscimenti in alcuni concorsi nazionali. Suoi testi sono comparsi su riviste e blog. Oltre alla poesia si è dedicato al teatro a livello amatoriale. Si occupa di scrittura e produzione audiovisiva in una società indipendente che ha contribuito a fondare.

Manuel Cohen, A mezza selva #9: Francesco Scarabicchi

Riparte la rubrica A MEZZA SELVA (palinsesti di poesia), la cui prima serie era stata avviata nel febbraio 2018. Verranno qui accolti miei scritti, precedentemente apparsi in cartaceo, ma anche interventi inediti. Ringrazio la redazione di Poetarum Silva per l’ospitalità e per la cura. (Manuel Cohen)

 

Francesco Scarabicchi, L’ora felice
Donzelli 2010

Il 21 aprile 2021 Francesco Scarabicchi ci ha lasciato. Era un poeta tra i più amati, un amico, un punto di riferimento nelle Marche, per chi, come chi scrive, si avvicinava alla poesia tra la fine degli anni Ottanta e Novanta. Ci siamo conosciuti a un convegno sulle riviste marchigiane, a Pesaro, nei primi anni Novanta. È stata subito amicizia, condivisione, empatia: sono state molte le cose, le situazioni, i pensieri e le persone che abbiamo condiviso negli ultimi trent’anni. Due ottave a lui dedicate appaiono nel mio viaggio in versi per le Marche: Cartoline di marca (Marte, 2010), e qualche mio scritto sulla sua poesia è apparso su varie riviste. Il testo che segue nasce e deriva in parte da alcune note di lettura approntate per l’intervento pronunziato alla prima presentazione del libro di Scarabicchi, sabato 19 giugno 2010, presso la Chiesa di Santa Maria di Portonovo, nell’ambito della quinta edizione del festival “La punta della Lingua” (Ancona-Portonovo, a cura della associazione culturale Nie Wiem, organizzato da Valerio Cuccaroni, sotto la direzione artistica di Luigi Socci). (Manuel Cohen).

