Il demone dell’analogia #55: Metropolitana

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro (Ritaglio di H. Warburton + foto di B.
Merrill)

ascolto le porte per sentire
l’aria della metro che arriva.
Mi siedo in fondo ancora assonnato
il tempo non si è ancora allineato
con il tempo. Una donna si siede accanto
mi sfiora con un braccio e si sposta.
Questa toccata e fuga è uno spartito
vuoto, mi svuoto in distanze.
Le tue mani sapevano cogliere
le note degli alberi, siamo stati foglie.

inedito di Andrea Gruccia

 

NOTTE DI FEBBRAIO

A quest’ora bombardano, a Kiev.
Nel silenzio dei sottopassaggi
ci si scambiano sigarette,
tè caldo, un pò di fortuna,
accucciati, addossati
ai graffiti della metro.
Fuori son passate
sui ragazzi che sgattaiolavano
le fortezze volanti,
l’aria caduta a pezzi.
Siamo tutti sospesi, questa notte,
arresi al notiziario
della solita guerra
girata altrove.

inedito di Ezio Settembri

 

METRÒ

Gli anni poi passeranno
masse di monti e pietra si frapporranno
tutto sarà dimenticato
come si dimentica il cibo quotidiano
che ci tiene in piedi.
Tutto, tranne quell’istante
in cui sul metrò affollato
ti aggrappasti al mio braccio.

da La resistenza dei fatti di Titos Patrikios
(traduzione di Nicola Crocetti)

L’amore incondizionato contro il mito dell’individuo: Annachiara Atzei racconta ‘Let them eat chaos’ di Kae Tempest

L’immagine iniziale è quella di un immenso vuoto, un buio immobile e senza fine. Poi, in mezzo a tutto lo spazio, l’attenzione è catturata da un puntino di luce in un angolo lontano. Laggiù, quel chiarore trema incerto fino a riempire l’intero orizzonte: è la Terra. E l’uomo, in confronto, è solo un minuscolo granello di sabbia.
Si apre così, con un colpo d’occhio quasi fantascientifico, Let them eat chaos (Che mangino caos, Edizioni e/o), il poema che Kae Tempest – artista performer trentasettenne, nonché rivelazione assoluta all’interno della scena culturale del Regno Unito – ambienta in una Londra contrassegnata da emarginazione, conflitto sociale e sogni infranti. Al centro della vicenda c’è la capitale inglese, ma potrebbe trattarsi di qualsiasi altra città della nostra epoca in cui gente comune attraversa indolente il proprio tempo: ci si incontra per caso, ci si innamora, ci si separa incuranti di ciò che accade intorno e incapaci di provare emozioni.
L’essere umano Kae racconta con pochi e toccanti tratti le vite tormentate di sette londinesi: alle 4 e 18 di una notte qualsiasi, Jemma, Esther, Alicia, Pete, Bradley, Zoe e Pia – ognuno nell’oblio della propria casa e con gli occhi spalancati sul soffitto – riflettono sulla loro esistenza solitaria cercando di trovare un senso a una insoddisfacente quotidianità. Ciascuno è concentrato su di sé, sulle sue commoventi fratture, e in questo torpore della mente e del corpo non si accorge che il pianeta è scosso e devastato: surriscaldamento globale, immigrazione, morti causati da conflitti internazionali e “neanche una traccia d’amore/ nella caccia/ al massimo/ profitto”. Come Sisifo che spinge imperterrito il macigno, i protagonisti della narrazione fanno ciò che viene loro imposto dalla società senza percepire il resto.
Nel libro profetizza un futuro che è già presente: “Ho avuto uno sprazzo di visione/ del futuro. Fa schifo”. E aggiunge: “Noi vediamo -/ nuvole come inchiostro agitato/ liquido denso cola e/ monta il vento/ che cambia tono/ brontola, urla con il ghigno gonfio -/ una gran tempesta si avvicina”. Nel far ciò, si fa interprete di quello che scriveva alla fine del Settecento William Blake, dal quale trae ispirazione: “Ogni onest’uomo è un Profeta, egli enuncia la propria opinione su questioni private e pubbliche. Un profeta è un visionario”: anche Kae Tempest non predice in modo sensazionale le cose a venire, ma racconta la contemporaneità con cognizione acuta a partire dalle abitudini di ciascuno di noi. Ma fa anche qualcos’altro: richiama chi legge all’azione.
Cita proprio Blake nell’esergo tratto da Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno e, come lui, capovolge tutto: “Senza contrari non c’è progresso”: bene e male si fronteggiano e si rovesciano uno nell’altro con un fine dimostrativo: il superamento della categoria del tu devi e la scelta idealista e istintiva dell’empatia e della condivisione.
L’arte e l’immaginazione consentono di travalicare questo stallo e scongiurano da un adagiarsi acritico e cieco che paralizza l’uomo privandolo della libertà.
Sul finire del poema, nel punto in cui il testo indica che ancora manca qualche ora all’alba, viene descritto un quadro apocalittico. Scoppia una tempesta: “Il cielo si apre in un ghigno folle/ e scatena tutta l’acqua che porta/ Il vapore sempre più pesante/ che sale dalle pozze più lontane,/ da tutte le lingue di onde lambenti,/ da ogni fiume turbinoso/ che contribuisce a questa pioggia”. Jemma, Esther, Alicia, Pete, Bradley, Zoe e Pia escono di casa e si riversano in strada e solo allora, come se i loro occhi si fossero finalmente aperti, vedono la città in una maniera nuova. Da perfetti estranei, si riconoscono a vicenda, increduli e con la pelle fradicia di pioggia: è un battesimo, un avvenimento che non potranno più scordare.
Servendosi dell’uso di una scena simbolica, Tempest invita ad andare oltre l’ostacolo della
incomunicabilità e riporta alla mente i famosi versi di Simon e Garfunkel, portavoce, nella musica, di un monito che, dopo più di mezzo secolo, resta attualissimo: “People talking without speaking, people hearing without listening and no one dare disturb the sound of silence”: un sogno inquieto dal quale ancora oggi, chi scrive, incoraggia a risvegliarsi sottolineando che l’unica speranza affinché ciò avvenga è la volontà di creare legami autentici. Così, infatti: “Io e te, separati, siamo più facili da limitare./ L’illusione è così completa/ che è impossibile metterla a fuoco” e rivela, “tutte le cose, a modo loro, sono in comunicazione./ Non siamo che scintille/ particelle di una costellazione più grande./ Molecole minuscole/ che formano un corpo solo”. Fino all’ultimo filo di voce, quasi come se intonasse una canzone, chiede di amare di più in nome di qualcosa di più grande che riguarda tutti: “la fiducia è una cosa che non vedremo mai/ finché l’Amore non sarà incondizionato”. L’amore incondizionato è amore perfetto e allontana timore e scetticismo.
Il mito dell’individuo divora tutti relegandoci a un caos interiore che ci impedisce di avere uno sguardo più compassionevole su noi stessi e sul mondo. Il compito di ciascuno è assumersi la propria responsabilità e entrare in connessione con gli altri per superare definitivamente ogni umano smarrimento.

