Luigi Perelli, Musica per la libertà (1975)

«Il film è stato realizzato in occasione di una grande manifestazione organizzata dalla Federazione giovanile comunista italiana nel febbraio 1975 al Palazzo dello Sport di Roma, dove sono affluiti quindicimila spettatori per seguire e partecipare all’esibizione di cantanti, di attori, di musicisti e di complessi musicali italiani e stranieri tra cui: Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, Paolo Ciarchi, Ernesto Bassignano, gli Amerikanta, Rosa Balistreri, Maria Carta, Ines Carmona, Luigi Nono, Giorgio Gaslini, Mario Schiano, Bruno Cirino, Gian Maria Volonté, Luigi Proietti, Stefano Satta Flores; e gli Inti Illimani e i Quilapayun, che hanno testimoniato con le loro canzoni e le loro musiche sulla repressione fascista in Cile e sulla lotta popolare contro la dittatura militare. Con il suo intreccio di canzoni, esecuzioni di musica contemporanea e free jazz, di interventi recitati degli attori, e con una tematica di fondo legata alle grandi battaglie democratiche di questi anni, “Musica per la libertà” si propone come uno spettacolo cinematografico musicale di tipo del tutto diverso dai musical televisivi, condizionati dall’industria culturale e connotati dalla tendenza alla pura evasione.»

Scheda integrale: https://goo.gl/BbJK37

Regia di Luigi Perelli
Casa di produzione: Unitelefilm
Anno: 1975

© Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

Ennio Abate, Salernitudine

Ennio Abate,  padre madre figlio

SALERNITUDINE 1/POETERIE

Cussi` aggarbate

T’arricuorde, a puvarelle?
Era a figlie re Cirille.

Fidanzate, laureate
n’atu mese ere spusate.

Giesù mie! Cussì aggarbate!
Cussì ambress se nne gghiute.

M’arricorde, m’arricorde.
M’arricorde e tombe e maggie.

Ciele chiare, a ggent’ azzitte
sciure sciure, troppe sciure.

Nnat’u poco o fidanzate
chillu sciacque scapestrate

manche jeve ao funerale;
e quacchune addimmannave:

Neh, ma o spose quann’arrive?
Ché, s’è perze pe la vie?

M’arricorde, m’arricorde.
M’arricorde l’ammuina.

N’atu ppoche chella ggente
nge ballave ncoppe e ttombe.

M’arricorde e facce e fesse
ca dicevene : Signurì

v’ata primme laureà.
Doppe, ssì, v’ata spusà!

Chell’ è morte senza sale.
Chell’è morte munacelle
pa paura e se nzurà!

Così garbata
Ti ricordi, la poverina?| Era figlia dei Cirillo./ Fidanzata, laureata| fra un mese si sarebbe sposata./ Gesù mio! Così garbata!| Così in fretta se n’è andata./ Mi ricordo, mi ricordo.| Mi ricordo il cimitero a maggio./ Cielo sereno, gente in silenzio| fiori fiori, troppi fiori./ E per poco il fidanzato| quel fatuo scioperato/ neppure andava al funerale;| e qualcuno già chiedeva:/ Neh, ma lo “sposo” quando arriva?| E che, s’è perso per strada?/ Mi ricordo, mi ricordo.| Mi ricordo la confusione./ Per poco quella folla| sulle tombe ci ballava./ Mi ricordo quegli sciocchi| che dicevano: Signorina/ vi dovete prima laureare./ Dopo, sì, potete sposarvi!/Quella ha vissuto in modo insipido.| Quella è morta come una monaca| per la paura di sposarsi!

Nui simm’e ssarte

Addo fernevene e vicule
adduruse e varrechine
nnanz’ e porte scure
cusevane chiechate
e signurine
e figlie re marenare.

Nge passave vicine currenne
ca voglia e a paure e sapé.

