Giacomo Sandron, Il culo e la pupilla

berlusconi

foto dal sito tarantoonline

IL CULO E LA PUPILLA

(una storia italiota)

 

 

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le belle ragazze poco vestite

svolazza di tavolo in tavolo
che sembra una sposa
lui è un seduttore
e questa la sua casa

passa buona parte della serata
a guardare i giovani corpi
accompagna le preferite
a visitare il parco

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
celebri o meno note
le tocca le tette
star in ascesa starlette
in declino
qualche velina due ministre
più di una escort
ragazze single e ragazze
in apparenza fidanzatissime
conduttrici televisive
famosissime

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le tette la fica le promette
a una nuova vita
di spettacolo e politica

una
doveva essere candidata
al parlamento
non l’hanno messa
all’ultimo momento

doveva essere candidata
alle europee
è stata dirottata sulle
regionali partenopee
ma è arrivata ultima
ha lasciato intendere
di essere la vittima
di un piano calcolato
per screditarla

un anno dopo ecco
il lieto fine della storia
assessore ai servizi sociali
del comune di Casoria
per un posto sicuro pagato
ne è valsa la pena darla

una
ti volevo un attimo briffare
giusto che non ti prendi male
ne vedrai di ogni
è la desperation più totale
c’è la zoccola che viene dalle favelas
la sudamerica che non parla l’italiano
ci sono io che faccio quello che faccio
tu fregatene, sbattitene il cazzo
non essere timida, lui sabato c’è
dobbiamo assolutamente andare
hai qualche amica carina
che possiamo portare?

una
dopo cena si veste da suora
croce rossa sul velo e tunica nera
io non riuscirei a mostrare la mia carne
a vendermi per fare carriera

una
vestita solo di scarpe luccicanti
non indossava le mutandine
quando si chinava in avanti
lasciava vedere il sedere

una
la cosa più eccentrica che faccio
è la danza del ventre
che ho imparato da mia madre

una
poverina ha una bambina
un’altra è malata
non ha più il padre

una
accetta un disco di Apicella
e duemila euro per l’imbarazzo

una
con quella bocca che ti ritrovi
fai bene a parlare di cazzo

una
glielo misi in quel posto
e mi disse fai piano
non siamo arrivati al dunque
però l’ho baciato sulle labbra
sulle guance sulla testa
ovunque

(altro…)

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo#21

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

.

windom1

..

[Episodio Venti: Scacco matto]
My husband died in a fire. No one can know my sorrow. My love is gone. Yet, I feel him near me. Sometimes I can almost see him. At night when the wind blows, I think of what he might have been. Again I wonder: why? When I see a fire, I feel my anger rising. This was not a friendly fire. This was not a forest fire. It was a fire in the woods. This is all I am permitted to say.

Mio marito è morto in un incendio. Nessuno può conoscere il mio dolore. Il mio amore è perduto. Eppure, lo sento vicino a me. Qualche volta posso quasi vederlo. Di notte quando il vento soffia, penso a quello che avrebbe potuto essere. Di nuovo mi chiedo: perché? Quando vedo un fuoco, sento la mia rabbia che cresce. Non era un fuoco amico. Non era un fuoco nella foresta. Era un fuoco nel bosco. Questo è tutto ciò che posso dire. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

In questo monologo Margaret parla di sé, del suo dolore, del marito morto in un incendio nel bosco, quel bosco dove adesso si stanno accumulando i nuovi misteri. Eppure è come se queste parole ci allontanassero per qualche istante da Twin Peaks e dalle sue stranezze (è in arrivo Windom Earle, con i suoi scacchi), soffermandosi invece sospese sul mistero che riguarda tutte le vite, in qualunque luogo. Margaret, eccentrica in un paese di eccentrici, ha in realtà una sofferenza segreta di cui nessuno deve permettersi di ridere. Il suo amore is gone, e a volte il vento di notte glielo ricorda, simulando il tempo in compagnia che non è mai avvenuto. Margaret ci sta parlando del fuoco che non è amico, della cenere che resta e si deposita su tutto, della paradossale combinazione di sopravvivenza e nulla. Non le siamo mai stati così vicini, per tutti i ceppi invisibili che ci portiamo dietro.