Con L’ora felice, ancora fresca di stampa, Francesco Scarabicchi, uno tra i lirici più intensi e riconoscibili dell’attuale stagione, festeggia i trent’anni di poesia. Tre decenni che offrono al lettore la possibilità di farsi una idea che si approssimi a un qualche grado di verità.
Il primo libro di versi di Scarabicchi, La porta murata (Residenza, Ancona, 1982), si apriva con una citazione da Umberto Saba in esergo: «E fu un lutto domestico e del mondo». Come in ideale continuità, il nuovo libro, riprende e riparte, ancora in esergo, da una quartina sabiana: «Sono parole. Sanguina il mio cuore/ Come un cuore qualunque./ La dura spina che mi infisse amore/ la porto ovunque.» Le due citazioni si configurano come una prima traccia, sebbene ancora ad altezza di paratesto, di una fedeltà a motivi e temi precisi; prima spia di un erigendo canzoniere, o in progress, edificato nell’arco di cinque tappe corrispondenti alle cinque principali raccolte di versi: La porta murata (1982), Il viale d’inverno (L’Obliquo, Brescia, 1989), Il prato bianco (ivi, 1997), L’esperienza della neve (Donzelli, Roma, 2004), L’ora felice (ivi, 2010); a cui, tralasciando le edizioni d’arte e le plaquettes, va aggiunta almeno la scelta antologica dalle prime tre raccolte, risistemate in Il cancello (peQuod, Ancona, 2001).
Ma il ricorso a Saba delinea in Scarabicchi gli stigmi di una appartenenza, dolorosa e problematica come ogni appartenenza, a una linea comunemente intesa come minoritaria della attuale poesia: mi riferisco a quella ostinata pratica di un genere, la lirica tout court, inviso a molta critica e lontano, almeno così sembrerebbe, dal gusto corrente: non è un caso che da più parti anche di recente ci sia stata la corsa ad archiviare speditivamente il genere lirico dai palinsesti contemporanei (Alfonso Berardinelli, Giulio Ferroni, Roberto Galaverni, Niva Lorenzini, Enrico Testa), intendendo, di fatto, ignorarne la connaturata vitalità, spesso affidata ad autori in grado di continuarlo e riprenderlo, rinnovandolo e adeguandolo.
La voce ancillare di Saba, all’interno del ‘canzoniere’ scarabicchiano, attesta la fedeltà a una pratica di parola di chiarezza cristallina e di onestà: «con franca lingua, nulla al ver dispiacendo» (Purgatorio, XXVI, v. 117). Una scelta estetica, e melica, alla cui base è la ‘predilezione a dire’ l’esistenza nelle sue motivazioni e nelle sue più intime e connaturate ragioni. In questa chiave è possibile definire l’autore di L’ora felice, unius libri auctor, che nell’artigianato della propria parola, si è mosso in direzione di una coerente specificazione formale (rinvio a un ritratto fondamentale e alla lettura metrica che ne deriva dallo scritto di Massimo Raffaeli, Un percorso, postfazione a Il viale d’inverno, cit.) a circoscriverne il perimetro e il territorio suoi propri, consegnati di verso in verso, di tappa in tappa, ad abitarli, o meglio, a risiedervi.
In questo caso, la coerenza e la quiddità di stile, tese costantemente ‘a levare’, tuttavia progressivamente aprendosi a morfologie espressive in cui alla reticenza e a un alto tasso di allusività e figuralità mai venuto meno, si affiancano ora tonalità e registri vieppiù discorsivi, colloquiali, comunicativi: è quanto accade, ad esempio, per i versi ipometri, in prevalenza settenari, che nel tempo e nelle due più recenti raccolte lasciano posto a più distese campiture di versi in più chiari endecasillabi.
Per l’autore la coerenza ha radici remote e autobiografiche, affonda e attinge a un vulnus originario rappresentato dall’orfanità paterna. In questa ottica possiamo intendere il percorso poetico nel suo complesso come una continua elaborazione del lutto, come sua esperienza di coscienza e di superamento; partendo da questo dato, si può tentare di comprendere lo stadio ulteriore, e l’esito decisivo, di L’ora felice. La perdita paterna viene a configurarsi come la coordinata fondamentale della poesia del nostro che, pur attingendo e guardando altrove, ravvisa proprio nei motivi del vuoto (in un’insistita alternanza di buio e luce, nelle gradazioni e nelle tonalità più variegate, tra lampi di visione, al contempo visiva e visionaria, affidati alla raffigurazione di luoghi-simbolo, spesso correlativi, di questa poesia: il mare, il cielo, la stanza, la casa, e al ricorso a tropi, in prevalenza metafore; spesso enjambè: «abissi/ di vento», «abisso/ della voce», «abisso/ di luce»; o: «luce di vento», «onda/ bianca»), nei motivi della perdita e del lutto, della privazione e della ‘consegna’, una parola chiave per tutta l’opera del nostro (“consegnato/i”), più frequentemente in funzione aggettivata che verbale, di un destino, in sostanza, della «umana gettatezza nel mondo» (Heidegger). Perdita che è alla base del serbatoio essenziale dei propri temi e ossessi: un invito a una rilettura del nostro partendo anche dalla psicocritica e dalle Metafore ossessive di Charles Mauron, ad esempio, viene dal bel saggio di Massimo Gezzi, Fedele ai paesi. Luoghi reali e luoghi simbolici nella poesia di Francesco Scarabicchi (in Patrie poetiche, luoghi della poesia contemporanea, a cura di Elisabetta Pigliapoco, peQuod, Ancona, 2010, pp.145-156).
Coerenza di stile e fedeltà alla orfanità come condizione, ma anche come Stimmung in una accezione storicamente destinale, in cui alla Historisch si preferisce la Geschichtlich, cortocircuitate in una nozione di Residenza, che partendo da una precisa esperienza culturale (nel 1980, assieme con tutto un gruppo di giovani autori del rinascimento marchigiano: Massimo Raffaeli, Gianni D’Elia, capitanati da Franco Scataglini), diviene in Scarabicchi la quotidiana pratica di un privatissimo Libro d’ore. In questo senso, il nostro autore è stato negli anni il testimone di una parola residenziale che, attualizzando e valicando una originaria nozione marxisante (Adorno), o l’ipostasi ideologica che la sottendeva, era ed è nel vissuto connaturata a una couche o luogo, fisico ed elettivo; che è tale e ne ha la forza se precipitata nella parola, nella sua essenza e pure nel suo artigianato, nella sua residenza-resistenza («Pensami in questa lingua che resiste/ a dire di ogni vivo quel che manca», p. 71), eminentemente lirica, ed eminentemente linguistica: che ha nella lingua il proprio luogo, la propria ragione. In questo mi pare si possa cogliere la specificità di un orizzonte di riferimento tematico, e un ethos sotteso alla prassi versificatoria.
Libro d’ore, dunque da intendersi L’ora felice, laica e miniata liturgia dell’essere e tempo, dell’essere nel tempo e del tempo: dove la partitura della suite in dieci stanze variamente articolate, a struttura e lunghezza volutamente diseguali, è scandita dal trascorrere degli attimi, delle ore, dei giorni, dei mesi, delle stagioni, riscontrabile già da una prima campionatura di titoli: Nell’ora, Ogni volta, Ore, Acrostico di maggio, I mesi, Stagioni, Il mese. Come pure in molti attacchi in endecasillabi ineccepibili: A vederti a quest’ora della vita (p. 16), Tienimi finché non sarà mattino (p. 17), Lasciami al tuo respiro fino all’alba (p. 23), Mi perdo a sillabarti dentro l’anno (p. 44), e così via.
Non casualmente l’attacco del primo testo, Via del vento (p. 15), un’ariosa prosa, scandita metricamente come una poesia, calibrata su recursività sonore che ne assicurano la periodicità: l’anafora variata ‘chissà dov’è’, ‘chissà dove’, la rima o assonanza interna: «alberata/all’insaputa»; la frequenza di frasi nominali; l’attacco del primo testo, dicevo, «Agosto è questo diario…», introduce il lettore in un regesto, pratica di referti e di affetti affidata a ‘fogli di sosta’, che registrano gli stadi e i ritmi «a quest’ora della vita» (p.16), dove i verbi si fanno stigmi di combattimento tra immobilità e movimento: resti, vado, fugge, resta, vanno, fuggono, e dove l’ora è l’immagine tesa, proiettata nella mente e negli occhi, come recita uno tra i numerosissimi e efficacissimi incipit da antologia presenti nella raccolta e che si fissano nella memoria del lettore: «Sono quest’ora ferma dentro gli anni» (p. 18), dove tempo esistenziale e tempo atmosferico, sono il fondale della rappresentazione o come, per interposta persona, affidando alla traduzione del sonetto 23, l’autore fa dire a Shakespeare: «la perfetta cerimonia del rituale d’amore/ siano allora i miei fogli l’eloquenza/ e i muti messaggeri del mio cuore che parla» (p. 49).
Come in un perfetto canzoniere, con continui rimandi interni e parallelismi o riprese, come nella dislocazione strategica dei sonetti tradotti da Shakespeare, tre nella seconda sezione e tre nella penultima, da intendersi quali soglie significazionali e spie di senso, nell’alternanza delle partiture o suite in morte e in vita, ovvero scritte in praesentia e in absentia del destinatario d’amore, registrando tutta intera la fenomenologia dell’amore (frequenti tra gli altri i lemmi e le locuzioni: sogno, insonnia, trema, fedele, timore che trema e geme, ansia di abbandonarsi, paura, oscuro amore) Scarabicchi ci affida le parole nella più dimessa e classica veste lessicale, originarie quasi, o basiche, nell’adunanza degli elementi costitutivi (come accade a un riassetto o raduno d’acqua, aria, cielo e terra in Una lingua di terra, p. 74) scritte con il linguaggio intellettivo degli occhi, affidando ancora all’interposta voce di Shakespeare in traduzione, i messaggi in bottiglia o subliminali del proprio fare: «Fra gli occhi e il cuore è stretto un patto» (Sonetto 47, p. 135).
La lingua di L’ora felice parla dunque con gli occhi, affidando alla vista e alle molte venature, cromature coloristiche, l’allusione a stati d’animo, alla condizione dell’essere, e degli esseri. Perché, se di canzoniere si tratta, il destinatario è in una soglia di senso plurale, dall’intimo richiamo genitoriale, alla moglie, agli amici a cui destina i suoi versi: Bellezza, Luzi, Merini, Pecora, Siciliano, fino a un allargamento a vario grado alla polis nell’ultima e conclusiva sezione Soglie dove l’autore non si esime dalla sentenza e dal giudizio: «La luce che vi manca è muro e morte,/ siete voci che indossano un parere» (p. 141). Canzoniere al plurale, nella splendida sezione La luna nel rio dedicata ai figli, dove la lingua di Scarabicchi raggiunge vette di felice levità, affidandosi alla nenia incantatoria delle filastrocche o canzoni, lasciandosi con trasporto veicolare dalla cantabilità della phonè, dai suoni, dalle rime, dai ritmi percussivi dei quinari e dei senari (come in Stagioni, pp. 116-117), o recuperando elementi di una fantasia infantile e primigenia (nel ricorso ai diminutivi: coniglietto, pesciolino).
Testimone di un senso e del sentire acutamente la perdita che è tutta dentro, eppure tutta oltre «l’ora ferma dentro gli anni», la parola di Francesco Scarabicchi arriva a cogliere la sua «ora felice», l’istante di pace conquistata nella «ferita carità dell’anno». Consapevole che di un’ora si tratta, e che la si comprende e se ne gode pienamente nella presente grazia compositiva, artigliata di pena in pena, di dolore in dolore, in leopardiana lingua mortale. Probabilmente approdato a uno degli esiti migliori della sua parabola, nella coincidente maturità di vita e d’arte, questa voce, elettivamente lirica e visiva, ci dona uno dei più intensi e perfetti libri dei nostri anni.*

© Manuel Cohen

 


* Il contributo di Manuel Cohen reca la data di stesura: 27 novembre 2010

Graziella Sidoli, “Il male nei tigli” (rec. di Alessandro Pertosa)