Maj nge parlaje, sule me sunnaje:
se scusevane o vestite
– cche bell’i ccosce bbianche! –
se spazzulavene e mennelle
e cuntente dicevene:

Nu ccorrere accussì, guagljunciè!
Nun nge ffuì! Nui simm’e ssarte
e l’uommene vvestimme cull’ammore.

Noi siamo le sarte
Dove terminavano i vicoli| odorosi di varechina| davanti alle porte scure| cucivano chinate| le signorine| le figlie dei pescatori. / Ci passavo vicino di corsa| col desiderio e il timore di conoscerle./ Mai ci parlai| me le sognai soltanto: |scucivano le loro vesti| – che belle gambe bianche! -| si pulivano il seno| e contente dicevano:| Non correre così, ragazzo!| Non fuggirci! Noi siamo le sarte| e rivestiamo d’amore gli uomini. (altro…)

Gianni Milano: poesie da “Il giardino dei poeti”

 

E con le strade la città è dipinta dal sudato colore
della biacca – naufraghi estivi che Torino insacca
come si fa quand’il maiale è ucciso
e dopo l’assassinio non più grinta sul volto lieto e rosso
com’un culo ma il soddisfatto assetto delle rughe
com’allo scalo merci a mezzanotte – e per le strade
ch’erano truccate com’antiche puttane di Fellini
e mostravano un niente senza scopo
adorno tutt’intorno d’anellini come scimmie cannibali infoiate
e “Basta che t’avvii e il gioco è fatto” ma il Messico
è lontano e non c’è luna “Tutta fortuna tua
tutta fortuna” così che l’insipienza si trasmuta
in rapido passaggio di rasoio che resecò il cordone
e il nastro rosa di una malinconia ch’è fregatura
per darsi a chi non so per darsi e basta – sopra il catrame
e i suoni della festa che raccoglievo a spiccioli
ed in cesta gettavo com’inutile sozzura.

Cicatrici tribali, le lanterne, come mistici viaggi d’Australiani
sulle vie dei Canti e degli Antichi
e pillole di suoni e lampi al neon per un andare dentro al Leviatano
ch’ammicca – e si disgrega la certezza
come torre d’Artù sotto la pioggia.
Demònico esaltato panorama, illusioni di Morte
incerottate da petulanti sistemi di pensiero col Descartes
sul quadrivio a sentenziare “Io rumino ed esisto”
e il resto a mare – il resto che attraversa come lama
il mistero dell’essere vagante,
il nome che si dice cogitante ed intronato sulle feci
esclama “Chi dice che non sono non mi ama”
mentre una parte di quell’io è trasfusa nell’organico incerto
del letame. Quell’Io non c’era
ed anche no il ‘non c’era’: una bolla di nulla eppure vera.

Tra quei dirupi urbani di metallo, enfatici perché
castrato è il gallo, eclissata la luna ed un violetto
fiato di freddo che corre lungo i viali, Immacolata Concepita
stava Madonna Beat, impasto di barriera, nera Kalì,
figliola dell’incontro tra il sogno dei poeti e il manganello,
tra il bisogno di pace e la Questura.
Come Giovanna la papessa, anch’essa
era una voce fattasi leggenda
per la Crociata dei Fanciulli, l’anno
sessantacinque, al secolo che muore.
Svanì come svaniscono i soffioni.
Un giorno s’alzò il vento e fu la fine.
Dall’alto del sentiero degli Amanti, tra Vernazza e Corniglia,
cielo e mare, la scorgo com’icòna aureolata, come Kwannon
seduta trasognata, con gli occhi come quelli di Sirena – al di fuori
del bene e della pena. S’illumina d’un rosso porporino
il fico d’India che mi cresce accanto: fallace è l’operare
di memoria, certezza è per l’istante – il luogo è santo.