A cura di Annachiara Atzei


Cinque brani da Let them eat chaos – Che mangino caos (edizioni e/o, 2016)

 

Immaginate un vuoto

Un buio immobile e senza fine

Pace
O, per lo meno, l’assenza
di terrore

Ora,
in mezzo a tutto questo spazio,
quel puntino di luce nell’angolo più lontano,
dorato come il sarcofago del faraone

Seguite quella luce col vostro sguardo stanco.
La giornata è stata lunga, lo so, ma guardate –

osservate come prima tremola incerto
e poi cresce ruggendo

Fino a riempire tutta l’immagine.
Brillando d’un fuoco d’insopportabile maestà

Ecco il nostro Sole!
E guardate – vedete come i pianeti gli fluttuano intorno
sospesi in una danza intricata?
Ecco, lì c’è la Terra.

La nostra
Terra.

Il suo azzurro smorza la fitta che vi brucia gli occhi,
i suoi contorni vi fanno venire in mente

l’amore.

*

Ho una canzone
che voglio suonare per te.
Ho un sogno
che mi sforzerò di realizzare.
Ho una cosa,
e te la voglio dire.

Mi sono messo a scrivere poesie,
è una cosa che faccio,
ti dispiace se ne
condivido una con
te?

No. Certo che no.

Bene.

Scusa.

A quest’ora di notte,
finisco sempre per declamare
le solite vecchie stronzate.

Mi ricordo di quella volta che cercavo di racca-
pezzare la mia mente in fondo a un rave. C’era un ragazzo
che perdeva sangue e lo spargeva dappertutto. E io cercavo
qualcuno da salvare o che mi salvasse e alla fine ho trovato
un piatto di carta. E mi sono messo a scrivere,
ragazzi, mi sono sentito benissimo, cazzo.

E allora ho capito
che io e la penna
eravamo una cosa sola.

*

Potete fingere di essere tonti e ignorare fino a un certo punto
Ma noi eravamo sulle montagne a raccogliere le forze
Vi abbiamo visto
riempire il cielo con i vostri fumi
Seduti nelle vostre stanze
come foste l’unica forma di vita esistente
A testa bassa sull’esistenza
degli altri nelle vostre stesse città
Intenti a sfuggire la pioggia
come se non foste mai stati baciati

Guardate – lasciate
i vostri averi e i vostri fondi
dite agli amici che siete andati
a riconciliarvi con le cose che non avete mai fatto.

Venite a danzare nel diluvio
Riversatevi come l’alluvione.

*

(…) se la cava alla grande, sta
Vivendo il Grande Sogno

E riesce a pagare il mutuo.

Però non si sa come mai
la notte non riesce a dormire.

Potrebbe alzarsi
Provare a farsela passare camminando.

Ma tra poche ore deve andare al lavoro
È sveglio oppure dorme?
Non lo sa,
non riesce a sognare,
non riesce a sentire,
non riesce a urlare,
ragazzi,
sono le 4 e 18

La vita è solo una cosa che fa.

Si rigira, cuscino freddo, corpo caldo,
non ce la fa più, come al solito,
respira piano,
si rintana sotto le coperte,
chiude gli occhi,
e pensa: ma davvero è questo il senso di esser vivi?

*

E ora si vedono a vicenda.

Vestiti strani, una scarpa e una pantofola, calzini calati, sorridendo,
si raccolgono lentamente, cauti, in mezzo alla strada.
Dapprima si riparano gli occhi
ma poi

tirano indietro la testa, rilassano le spalle,
offrono i corpi
alla tempesta
Con i capelli appiccicati al cranio
oppure gonfiati furiosamente in ogni direzione
E le mani
scivolano via da guance e mento
quando si prendono la faccia tra le mani
a bocca aperta
Impressionante! esclamano
Visto che roba?! esclamano

Camminano l’uno verso l’altro
trascinandosi come fossero feriti
e si stringono in gruppo sempre più vicini,
sconvolti e ridenti,
con la pelle fradicia di pioggia.

*

Il demone dell’analogia #54: Bovini

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale by Dina Carruozzo Nazzaro

 

Una vitella stupita d’esser viva
guarda noi che la ignoriamo,
decine di sorelle appese si pavoneggiano,
si sente sola e brutta a respirare
ma non ci sono più paranchi
e le celle frigorifere sono colme,
rotea intorno lo sguardo suo più dolce
se è pausa o tregua nessuno raccoglie
si gonfia, lancia un grido e scivola sul sangue
piove plasma per un poco e finalmente
si libera un paranco.

Da Macello di Ivano Ferrari

 

PIO

Pio bove un corno. Pio per costrizione,
Pio contro voglia, pio contro natura,
Pio per arcadia, pio per eufemismo.
Ci vuole un bel coraggio a dirmi pio
E a dedicarmi perfino un sonetto.
Pio sarà Lei, professore,
Dotto in greco e latino, Premio Nobel, che
Batte alle chiuse imposte coi ramoscelli di fiori
In mancanza di meglio
Mentre io m’inchino al giogo, pensi quanto contento.
Fosse stato presente quando m’han reso pio
Le sarebbe passata la voglia di fare versi
E a mezzogiorno di mangiare il lesso.
O pensa che io non veda, qui sul prato,
Il mio fratello intero, erto, collerico,
Che con un solo colpo delle reni
Insemina la mia sorella vacca?
Oy gevàlt! Inaudita violenza
La violenza di farmi non violento.

18 maggio 1984

Da Ad ora incerta di Primo Levi

 

IL BOVE

Al rio sottile, di tra vaghe brume,
guarda il bove, coi grandi occhi: nel piano
che fugge, a un mare sempre più lontano
migrano l’acque d’un ceruleo fiume;
ingigantisce agli occhi suoi, nel lume
pulverulento, il salice e l’ontano;
svaria su l’erbe un gregge a mano a mano,
e par la mandra dell’antico nume:

ampie ali aprono imagini grifagne
nell’aria; vanno tacite chimere,
simili a nubi, per il ciel profondo;

Il sole immenso, dietro le montagne
cala, altissime: crescono già, nere,
l’ombre più grandi d’un più grande mondo.