Graziella Sidoli, Il male nei tigli
Puntoacapo 2021
Nota di Alessandro Pertosa

Fedele alla sua essenza trilingue, Graziella Sidoli torna con Il male nei tigli a veleggiare fra le onde di un mare in tempesta. E lo fa mescolando ritmi, sonorità, temi, in un modo così originale, da rendere la sua voce unica, riconoscibile, ma al tempo stesso complessa. Non è certo questo un prosimetro che si può leggere in tram o magari dal barbiere. No, qui bisogna mettersi a sedere. Sgomberare il campo dai rumori della quotidianità e ingaggiare una lotta con le parole, verso dopo verso, riga per riga, facendo i conti con la densità della sua voce. Che è probabilmente figlia del mondo linguisticamente complesso, in cui l’autrice vive sin da quando è nata. Italiana d’origine, argentina d’adozione, angloamericana in età adulta, Graziella è abitata da tre lingue che risuonano in lei sotto forma di polifonia di contrappunti e salti. Di strappi e rimandi a specchio. E se ha ragione Wittgenstein a scrivere che il limite del mio linguaggio significa il limite del mio mondo, ai tre mondi abitati dalla Sidoli corrispondono tre linguaggi diversi, e magari anche di più: perché l’intreccio delle sonorità, dei significanti, dei suoni, produce qualcosa d’imprevisto, di unico, forse persino di caotico. Ma è un caos foriero di bellezza, di desiderio e di passione.
Alcuni testi di questo canzoniere trilingue nascono direttamente in spagnolo, altri in inglese e sono qui pubblicati in lingua originale e nella versione italiana. Perché di questo si tratta. Non di traduzione, ma di versione. D’altronde c’è traduzione solo quanto il traduttore è una persona altra dall’autore. Uno scrittore, invece, che si auto-traduce riscrive il testo per due volte; lo riscrive facendolo vivere all’interno di due mondi, di due orizzonti linguistici diversi, a cui appartiene indistintamente. Abitando entrambe le lingue non traduce (non tradisce), ma riproduce, rievoca, riesegue.
Il male nei tigli, l’ho accennato, è un testo molto denso, e allo stesso tempo sfuggente. Testo che supera i generi di prosa, di poesia, si presta a letture molteplici e amoreggia continuamente con la filosofia.
Ora, prima di proseguire è necessario un chiarimento. Etichettare un autore non è mai possibile e nemmeno opportuno. Tuttavia, contraddicendomi subito – perché forse solo la contraddizione è l’unica modalità espressiva capace di tener conto della complessità – contraddicendomi, dicevo, mi sentirei di definire la poetica della Sidoli innanzitutto filosofica. È poesia filosofica delle migliori. Profonda e radicale nel suo darsi.
È nei versi il costante riferimento al male, tema così centrale da apparire già nel titolo. Male inteso non come realtà ontologica – ovvero come qualcosa che è, che esiste – bensì semplicemente come un qualcosa che accade e di cui si fa esperienza. Si avverte qui l’eco della teodicea medievale, secondo cui il male non era altro che diminutio boni: esiste solo fintantoché esiste il bene, l’unico vero essere. Esiste solo come privazione o diminuzione di bene. Ma quando il bene scompare, sparisce anche il male. E in questo senso leggiamo dunque:

Il Male non è cosciente
come il mare quando si abbatte indifferente
in tempesta sulla scogliera e sulle creature
il cui fuggire è inutile, prede ora solo
dello svuotamento del Bene, ombra assente
che scompare senza preavviso […]
                                  Va avanti
fino a esaurirsi delle sue involontarie voglie
per spegnersi poi così, senza spiegare mai,
perché la sua disconoscenza è assoluta, così –
perché non ci sono specchi una volta smarrito il Bene.

Appunto, non ci sono specchi una volta smarrito il bene. E il male non potrà riflettersi più, condannato a non esistere, travolto dalla fine dell’essere. Il male che travolge l’essere-bene finisce per schiantare sé stesso e sparire nel vuoto cosmico, nella radicale dimenticanza.
In senso filosofico vanno letti anche i versi di Amputazione #2, in cui si parla di intelletto vegetativo e conoscitivo: e qui l’orecchio sente risuonare la voce di Aristotele e della filosofia greca. Anche se, in un perfetto sincretismo culturale, subito Graziella volge il suo sguardo all’intelletto del cuore. E l’intelligenza del cuore rimanda al sapere orientale. Si pensi alla medicina cinese che considera il cuore il raccordo tra il corpo e la mente. O ancora alla lingua giapponese che ha due diversi termini per significarlo: uno nomina l’organo fisico; l’altro indica la saggezza del cuore, appunto. Il cuore sa. Sa in modo strano. Conosce secondo parametri tutti suoi, ma sa.
Poesia filosofica dunque, ma non solo. Anche civile (eh sì, nonostante sia davvero orrendo questo termine, non ne trovo ora di migliori): voce che risuona nella critica alle culture sclerotizzate, definite da supponenza e ignoranza; così come il riconoscimento della diversità come valore, inteso quale fondamento per la costituzione di una nuova coscienza civile.
Tuttavia, filosofia e civismo si muovono all’interno di un orizzonte tracciato dal titanico scontro tra amore e morte. Tema questo che ha attraversato da sempre la poesia di ogni tempo e di ogni luogo. Si pensi al Cantico dei cantici, forse uno dei testi più antichi in tal senso. Nella versione comune leggiamo: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perche forte come la morte è l’amore (8, 6). In verità la traduzione è opinabile (ma non è questo il luogo per discuterne), perché bisognerebbe rendere il verso così: «perché più forte della morte è l’amore». Ed è precisamente in questo senso che Graziella Sidoli intende il rapporto tra amore e morte. La morte non è il sigillo, il male non dice l’ultima parola, ma l’amore vince e resiste; oltrepassa il confine e supera le regole, la legge. Perché l’amore è sempre illegale e ingiusto. Se l’amore non apre a una dismisura, se non spalanca le porte dell’infinito e non schianta la regola meschina, è accordo, contratto, ma non amore. L’amore è immeritato. Sempre. Il giudice giudica il giusto. L’innamorato ama anche colui che non lo merita.
Questo è il sapere del cuore che vince ogni male. E se anche così non fosse, alla fine, poco importa. La speranza sarebbe già abbastanza.
Ecco, di tutto questo Graziella Sidoli ci fa dono.

© Alessandro Pertosa

 

Angelo Santangelo, Screziature della porcellana (rec. di Aldo Spano)

Angelo Santangelo, Screziature della porcellana
Edizioni Le Farfalle 2020

Screziature della porcellana è la seconda raccolta poetica di Angelo Santangelo. Il libro, pubblicato da Le farfalle, è una discesa ripida e silenziosa, ma intellettualmente avvincente, negli abissi più impervi del mondo contemporaneo; un pellegrinaggio, preludio di rinascita, in cui la parola dell’autore, mai violenta, sempre sussurrata e placida, costituisce una formidabile guida.
Già dalla prima sezione della raccolta, “Stille di un abisso”, Angelo narra la catabasi della nostra civiltà: è il naufragio, un imponente diluvio, l’immagine che si imprime nella mente del pellegrino. Esso ha le vesti di una catastrofe morale e sociale ed è connotato da due paradigmi: Lampedusa e la città contemporanea. L’isola (porta d’Europa) – e Angelo da siciliano lo sa bene – non è più la terra dei Feaci dove il naufrago si ristora, ma è un Cariddi allegorico che impersona l’isolamento animalesco dell’uomo contemporaneo, il famelico narcisismo di una “civiltà di deretani”. In secondo luogo, svetta, solitaria e babelica, la città del nostro tempo: forza disgregatrice, “ventre” che inghiotte e addomestica la vita. Le liriche insistono sulla perdita di socialità delle piazze – “morte” –, sull’eclissi dell’agorà, sempre più vuota. Gli spazi abitati dalla comunità divengono un non-luogo, in cui i lampioni della ragione sono annebbiati dal luccichio di mode e di “tacchi” – termine ricorrente nella raccolta. Il contemporaneo raccontato in queste pagine coincide soprattutto con il dominio dell’immagine, dell’apparenza: l’odiato capitale. Imprigiona i miti di un tempo (Nereidi in cellophane lo grida a chiare lettere); affida a un destino disperato gli ultimi (la miseria striscia velenosamente nei versi di Cattedrale Expo).
Come in ogni naufragio che si rispetti, non ci sono compagni di viaggio. Si è soli. La pellicola dell’umanità scorre senza sussulti; è percorsa da “passanti” o “viandanti” – “folla” indifferente e indifferenziata – che incarna il declino della memoria collettiva del nostro tempo, prigioniero di un presente (un presentismo) sempre più sordo e anonimo. E così, come un’isola nell’oceano, emerge incessante il bisogno morale e spirituale di tornare alla materia grezza e agli elementi naturali; è come se la natura con la sua purezza – l’acqua che distrugge e che rigenera è l’elemento essenziale e imprescindibile delle liriche – si facesse largo per riappropriarsi di ciò che le spetta.
Mentre affonda l’autenticità, affiora il volto del poeta, Giano bifronte: è porcellana screziata, fragile, rara, in mezzo ai vasi di ferro; e nel contempo controfigura pirandelliana – altra eco all’identità isolana dell’autore – che si guarda vivere come uno “sputo sbilenco di ossa e di cortesia” (Primo maggio). E forse è proprio questa la dote, la lettera d’addio, che ci regala l’umanista nell’era della tecnica, sembra dirci Angelo: capovolgere con raffinata autoironia un mondo che non ci appartiene, senza paternalismi, svelandone le pieghe più nascoste e umoristiche. E sorridere di fronte a chi crede di saper vivere (così suggerisce Scranni capovolti).
Il poeta, stanco, ma armato di umanità, accompagna il lettore oltre la burrasca. Nella quarta parte della raccolta – “Postille del diluvio” – il cielo si squarcia e appare al viandante “l’ineffabile scintilla” (Tra lo svanire e il perdurarsi). Il linguaggio si fa meno fluido: concreto, a tratti ispido, accartocciato. Un’illusione? Chi accarezza la speranza non salirà di certo sulla zattera della felicità, pallida ed effimera come un “quarto d’ora di luna”. Ma è nel quotidiano “graffiarsi” e “attardarsi”, nel groviglio di ricordi che si svelano possibilità inaudite: “cieli immensi e “fondali incantevoli”, da tempo smarriti. Il lettore sembra ancora smarrito e attraversato dai venti del naufragio e della storia: la ricerca di senso, dell’infinito nel finito, rimane un abito vistoso da sfoggiare al migliore offerente. Il peggio, tuttavia, è alle spalle. E noi, “dopo il diluvio, sorpresi/ancora scapigliati”, rinasciamo. “Postilla di luce”.