(altro…)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner (rec. di R. Calvanese)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, ed. Alegre, 2018

Il re è nudo, ma in Tv vederlo costa sempre di più. Si possono ammirare i particolari, lo sponsor, i replay. Il re è nudo ma nessuno se ne accorge, o forse nessuno vuole rendersene conto. Come ritardare la sveglia al mattino all’infinito. Non svegliateci da questo sogno, non destateci da questo sonno come fosse una pre-morte della ragione. Nessuno vuol prendersi la briga di mettere insieme i punti, vogliamo continuare a fissare i primi piani lasciando il contesto sullo sfondo.
Il libro di Luca Pisapia, uscito per la collana de Il quinto Tipo di Alegre Edizioni, fa proprio questo, squarcia il velo di innocenza che tutti ostinatamente vogliamo avere davanti agli occhi. Quel velo inversamente proporzionale alla dietrologia che chiunque abbia guardato anche una sola partita di pallone nella propria vita ha agitato come un’arma spuntata. Io so ma non ho le prove, i tifosi sanno ma non hanno le prove, però poi ogni domenica puntuali allo stadio, oppure a settembre ad abbonarsi alle pay tv.
Non è la fuga dal campo di calcio quella che indica Luca Pisapia, come si potrebbe istintivamente pensare, non è la negazione del tempo che passa, il rifiuto delle cose che cambiano. Non è quella la chiave di un libro che scompone e ricompone il mondo del pallone pezzo per pezzo tramite storie vere e personaggi realistici sempre funzionali alla narrazione. Piuttosto indica le crepe di un sistema che si può combattere proprio insinuandosi nelle sue contraddizioni, provando a evidenziarne le incongruenze, godendo del suo incepparsi.
Ma tutto questo non basta, Uccidi Paul Breitner mette in evidenza come il calcio sia nato già moderno, questo è il vero perno su cui agire per sfatare l’eterno mito dei bei tempi, il culto degli anni d’oro, in una società sempre più innamorata della nostalgia e che rifugge invece la memoria. Lo sport in generale, ed il calcio in particolare, è stato da sempre veicolo del consenso, strumento per esercitare controllo e potere sulle classi meno abbienti. Il calcio come cartina al tornasole della lotta di classe, che a nominarla in questi anni magari qualcuno potrebbe considerarla una categoria desueta, e invece è ancora capace di spiegare il funzionamento della nostra società. Gli eventi sportivi in Brasile partiti con la Confederations Cup ed arrivati ai i mondiali, i Campionati vinti dall’Argentina al servizio del dittatore Videla, la gloriosa nazionale italiana due volte campione del mondo guidata dal balilla Giuseppe Meazza fino ad arrivare ai mondiali negli Stati Uniti del ‘94, sono solo alcuni degli esempi che mette in fila il libro di Luca Pisapia. (altro…)

I poeti della domenica #290: Valerio Magrelli, Non tutto è perduto

Non tutto è perduto
se un anno ogni quattro
perfino il calendario gregoriano
prepara un’offerta residua.
La premurosa eccedenza del tempo
va intesa come norma di natura
cenno della cautela che promette
ad ogni cosa un dono bisestile.

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In Nature e venature, Milano, Mondadori, collana”Lo Specchio”, 1987.

I poeti della domenica #289: Amelia Rosselli, La passione mi divorò giustamente

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La passione mi divorò giustamente
la passione mi divise fortemente
la passione mi ricondusse saggiamente
io saggiamente mi ricondussi

alla passione saggistica, principiante
nell’oscuro bosco d’un noioso
dovere, e la passione che bruciava

nel sedere a tavola con i grandi
senza passione o volendola dimenticare

io che bruciavo di passione
estinta la passione nel bruciare

io che bruciavo di dolore nel
vedere la passione così estinta.
Estinguere la passione bramosa!
Distinguere la passione dal

vero bramare la passione estinta
estinguere tutto quel che è
estinguere tutto ciò che rima
con è: estinguere me, la passione

la passione fortemente bruciante
che si estinse da sé:

Estinguere la passione del sé!
estinguere il verso che rima
da sé: estinguere perfino me

estinguere tutte le rime in
“e”: forse vinse la passione
estinguendo la rima in “e”.

