I poeti della domenica #240: Vittoria Colonna, Non senza alta cagion la prima antica

Vittoria Colonna (aprile 1490 – 25 febbraio 1547)

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Non senza alta cagion la prima antica
legge il suo paradiso a noi figura
di latte e mel perché candida pura
fede e soave amor l’alma nudrica,

e ‘n guisa d’ape, natural nimica
d’ogni amaro sapor, con bella cura
da ciascun fior d’intorno il dolce fura
per dare in frutto altrui la sua fatica,

e, quasi agnello, il latte umil riceve
perch’altri l’abbia in maggior copia quando
l’avezza a forte cibo il buon pastore;

onde, poi, sazia e grande in tempo breve,
le sue dolcezze e se stessa sdegnando,
fermi in Dio l’occhio al suo divino onore.

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© Vittoria Colonna, Rime spirituali disperse in Rime, a c. di Alan Bullock, Scrittori d’Italia degli Editori Laterza, 1982

I poeti della domenica #239: Vittoria Colonna, Fuor di me tutto in quello entra il mio core

Vittoria Colonna di Jules Joseph Lefebvre, 1861, collezione privata

Vittoria Colonna (aprile 1490 – 25 febbraio 1547)

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Fuor di me tutto in quello entra il mio core
dove questi occhi miei li aprir la via,
e quando dal mio seno egli già uscia
alto gridai: «Dove il conduci, Amore?».

Egli, con volo audace: «Al proprio errore»,
rispose; «quel ch’io custodir solia
con tanta forza e tanta gelosia
che non ha più di ritornar valore».

Niun soccorso a me vien da mia ragione;
ella contra d’Amor si trova imbelle,
e a’ suoi consigli il mio furor s’oppone.

Quinci non spero più d’uscir di quelle
torte e dubbiose vie ch’Amor compone,
e so che l’error mio forza è di stelle.

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© Vittoria Colonna, Rime amorose disperse in Rime, a c. di Alan Bullock, Scrittori d’Italia degli Editori Laterza, 1982

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

XXI
Colloqui e sostituzioni

Quale poteva essere “la solita ora” di un appuntamento alla sera? Un’ora compresa tra le venti e trenta e le ventidue, secondo il calcolo delle probabilità: ma nelle abitudini di una coppia clandestina – quale era, secondo il calcolo delle probabilità, quella formata da suo fratello e dalla sconosciuta – l’appuntamento poteva arretrare, in molti mesi dell’anno, alle diciannove o addirittura alle diciotto e trenta. Era però improbabile associare la parola sera ai tramonti tardivi di giugno, resi ancora più lunghi dall’ora legale. E altrettanto improbabile era che si incontrassero dopo le ventidue, quando la notte aveva già trasformato in buio le prime ombre.
Probabile era piuttosto che l’incontro, avvenendo nella cornice di un pied-à-terre, avesse un significato intenzionalmente, anche se non inevitabilmente, amoroso. Nel corso di molteplici relazioni clandestine, che dovevano ogni volta conciliare anche gli orari di lavoro dei coniugi assenti. Mario aveva conosciuto lui stesso i riti degli incontri settimanali a ore fisse, la loro auspicata, ma non sempre realizzata metamorfosi in sedute erotiche, l’estasi delle diciannove e quindici, la cerimonia degli addii: prima che lei invariabilmente si ribellasse a quegli orari innaturali, che a lui invece apparivano naturalissimi, e chiedesse di costruire insieme la vita. Sempre quelle immagini di edificazione laboriosa, di accumulazione paziente, e quei verbi, come cementare e rafforzare, che gli richiamavano irresistibilmente un materiale che si sfalda tra le dita. Finché si arrivava alla interruzione di un gioco che per lei non era più serio e per lui lo era troppo; antitesi di desideri sulla quale si fonda, per poi dissolversi, la possibilità dell’unione.
L’epilogo lasciava sempre l’amarezza, più che di avere infranto le regole, di non averle fissate. Ognuno dei due si proponeva di farlo in un rapporto nuovo, ma proprio le regole del gioco erano di non fissarle, altrimenti nessuno dei due le avrebbe accettate.