Da Myricae di Giovanni Pascoli

La poesia come rito che dà forma al dolore: ‘In che luce cadranno’, Gabriele Galloni (a cura di Annachiara Atzei)

La paura di ciò che non conosce turba l’uomo fino a negarne l’esistenza e tutto quanto non si comprende è relegato all’irrealtà. Il distacco ci spaventa e quando la morte ci interessa da vicino non riusciamo neppure a nominarla. Dare forma al dolore diventa la sola via d’uscita per non esserne inghiottiti.
Nel tentativo di fare i conti con il timore e i dubbi che il trapasso pone, in questa raccolta poetica, Gabriele Galloni – che nel compiere la sua operazione letteraria riporta alla mente l’uso salvifico del pianto nelle civiltà mediterranee raccontate da De Martino – inventa un rito per svuotare l’evento luttuoso della drammaticità individuale e lo fa attraverso dei testi che sono un dialogo tra vivi e morti.
In essi, una linea di demarcazione sottile separa e allo stesso tempo unisce chi non c’è più e chi è rimasto. All’autore pare non importare il fatto che, come per Epicuro, quando verrà a mancare, la persona non potrà più soffrire perché perderà la coscienza di sé, anzi fa di più: avvicina a noi i defunti e li rende umani a loro volta, abituandoci alla loro presenza. Capovolgendo il racconto che vuole che siamo noi a evocare gli estinti, nelle sue poesie sembra invece che siano questi ultimi a domandare che i vivi non si sottraggano alla relazione e che i legami non vengano sciolti.
Il coraggio del giovane autore romano è quello di assumersi la responsabilità di tale richiesta. Con versi concisi e connotati da forte razionalità, descrive situazioni di apparente consuetudine: i morti sognano, scrivono lettere d’amore e hanno fiducia nella sorte, quasi che la loro essenza sia destinata a non esaurirsi. Quando scrive: “I morti continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi: rimangono i corsi e i ricorsi/ del vivere identici sulle/due rive. In che luce cadranno/ tornati alle cellule” sembra evocare qualcosa che permane come il pulviscolo in un cono luminoso.
L’iniziale pudore che il lettore percepisce nel componimento che apre il libro, di pagina in pagina svanisce del tutto fino a essere sostituito da istantanee che talvolta non mancano di lasciare disarmati per la loro schiettezza: prima, i morti sono: “i lapsus, gli inciampi, l’indicibile/ della conversazione”, poi ridono, masticano, si danno soprannomi e “può capitare che si filmino/ a vicenda”. In un continuo rapporto di reciprocità tra questo mondo e l’aldilà, tra quel buio e il nostro, sono loro che “consolano l’inquieta/ vastità della casa” e, ancora, “sanno amarci/ con una mano – e l’altra all’Invisibile”.
Attraverso questo espediente narrativo, il poeta disgrega l’ineffabile, lo frammenta e gli dà significato, restituendolo a chi legge tramite la parola.
“Ci basterebbe credere a una riva”, scrive Galloni, ma l’interrogativo su cosa ipotizzi oltre il noto, resta: chi muore non è che “l’ultima/ didascalia del mondo/ conosciuto” e fatica “a rispondere a tutte le domande/ che gli vengono fatte”: neppure l’illusoria vicinanza tra i due universi qui descritta scioglie il mistero di ciò che, malgrado tutto, non è percepibile allo sguardo. Forse permane, per l’autore – che nella sua breve esperienza di scrittore ha spesso affrontato il tema della scomparsa definitiva – la speranza di un ritorno all’esistenza – della quale tuttavia non precisa la forma – quando scrive, a proposito di chi è mancato:
“Ma stanne certo: un giorno tornerà/ alla vita e avrà voce di Creatore”.
Due sole righe chiudono la silloge mostrando precisione lessicale e profondità di pensiero: “La musica dei morti è il contrappunto/ dei passi della terra”. Nel descrivere una sovrapposizione, o un gioco di incastri tra spazi solo a prima vista separati e che continuamente si rincorrono, Galloni individua un varco temporale in cui è possibile convivere col patimento e coglie nel segno nel lasciare il lettore rappacificato.
Allora, se, come nel film di Bergman, dinnanzi alla morte si può solo prendere tempo, ma non la si può battere, l’unico strenuo sforzo è quello di oggettivarne il senso, di coniugare la dissoluzione di sé a quanto è ancora possibile.

A cura di Annachiara Atzei


 

Munch, Sera sul viale Karl Johan

 

Cinque poesie da In che luce cadranno (RP, 2018)

 

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

*

I morti – loro, l’ultima
didascalia dal mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

*

Ci basterebbe credere a una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; o che un morto riviva,

che si perda tornando.

*

Certo. I morti si danno soprannomi.
Però li scordano immediatamente.
Ché al poco – buona grazia – preferiscono
il niente.

*

La musica dei morti è il contrappunto
dei passi della terra.

La realtà è uno specchio ustorio: ‘Corpomatto’ di Cristina Venneri (a cura di Omar Suboh)

«I legami non rappresentavano per me motivo di affettività, tutt’altro: avere i genitori non significava essere figlia ma potenziale orfana».

 