@Andrea Accardi

Rossana Campo, Difficoltà per le ragazze. Recensione

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Rossana Campo, Difficoltà per le ragazze, Giulio Perrone editore, 2016, pp. 112, € 10,00

Se vogliamo dire padre è nel senso che lui quindici anni fa ha avuto una storia con mia madre, ha pensato bene di metterla incinta e lei ha pensato bene di farmi così, da sola, perché ci ha sempre avuto queste idee in testa lei, mi ha sempre detto che secondo lei un padre è una cosa in più che se uno ce l’ha bene, se non ce l’ha non cambia granché.
Quello che è importante è averci la madre. Così ha sempre sostenuto.

Ruggente, impavida, graffiante: la scrittura di questi racconti di Rossana Campo, usciti da poco per i tipi di Perrone editore, appare così, come un neon che illumina alcune vite a giorno. Vite ripetute, talvolta un po’ sfocate, messe a fuoco con l’inventiva di una prosa che trova, nella caratterizzazione dei personaggi e in una lingua fresca, la sua massima altezza. Come raccontare i rapporti umani di tutti i giorni se non svelandone le difficoltà più comuni? La maternità, l’amore, la paternità, e prima ancora l’infanzia e il rapporto con la madre; ma anche la relazione che si ha con l’altro sesso e, dapprima, con lo stesso sesso, e con le amiche. L’amicizia è pregnante in questo viaggio vorticoso, talvolta nel linguaggio gergale e sicuramente loquace dei quindici racconti di Difficoltà per le ragazzevoraci queste donne, si presentano a − appunto − divorare l’esperienza stessa, facendola così propria. La compenetrazione dei due livelli narrativo e linguistico non è tuttavia mai scontata, mai banale, anzi è sorretta su equilibri che possono essere fragili e instabili, come il quotidiano descrivere. L’autrice, maestra in questo − non si può negare − convalida il senso facendo muovere le proprie figure nella realtà con sfacciataggine, con una consapevolezza che la parola risana e rinsalda, acquisita nel raccontare, soprattutto nel raccontarsi. Quindici istantanee che si parlano fra loro, in cui i personaggi si muovono accompagnandosi con ampi movimenti verso un finale che c’è e non c’è; sono donne che vanno, vengono e ritornano, in un gioco di sguardi e di voci tutto da scoprire nella lettura. Si sorride e si ride, si imparano altre vite; si guardano le cose da prospettive sempre nuove ma con un piede nel presente e uno nello ieri. Il passato − infatti − è nella musica citata, da Battisti a John Lennon toccando molti altri; moltissima musica è immortale, e sopravvive alla vicissitudini, alle Difficoltà delle protagoniste, un po’ come loro sopravvivono a se stesse e agli altri: i familiari, gli uomini, le amiche, le madri. La loro caparbietà sta anche nel capire come l’adesso delle loro esperienze abbia senso lì per lì, cosa imparare, cosa scartare, come valutarlo e perché. I titoli di ogni racconto, poi, svelano un sentire che va oltre la pagina: una fierezza femminile condivisibile, totale, che già introduce ai personaggi; si tratta di un indizio, di un’allusione ai loro caratteri, alla tenacia che perdura nel loro essere, anche alla spinta che la narrazione porta in sé più implicitamente. Un non trattenere e un’impulsività, un’empatia che si coglie in facce dinamiche, forti, in evoluzione: sono quelle di eterne ragazze indocili e, per questa ragione, destinate ad essere ricordate, come questo libro spassoso.

© Alessandra Trevisan

Inediti di Paolo Steffan dal “Premio Teglio Poesia 2016”

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Dalla silloge Un glossolalico nulla
II classificato al Premio Teglio 2016

Motivazione:

Con la stessa urticante trepidazione di Zanzotto, la stessa indomita dolcezza e docilità di Cecchinel, poeti conterranei, amati, studiati, e di cui ha già dato alle stampe ottimi saggi ad essi dedicati, Paolo Steffan, con la silloge “Un glossolalico nulla” canta, nel suo dialetto nodoso, il vuoto senza sale e senza anima in cui è sprofondata la civiltà veneta, “nei nostri paesi restàdi zhenzha / i so molin de creanzha” (un tempo terra di abbracci senza brindisi, ora di brindisi senza più abbracci), l’ostinazione con cui è stato rincorso e quindi raggiunto, goduto, fa ciàcere e sagre, come fosse davvero sostanza capace di riempire una comunità.
In questa corsa dissennata verso il nulla luccicante che stringiamo, Steffan dà conto anche, nello sbancamento delle sue colline, dell’abbattimento delle piante per far posto ai filari del “prosecco che tira”, per un cin-cin avvelenato e demente. Così che il progressivo diradamento vegetale ha creato lo spazio necessario all’infoltirsi di tale vuoto.

Fabio Franzin, Patrizia Dughero, Roberto Ferrari,
Piero Simon Ostan, Francesco Tomada, Anna Toscano

Primavèra de śgranf

……………………………..e tu come vivi? le tue parole possono avere eco in quest’epoca?
……………………………..Miklós Radnóti, “Prima Ecloga”

― Sacagnar tuti i bar, scanar dhó ogni
retajo che ’n dio conzhà
pa’ le fèste al ne à mes via,
l’é chel vòstro mistier
che no ’l ve asa mai in prest.

― Ma no vé perdest gnent!

― Ma par noaltri l’é tant, l’é
squasi tut, e savési
quant tenp che ven spandest
pa’ catarlo, sto gnent senpre pi in là,
pa’ po córerghe drio…

― Vesi da trarghe a calcòsa de pi
gròs e gras, de pi mat!

― Ma sta qua l’é la nòstra primavera
de śgranf, l’é le nòstre ùltime
schivanèle de nùvole
prima che ’l sol de noémbre, fiap, al cale
…………………………………………………..dhó

dal so śòl, dal so poc.
Che par noaltri l’é tut.

Primavera di crampi. ― Saccheggiare tutti i cespugli, abbattere ogni / ritaglio ::: retaggio che un dio conciato / per le feste ci ha messo da parte, / è quel vostro mestiere / che non vi lascia mai precari. // ― Ma non avete perduto nulla! // ― Ma per noi è tanto, è / quasi tutto, e sapeste / quanto tempo che abbiamo sparso ::: sperso / per trovarlo, questo nulla sempre più in là, / per corteggiarlo… // ― Dovevate dare la caccia a qualcosa di più / grosso e grasso, di più contaminato! / ― Ma questa è la nostra primavera / di crampi, sono i nostri ultimi / zigzag di nuvole / prima che il sole di novembre, avvizzito, tramon- / ti / dal suo volo, dal suo poco. / Che per noi è tutto.

* (altro…)

Una frase lunga un libro #73: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

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Una frase lunga un libro #73: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, Sur, 2016, € 15,00, ebook € 9,99; traduzione di Silvia Sichel

*

Ti prometto una strada radiosa. Ti prometto più uccelli che auto. Ti prometto che rideremo. E se poi ci sarà da piangere, piangeremo.

 

Non conoscevo Andrés Neuman prima di leggere Le cose che non facciamo. Non lo conoscevo, colpevolmente, perché in Italia sono usciti altri suoi tre libri, tutti editi da Ponte alle Grazie, rimedierò. Faccio questa premessa perché questi racconti brevi (alcuni brevissimi) mi hanno folgorato, appassionato, divertito ed emozionato; per cui non averlo letto prima mi è parsa una perdita di tempo. Neuman ha il talento per il breve. Condensare moltissime cose in pochissimo spazio mi pare che sia, per lui, una specialità, e, naturalmente, un’ambizione. Neuman ha il dono dell’accelerazione mentale, quel particolare e raro talento che Brodskij assegnava alla poesia. Neuman è, non per caso, anche un poeta. Poco meno di trenta racconti, divisi in sei sezioni e con una interessante parte finale. Cominciamo da quella. Nelle ultime pagine, intitolate Dodecaloghi di uno scrittore di racconti, Neuman intelligentemente, e con molta ironia, scrive quattro prontuari, da dodici regole ciascuno, su cosa dovrebbe fare o non dovrebbe fare uno scrittore di racconti, su come dovrebbe o non dovrebbe essere una storia breve. La prima regola è «Raccontare un racconto è saper tenere un segreto». È questa forse una delle prerogative più importanti per un racconto, molte volte abbiamo letto (e siamo stati d’accordo) che in una storia breve conta ciò che si lascia fuori, esattamente come quello che si descrive, è questo il segreto da tenere? Ma poi regole sul ritmo e sulla punteggiatura, sull’armonia, sui tempi verbali, sulla capacità di ridurre, sulle emozioni da trasmettere, sul soggetto che non si spiega e così via. La mia preferita è l’ultima: Ci sono racconti che meriterebbero di finire con un punto e virgola;. E quindi non finire, non del tutto, lasciando un’apertura, altro spazio, se non alla storia alla capacità d’immaginazione di chi ha letto. Il punto e virgola al posto del punto amplifica la forza percettiva, o forse no, o forse è soggettivo, o forse è meglio leggere senza capire troppo.