© Aldo Spano

 

Lampedusa, nostra civiltà

Capovolto su un mare d’incanto

il viaggio mancato
nella nebbia
un barcone:

non più canzoni di madre
e sogni,
ma ossa a contarle
ossa,
che galleggiano
nel depredato bagliore.

Sul bagnasciuga
della nostra civiltà di deretani
autografati e unti al solleone
loro
scarnificati
senza nome.

E il senso manca, oltre l’orrore.

 

Screziature della porcellana
ad Angelo Scandurra

Nessuna spia di sole
per viandanti su sponde d’acqua.
L’inizio disatteso, procrastinata la fine.
Solo forre e santini negli interstizi.

Chi può deglutire ancora?

Fabbri di chicchessia depongono
parole su seni di madri– guerriere,
forgiano spade e serpi per arte
o condanna.

Mentre poeti di porcellana
si squagliano al sole
e i loro dolori sono tesori
negli abissi.

 

Tacchi sull’agorà

Ma la piazza è morta, morta,
spenta: il dondolio delle nuvole
è sepolto sotto scarpe con il tacco
venti centimetri sovrappiù
decidui slanci
mani smaltate
scongiuri agorafobici
e Dio profanato con corni di stoffa.

Ma la piazza è morta, morta,
spenta: la calca è anonima
fucina di piombo rappreso
lo schermo è sguarnito
le teste svuotate
caldaia soporifera di manichini
diafana novella
in differita processione.

Ma la piazza è morta, morta,
spenta: non più agorà di uomini
bagnati da fuoco e semenza.

 

Scranni capovolti

Lu munnu è di cu’ lu sapi buffuniari:
per filamenti di labbra,
battesimi che dilatano rinascite,
possiamo esorcizzare la precisione del globo,
il sonno della palude di chi sta in mezzo
sotto scacco.

Lu buffuni è il re degli scranni capovolti
che sorvola nudo
le idiosincrasie ipocondriache,
i piagnistei di cardellini obesi,
la spacconeria di chi silenzia parole
nelle canne dei fucili.

Lu munnu è di cu’ lu sapi buffuniari:
per chi non si arrende alla minchioneria venduta a chilo,
per chi custodisce il dubbio nel grembo
sopraffatto da algidi teoremi,
per chi sale su un muro con tante crepe
per vedere il cielo da una benda inginocchiato.

 

Dopo il diluvio

Dopo il diluvio, sorpresi,
ancora scapigliati,
cerchiamo un’insegna sotto traccia,
una foglia argentata nella fitta boscaglia
per ricomporre noi
dalla mappa-prospettiva espunti
per ritrovarsi a piè di pagina

postilla di luce.

Il demone dell’analogia #25: Carcere

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano.»
Mario Praz

collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro
 
Carcere

 

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

certo sei stanca
come potrò lavarti i piedi
non ho acqua di rose né catino d’argento

certo avrai sete
non ho una bevanda fresca da offrirti

certo avrai fame
e io non posso apparecchiare
una tavola con lino candido

la mia stanza è povera e prigioniera
come il nostro paese.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!
hai posato il piede nella mia cella
e il cemento è divenuto prato

hai riso
e rose hanno fiorito le sbarre
hai pianto
e le perle sono rotolate sulle mie palme
ricca come il mio cuore
cara come la libertà
è adesso questa prigione.

Benvenuta, donna mia, benvenuta!

da Poesie d’amore di Nazim Hikmet
(traduzione di Joyce Lussu)

 

Billy in catene

Il cappellano è entrato nella cella,
s’è curvato sull’ossa midollose e ha pregato
per quelli come me. Ma guarda, Billy,
il chiar di luna viene ed inargenta
la daga del guardiano e il mio cantuccio.
(Morrà lui pure all’ultima alba di Billy Budd).
Un gioiello faranno di me domani,
un bel pendant di perle dal pennone,
come il par d’orecchini che un giorno detti a Molly.
Sospenderanno me, non la sentenza!
Ahi ahi, ché tutto è pronto e domattina
Presto risalirò fra le mie gabbie.
E sarà questa volta con lo stomaco vuoto
o forse mi daranno
da rosicchiare un pezzo di galletta
ed un compagno m’offrirà un grappino.
E Dio sa chi dovrà tirarmi in alto
torcendo il capo dalla cerimonia!
Neppure avrà bisogno di fischietto…
Ma forse è una finzione
un brutto sogno fatto ad occhi aperti.
Me ne andrò alla deriva, suonerà
la chiamata pel gong senza di me?
Donald mi ha garantito d’essere sulla plancia.
Gli stringerò la mano prima di andare giù.
(Ma ora mi ricordo che allora sarò morto).
Mi sovviene il gallese Taff quando dette il tuffo.
La sua guancia era come il garofano in fiore.
Ed io…io sarò avvolto in un’amaca, e giù,
sempre più giù, in un fondo sonno sarò calato.
E il sonno viene. Sei tu, sentinella?
Allenta un poco le manette, ch’io
mi sporga appena.
Ho sonno e l’alghe viscide faranno
presto ad attorcigliarsi su di me.

Billy Budd di Hermann Melville,
da Eugenio Montale in Quaderno di traduzioni

 

Molti uomini, quando vengono dimessi dal carcere, portano in giro con sé, nella stessa aria intorno a loro, il loro carcere, o lo celano come un’onta segreta nei cuori, e alla fine, come povere creature avvelenate, strisciano in qualche tana a morire. È triste che siano obbligati a far così, è un errore, un tremendo errore che la società li obblighi a farlo. La società si arroga il diritto di infliggere terrificanti punizioni all’individuo, ma ha pure il vizio supremo della superficialità e non si rende conto di quanto ha fatto. Trascorso il periodo della punizione, l’uomo è lasciato a se stesso, vale a dire viene abbandonato proprio nel preciso momento in cui comincia il più alto dovere della società nei suoi confronti. La società si vergogna profondamente di quanto ha fatto e sfugge colui che ha punito, come si sfugge un creditore che non si può soddisfare o qualcuno che si è offeso con un grave, irreparabile torto. Posso dichiarare, per quanto m’interessa, che, se mi rendo conto di quanto ho patito, la società dovrebbe rendersi conto di quanto m’ha inflitto; e non dovrebbe restar traccia di risentimento o di odio da una parte o dall’altra.
Naturalmente so che, da un certo punto di vista, le cose mi paiono diverse da come paiono agli altri; e per forza, considerando il carattere particolare del caso, devono essere tali. I poveri ladri e fuorilegge che si trovano nel mio stesso carcere sono per molti aspetti più fortunati di me. La straducola d’una grigia città o di una verde prateria che è stata teatro del loro peccato è breve; per imbattersi in qualcuno che sia all’oscuro dei loro misfatti non hanno bisogno di andare più lontano di quanto può volare un uccello tra il primo barlume dell’aurora e l’aurora stessa. Ma per me il mondo intero s’è ridotto al palmo d’una mano e, ovunque mi giri, vedo il mio nome scolpito sulla pietra. Poiché non sono giunto dall’oscurità alla momentanea notorietà della colpa, ma da una specie d’eterna fama ad una specie d’eterna infamia, e a volte mi pare addirittura d’aver dimostrato, se mai vi fosse stato bisogno d’una simile dimostrazione, che tra la fama e l’infamia è appena un passo, se pure ce n’è uno.
Tuttavia, proprio nel fatto che la gente mi riconoscerà ovunque io vada e tutto saprà della mia vita in ogni sua eccentricità, posso scorgere qualcosa di vantaggioso per me. Mi farà sentire di nuovo la necessità di affermarmi come artista, e al più presto. Se appena riuscissi a creare un’opera bella, anche una sola, sarò in grado di strappare alla malevolenza il suo veleno, alla viltà il suo ghigno, sarò in grado di strappare proprio alle radici la lingua dello scherno.