Untitled, by Jen Mazza


Vivere con l’incubo della morte nascosta in ogni angolo, il pensiero poco rassicurante che ogni legame implica la sua fine, così come ogni conclusione è un nuovo inizio: Corpomatto (Quodlibet 2022) di Cristina Venneri, è un esordio spiazzante, sia per stile di scrittura che per contenuto.
Nell’epoca della autofiction aumentata, o delle autobiografie impazzite, dove sembra comune denominatore comporre delle storie che abbiamo il proprio “sé” come unico baricentro narrativo e speculativo, seguiamo l’intrecciarsi nella vita di Marta da Taranto (sua città natale) a Messina (per studiare nell’università della città, Facoltà di Lettere), per poi spostarsi in vari luoghi della penisola al seguito del suo grande e folle amore Tobia (batterista e insegnante), sullo sfondo del conflitto più grande di tutti: quello con la propria famiglia, le radici da cui sradicarsi che sembrano legare il destino di chiunque in una disperata lotta per ottenere l’emancipazione, l’indipendenza economica e mentale dai demoni del passato – ma anche dell’eterno presente: quelli della letteratura, che non risparmiano i propri artigli logorando l’autore che insegue le proprie ossessioni e idiosincrasie.
Se, come scrive Walter Siti in un suo piccolo ma illuminante saggio uscito per nottetempo dal titolo Il realismo è l’impossibile, «l’autofiction non è che un caso particolare di narratore inattendibile […]; la voce dei narratori autofittivi non è in maschera, anzi si presenta incrinata dall’angoscia, o dalla fregola, o dall’esaltazione – è una voce che esige partecipazione e consenso», Cristina Venneri riesce pienamente nell’impresa di calarci nel suo dolore personale – o in quello di Marta –, rielaborando stilemi e dispositivi narratologici consolidati conferendogli forma nuova – attraverso, per esempio, una scrittura quasi priva di punteggiatura, che sembra seguire una musica interiore tutta sua, come una sorta di composizione armonica e multicolore di bernhardiana memoria –, in un monologo fiume ridotto all’osso, scarnificato, espunto da qualsiasi barocchismo o espressione di maniera. Pare quasi avvertirci: Non è mia intenzione meravigliarvi, scomporre l’ordine del gioco, ma porgervi la mano e invitarvi a seguire le sequenze di questa vita costellata di dubbi, dilemmi irrisolti, complicanze che poi sono quelle di tutti noi – un po’ come nel famoso incipit di Troppi paradisi («Mi chiamo Walter Siti, come tutti») –, allargando l’inquadratura in un campo lunghissimo capace di consentire ai suoi lettori di identificarsi con lei, con la Narratrice, e tracciare possibili soluzioni, svolte, alternative a quelle che intraprenderà lasciando in sospeso il finale, come se fosse l’inizio di un progetto a più pannelli – come non pensare all’autobiografia in cinque volumi di Bernhard? –, in una serie progressiva a puntate ancora tutta da scrivere.
Viene in mente il recente, e ottimo, lavoro di Carlo Mazza Galanti Cosa pensavi di fare? (Il Saggiatore, 2020), al suo incipit fulminante: «Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”. Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale». Come il protagonista del libro di Galanti, in Corpomatto, siamo immersi nel flusso delle possibilità e delle storie che la protagonista affronterà, sforzandosi di immaginare (e decidere) il suo futuro.

«Mi sentivo la testa talmente pesante da non riuscire a sollevarla dal cuscino, vedevo la sagoma di mia madre come un santino luminoso che si trovava dentro di me e al tempo stesso lontano anni luce»: scrive Cristina Venneri, in uno dei passaggi più emotivamente coinvolgenti dell’opera, raccontando la parabola di una madre dipendente dall’alcol che ritorna a vivere con l’ex marito, nel disperato tentativo una volta persi di ritrovarsi nelle variabili complesse che determinano la qualità di una vita, le quali non possono essere mai le stesse perché cambiano sempre sulla base delle esigenze di ognuno, dei propri vissuti – sia quelli fatti di luce, che quelli più crepuscolari –. Quello che sembra fare questo strano oggetto narrativo, non del tutto identificato, è aprirci alle nuovi possibilità della scrittura, quando il realismo nella sua crudezza e nudità riportato nella pagina scritta non coincide mai del tutto con quello che racconta, o meglio: non si esaurisce in esso, ma rimanda a qualcosa di non visto, di non detto, in continua evoluzione come la personalità della protagonista stessa che costruisce il suo percorso partendo dalla consapevolezza di volersi conquistare i propri spazi e tempi, staccandosi dal cordone ombelicale della propria casa. Così prendere se stesso, le proprie esperienze sublimandole, diviene metro di misura per “sporgersi” oltre i fenomeni di carattere quotidiano, disegnando un percorso verso l’Assoluto, perché soltanto nel romanzo, chi scrive, si ritrova come vittima di un «crogiolo moltiplicatore di significati» capaci di sorprendere l’autore stesso mentre scrive (non sapendo nemmeno lui quello che scriverà) e i temi lo trascinano dove nemmeno lui aveva progettato di approdare.
La realtà è soltanto un «trampolino», o meglio: è uno specchio ustorio, concentrico, nella quale una fiamma condensa i raggi sparsi di quella che siamo soliti definire come realtà. È poco il tragitto che ci separa dalla gnosi, dalla mistica, pur non essendo religiosi.
Più ciò che chiamiamo reale si fa liquido e pulviscolare, e più un’illuminazione improvvisa può conferire significato, retrospettivamente, al Tutto. Così fare della propria scrittura, e dunque della propria vita, «un oggetto reificato» equivale a sporgersi oltre i limiti di una realtà che appare troppo opaca per essere compresa del tutto.

A cura di Omar Suboh

Le “Mutazioni” di Gianni Ruscio (a cura di Fabio Michieli)

Mutazioni di Gianni Ruscio (Terra d’Ulivi, 2022) è il libro della maturazione, sempre che si possa parlare di maturazione per un poeta che mostra anche questa volta una poesia in divenire e non seduta su sé stessa; ma la maturazione – secondo me – si compie proprio nella presa di coscienza del compimento del rito di passaggio, quella rinascita che nel precedente libro, Interioranna, si celebrava nella e con la nascita del figlio Jago; ciò che si compie in Mutazioni è la crasi tra il padre e il figlio, tra tutte le nascite e perciò tra tutte le madri, ovvero tra ogni rigenerazione. La sacralità di questo rito di rigenerazione si avverte nella scelta di campo di una lingua poetica tesa e mai offesa, ricreata anch’essa; una lingua che non risparmia la violenza di una ritualità ancestrale e che fa riaffiorare in me il ricordo di un’identica ritualità presente in The Waste Land di Eliot, compresa – come dimostrato in un recente saggio – la crisi religiosa o spirituale del poeta modernista, e che mi porta a accogliere tutto ciò che ci viene detto della poesia di Ruscio nella postfazione firmata da Maffii. 
Sacralità ‘eretica’ che si incarna nella figura della Maddalena scelta come “madre delle madri”, e nella quale prende vita un corpo di carne e sangue, e che quindi si discosta da una maternità di tutta luce come potrebbe essere quella di Maria madre del Cristo. Quest’altra maternità è allontanata da subito, immediatamente rifiutata per la sua natura addomestica e normatizzata. È una dimensione totalmente archetipica quella portata all’atteuna forma l’inestricabile caos della contemporaneità. Del resto, è avvertibile, tattile, il tormento primitivo che agita costantemente il verso di Ruscio: è un moto dal ventre stesso della poesia che emerge, che fiotta come il sangue o come ilnzione del lettore da Ruscio, qualcosa che richiama nuovamente Eliot e l’uso di un paradigma capace di dotare di  latte. Sintomatica la commistione di questi due elementi liquidi ben distinti e comunque portatori di vita e nutrimento: 

Se la rosa sbianca e punge 
diventando bianca latte 
tutto il siero 
manifesto e il plasma 
tradotto in versi 
potranno salpare 
da quel golfo 
mai rivelato 
della nostra innocenza bestiale. 