 

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In Documento (1966-1973), Milano, Garzanti, 1976.

proSabato: “Camilla cara…”. Camilla Cederna e Luce D’Eramo si scrivono

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Camilla cara,
..in questi giorni ho letto il tuo recente «Vicino e distante» (autunno 1985), ma ho riletto sulla lanciata gli altri tuoi due libri che sono usciti dalla Mondadori: «Nostra Italia del miracolo» (1980) e «Casa nostra» (1983). E, non so, irretita dalla ricchezza del tuo scandaglio nella realtà italiana, mi sono risfogliata anche i tuoi libri precedenti, quelli editi da Longanesi e poi da Feltrinelli, a partire dl lontano «Noi siamo le signore» (1958). Tredici volumi, ma ho presenti alla mente anche certi tuoi pezzi e corrispondenze (dagli Usa, dall’URSS, dalla Cina) che non hai raccolto in questi volumi. M’è venuto da riflettere sul tuo «corpo scritturale» e ho cose da chiederti, tre domande. Te le dico e argomento così come mi si sono poste. Tu però rispondi nell’ordine che vuoi, spontaneamente come io fossi davanti a te a intervistarti, in un colloquio orale. Puoi?
..Ecco, a parer mio, hai sempre intrecciato quello che i sensi percepiscono − l’occhio vede, l’orecchio ascolta, il naso odora, il palato assapora, le mani toccano − con ciò che la memoria sa di quello che stai osservando. Alterni la figurazione sensibile con le notizie, mischiando il piano rappresentativo e il piano formale del discorso, in modo così indistricabile che l’informazione si fa racconto e l’immagine si fa ricordo personale. I dati indagati, captati, carpiti diventano suspence romanzesca, a cui i particolari esatti, i luoghi le persone i gesti gli ambienti danno fisicità. Un esempio qualsiasi. Anni fa, raccontasti una «Sei giorni» di Milano. Una sera guardavo in tivù quei ciclisti che pedalavano a volte sur place nel circuito ovale e mi sono detta: «Il video non rende quello che ho visto in realtà». Ma io non ho mai assistito a una sei giorni e mi sono accorta ch’era il tuo testo a essermisi sedimentato come un’esperienza vissuta.
..Ma il tuo procedimento narrativo non è uniforme. Non c’è uno stampo in cui immetti di volta in volta gli oggetti della tua attenzione. Ogni storia ha il suo filo d’Arianna, che cambia di vicenda in vicenda, come fosse il caso in esame a strutturare in racconto. Per esempio, in «L’ultimo safari» (in «Nostra Italia del miracolo») ci troviamo ai bordi di una piscina ad Acapulco, e, guardando il sangue che tinge l’acqua di rosso dopo la raffica di pallottole, ripercorriamo l’esistenza dell’ucciso sino alla sua infanzia che risale a galla assieme al suo cadavere.
..La mia domanda è: come ti poni di fronte alla pagina bianca e come riesci a comporre quanto hai di fronte con ciò che gli sta dietro, sotto e a lato? Cioè come organizzi la tua scrittura? Prendi appunti? Correggi molto? In breve, qual è il tuo metodo di lavoro?
..Sopra ho parlato d’un crescendo organico nella tua opera; la sensazione è che, nel decorticare a una a una le singole situazioni, con gli anni la tua curiosità s’è allargata e approfondita dalla dimensione del costume a quella sociale che, implicita anche nei primissimi libri, s’è via via esplicitata come luogo sempre più urgente della tua riflessione. Fino a che ti sei battuta in prima persona mettendo nero su bianco l’occultato, l’illecito, il criminoso, diventando bersaglio di campagne diffamatorie e processi. Penso al tuo libro su Pinelli, al tuo «Sparare a vista» al tuo «j’accuse» sulla carriera del presidente Leone, che costituiscono la seconda fase della tua produzione. E arriviamo ai tuoi ultimi libri, apparentemente meno clamorosi, che sono invece d’una forza ostinata di scavo nelle «periferie», negli scandali a latere, nelle città devastate dalla speculazione. […] (altro…)

Presentazioni, inedito di Andrea S. Castrovinci Zenna

Tu non hai udito Veronica svelta
con passo leggero ma alacre
da stanza a stanza aliare
quasi senza rumore,
fiore che sboccia alla sera; né sai
le dita solerti aiutare
e madre e sorella in cucina,
le stesse che suonano il piano
e avvivano vani e saloni
nel vuoto di te che rimane.
Non sai come canti gioiosa al mattino
né quanto ogni giorno di più mi innamori.