da De Profundis di Oscar Wilde

Una domenica inedita #26: Carlo Ragliani, Ὁ σωτήρ

Ὁ σωτήρ

Per Angela

non cancellare
il volto

che ha sofferto

perché ricordarlo
redime la mortalità

anche se pesto
nei coaguli

immobile

 

l’amore perfetto
porta alla croce

a piangere sul
proprio essere

servo

del dolore

che non può
consolare

 

ora

appartieni
alla lontananza

a ciò che la parola non osa

mentre l’ombra
irretisce questa vita

la poca che rimane
è un’eco

senza voce

 

sapremo stringere
quanto dovuto

nell’assurdità
delle braccia

solo per vederlo
agonizzare

nella polvere
che non ritorna

nel fango
che non concede
riposo

 

solo le lacrime
saranno amate

alla fine

non la terra
che pesa
sul tuo viso

non la novena
che corona

l’assenza

non lo stillare gloria
dal supplizio

della catena

 

Andrea Nicolato, 2021, Inchiostro indiano su carta

 

queste tombe
si sono spalancate

per divorare
il sorriso rimasto

il nostro seme è

guasto

 

l’eternità
della vita

trattiene

l’eternità
mortale

che la carne
custodisce

nella vergogna
di implorare

misericordia

 

esecrare è
l’opera

che dà gemito
all’angoscia

nell’acedia

solo il sangue 
lava il sangue

più santo
nella morte

 

preferire il dolore
all’orrore del niente

finché il vuoto
non ingoi

ogni cosa

e finalmente

sé stesso

 

la pietà

sarà umiliata

e l’attesa
nullificata

quando i morti
tracceranno la via

sarà sacro

silenzio

 


Carlo Ragliani (Monselice, 1992) vive a Candiana, studia presso l’ateneo ferrarese di giurisprudenza. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati su antologie e webzine letterarie, tra cui “Inverso”, “Niedern Gasse”, “Poetarum Silva”, “Atelier” online, e tradotti in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti. Ha scritto per “Carteggi Letterari”. Scrive per “Intermezzo” e per “Poesia del nostro tempo”. È redattore in “Laboratori Poesia”. Altri suoi interventi critici appaiono su “Nazione Indiana”, pubblicato ne La radice dell’inchiostro (ArgoLibri, 2021), e sul numero centesimo di “Atelier” cartaceo. Ha pubblicato Lo stigma (Italic, 2019).

Il sabato tedesco #32: Volker Braun, Ultima residenza sulla terra

Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. La puntata odierna è dedicata a una poesia di Volker Braun – di cui su Poetarum Silva ho scritto in precedenza qui e qui – che risale al 1973, Letzter Aufenthalt auf Erden. Ancor prima della dedica, già il titolo richiama immediatamente Pablo Neruda, giacché Aufenthalt auf Erden è, nella traduzione tedesca, la resa di Residencia en la tierra, nome dato da Neruda a tre cicli di poesie scritte tra il 1925 e il 1945, il cui primo volume fu pubblicato nel 1933. In Italia conosciamo questo gruppo di poesie di Neruda con il nome Residenze sulla terra. Letzter Aufenthalt auf Erden di Volker Braun è qui proposta nella mia traduzione, che reca il titolo Ultima residenza sulla terra. (Anna Maria Curci)

Volker Braun

 

Ultima residenza sulla terra

A Pablo Neruda

Al suo steccato di foglie, nel buio
Si aggrappano piovre, cadendo da blindati
Sulle sue scale stanno accucciate, traspirando stoltezza,
Le blatte segrete dell’ordine pubblico
Ai cavi del telefono come muco dilagante
Le orecchie della milizia, sotto i suoi alberi
I fucili spianati, attendono cadaveri
Immortali nella loro onta, in timor panico.
Ma nella sua stanza accerchiata il poeta
Dice, questo è sicuro come mai più sarà
La sua vita che brucia, la verità letale.

 

Volker Braun
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Letzter Aufenthalt auf Erden

Für Pablo Neruda

An seinen laubigen Zaun, in der Dunkelheit
Klammern sich Kraken, fallend aus Tanks
Auf seinen Treppen hocken, schwitzend vor Dummheit
Die geheimen Schaben der öffentlichen Ordnung
An den Telefonkabeln wie wuchernder Rotz
Die Ohrmuscheln der Miliz, unter seinen Bäumen
Die Gewehre im Anschlag, warten Kadaver
Unsterblich in ihrer Schande, in panischer Angst:
Aber in seinem umzingelten Zimmer der Dichter
Sagt, das ist sicher wie nie sein verbrennendes
Leben mehr, die tödliche Wahrheit.

Volker Braun

Michael Palma, tre poesie da “The Ghost of Congress Street” (trad. di Angela D’Ambra)

Michael Palma, Tre poesie da The Ghost of Congress Street
Traduzioni di Angela D’Ambra

Nato nel Bronx, New York, nel 1945, Michael Palma è autore di Begin in Gladness (Star Cloud Press, 2011) e A Fortune in Gold (Gradiva Publications, 2000). È anche l’autore delle raccolte The Ghost of Congress Street: Selected Poems (pubblicato solo online, The New Formalist, 2008), Antibodies (1997) e The Egg Shape (1972).
Suoi saggi, recensioni e altri brani in prosa sono apparsi su «Chelsea», «Shakespeare Newsletter», «Italian Americana», «Boston Book Review» e «The Oxford Companion to Twentieth Century Poetry in English». Il suo saggio “The Road to Rome, and Back Again” è apparso nel «The Pushcart Prize XXVII» (2003). Nel 2016 ha pubblicato Faithful in My Fashion: Essays on the Translation of Poetry.
Con Dana Gioia ha co-curato New Italian Poets (1991), che è stata designata fra le dieci migliori traduzioni dell’anno dall’American Literary Translators Association. La sua traduzione in rima dell’Inferno di Dante è stata pubblicata da Norton nel 2002, ripubblicata come Norton Critical Edition nel 2007 e, nel 2021, è stata ristampata nella serie di volumi della Norton Library. Ha pubblicato traduzioni di molte altre poesie italiane su riviste, fra le quali ricordiamo «Paris Review», «Grand Street» e «Poetry», e in antologie come: The Faber Book of 20th-Century Italian Poetry, New European Poets e The FSG Book of 20th Century Italian Poetry.
Ha pubblicato diciotto libri e numerose plaquette di traduzioni di poeti italiani moderni e contemporanei, inclusi i due pluripremiati volumi con la Princeton University Press: Guido Gozzano, The Man I Pretend to Be (1981) e Diego Valeri, My Name on the Wind (1989). Fra le altre traduzioni ricordiamo: Sergio Corazzini, Sunday Evening (1997); Armando Patti, The Eye Inside the Wind (1999); Luigi Fontanella, The Transparent Life and Other Poems (2000); Franco Buffoni, The Shadow of Mount Rosa (2002); Alfredo de Palchi, Dates and Fears of Anguish (2006), in collaborazione con Luigi Bonaffini. Traduzioni più recenti includono: Jeanne d’Arc and Her Double (2011) e No Part to Play (2013) di Maurizio Cucchi; Every Third Thought: Selected Poems 1950-2004 (2014) di Giovanni Raboni (traduzione per la quale gli è stata conferita la Raiziss/de Palchi Fellowship); The Red Servant: Selected Poems 1979-2002 di Paolo Valesio (2016), in collaborazione con Graziella Sidoli; The Autumn of Love (2018) di Enzo Lamartora.
Palma ha ricevuto numerosi premi, fra questi: il Premio Italo Calvino dal Centro di Traduzione della Columbia University; il Premio Speciale dell’Associazione Culturale Campana di Latina, Italia; il Premio del Libro Raiziss/de Palchi; la borsa di studio Raiziss/de Palchi; e il Willis Barnstone Translation Prize.
Vive a Bellows Falls, nel Vermont.