E così il primo componimento ci cala in media res, ci immerge nella materia viva (luzianamente magmatica) che, qui annunciata, verrà dipanata come una matassa per tutta la lunghezza della raccolta che è quasi un poema per frammenti, che alla compattezza del tema contrappone la parcellizzazione della parola che tenta di afferrare, fermare, il senso e che di fatto denuncia la precarietà della lingua (paradossalmente unica certezza dell’uomo) insieme a quella dei tempi, entrambi necessitanti una ri-creazione. 
Ruscio ci invita a ritrovare una radice il più umana possibile e quindi più naturale, bestiale, e quindi innocente, per risalire gli incerti giorni di questa contemporaneità. Ci invita, certo, a ripristinare un legame col sacro; ma non dice, come fanno altri, di piegarsi a un confessionalismo di bassa lega: no, Ruscio ripristina un patto col sangue nel segno di un sacrificio costante per non perdere di vista le basi, le pietre su cui poggia la fragile esistenza umana (nessuna statua dai piedi d’argilla, insomma, è portata in scena) soggetta alla quotidiana mattanza. 

@FabioMichieli

 

***

Fiotti di sangue 
– nel sangue c’è scritto tutto – 
inarrestabile 
bile rivolta al cielo 
– verde conchiglia – 
sull’asfalto di Roma 
cuore sbranata 
dentro cuore calpestato 
una fiamma e un lamento 
e poi nulla più 
di questi essere che eravamo 
stati.

 

***

Lo spirito è lassù 
e ha l’odore dell’ombra. 
Qui sotto tutto è volgare 
caotico squallido 
ma è a immagine e somiglianza 
dell’essere umano. Io faccio 
definitivamente 
la cavia di me stesso.

 

***

Da adulti bambini 
consapevoli delle sedimentazioni 
delle derive 
che non hanno termini 
e non hanno nome 
sfociavamo sul volto di 
   Maria Maddalena 
madre di tutte le madri 
amante di un unico figlio 
di un unico uomo.

“Un autostoppista deve pur accettare il suo destino imprevedibile”: ante meridiem, di Marco Senesi

Magritte, L’arte di vivere

Le poesie che seguono appartengono a una raccolta dal tratto originale, poesie che sembrano esercitare costantemente l’arte dell’osservare: si tratta di ante meridiem (Transeuropa) di Marco Senesi.
Da un funerale, a un matrimonio, a fotografie in bianco e nero, e poi anagrammi e una successione di mesi che non somigliano davvero alle stagioni: ha una dimestichezza tutta particolare, Marco Senesi, con la visione della realtà e le immagini metaforiche che ne derivano.
Parafrasando un suo verso, la poesia potrebbe fare ‘da cane guida’ a ognuno di noi. Ma senza stress.


un funerale

è venuto a mancare a.
ti chiedi chi fosse?
era uno che conosci, uno del nostro giro.
attendeva da sempre al bivio dei mirti d’oro
il tuo segnale
mai giunto; taciturno,
teneva le braccia conserte
al Rito Delle Ceneri.
il feretro trasportato dagli uomini
di cui fu alleato,

il drappo funebre ricamato dalle donne
che mai amò-

uomini e donne con il passato
al posto degli occhi.
oggi i fuochi dell’ellisse
coincidono nel suo centro
e gli esiliati spargono sabbia di
quarzo
nella roggia.
il requiem atonale dalla strada infetta
non è per il defunto,
ma per chi, stremato, anela
al sonno ristoratore.
per te, che invecchi
da lontano.

§

un banchetto di nozze
(fine novembre)

fu scritto nell’estate precoce
l’acrostico che svela
l’Eterna Legge.
tra le drupe rosse dell’agrifoglio il basilisco
attende immobile e brama un’altra vittima;
dentro legnaie si nascondono
febbricitanti i detenuti evasi:
avranno presto la loro vendetta.
e dietro la collina dei voti
dove l’eucalipto cresce
in abbondanza
appare l’eclissi anulare
all’ora del tuo banchetto di nozze:
il braccio è cinto attorno alla vita,
il giullare sussurra all’orecchio
la verità.
di colpo le fiamme nel braciere si
estinguono, gli astanti si
voltano con un moto di
timore:
corri fuori alla veranda di abete
dove l’erica prospera,
di fronte a te i saltimbanchi e i
ciarlatani dagli occhi affaticati
e i volti appassiti;
accetta i loro oboli e
sappi dire a te stessa:
“io sono un enigma”.
per me è semicecità, eppure vedo
la vera te intrappolata su un
ritratto in seppia.
solamente la lupa bianca espulsa dal branco
mi è solidale,
ma non vengo meno al mio
compito: eliminare il tempo dal
mondo.

seguimi: dobbiamo riprendere parte
al gioco del silenzio.

scaglie di selenite
nel palmo della tua
mano.

§

da metà settembre
“il tempo è ciò che accade
quando non accade nient’altro”
(Richard Feynman)

in fondo è mio dovere
prendere congedo dalla parola,
vestirmi del sudario
lurido
e ingoiare il veleno.

nella caligine dei tanti
tempi morti leggo
l’esame biometrico su un viso
estraneo-
gli stemmi si mescolano
sul rebus senza lettere,
una dolcezza molle prevale sul
languore.

tra due appartamenti contigui
c’è un muro
di cartapesta o di cemento armato-
premere adagio sul lato crepato è avvertire
i miei stessi palpiti, premere forte sul lato liscio
è assorbire ogni conversazione meschina
di cui è imbevuto l’intonaco.

sta agli amanti più giovani e audaci
intonare in autunno il cantico dell’assurdo
nella terra del mare e del sole.
io oscillo come un cieco nell’orgia
di campane a festa,
e aspetto qualcuno-forse un agricoltore-
che mi insegni
come procedere linearmente fra case morte.

§

da fine agosto

si assiste quest’anno ad un’anomala invasione di cimici verdi.
nessuno riesce a spiegare il fenomeno. alcuni lo attribuiscono
all’intervento umano, altri parlano di una particolare congiunzione
astrale. altri ancora imprecano contro quel vento maligno che
nasce da una profonda gola fra i Balcani e i Carpazi.

un autostoppista deve pur accettare il suo destino imprevedibile.
forse farebbe meglio ad appostarsi dall’altro lato della carreggiata.

se si osserva un corteo, si noterà sempre un uomo che procede in
direzione contraria, e una donna che tiene il conto di tutti i passi
fatti.

deve pur esserci un modo per fuorviare la macchina della verità.
se il numero delle domande è un multiplo di tre, basta battere una
volta le palpebre prima di ogni “no”.

se siamo destrimani, quando facciamo la conoscenza di un mancino
teniamo a mente che lei o lui vorrà stringerci la mano sinistra.