La finalità, occulta e chiara, dell’incontro finiva per circoscriverne ulteriormente l’orario. Erano infatti escluse, senza ripensamenti, le venti, ora troppo contigua a una cena che la precedesse e troppo tarda per differirla ancora. L’ora più probabile era dunque compresa tra le venti e quarantacinque e le ventuno e trenta.
Alle venti e trentadue Mario entrò nell’appartamento.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, 1989

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

Staccare i poster dalle pareti era stato il primo gesto di un distacco progressivo. Presagiva un processo di conversione, ma non sapeva a che cosa.
Ricordava, di un libro che aveva letto molti anni prima, un capitolo dedicato ai sacerdoti che avevano perso la fede, ma non l’abito. Preti già anziani, incapaci di ricominciare una vita, anche se impreparati a finirla. Custodi di una catastrofe silenziosa, avevano continuato ad amministrare i sacramenti, a predicare ai fedeli. Mai si sarebbe scoperta la loro crisi, se non l’avessero rivelata, dopo la morte, diari angosciati. Alcuni l’avevano confessata a un parente o a un amico, che ne aveva poi parlato a distanza di anni. E lui li immaginava nella loro stanza, tra i libri di una religione morta, tra le reliquie di una fede che era diventata una finzione.
Quanti tormenti dovevano avere preceduto la decisione di non credere; quante lacrime, per rassegnarsi non solo al futuro, ma al passato, a una vita dedicata a un dio che non esiste, a un aldilà che non oltrepassa l’esistenza.
Lui rammentava, con la precisione che hanno i sogni, immagini che aveva visto leggendo il libro, colloqui al tramonto sulla terrazza di un convento oppure parole gravi nella penombra di uno studio. Queste immagini si sovrapponevano a quelle della sua vita e non sapeva quali fossero più reali. E in quei segreti che non aveva mai ascoltato ritrovava il suo, in quei destini di disperazione muta il suo destino.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, 1989

Inediti di Sara Fattoretto

Apparenze

Vestito di apparenze
te ne vai sicuro
all’ombra del muro scalcinato
sul ciglio del rivo oscuro.

Presenze di vita attorno
ombra fedele del giorno
nascente che abbracci
illuso…splendente leggerezza
di stracci d’Oriente.

Sorridi e prosegui distinto
passo di struzzo in recinto
convinto dal fondo le grezze pianure
vinto del mondo e delle sue arsure.

Rovente consumi il respiro
dei venti, sanguigno papavero
bruno fermaglio dai contorti
denti.

Astemio di vino e di miele
lido lontano rigetti le vele
frementi di terra.

È la guerra dei ciechi
vittorie di Pirro echi
ronzanti di luci abbaglianti.

Viandante di nebbia
in note locande ti assordi
bagordi di rabbia stonata
assorbi i sapori acri
noia insensata.

Né gioia o dolore
oh Amore sfuggente
ti riempie.

La mente distratta
tra frotte di gente
dalla divisa d’ un solo colore.

Ricchezza per gli occhi
il nulla nel cuore.

 

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Ostri ritmi #14: Branko Šömen

Talčev sotiš

grlica kje sem jo že slišal
potok lesen most in dež
roko mi je odnesla zima
glavo pomlad noge jesen

tebe sem srečal dvakrat
ob rojstvu ob jami za krsto
tebe sem srečal dvakrat
več nisem prišel na vrsto

grlica kje sem jo že slišal
noro sva se smejala oračem
nato sem padel v vodo z mostu
mrtev od življenja poražen

čez toliko let sem te srečal
znova potok blizu mostu
in k belim kostem sem pripisal
draga še zdaj sem na dnu.

La danza degli ostaggi

una tortora dove l’ho già sentita?
un ruscello un ponte di legno e la pioggia
l’inverno mi ha portato via una mano
la primavera la testa l’autunno le gambe

te ho incontrato due volte
alla nascita nella fossa dietro alla bara
te ho incontrato due volte
non è più arrivato il mio turno

una tortora dove l’ho già sentita?
abbiamo riso come matti degli aratori
poi son caduto in acqua dal ponte
morto sconfitto dalla vita

dopo tanti anni ti ho incontrato
di nuovo un ruscello vicino a un ponte
e accanto alle ossa bianche ho aggiunto:
cara, sono già sul fondo

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Alcune poesie di Ekaterina Grigorova (tradotte da Emilia Mirazchiyska)

 

Имах талант да плача за всички вас,
които бяхте двама в началото. После станахте повече,
все повече и по-малко от това. Накрая никой нямаше да умре.
Но да не преувеличаваме, защото можех да забравям най-важното.
Как стигнах до теб все пак не е чудо, а обикновена история.
Аз бях повърхностна и лековерна, съвсем повърхностна,
но не добра, а нежна и свирепа;
и не за любовта, тогава не, а за летежа на тялото.
То свистеше, зъбите чаткаха като копита, както сега
от бруксизма нещо екне.
Но да не преувеличаваме: мракът не винаги помага на крадците.
Въпреки че съм ужасена от сънищата предупредителни,
от тях повече, отколкото от предупреждението,
понякога нощите са пълни с хиацинт, хиацинт,
И макар да има натрапчивост и коварство в думата,
нека не преувеличваме нейното съвършенство..