Ma pure vorrei vi incontraste…
E questo mio inganno lo tesso con cura.
Non serve anche a questo la letteratura?

***

Il primo di maggio, creatura
leggera, ma indomita, forte,
del cuore ti ho aperto le porte
nell’incubo strenuo serrate;
ché dopo le tante parole
costrette da sguardi che al sole
cadente chiedevano tregua,
– incredulo d’ansia e paura –
un bacio tremante sul mare
tremante di luce lunare
ti diedi; nei lievi rossori
dei baci sentivo la fiamma
sopita destarsi veemente.
Disteso alle braccia tue bianche
lenivo le stanche mie cure;
tremavo alla sera nell’aria cullante.

Aperte le porte del cuore
provai un desiderio di morte:
ossimoro, lucido gemito
insieme sentire il candore
del nuovo e l’antico bagliore
possente che tutto ti involve

*** (altro…)

Nel nome di Clizia (di Maria Allo)

«Non pensai a una lirica pura nel senso ch’essa poi ebbe anche da noi, a un giuoco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l’occasione e l’opera – oggetto bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione – spinta. […] Anche nel nuovo libro ho continuato la mia lotta per scavare un’altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico, che mi pareva rifiutarsi a un’esperienza come la mia. […] Il nuovo libro non era meno romanzesco del primo».

(E. Montale, Intervista immaginaria, in Sulla poesia, a cura di G. Zampa, Mondadori, Milano 1976)

 

Mottetti costituisce la seconda sezione di Le Occasioni di Montale. Il titolo allude alla “poesia d’occasione”, nel senso che in questo periodo si infittiscono, nell’opera di Montale, i riferimenti a persone, eventi, circostanze della vita privata e pubblica. Eppure il poeta ha sempre rifiutato di precisare le circostanze biografiche della sua ispirazione. In una lettera del 1966, a un amico critico che gli chiede chiarimenti, scrive: «La mia poesia non è vera, non è vissuta, non è autobiografica, non serve identificare questa o quella donna…».
Al centro delle Occasioni, dunque, si trova una serie di ventuno brevi componimenti dedicati a una donna, cantata con il senhal di Clizia, presenza indefinita, con il riferimento al mito ovidiano della ninfa innamorata di Apollo-Sole che fu trasformata in girasole, il fiore che si volge costantemente a cercare la luce del sole: «lla suum, quamvis radice tenetur/ vertitur ad Solem, mutataque servat amorem» (Ovidio, Metamorfosi, IV, v. 262 e sgg.). Clizia, colei che (si) inclina (gr. klitòs) ovvero, secondo la polisemia del verbo latino, colei che si piega, si muta e ha dedizione verso qualcosa. Nei Mottetti, a lei dedicati, la distanza si fa smisurata, quasi astrale: Clizia, creatura di luce, porta in dono d’amore un segno del mondo autentico. Quando il poeta avverte la sua presenza, e anche quando crede di essere ingannato “Altro era il suo stampo”, egli esprime il desiderio di affidarsi a lei perché lo metta in contatto con quel mondo misterioso, se esiste. E non conta tanto il dono (di cui il poeta non è mai certo) quanto il desiderio di quel segno. Certo, il segno che si compone nell’aria del mattino e nelle cose, può essere riconosciuto solo dai sensi dell’innamorato. Solo colui che sente il passo di Clizia nel pulsare del proprio sangue può percepire in  segreto il fenomeno della neve che rispetta il rumore di quei passi, e quello dell’ombra della palma che s’innerva/ sul muro, cioè che «si dirama come un fascio di luce nel tessuto del proprio corpo» (D. Isella). Conta che la donna lo guidi a sfidare il vuoto, il tedio, l’arduo nulla: la verità è nella sfida che si compie in virtù dell’amore di Clizia.