 

Testi e traduzioni

 

This

This is a half romantic age.
We make our monsters on the page
And wait for all the trees to fall
But we’re not really scared at all.

We sit up in our beds alone
Listening for the telephone,
Wishing we were loved, but knowing
Just which way the wind is blowing.

Whatever shall we do, we two?
I wish I knew. I wish I knew.
A little madness more or less
Would take our minds off things, I guess.

Questi

Semi-romantici sono i tempi nostri.
Ci creiamo su carta i nostri mostri
e il crollo d’ogni albero attediamo
ma, in realtà, nessun timore abbiamo.

Soli sui letti a sedere ci mettiamo
l’orecchio teso al telefono ‒ l’evento ‒
col sogno d’essere amati, ma sapendo
esattamente da che parte spira il vento.

E a noi due, cosa mai resta da fare?
Saperlo vorrei. Saperlo vorrei.
Un grano di follia, o giù di lì, direi
la mente ci stornerebbe da ogni fare.

 

Your Lefthanded Lover

Your lefthanded lover,
What else can he do
But sit in a dark house
And think about you?

Telephones taunt him,
Doorbells demand,
But he just keeps sitting,
A book in his hand.

You sit on a hot beach,
The sunshine drips down,
You think of your lover
Alone in the town.

Your lefthanded lover
Has subways to ride,
Watching his bare breath
Condensing inside.

The big ones are jawing,
The typewriters clack,
He sees them, he gives them
The breadth of his back.

You lie on smooth linen,
The air sweats perfume,
You think of your lover
Alone in his room.

Your lefthanded lover
Does all that he can
To keep his mind far from
Your righthanded man.

While roads wander onward
He lies back to sleep
And lets others save
What nobody can keep.

And some women whisper
And some women ache
For a lefthanded lover
Who gives what you take.

Il tuo amante sinistro

Il tuo amante mancino
cos’altro può fare
se non starsene al buio,
in un angolino, e a te pensare?

Telefoni a beffarlo
campanelli a chiamarlo,
ma lui seduto resta
un libro nella destra.

Stai sulla spiaggia scottante,
fra sgocciolii di sole,
e pensi al tuo amante
ch’è in città, da solo.

Il tuo amante mancino
deve viaggiare in metro,
guardare il suo sospiro spoglio
condensarsi sul vetro.

I grandi cicalano a catena,
ticchettio di dattilografi,
lui li vede, e volge loro
l’ampia schiena.

Tu, stesa su setosa organza,
l’aria stilla fragranza,
pensi al tuo amante
solo nella propria stanza.

Il tuo amante sinistro
in ogni maniera tenta
di stornare la mente
dal tuo uomo destro.

Mentre strade gli si snodano davanti
s’appoggia sonnolento allo schienale
e lascia ad altri  salvare
ciò che nessuno sa serbare.

E qualche donna sussurra
e qualche donna soffre
per un amante mancino
che ciò che prendi ti offre.

 

O Careless Love

 O careless love, who made with me
A spread of summer in the grass.

Our fingers wandered greedily
To tease assurance from the night.

The clocks run backward as we pass,
I wave to you in last year’s light.

The unappeasing earth revolves,
It moves and moves. And we remain.

Why do we want to be ourselves?
Why do we try so hard to be?

And then the rain, the wall of rain
Where now you start to hide from me.

O amore incauto

O amore incauto, che creasti meco
vasti sprazzi d’estate nell’erba.

Vagavano le dita nostre avidamente
per estrarre certezza dalla notte.

Gli oriuoli, al nostro andare, a ritroso vanno,
un saluto ti mando nella luce del passato anno.

La terra implacabile ruota,
Gira senza sosta. E noi restiamo.

Perché vogliamo essere noi stessi?
Perché un tale impegno ci mettiamo?

E poi la pioggia, il muro di pioggia
dove ora inizi a nasconderti da me.

 

Nadia Mogini, Gettlíni de linòrio

Nadia Mogini, Gettlíni de linòrio / Germogli di alloro
Prefazione di Walter Cremonte
puntoacapo 2020

Immersa nei colori e nelle presenze, alberi, piante, germogli, animali, umani, santi scalzi e luminosi, “umili e casti” come sorella acqua nella Lauda di Francesco d’Assisi, la poesia di Nadia Mogini parte da quell’attento sguardo «fuori della finestra» che conosciamo dall’attacco della poesia Piaceri di Bertolt Brecht, e  letteralmente spicca il volo, senza proclami, bensì con un desiderio autentico di abbracciare con lo sguardo una distesa quanto più ampia possibile, una distesa di vita in fogge e forme varie, eppure unite da un legame che vibra e che viene percepito, colto, intercettato. Non importa che a favorire l’elevazione e, di conseguenza, l’ampiezza dello sguardo, sia un palloncino a forma di coniglio venduto alla fiera, o il falco pellegrino risanato: da quello sguardo assorto e innamorato l’Umbrietà si innalza a comprendere l’armonia nella varietà e, qualche volta, a «risolvere la pena». (Anna Maria Curci)

 

Ntól loro

Gítce pe sti paesi nostri
ndua ch’èn nati i santi nostri
scatizzàtli sti santi nostri.
Dimandàte e pu spettàte,
zzitti, m’arcomàndo,
ché lor’ènn’avézzi a risponde
ta chi jé parla poch’e schietto
e ncó senzza i testimoni.
Èn santi scorbútchi
mbompò artiràti
se fònn’avanti sól
si èn chiamati
e pu archiamàti.
Èn santi riservati.

Al loro posto

Andateci per questi paesi nostri
dove sono nati i santi nostri
stuzzicateli questi santi nostri.
Domandate e poi aspettate,
zitti, mi raccomando,
ché loro sono santi abituati a rispondere
a chi parla poco e schietto
e pure senza testimoni.
Sono santi scorbutici
molto schivi
si fanno avanti soltanto
se sono chiamati
e richiamati.
Sono santi riservati.

 

Aqqua

A gèmmne arcòlta da na bacinella
gricc(io)li freddi ntlé vampe de la pelle
se perde n tanti rami stiepidíti
ntla bocca che je dice: “Bedenétta!”

A ròcchio, fredd’e canterína
come parturíta amò dal monte
gónta da la canèlla tutt’opèrta
ntó st’istàte tropp’alluminàta
umile e casta l’aqqua de Francesco.
Ubbidiente corre mmezz’ai diti
come si fusse gnente e ncó dovuta
va via cussí, nghiottíta e nonn artórna
vita che se rigàla da sorella.

Si fusse l’aqqua
llicóre patíto de la terra
lo slagrimà bòno de le madri
grazzia nonn arconosciúta
pei fioli al mondo
senzza meravija?