Avevo un talento per piangere tutti voi
eravate due all’inzio, poi vi siete moltiplicati
sempre di più ma non importava. Alla fine nessuno moriva.
Ma non dimentico mai l’essenziale.
Come sono arrivata da te non è miracolo, ma una storia qualunque.
Ero superficiale e credulona, frivola assai,
buona no, ma dolce e feroce;
non per l’amore, allora no, ma per il volo del corpo.
Fischiava, i denti picchietavano come zoccoli, ora
dal brusio qualcosa rieccheggia.
Non sempre il buio aiuta i ladri
Anche se terrorizzata dai sogni premonitori
− più dai sogni che che dal monito −
le notti sono piene di giacinti e giacinti
c’è qualcosa di ossessivo e perfido
nella parola e non si può esagerare la sua perfezione.

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вашите ръце ми показаха какво да виждам
от ръцете ви какво да не виждам когато се уча
да бъда пътуващ път и да не бъда нито той
нито аз понеже вашите ръце дариха тези куполи
бетона и пълноводните улици
милосърдието за приют на наказанието
го направиха ръцете ви не за мен
но чуйте само как им благодаря и не проклинам
което някога обичах.

le vostre mani mi mostravano cosa vedere
delle vostre mani e cosa non vedere quando imparo
mentre sono il viaggio e non sono più io
le vostre mani ci hanno regalato queste casematte
il cemento armato e le vie inzuppate d’acqua
la misericordia ospizio per martiri
fatto dalle vostre mani non sono io lì
ma ringrazio lo stesso e non maledico
quello che una volta amai (altro…)

Racconti killer: “Morte del piccolo principe e altre vendette” di Claudia Palazzo

La speranza può essere anche vendicativa e violenta, e gran parte dei nostri desideri non hanno nulla di edificante e di nobile. Tutta l’aggressività che dobbiamo sublimare per essere individui civili e morali  ritorna a essere ogni tanto qualcosa di più di un presentimento. Per questo passa un’aria rinfrescante e liberatoria attraverso i sei racconti di Claudia Palazzo (Palermo, classe 1991), pubblicati meno di due anni fa dalla casa editrice Il Palindromo: sei racconti per sei desideri di vendetta, non solo confessati ma esauditi. La prima vendetta, che dà anche il titolo al volumetto, avviene contro un personaggio diventato negli anni quasi un obbligo pedagogico e sentimentale, ovvero il principino della strana e affascinante fiaba spaziale di Antoine de Saint-Exupéry. Una storia con molte finezze letterarie, che ha però un’inclinazione (per l’appunto fiabesca) verso l’infantile e il naïf, e per questa ragione lascia in molti di noi un sentimento contraddittorio, qui scivolato del tutto e definitivamente verso il suo polo negativo. Altri non sarebbe infatti il piccolo principe che il figlio adulterino e prematuro del marchese e della povera serva scacciata e poi tornata sotto mentite spoglie per restare accanto al bambino, che nel frattempo è però cresciuto sotto la cappa di snobismo screanzato della marchesa. Risulta così un enfant viziato, petulante, con una “vocina pastosa e acuta” (p. 11) peggiorata dall’erre moscia, dotato dalla nascita prematura “di un certo prodige, di una sconfinata fantasia” (p. 12). All’ennesima rispostaccia, cuore e mano di madre, “«Ciaff!» un colpo secco, su una guancia” (p. 13), e poi le dita strette al collo per impedire la sirena, l’allarme, la condanna a morte…  E mentre la madre viene “ugualmente trascinata via in catene verso la gattabuia”, il bambino ancora vivo ma in coma inizia un sogno: “e quel sogno, il sogno di un bambino prematuro in coma, voi lo conoscete già” (p. 16). (altro…)

Da Todavia la sangre di ROMINA CAZÓN, traduzioni di Federica Volpe

Todavia la sangre

I

A volte quando il pianto mi sveglia tutta moribonda, mi avvicino alla finestra
e muovo la tenda per vedere se qualcuno abbia gli stessi aghi conficcati negli
occhi, per vedere se qualcuno abbia lo stesso sangue. Ed é quando abbraccio timidamente
la tela, come se l’atto rappresentasse dimenticare un paese, ma è assurdo confidare
nella mia memoria, è assurdo dire che mi strapperò la testa se torno a ricordare.
Lo feci per tanti anni che già non credo nelle vocali che la mia bocca espelle. Credo solo
negli dei e nessuno di loro mi ha concesso il desiderio e nonostante questo, io li
perdono.