(altro…)

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #2

Quella che segue è la seconda parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra letteratura e cinemaCi siamo interrotti, ieri, alle soglie degli anni ’50. Buona lettura con la seconda parte.

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Il periodo che seguì, dai primi anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta, rappresenta probabilmente l’apice, non solo artistico, del nostro cinema. I più importanti narratori italiani vi si dedicarono attivamente, in veste di scrittori e critici, e si affermò in via definitiva la figura dello sceneggiatore professionista, capace di fare col proprio talento le fortune di un film.
In particolare a partire dal 1960 cominciò un’era nuova, una fase di maturazione espressiva che affrancò la nostra cinematografia da ogni modello precedente per quanto concerneva il parlato, e che procedeva di pari passo con la trasformazione linguistica che stava coinvolgendo il paese. Si produsse un intreccio di biografie, dovuto alla collaborazione di scrittori diversi al medesimo film, con incontri e scontri, amicizie, dibattiti, scambi di esperienze. Attorno ai tavoli di sceneggiatura si venne radunando una fitta schiera di lettera­ti ai quali il cinema chiedeva una capacità non convenzionale di esplorazione e scavo, di soluzioni narrative e personaggi alternativi a quelli forniti dallo schematismo produttivo cinematografico. E i film del periodo dimostrarono di poter riprodurre le complessità e la modernità della letteratura contemporanea senza necessariamente ricorrere all’adattamento. (altro…)

Susan McMaster, A Vibora Gosta do Vento Calor

 

A Vibora Gosta do Vento Calor¹

(The viper savours the desert wind)

Portugal 1984

The old woman in black leans against the wall
podding fava beans from a red net bag
that nudges her feet ― snap-pull-slide ―
her hands flick in and out like tongues,
an arid wind gusts against the stone.

What joy is left
for an old woman here
at the end of her life?

Her hooded eyes close; she mutters and dreams
as her hands flick and snap.

What joy, what joy?
Both sons dead in the useless war,
the girls in the city,
the old man drowned four winters ago.

Through the bag by her feet, something moves ―
a thin brown line ―

What joy is left
but a bag of beans,
a whispering wind?

snouts closer ―
rears ―

She reaches, dreaming, down ―

What joy is given
to a thin brown snake . . .

. . . the viper flicks away.
Her hand begins to tremble.
She watches it shake,
then starts to laugh,
quivering, chortling, wheezing in the wind ―

at last leans back ―
wraps her shawl around her burning hand ―

When the wind has dried up
all your blood
there is nothing left to love
but the wind itself.

In the desert he is heat
In the wind I am song

A thin brown viper
slips down the chair
noses through the beans

is gone ―

 

[1] Testo pubblicato in Dark Galaxies,1987 (copyright Susan McMaster; tutti i diritti sono di esclusiva proprietà dell’autrice)

A Vibora Gosta do Vento Calor¹

(La vipera si gode il vento del deserto)

Portogallo 1984

La vecchia in nero s’appoggia al muro
mentre sguscia fave pescando da una sporta a rete rossa
che le sfiora i piedi ― spezza-tira via-rilascia ―
le mani guizzano dentro e fuori come lingue,
arido un vento sviscera la pietra.

Che gioia resta
qui a una vecchia
alla fine della sua vita?

Gli occhi socchiusi si serrano; mormora e sogna
mentre le mani spezzano d’un guizzo.