“mani fredde, cuore saldo”, mi ha dichiarato un falegname ormai al
termine della sua carriera. ho ricevuto da lui in dono una moneta
centenaria. la data sull’esergo è illeggibile.

festeggiamenti per il Santo Patrono, il lunedì che segue la quinta
domenica di agosto. la fiaccolata diretta alla sorgente di acqua
pura viene inghiottita dal buio.

i sette palazzi di granito sono disposti circolarmente. la luce viene
convogliata e rifratta secondo un complesso schema, in modo da
ingannare continuamente il punto di vista dell’osservatore. il
segreto è tendere verso il centro dell’ettagono inscritto.

un anziano sonnambulo dovrebbe sempre essere accompagnato da
un cane guida. allora vincerà la grande distanza in linea d’aria.
saprà attraversare il ponte levatoio, per giungere al faggeto, dove
si troverà di fronte se stesso da ragazzo. ma ancora
addormentato, non potrà notarlo.

i bambini troveranno riparo sicuro dalla pioggia di meteore in
una camera sepolcrale, nella macchia mediterranea. là scopriranno
anche la via di mezzo tra il blu e l’indaco.

la notte di San Lorenzo ho scritto la mia biografia, utilizzando il
dizionario al rovescio dalla zeta alla a. i ricordi erano fotoni
inafferrabili.

il tempo non è la congettura di un filosofo, né il delirio di uno
scienziato pazzo:
esiste.

 


Marco Senesi (Albano Laziale, 1982), ha pubblicato la raccolta di poesie “post meridiem” (Leonida, 2016); alcuni suoi componimenti sono apparsi su riviste cartacee e on-line, ottenendo riconoscimenti in concorsi letterari; conduce la trasmissione streaming sulla musica rock, “Voli Pindarici”, presso la stazione radio https://www.mixcloud.com/
radiodefault/.
Per contattare l’autore: totentanz.marco@alice.it

 

Il demone dell’analogia #53: Anziani

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale by Dina Carruozzo Nazzaro


*23 marzo 1925*
sai che in casa nostra
coi tedeschi ci andò bene
il maresciallo promise
di scrivermi una volta tornato
a casa e non lo ha fatto
io son certo che è morto
e non ha fatto in tempo

[Paolina ha quasi perso
un padre e un fratello,
avrebbe da ridire]

sai che i tedeschi
non sanno dire Bagnacavallo
perché s’inceppano sulla “g”
e non la legano bene alla “n”
facevano sorridere
alla fine erano buoni
ci spartivamo il maiale
e facevamo anche festa

[con te sì, altri rami
ebbero meno fortuna]

sai che con questo binocolo
se lo appoggi bene all’occhio
vedi i mari della luna,
prova da te, guarda che roba
non è meraviglioso?
e lo sai che quella non è
una stella, ma Venere fulgida
e che Marte rosseggiando
si fa inconfondibile?

[ho ancora il binocolo
made in URSS nerissimo
e la luna a ricordarmi te]

ho un fratello nato con me
ma lui è sempre arrabbiato
lui mi dà da pensare e penare
ma è buono come il pane
si chiama Terzo, ne riparleremo

poi ho gli orti, m’intendo
di piante e animali, i gatti
non sono male ma finiscono
sotto le macchine, meglio
non prenderli più che poi
la tua nonna sta male

[tu più che altro]

poi ho la lirica e le attrici
in bianco e nero, Joan Crawford
mica era bella, ma che fascino,
che donna! mica come ora
che son tutte uguali e bionde

in soffitta ho Settimane
Enigmistiche da finire, faccio
raccolta, perché comprarne
di nuove? questo mondo a furia
di consumare si distrugge
troppo buttato senza riparare

[e il tempo t’ha dato ragione]

le lacrime facili ho, mi commuovo
e non porto a termine le parole,
come mi sono ridotto,
guardatemi, ma il gelato è buono
grazie che mi avete portato
fuori in piazza e siete qui

[e non ti ho più visto da allora
se non in una foto sbiadita
lo sguardo severo fisso
e ti bacio ogni volta di carezze
e manchi, lo squarcio
che hai lasciato era un mònito
e il babbo ogni volta dice
“l’ho sottovalutato, grande era
e prevedeva pure il futuro”]

Inedito di Lara Pagani

TANO E MARIA
Una mela riflette la luce,
gli occhi la portano dentro –
se è rossa, se sta cadendo,
come arrivare da un posto a quell’altro?
Tano e Maria.
Da dove viene la mela
c’è la notte che preme
e un sibilo bianco
vede solo il calore
della coppia, di sedie,
la fronte riunita,
e una piccola porta,
dietro tutte le cose:
quattro ruote le zampe,
e uno stesso cavallo.
Un giaciglio, le labbra
al calare del sole. Maria
fa sì con la testa
negli occhi di Tano,
immobili i nomi,
confusi bambini.
Nel parco degli ippocampi
ho trovato gli sposi,
seguendo la voce,
nell’eterno presente
del loro saluto,
“mi ami!”
e a capo chino
gli dato la mela.

Inedito di Amina Narimi

L’ORDURE, L’ORDRE
La signora della casa di fronte
– ancor giovane, bionda, elegante
e in conversazione costante
al cellulare con chissachi –
porta anche oggi il suo carlino
a fare i bisogni nei giardinetti comunali.
Affettuosamente lo esorta al rito mattutino
e si complimenta con lui per lo sforzo compiuto.
Dopo averlo pulito, ne raccoglie il prodotto
in un sacchetto bluviolaceo
e ostentandolo come un tesoro
lo deposita, animata da senso civico
e rispettosa del bene comune,
nel bidoncino sul margine del marciapiede.

Lo sguardo festante del cane
– sardonica parodia di un bebè diligente –
Non pare richiamarle alla mente,
neppur per il gioco del contrasto,
gli occhi pieni di lacrime del padre
immobile a letto
a cui poco prima rifiutò lo stesso servizio
delegandolo,
con schifo pari al magone del vecchio,
all’ecuadoriana arruolata a tal compito e ad altri.

Mistero della merda.