A veces cuando el llanto me despierta toda desahuciada, me acerco a la ventana
y muevo la cortina para ver si alguien tiene las mismas agujas clavadas en los
ojos, para ver si alguien tiene la misma sangre. Y es cuando abrazo tímidamente
al lienzo, como si el acto representara olvidar a un país, pero es absurdo confiar
en mi memoria, es absurdo decir que me arrancaré la cabeza si vuelvo a recordar.
Lo hice tantos años que ya no creo en las vocales que mi boca expulsa. Sólo creo
en los dioses y ninguno de ellos me ha concedido el deseo y sin embargo, yo los
perdono.

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Caregiver Whisper 13

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Gianfranco Barcella, inediti da ‘Il labirinto della luce’

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IL LABIRINTO DI LUCE

Scoglio radente allo stendardo del mare
mi rifletto sull’acqua qual vessillo d’ombra;
imbarcadero in un recondito golfo
attendo all’ancora un cenno del comandante
per iniziare a navigare nell’eterno presente

E farò naufragio fra picchi orlati di verzura
fino all’ultimo bordo che non lascia orma
di vita che duri nell’oblio, tristemente a terra.
Come l’azzurrino fiore del ciano in un labirinto
di luce, baciato da un raggio porporino, non voglio
perdermi in un tragitto vano.

 

L’ECO DEL SILENZIO

Un sonno continuo mi sigilla la mente
come di creatura che non sente.
Il tocco degli anni terreni risuona
di sterile vita

e mai così seducente, nel silenzio delle ore,
ho sentito il sapore del bacio sulle labbra,
bagnate d’amore.

 

RETELIT

È inutile vivere sopra tutte le splendide apparenze,
oscillando come un batter d’ali verso il giorno che respira
nel cosmo immanente, tutt’intorno

La natura fulgida e sovrana degli scambi quotidiani
ci concede solo una vita in elemosina che si dissolve
in ricordi vani come un mare d’ansia.

Malinconia profonda fa vibrare le corde dell’anima,
vana sostanza che cerca un punto fermo d’appiglio
in un perenne franare di vita,
sospinta da un impeto invisibile che fende

lo spazio di un bit. Venendo al mondo
senza sapersi uomo, prima di scoprirsi vecchio,
tutto credendo di capire quando si è vicini alla lusinga
di inutili speranze, è meglio affidarsi solo al retelit.

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Io e I Langolieri (una storia d’amore)

“Quattro dopo mezzanotte”, la raccolta da cui è tratto il racconto I Langolieri

Non mi ricordo più per quale follia, ma mi ritrovai a comprare un biglietto dell’autobus per il mio ritorno da Firenze, dove avevo tenuto una presentazione, per Roma. Un biglietto dell’autobus, non del treno. Questo voleva dire non percorrere il Tirreno, ma salire fino a Bologna e da lì riattraversare gli Appenini fino alla Capitale. Follia, per questo non riesco a ricordarne il motivo. Ricordo solo che chiesi all’agenzia di viaggio due cose: la garanzia di un bagno in autobus, e la certezza di potermi fermare a fumare almeno una volta.
Ringrazio il cielo per questa follia, perché mi ha permesso di finire I Langolieri in un’atmosfera di viaggio ininterrotta, senza mai un ritorno a casa, dai tavolini risicati di un bar attorno al giardino di Boboli lungo il tragitto pazzo di un autobus che da Firenze risale a Bologna e che mi vede, con buona pace dell’autista, con le ginocchia al petto e una merendina in bocca tutta presa, rapita e trasognata, tra le pagine di un libro di King.
E solo King poteva chiamare racconto e non romanzo una narrazione di più di duecento pagine, e solo King poteva fare racconto e non romanzo di duecento pagine e passa, ognuna di loro perfettamente aderente, mai divagazione ma sempre necessità, incollata al nucleo pulsante della costruzione come carta moschicida. Perché I Langolieri parla di dieci persone, dei loro passati e presenti e può darsi futuri, nella cabina asfittica di un aereo come nell’ambiente di un aeroporto deserto, e ci permette di avere con loro dieci la confidenza e la familiarità che si ha con un amico. I Langolieri parla, soprattutto, della nostalgia e del rimpianto e del tempo che ci scorre attraverso, e lo fa proprio guardando in faccia quel tempo e non permettendogli di essere né individuale né nostalgico, ma bestialmente pronto a divorarci non appena sentiamo di averlo trascorso, di averlo perduto. (altro…)