Che gioia, che gioia?
I figli entrambi morti nell’inutile guerra,
le figlie in città,
il vecchio annegato quattro inverni fa.

Nella sporta ai suoi piedi, qualcosa si muove –
un’esile linea bruna ―

Che gioia resta
se non una sporta di fave,
il sussurro del vento?

il muso più vicino ―
si ritrae ―

Lei, sognante, si china ―

Che gioia è data
a un’esile serpe bruna . . .

. . . la vipera guizza via.
La mano le inizia a tremare.
Ne osserva il tremito,
poi scoppia a ridere,
tremando, ridacchiando, ansimando nel vento ―

infine appoggia la schiena―
avvolge lo scialle intorno alla mano che brucia ―

Quando il vento t’ha prosciugato
tutto il sangue
non c’è più niente da amare
se non il vento in sé.

Nel deserto egli è il calore
Nel vento io sono canto

Un’esile vipera bruna
scivola lungo la sedia
tra le fave s’insinua, muso avanti

è andata ―

 

[1] Traduzione Angela D’Ambra, revisione della traduzione Anna Maria Curci

_______________________
Susan Mc Master è poetessa, redattrice letteraria, poeta performativo canadese.
Vive a Ottawa, Ontario, dove si è trasferita con la famiglia nel 1955 e dove ha frequentato la First Avenue Public School, Elmdale, Connaught, Lisgar Collegiate (1966), la Carleton University (B.A., inglese; studi universitari in giornalismo 1970), e l’Ottawa Teacher’s College (Elementary Certificate 1971). Susan ha insegnato alcuni anni, ma gran parte della sua carriera di lavoro retribuito è stata spesa come redattrice, in specie presso la National Gallery of Canada, per cui ha redatto qualcosa come quaranta cataloghi d’arte (1989-2008), e come fondatrice di Vernissage, la rivista della Galleria.
Con suo marito Ian trascorre parte di ogni estate nel loro cottage in Nova Scotia sulla baia di Fundy. Hanno due figlie adulte: Morel e Aven, sposata con Mark Sundaram, genitori dei loro nipoti: Eric, nato 2006, e Edmund, nato 2010.
Nel 2011-12 è stata Presidente della League of Canadian Poets
I suoi libri di poesia più recenti sono

  • Paper Affair: Selected Poems e New (Black Moss 2010)
  • Pith and Wry: Canadian Poetry (Scrivener Press 2010)
  • Crossing Arcs: Alzheimer’s, My Mother, and Me (Black Moss 2010), finalista per l’Acorn-Plantos People’s Poetry Prize (2010),  l’Ottawa Book Awards (2010) e l’ Archibald Lampman Poetry Prize (2010)

 
È autrice di varie raccolte di parole e musica, registrazioni di poesia per performance, copioni; ha  curato antologie e collane di poesia; è stata fondatrice ed editore della rivista nazionale femminista e d’arte Branching Out (1973-).
La McMaster è stata membro fondatore del gruppo intermediale First Draft (1981-) tra i cui membri segnaliamo: Andrew McClure, Colin Morton, Alrick Huebener, Roberta Huebener, Claude Dupuis, Peter Thomas e David Parsons. Insieme, hanno registrato, pubblicato e realizzato qualcosa come 40 esibizioni in tutto il Canada nel 1980.
Dal 1996, è stata paroliere in Geode Music & Poetry (ex-SugarBeat), dando vita a quattro registrazioni di parole e musica con Jennifer Giles alle tastiere, Alrick Huebener al basso, Gavin McLintock al sax, e altri, tra cui Dave Broscoe, Jamie Gullikson,  Mike Essoudry, Petr Cancura, Mark Molnar, John Higney, Linsey Wellman, Penn Kemp, Colin Morton, e Max Middle. Ha realizzato spettacoli e registrato con SugarBeat e Geode in oltre 50 sedi, tra cui il Banff Centre, la Nazional Library, il Kingston Fringe Jazz Festival, il Rasputin, il Blue Skies Music Festival, l’Ottawa Folk Festival, l’Elora Music Festival, l’Artscape, il WordBeat, il Morningside, Go, il National Arts Center Fourth Stage, l’International Writers Festival di Ottawa.
Susan ha dato letture di poesia e si è esibita in festival ed eventi in Francia e in Italia.
Il suo libro di mezz’età, i ricordi contenuti in The Gargoyle’s Ear: Writing in Ottawa (Black Moss, 2007) racconta storie di progetti, contatti e interessi che formano la sua vita di poeta.
Il libro millenaristico, Waging Peace, raccoglie poesia, arte e testi da Convergence: Poems for Peace, che nel 2001 ha presentato in tutto il Canada, a deputati e senatori, poesie in forma d’arte.
La sua raccolta di poesie Until the Light Bends (Black Moss Press) è entrata nella rosa dei finalisti dell’Archibald Lampman Award per la poesia (2005) e dell’Ottawa Book Award (2005) quale miglior libro dell’anno. Allegato al libro, il CD audio-parole Until the Light Bends, con Geode Music & Poetry, Pendas Productions.
Susan è membro della League of Canadian Poets, del Writers’ Union of Canada, della Nova Scotia Writers’ Federation, PEN (Canada), del Writers’ Trust, SOCAN, Access copyright, e della Religious Society of Friends (Quakers).