Acqua

Presa da una bacinella a manciate con due mani
fresco solletico sulla pelle avvampata
si perde in tanti tiepidi rivoli
dentro la bocca che le dice: “Benedetta!”

Con un grosso getto, fredda e canterina
come partorita ora dal monte
trabocca dal rubinetto tutto aperto
in questa estate troppo illuminata
umile e casta l’acqua di Francesco.
Obbediente scorre tra le dita
come cosa da niente e pure dovuta
se ne va via così, inghiottita e non ritorna
vita che si regala da sorella.

Se fosse l’acqua
il liquore sofferto della terra
il pianto buono delle madri
grazia incompresa
per figli al mondo
senza stupore?

 

Na guardata for dla finestra

Rútton núvoli scuri i monti mii
l grigio se strata lento e nnaqquarísce
n qua e n là mpò de cileste nzzalavíto.

L castagno dindo acost’a la finestra
gonfio de ricci e foje, piegh’i rami
je pesa l’aria e se sgrava di fioli.

Na címicia verdina su pel vetro
puntín de vita contro l cielo tristo
camína n zzu e n giú senzza rimóre.

A gocc(io)lóni se sbotóna no sgrullo
riga de sguincio tutto l panorama
quil ch’era fermo, amò se mett’a curre.

Uno sguardo fuori della finestra

Eruttano nubi scure i monti miei
il grigio si stende lento e impallidisce
qua e là un po’ di celeste sporco.

L’ippocastano vicino alla finestra
gonfio di ricci e foglie, piega i rami
gli pesa l’aria e si sgrava dei figli.

Una cimice di giardino su per il vetro
puntino di vita contro il cielo cattivo
cammina su e giù senza rumore.

A goccioloni si sbottona un acquazzone
riga di sguincio tutto il panorama
quello che era fermo adesso si mette a correre.

 

P’artrovàsse

L tempo ce vòle, l vòto,
e dde sta soli, zzitti,
e ntón frullo de passero
se potría, de le volte,
arisòlve la pena.

Per ritrovarsi

Il tempo ci vuole, il vuoto,
e stare soli, zitti,
e in un frullo di passero
si potrebbe, a volte,
risolvere la pena.

 

Có llu

C’è n falco pellegrino
curato e pu arlasciàto.
Come s’è arpréso l’aria
j’ò poggiato su l’ale
l mi spirto col zzu male.

Con lui

C’è un falco pellegrino
curato e poi lasciato al volo.
Come si è ripreso l’aria
gli ho appoggiato sulle ali
il mio essere ferito.

 


Nadia Mogini è nata a Perugia, dove ha compiuto i suoi studi, laureandosi in Lettere Moderne. Dopo alcuni anni trascorsi in Lombardia, si è trasferita e vive ad Ancona. Interessata alla poesia, al canto corale e al teatro (in lingua e in dialetto), da tempo s’impegna in questi ambiti. Nel 2005 le è stato assegnato il Premio come migliore caratterista femminile al Festival Nazionale del Dialetto “La Guglia d’oro” di Agugliano (Ancona). Scrive poesie prevalentemente nel dialetto di Perugia, di Ancona e in italiano. Nel 2016, con la raccolta in dialetto perugino Íssne (Andarsene), ha vinto il Premio “Ischitella-Pietro Giannone” e il 2° posto al Premio “Salva la tua lingua locale”. Nel 2017, con la stessa opera, ha vinto il Premio “Isabella Morra”. Le sue poesie sono incluse in antologie e riviste letterarie cui: Dialetto lingua della poesia, antologia a cura di Ombretta Ciurnelli, Cofine, Roma, 2015; Versante ripido. Ventuno poeti italiani neodialettali, a cura di Manuel Cohen, n. 3, marzo 2015; Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, antologia a cura di Francesco Piga, Cofine, Roma, 2017; Poeti neodialettali marchigiani, antologia a cura di Jacopo Curi e Fabio Maria Serpilli, Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, Ancona, 2018.

Giuseppe Martella, “Not bad” di Claudia Zironi

Claudia Zironi, Not Bad (2019-2020)
Arcipelago Itaca, 2020

Quest’ultima prova di Claudia Zironi si svolge tutta nel segno dell’understatement e della costruzione ipotetica, come vedremo. Mi pare opportuno però fare un breve flash back sulle sue opere precedenti, a partire da Eros e Polis (2014) che costituisce a mio avviso la matrice dell’intera produzione dell’autrice e il punto di riferimento imprescindibile per dipanarne i fili conduttori, le linee di sviluppo, le variazioni e i ritorni, tematici e formali. Perché lì si trova qualcosa di unico nella poesia italiana del secondo Novecento, il raro connubio fra intensità erotica e denuncia civile, la felice fusione di pensiero e sentimento, che a detta di T.S. Eliot caratterizzava quei poeti metafisici inglesi del primo Seicento (Donne e Marvell su tutti) che erano capaci di “sentire il loro pensiero come il profumo di una rosa”. Lì si incontra un autentico pensiero poetante ma non nel senso neo-orfico venuto di moda nel Novecento europeo sulla scorta del magistero altissimo, ma non sempre benefico, dei simbolisti francesi, di Rilke e di Celan. Nessuna concessione alla vocazione oracolare o al misticismo di maniera si può riscontrare invece nella poesia di Claudia Zironi, quanto piuttosto una costante dialettica fra confessione individuale e denuncia civile, dove la sintesi viene affidata proprio all’eros, quel grande demone senza di cui il cosmo si «squadernerebbe da ogni lato», come afferma Platone nel Timeo. Ciò proprio a partire da Eros e Polis che altrettanto bene si sarebbe potuto intitolare “Eros e logos” perché di fatto da allora questi sono i due assi attorno a cui ruota l’intera produzione della poeta, scandita dal basso continuo delle variazioni sul tema del tempo. Nelle due raccolte successive, tale tensione fra sentimento e ragione viene declinata in molti modi, in una ricerca dapprima prevalentemente tematica (Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni: 2016), dove, in un dialogo elusivo e serrato, la seconda persona della tradizione lirica viene colta sulla strada del divenire avatar, nella sua mutazione digitale sui social. Una ricerca che è divenuta poi anche di ordine formale, nelle Variazioni sul tema del tempo (2018), dove, per esempio, alla spazializzazione musicale del tempo corrisponde la spaziatura del testo sulla pagina, dove la metrica si fa sempre più duttile nella scansione polifonica di tutti i temi precedenti.
In questo quadro di insieme, si può apprezzare meglio la straordinaria insistenza della presente raccolta sull’uso dei costrutti ipotetici, a partire dalla ben nota meditazione di Eliot nei Quattro Quartetti: «Tempo presente e tempo passato/ sono forse entrambi presenti nel tempo futuro,/ e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato./ Se il tempo tutto è eternamente presente/ tutto il tempo è irredimibile». Quel “se” della meditazione eliotiana viene ora espanso e disseminato per l’intero testo, trasportandolo nella dimensione dell’ucronia e dell’utopia, dove l’eros si volge alla storia e alla geologia, diventa cosmico e panico, astrale ed elementare, fino a proiettare un’immagine del tempo che si palesa solo di fronte alla nuda forza del desiderio e del perdono. Proprio in questo senso, come scrive Francesco Tomada nella prefazione, si può parlare qui di «un umanesimo di laica sacralità», di una confessione tanto candida e spassionata da trasformarsi in preghiera. Basteranno un paio di esempi: «se tu fossi il vento io/ […] ti lascerei passare, aperta e sorridente/ come scampata/ alla storia, agli anni, alla fossilizzazione/ degli ammoniti […] ti donerei/ questo nostro nuovo tempo passato» (21), oppure: «riporta il tempo/ a quando ci amavamo […] porgimi/ pensieri di viva carne […] il giusto tempo della nostra storia» (100).
Una confessione che tocca persino la desuetudine all’amore e alla sua scrittura: «qualcosa arriva – il freddo bianco/ del cielo, il vuoto dei lutti […] e qualcosa ci lascia –/ la capacità di scrivere d’amore» (44). E che si consuma nel desiderio di una parola asemica, già fattasi tutt’uno con la cosa, già sempre consegnata all’interdizione, al silenzio, come nell’omaggio a Milo De Angelis, Udienza: «nelle parole che hai detto, il respiro/ di quelle taciute […]. L’accusa è sempre la stessa: il silenzio» (46).