Rinuncia al patrimonio
degli scarti più umani
e loro transustanziazione
sotto il segno di un diverso padrone

Da Cairn di Enrico Testa

Le ‘Donne in viaggio’ di Lucie Azema, storie e itinerari di emancipazione femminile (a cura di Giulia Bocchio)

«Occupare il posto che avremmo preso facilmente se fossimo stati uomini: ecco l’obiettivo di un approccio femminista al viaggio. Imparare ad abitare il proprio mondo, le proprie frontiere, poi alimentare il desiderio di occupare lo spazio al di là di quei limiti intimi grazie a tutto ciò che ne abbiamo attinto: ecco come. La ricerca di una coerenza personale che s’innesta nello spazio – come se tutte le dimensioni (quelle dell’esterno e dell’interno) formassero una serie di cerchi concentrici – è il vero cammino che porta alla liberazione. E, in questo modo, mettere l’«io» nel «noi», il diverso nell’ordinario, non avere più né inizio né fine. Per questo il viaggio è anche un esercizio di umiltà: rifiutare di essere dominati vuol dire rifiutare di dominare. Vuol dire creare un rapporto da pari a pari con il mondo, un’armonia condivisa, un equilibrio tra l’essere umano e la natura, tra l’essere umano e il resto delle creature viventi, in una logica di coabitazione, di coevoluzione».

Questo il mantra per la scrittrice errante e giornalista Lucie Azema che, con il suo saggio Donne in viaggio – Storie e itinerari di emancipazione, uscito per Tlon lo scorso giugno, invita a considerare l’atto ‘dell’andare’ – non importa dove e perché – da un punto di vista nuovo, libero, indipendente.
Leggendolo, mi è venuto in mente un episodio che risale al 2004 circa, facevo le medie. La professoressa di geografia organizzò una serie di lezioni in aula video per affrontare lo stesso tema di partenza di Lucie, ovvero i viaggi, le prime esplorazioni, la scoperta di nuovi mondi: ma erano sempre uomini, i protagonisti, e lo scopo era colonizzare, conquistare, imporsi. È storia.
Le donne restavano a casa, venivano salutate al porto, si conservava al massimo un loro ritratto. Ricordo una mattinata dedicata al navigatore James Cook che tra cartografia e arte marinaresca raggiunse per la prima volta zone pericolosissime, per poi fare una fine ancora oggi un po’ misteriosa, ma comunque legata a una commistione di culture e usanze la cui interpretazione, all’epoca, era ancora troppo approssimativa.
Ma era comunque un equipaggio composto da uomini, sempre. Il contesto ‘avventuriero’ non prevedeva presenza femminile.
Un po’ come quello descritto da Michele Mari ne La stiva e l’abisso. Uomini, pesci, mare. E tutto anche molto erotizzato.
Viaggiare, che è un atto che ci caratterizza come esseri umani, è stato per secoli un vero e proprio privilegio maschile. Eppure la scoperta dell’oltre è qualcosa che ha a che fare con il nostro Dna, il bisogno di esplorare lo spazio è metaforicamente collegato a quella imprescindibile necessità di esplorare anche un po’ se stessi, mettersi alla prova, senza ripari.
Per una donna, come ben delinea e analizza Lucie Azema, viaggiare è stata impresa assai complessa, nonché un’attività ostacolata, ridicolizzata, spesso proibita.
Oggi , in parte, le cose sono cambiate, c’è una consapevolezza diversa –  non esente tuttavia da rischi o pregiudizi di sorta –  autodeterminarsi come donne e donne-viaggiatrici è possibile. E le esperienze atte a testimoniare questo ventaglio di avventure sono tangibili, fruibili, presenti anche grazie al digitale e ai social.
All’interno del suo saggio Lucie, con coraggiosa lucidità di analisi, racconta vicende legate alle prime grandi esploratrici del passato, intrappolate non solo nell’immobilità, ma in un’invisibilità che la scrittrice definisce ‘orchestrata’ da una società patriarcale che, sostanzialmente, ha reso sfavorevole l’accesso al viaggio, fra retorica legata a paura, pericolo e ruoli di genere.
Era l’uomo a decidere, ed era l’uomo a partire, ma molte di queste donne che hanno lasciato una loro impronta su terre nuove, hanno avuto il coraggio di ripensare la loro stessa vita attraverso lo studio, il racconto, la curiosità, per svincolarsi da ogni definizione sociale o  sottomissione:

“La concezione ideologica e mascolinista del viaggio non sopravvive a lungo al confronto con la realtà. Le donne hanno viaggiato e viaggiano da molto tempo: scienziate, guerriere, pirate, scrittrici, archeologhe, geografe, spie, politiche, religiose, giornaliste, fotografe, cartografe – o semplicemente donne libere alla ricerca di un altrove. Queste donne hanno contribuito a studiare il mondo, disegnarlo, cartografarlo, raccontarlo. Il primo racconto di viaggio della storia dell’umanità sembra sia stato scritto proprio da una donna, Egeria, che nel 381 d.C. intraprese un pellegrinaggio dal monte Sinai fino in Terrasanta e in quell’occasione scrisse delle lettere nelle quali descriveva ciò che vedeva. I primi viaggi femminili di esplorazione risalgono alla metà del XIX secolo. Prima di questa data, le donne hanno viaggiato, ma come semplici accompagnatrici o sotto falsa identità e vestite da uomo. In quest’ultimo caso, le donne passate alla storia sono quelle che sono state scoperte. È il caso della botanica Jeanne Barret, prima donna ad aver fatto il giro del mondo, che si finse marinaio per far parte dell’equipaggio dell’esploratore Louis-Antoine de Bougainville. È impossibile calcolare quante viaggiatrici abbiano fatto lo stesso, ma a volte le troviamo menzionate nelle pagine dei racconti di viaggio. (…) La classica storia delle esplorazioni e le antologie di letteratura d’evasione hanno completamente ignorato questi percorsi e questi testi femminili. Quando la negligenza è sistematica, è lecito parlare di un vero e proprio tentativo d’invisibilizzazione del viaggio al femminile. Nel migliore dei casi, queste donne sono state presentate come prostitute o bugiarde, nel peggiore, sono state gettate nel dimenticatoio. Ma sarebbe un errore cadere nella trappola opposta, ossia affermare che le donne abbiano viaggiato quanto gli uomini. Disseppellire questi racconti dimenticati è una necessità storica e intellettuale, ma sarebbe una soluzione parziale al problema. Il patriarcato ha, in effetti, operato a valle (rendendo le loro storie invisibili) ma anche a monte, rendendo sfavorevoli, a livello materiale, le condizioni di accesso al viaggio: impossibilità legale di gestire il proprio denaro, ridotto accesso agli studi, imposizione della maternità, veri e propri divieti di circolazione formulati dalle leggi dei loro Paesi, dai loro padri, dai mariti, dai fratelli”.