Collegamenti
http://www.library.utoronto.ca/canpoetry

(nota biografica a cura di Angela D’Ambra)

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #1

Quella che segue è la prima parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra il cinema e la letteraturaCi interromperemo, oggi, alle soglie degli anni ’50; vi aspettiamo domani qui, alla stessa ora, per un’analisi fino agli anni ’60. Buona lettura.

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Il cinema è l’ultima grande forma d’arte che l’umanità abbia dato alla luce. La sua comparsa sul palcoscenico del mondo ha avuto un impatto senza precedenti nell’immaginario collettivo, certamente mai avvicinato nel secolo abbondante trascorso da allora. Nemmeno l’avvento dell’elettronica e del web è paragonabile all’urto che i film – le immagini in movimento – provocarono nel panorama culturale dell’epoca, approfittando della crisi delle strutture narrative del romanzo e del racconto, terremotate dalle avanguardie artistiche di inizio Novecento.
Ma la storia del cinema è anche la storia di un rapporto ininterrotto con le strutture letterarie che lo hanno preceduto, persino con quelle forme meno blasonate di intrattenimento – fumetto, musica pop, riviste scandalistiche e “dime novels” – alle quali generalmente veniva rifiutata la qualifica di arte.
Anche una breve ricognizione delle relazioni fra gli intellettuali italiani e il nuovo mezzo espressivo mostrerà dunque un processo di adattamento darwiniano, che parte dalla totale subordinazione culturale del film al romanzo, passa per una fruttuosa serie di interferenze reciproche, e giunge al contesto odierno, in cui la narrazione per immagini domina quale specie incontrastata. Ed è grazie a questo processo di selezione naturale che i narratori contemporanei, cresciuti in un reticolo mediale composito – fra tastiere, homevideo, web e serialità televisiva – possono saldare quel debito pregresso che il cinema aveva accumulato nei confronti della letteratura. (altro…)