Nella seconda sezione, che dà il titolo all’opera, assistiamo a una ricognizione di temi e figure delle sue prove precedenti, echi di quella denuncia sociale che ha caratterizzato l’intera sua carriera, introdotti dal titolo di una canzone pop e censiti in forma di didascalie e tag di foto di Instagram, quasi a voler certificare la mutazione dello spazio dello scrivere nell’epoca dello strapotere delle immagini e dei video, moltiplicati dall’avvento del digitale e dei social. Questa sezione, come ho anticipato all’inizio, ne mette a fuoco un’altra figura dominante, la litote, a segnalare la professione di umiltà e il depotenziamento dell’arroganza dell’artefice: la poesia, sembra dirci l’autrice, non è poi male, benché non riesca a risolvere i problemi del mondo né a guarisci dal nostro male di vivere: «mi hai insegnato l’impotenza, l’inutilità/ della parola, quanto sia vana la poesia./ la mistica del segno[…] non avvicinano al divino né all’amore» (69).
Assistiamo dunque a una vera e propria kenosis o svuotamento della missione del poeta, nella ricognizione dell’abisso che separa parole e fatti, a una forma di scavo che riguarda sia l’ethos che la poiesis, fino a cogliere l’intimo, elusivo nesso che passa fra speranza e seduzione (70) o quello altrettanto indissolubile fra amore, sfruttamento e guerra (71). Si tratta insomma di una demistificazione congiunta di temi e forme poetici, nonché di valori e atteggiamenti sociali, che non risparmia neppure la messa in scena del dolore più intimo, quello del lutto per la perdita della persona amata: «il giorno della tua morte indosserò/ abiti consoni, una faccia contrita/ modi di circostanza […]. tratterrò le lacrime e/ mi darò un contegno» (73), bilanciata subito, però, da una acuminata rappresentazione della mancanza, in dimensione sia psichica che cosmica, sempre in forma interrogativa e ipotetica: «perché in fondo come si definisce un buco?/ […] il viaggio senza destino /    della luce […] il lutto/ della memoria, la demenza, la follia, l’oggettiva/ inefficacia della perseveranza, l’archiviazione/ di ciò che avrebbe potuto e non è stato» (75), mentre la denuncia si condensa nella disarmante immagine dell’apocalisse dei nostri giorni: «il virus atterrì/ sei miliardi di persone […] non scesero gli angeli, non risorsero i morti/ […] lo spettacolo dell’inferno non venne mai scritto» (78), culminando nella preghiera laica di un perdono planetario: «non chiedere perdono a dio/ […] chiedilo piuttosto ai morti/ […] chiedilo al pianeta, a nome/ dell’intera tua razza» (72). Una preghiera che si annuncia fin dall’inizio («libera nos a malo. libere/ siamo, libere, dalla carne/ e dall’anima» (16) e che si sviluppa come un Leitmotiv nel corso del testo assumendo sempre più i connotati di una vigile e pervasiva elaborazione del lutto, per tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato («una meccanica perversa di abbandono/ come un albero caduto per il vento/ come un ponte crollato, come il pianto/ come un amore irrealizzato», 87), per raggiungere, infine, una dimensione panica («prego/ il temporale che mi sommerga/ […] la neve che cada e copra/ tutto questo mancare», 102) o addirittura liturgica e corale: «stavamo immobili/ ognuno cantando la sua parte di ricordo/ intrecciando invano i ramoscelli/ per ricomporre l’intero» (120), sempre in precario bilico fra memoria e oblio (90), sullo sfondo della incombente apocalisse pandemica, dove la malattia, la cura, la quarantena assumono la dimensione metafisica del tempo sospeso fra l’essere e il non essere, la norma e l’eccezione – come un fuori stagione che ancora echeggia quella «primavera di mezz’inverno» dell’ultimo dei Quattro quartetti eliotiani, che è uno dei luoghi più alti di tutta la poesia del Novecento.
La quarta parte, infine, si apre sull’immagine ominosa del ritorno degli uccelli neri, «lucidi/ come il passato», custodi del tempo ciclico e angeli dell’apocalisse, e poi di tutti gli altri, predatori e prede, il gabbiano e il piccione, l’usignolo, il cigno, il fringuello, la rondine e l’aquila reale, tutti, ciascuno a suo modo e con il proprio verso, alla ricerca del «giusto richiamo» (116), come in un concerto di Messiaen.
Si potrebbe insistere ancora con gli esempi e i commenti, ma si sarà compreso oramai il tenore complessivo di questa raccolta, il valore di posizione che essa assume nell’intera produzione di Zironi, e le sorprese che essa ci annuncia e che non mancherà di mantenere.

© Giuseppe Martella

 

gli antichi uomini che credevano in dio
dissero: e l’ottavo giorno sarà l’apocalisse.
accadde milioni di anni fa
che tremò la terra, forti venti
spazzarono le foreste, gli incendi
divamparono, il virus atterrì
sei miliardi di persone, nere
colonne di fumo si levarono
dalle ciminiere, dagli scarichi delle auto e
da ogni opera umana di riscaldamento.
gli animali, spaventati, annusarono nell’aria
l’odore del salnitro, poi guardarono al cielo:
secchi lampi si rincorrevano incessanti
tramonti accesi tra nuvole di pioggia
nessun uccello, le ultime stelle. i poveri
mantennero il loro sguardo scoraggiato.
non scesero gli angeli, non risorsero i morti
quasi nulla aveva il colore dello zolfo.
non si conosce di preciso cosa videro:
lo spettacolo dell’inferno non venne mai scritto.

 

(Necropoli di Fiumicino, 28 Settembre 2019)

andremo alle case dei morti, le desolate case
della necropoli del Porto, andremo portando loro
le cose dei vivi: i suoni, le memorie storiche
il dolore, tutto l’amore di cui non siamo capaci.
confesseremo loro di avere il cuore duro
troppo piccolo per accogliere bambini vestiti a festa
che vengono dal mare, racconteremo ai morti
di quanto siano state vane le loro vite, dimenticate.
diremo loro della plastica e delle luci, del calore
dei mari artici, dei tifoni e degli uragani, di quanto
siano poveri ancora i più poveri del mondo.
poi distoglieremo lo sguardo e li lasceremo di nuovo
soli, sotto il pudore freddo della luna.

 

a E.

 gli uccelli neri sono tornati, lucidi
come il passato. dalla cima più alta
hanno cantato ricordando i caduti
lungo il viaggio, ricordando le carni giovani
le correnti del cuore. hanno portato notizie
da paesi inesistenti, inutili dettagli di rovine.
gli uccelli hanno detto che non c’è luce
oltre i confini della nostra esistenza
che è inevitabile il gioco del fuoco
bruciarsi, soffrire, perdere piume
che in questa vita solo una volta si nasce
solo una volta si muore e solo una volta
si può amare. tutto il resto è dolo.

 


Claudia Zironi opera dal 2012 con l’associazione Versante Ripido della quale è uno dei fondatori e presidentessa, e collabora con altre realtà che promuovono poesia, arte e cultura. Fa parte della redazione della rivista “Le Voci della Luna”. È alla sesta pubblicazione poetica delle quali Eros e polis è stata riproposta negli Stati Uniti, nella traduzione di Emanuel Di Pasquale (Xenos Books, 2016). Del 2019 l’antologia a cura di Sonia Caporossi: Claudia Zironi. Diradare l’ombra (antologia di critica e testi – 2012-2019) (Marco Saya Edizioni). Nel 2020 è uscito il suo libro di poesie: Not bad (Arcipelago Itaca, 2020).

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