Ecco il segno; s’innerva
sul muro che s’indora:
un frastaglio di palma
bruciato dai barbagli dell’aurora.
Il passo che proviene
dalla serra sì lieve,
non è felpato dalla neve, è ancora
tua vita, sangue tuo nelle mie vene.

Clizia ha gli attributi contrastanti del fuoco e del gelo (suggeriti dal significato del suo nome tedesco, Brand-fuoco (letteralmente: incendio), Eis-ghiaccio). L’identità di questa donna dagli occhi di acciaio è rimasta a lungo oscura. Con il tempo Clizia è stata identificata con Irma Brandeis, giovane ebrea americana studiosa di Dante, colta, poliglotta e cosmopolita, conosciuta nel 1933 quando lei era venuta a Firenze per conoscere a fondo la lingua del sommo poeta. Montale si era trasferito a Firenze nel 1927; lavorò prima presso la casa Editrice Bemporad, poi come direttore del prestigioso Gabinetto Viesseux. (altro…)

La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio. (altro…)

La solitudine orfica di Lucio Piccolo (di N. Grato)

Lucio_Piccolo_nel_suo_studioLa poesia italiana del Novecento annovera autori difficilmente collocabili, irregolari, appartati: il siciliano Angelo Maria Ripellino, il leccese Vittorio Bodini, per non parlare di Dino Campana, Edoardo Cacciatore, Stefano D’Arrigo del misconosciuto Codice siciliano, Lorenzo Calogero, Pino Battaglia, Nadia Campana.[1] Fra questi “irregolari” il palermitano Lucio Piccolo, Barone di Calanovella “scoperto” per puro caso da Montale. Piccolo è poeta del tempo, della solitudine, del paesaggio esteriore figura multiforme, metamorfica e barocca di quello interiore; Lucio Piccolo poeta della luna, come il Recanatese o Vittorio Bodini; del giorno e della notte,[2] dell’acqua e del suo fluire ininterrotto, della luce e del suo correlativo oggettivo nel mondo che è il buio, il cupo, la faccia nascosta d’ogni luna. Lucio Piccolo poeta orfico già nelle raccolte pubblicate in vita,[3] ancor di più in una delle due raccolte postume,[4] Il raggio verde.
Le carte postume di Piccolo assolvono a un compito: esse ci mostrano il metodo di totalità di scrittura che contraddistingue l’intera opera del Barone di Calanovella: non ci si stupirà, infatti, di trovare alcuni versi che riecheggiano certi periodi delle prose, come ne L’esequie della luna, L’orologiaio prodigioso, Il libro, La bussola, L’eclisse nella stanza.[5]
La lirica Il raggio verde, eponima della silloge, mostra il viaggio orfico di un raggio di sole (la poesia) che scompare la notte per riapparire, vivificato dal contatto letificante cogli inferi, nel mattino:

Da torri e balconi protesi
incontro alle brezze vedemmo
l’ultimo sguardo del sole
farsi cristallo marino
d’abissi… poi venne la notte
sfiorarono immense ali
di farfalle: senso dell’ombra.
Ma il raggio che sembrò perduto
nel turbinìo della terra
accese di verde il profondo
di noi dove canta perenne
una favola, fu voce
che sentimmo nei giorni, fiorì
di selve tremanti il mattino.[6]