Peppe Stamegna: Tonino

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TONINO

*

A quindici anni volevo scrivere un libro, avevo pure il titolo pronto: I contrasti nell’era della pop art. Un titolo strambo adatto a un tipo strambo, com’ero io allora. Stavo sempre a pensare a ‘sto libro: la notte mi svegliavo e lo vedevo sul comodino, ancora vuoto di parole. Già, quelle non venivano mai quando le chiamavo: invece arrivavano parole pesanti piene di tristezza, ma soprattutto arrivavano nella controra, quando non le cercavo. Questo lo so oggi, ché allora mi parevano pure belle e importanti, le parole, quelle che mi capitavano tra la testa e le mani. Necessarie, pensavo. Macché. Erano solo ferri arrugginiti da lunghi inverni di lacrime, quelle sì necessarie. Mio zio mi cazziava quando non lo aiutavo, e la moglie, che non riesco neppure a chiamare zia, quando era nervosa, mi chiudeva nella cantina per interi pomeriggi. Lì mi facevo le pippe, e cos’altro potevo fare? Sì, anche al libro pensavo, ma come facevo a scriverlo? In realtà mi frullava tutto nel cervello, mi sarebbe bastato trovare un contenitore robusto dove versare il tutto. Ora devo ammetterlo, allora era più semplice pensare tutto il tempo alle cosce di Mariella, che a scrivere qualcosa di buono. Questo libro però un giorno improvvisamente ha visto la luce: una decina di pagine sgrammaticate che faceva apparire la mia realtà spaccata in due come un cocomero, come quelli che spaccava mio zio la domenica. I buoni e i cattivi, le femmine e i maschi. I miei zii e la mia rabbia. Ma comunque mi piaceva, ne ero soddisfatto e confidavo nella giustizia divina per la sua imminente diffusione; sì, allora avevo questo tipo di pretese: sei buono? Avrai la ricompensa. E io l’aspettavo tutte le sere la ricompensa, sdraiato sul materasso di lana aspettavo una ricompensa come fosse l’apparizione della madonna. Invece arrivava Mariella, che mi sorrideva serena. Mi addormentavo, e ci mettevamo a fare bagordi insieme tra nuvole e tappeti. La mattina poi, prima del mezzo bicchiere di latte che la moglie di mio zio mi sbatteva sul tavolo di marmo all’aperto sotto il porticato, sennò sporcavo in cucina, come diceva zia; insomma, all’alba scappava via Mariella, e a volte avevo proprio l’impressione di vederla con le sue gonne da zingara che si gonfiavano e sgonfiavano, in lontananza, sulla strada poderale. Macché, erano solo cazzate di sogni che mi servivano per caricarmi: per riuscire ad andare a raccogliere i cocomeri dentro al caldo infernale del campo, alle dipendenze ringhiose di mio zio. Ma questo lo so soltanto oggi, prima, allora, tutto era fluido e vero. Pure Mariella.

(altro…)

I poeti della domenica #102: Cesare Zavattini, Invcend a vrés

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Invcend a vrés
büta föra in dialét
col co tgnü dentr’in italian

*

Invecchiando vorrei
buttare fuori in dialetto
certe cose tenute dentro in italiano

© Cesare Zavattini, Invcend a vrés in Stricarm’ in d’na parola, Milano, all’Insegna del Pesce d’Oro, 1973.

I poeti della domenica #101: Cesare Zavattini, Mei taser

cesare-zavattini

Mei taser

Véta véta, cus’ela? Mei tasér.
An vrés mia disturbà chi du là
chi è dré a gusars’in mès a l’erba

*

Meglio tacere

Vita vita, cos’è? Meglio tacere.
Non vorrei disturbare quei due là
che si stanno chiavando in mezzo all’erba

© Cesare Zavattini, Mei taser in Stricarm’ in d’na parola, Milano, all’Insegna del Pesce d’Oro, 1973.

Eugenio Montale, Lettera a Bobi

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Lettera a Bobi

A forza di esclusioni
t’era rimasto tanto che tu potevi
stringere tra le mani; e quello era
di chi se n’accorgeva. T’ho seguito
più volte a tua insaputa. Ho percorso
più volte via Cecilia de Rittmeyer
dove avevo incontrato la tua vecchia madre,
constatato de visu il suo terrificante amore.
Del padre era rimasto il piegabaffi e forse
una bibbia evangelica. Ho assaggiato
la pleiade dei tuoi amici, oggetto
dei tuoi esperimenti più o meno falliti
di creare o distruggere felicità coniugali.
Erano i primi tuoi amici, altri
ne seguirono che non ho mai conosciuto.
S’è formata così una tua leggenda
cartacea, inattendibile. Ora dicono
ch’eri un maestro inascoltato, tu
che n’hai avuti troppi a orecchie aperte
e non ne hai diffidato. Confessore
inconfessato non potevi dare
nulla a chi già non fosse sulla tua strada.
A modo tuo hai già vinto anche se hanno perduto
tutto gli ascoltatori. Con questa lettera
che mai tu potrai leggere ti dico
addio e non aufwiedersehen e questo
in una lingua che non amavi, priva
com’è di Stimmung.

.

(da Diario del ’71 e del ’72 in Eugenio Montale, L’opera in versi, Torino, Einaudi, 1980; p. 454)