L’uso del complemento di specificazione, in questi versi, serve al poeta per legare intimamente il soggetto col suo correlativo; il soggetto e il suo qualificante necessitano di una specificazione che infine costituisca un’unità autonoma. Così i sintagmi ultimo sguardo del sole, cristallo marino d’abissi o immense ali di farfalla appaiono come microcosmi dai quali scaturisce l’immagine di una poesia che si muove per scorci ed allusioni. Il sole tramonta nel mare, s’annuncia la notte. Piccolo sente lo scoramento per la morte del luminare mattutino: si riavrà ancora una volta esso dal letargo notturno? Questa domanda, fuor di metafora, nasce dal timore, ingenuo e incalzante, da parte del poeta di poter perdere la parola, il timore che l’afasia letificante imprigioni il dire poetico che s’inoltra nella notte per risorgere, nella parola, al mattino della poesia. Come il sole-Osiride viene ogni notte fatto a brani e costretto a vagare negli inferi, così la poesia ha continua necessità di scorporarsi e ricomporsi continuamente, per dare vita al tessuto lirico del verso. Il “senso dell’ombra” del verso 7 indica la morte ed il suo statuto ontologico inane; la notte è luogo d’agnizioni formidabili, più del giorno che illustra gli oggetti evidenziandone la loro spenta materialità. La notte confonde e infonde nuova linfa poetica agli oggetti: è questo un segnale preciso della poetica del Barone: il raggio perduto nella notte si decompone attraverso il prisma infero della coscienza di Piccolo e risorge, facendosi messo dell’oscurità. La notte di Lucio Piccolo non è oscura, è semmai il momento concreto della composizione, il tempo propizio della ricerca da parte del Barone che aveva letto tous les livres, come disse Montale, nella villa in contrada Vina a Capo d’Orlando, luogo nel quale passava, secondo Vincenzo Consolo, “il meridiano della solitudine”. L’orfismo piccoliano, nutritosi di teorie sulla metempsicosi, di letture esoteriche e di solitudine esistenziale, fa riferimento culturale soprattutto allo Yeats di Una visione: “Lo spirito non è quelle immagini mutevoli, ma la luce, e alla fine riaccende in sé, nella propria purezza immutabile, tutto ciò che ha sentito e conosciuto.”[7] Non a caso abbiamo citato Yeats, autore molto caro a Piccolo e col quale il Barone intratteneva corrispondenza. Il lettore che attraversa col poeta la notte della poesia coglie nella luce del giorno il tramite tra gli inferi dello spirito ed il mondo fenomenico mutabile. Questa prospettiva tutta orfica, di un orfismo più vicino a Rilke e al grandissimo Campana, è simboleggiata dal raggio di colore verde di cui s’accende la profondità-interiorità di Piccolo. Il fine della poesia è la favola perenne, il mito mai morto, lo spazio del sacro nel quotidiano. (altro…)

Marco Russo: poesie da “Il dono di avere vene”

 

Un albero fa mi strattonasti
forte alla radice del tronco.
Ora sono salice versato
nell’arte dell’arrendersi.
E sverno a terra, frugo
fra gli indumenti di neve
il meno impietoso verso le forme
filiformi delle vene.

 

Ho fatto il pieno delle assoluzioni
e ora ti confino fra gli inoffensivi,
ti disinnesco da tempesta a solletico.
Non risalirai la bocca dello stomaco
per ritentare la via del torace.
Morirai nella sede dei pugni
dove imperversasti in nugoli di farfalle.
Sotto la luce interdetta dello sterno
ti dibatterai falena e stella cadaverica.

 

Arrivo con le foglie
e la mia terra mi accoglie
con un vento basso che spazza
le soglie delle case.
Dopo le sfuriate dei mesi caldi
ora vedo ripiegarsi le cime,
flettersi sfinito il mio costato
tutto decorato di intenti infranti.

 

Marco Russo, Il dono di avere vene, Controluna, 2018

 

Marco Russo (Sorrento, 1974) insegna Filosofia nei licei. Sue liriche sono apparse sulla rivista «Gradiva» e in antologie di poesia contemporanea. Ha tradotto e curato il romanzo francese del 1605 L’isola degli ermafroditi (2007), e pubblicato la raccolta di versi Qualcosa ha ancora più fame (2013).