Una differenziazione sociale marcata che ha reso le donne esploratrici, donne controcorrente, viziose, prive di legami o radici, e da ‘attenzionare’ dunque, ma questa narrazione è il frutto di un’interpretazione ancora una volta patriarcale e misogina, ancorata a retaggi ideologici squalificanti, a una visione che fa della virilità sinonimo di coraggio e conquista (territoriale e non solo). La riappropriazione di un spazio soggettivo, narrativo ed esistenziale è per Lucie un aspetto fondamentale per far riaffiorare le tante imprese e le tante conquiste che le donne hanno tentato uscendo finalmente dalle mura domestiche e in questo la scrittrice stessa compie un raffinato viaggio attraverso la scrittura e la stesura stessa di questo ‘diario di bordo’ che è Donne in viaggio.
Ed ecco allora riemergere da un passato ricco di sfumature e complessità, itinerari inediti di donne libere e autentiche, capaci di trascendere stereotipi e categorie sociali di genere, che molto possono ancora insegnare alle generazioni future.

A cura di Giulia Bocchio


Lucie Azema, Foto by Nadège Abadie, Flammarion

LUCIE AZEMA (1989) è una giornalista, viaggiatrice e femminista francese.
Dopo aver vissuto in Libano, in India e in Turchia, si trasferisce a Teheran nel 2017. Ha collaborato con «Courrier Expat» e «Courrier international». Donne in viaggio, uscito in Francia per Flammarion nel 2021, è il suo primo libro.

Storie di un’altra storia: L’altro volto (un racconto di Mauro Germani)

Il racconto che proponiamo oggi appartiene alla già apprezzata raccolta Storie di un’altra storia (Calibano editore) di Mauro Germani.
Si intitola L’altro volto: una misteriosa prima persona singolare orbita fra il sogno, l’incubo e il sangue…


Marian Wawrzeniecki – Old truth lies in books, 1910


L’altro volto 

Ogni notte l’anima di un altro mi possiede e io non so più chi sono, né chi potrò essere. Tutto ciò che un tempo è stato mio ora non mi appartiene più. Al mio antico volto si sovrappone – fino a cancellarlo – un volto nuovo e per me odioso.
Un altro nome e altri sentimenti, del tutto dissimili a quelli originari, sembrano ora spettarmi. La lenta metamorfosi, che a poco a poco s’impadronisce di me, è il segno, ormai incancellabile, d’una maledizione che io stesso ho generato e che adesso non posso più arrestare.
Un sogno mi ha ucciso.
Ricordo bene la città deserta e male illuminata. Le poche lampade oscillavano al vento e tutto, intorno, appariva e scompariva. La pioggia bagnava le sagome bianche dei grattacieli, i muri un poco scrostati, le piazze immense, i volti di cartone della pubblicità.
Comminavo veloce, il bavero della giacca alzato, forse cercando di far perdere – chissà perché – le mie tracce. Non sapevo niente di me. Né perché mi trovassi in quella città straniera, né perché fossi malamente vestito, né perché avessi paura. Chi ero? Volevo solo fuggire e nascondermi.
Forse ero un vagabondo capitato in una città ostile, o forse un omicida appena fuggito dopo il delitto commesso, desideroso solo di scomparire nel buio della notte e di non ricordare più niente.
Il cielo nero scendeva fino ai marciapiedi, le case s’alzavano e s’abbassavano nella corsa, le folate di vento e la pioggia mi ferivano. I miei passi scuotevano l’aria, come fosse anch’essa piena di pozzanghere e d’improvvisi riflessi bianchi e violacei.
La mia testa, invece, era troppo pesante e mi cadeva sul petto, mi premeva sul cuore come un corpo morto, ed era difficile, poi, sollevarla.
Sapevo che qualcuno di m’inseguiva. Nell’oscurità non lo vedevo, ma nella mia mente c’erano il suo affanno, i suoi occhi sottili, quella barbetta ispida, quei denti aguzzi da lupo nella bocca semiaperta, tutta la sue furia indomabile. C’era quell’odio che mi raggiungeva e mi prendeva la gola, stringendola come un cappio, finché non avveniva la scontro col mio, di odio, e allora tutti e due precipitavano giù, nelle viscere, negli intestini.
La fuga non poteva durare ancora molto. Mi sentivo stremato. La pioggia scivolava sui miei stracci e sulle mie ossa doloranti. Avrei voluto sparire, confondermi col buio che vorticava intorno a me, dileguarmi nella battaglia del vento, nelle macchie scure delle case.
Non sapevo nulla della mia storia, ma adesso neppure m’importava. Chiunque fossi era meglio finirla al più presto per respirare, per liberare il fiato, sia pure per poco.
Nella fretta caddi e, mentre cercavo di rialzarmi, mi apparve davanti colui che m’inseguiva. Lo riconobbi senza conoscerlo. Il sorriso gli colava sul mento insieme alla pioggia. Mi afferrò con violenza per la giacca, esclamando qualcosa di incomprensibile – un’imprecazione forse, o il motivo del suo odio. Nel buio vidi balenare la lama di un coltello, o di un antico pugnale color argento. Mi sentii perduto. Tentai inutilmente di scappare. L’uomo, dal volto appuntito e scuro, si avventò su di me.
Ma, d’un tratto, ebbi la certezza di stare sognando. Ciò nonostante, non mi svegliai. E la mia coscienza mi diede la forza di una sfida estrema, di una sfrontatezza senza timore. Mi sentii improvvisamente immortale, e con sarcasmo urlai al mio sconosciuto nemico di uccidermi, convinto che nulla mi sarebbe accaduto, che nessuna lama avrebbe potuto ferire il mio corpo, che la violenza si sarebbe dissolta, insieme a tutto il resto, in quell’aria falsa e notturna.
Egli, allora, mi guardò con ferocia e mi colpì furente per diverse volte. Il sangue – lo ricordo ancora – schizzò sul muro e scivolò sul marciapiede insieme alla pioggia.
Ora so che avrei dovuto battermi. Di notte, infatti, continua ad accadere ciò che, prima o poi, mi condurrà inevitabilmente alla pazzia: non sogno più di me, ma di lui. È lui, ormai, il vincitore. Le mie notti sono sue e, a poco a poco, io divento lui: col tempo sarò lui, il mio sconosciuto e odioso nemico.
La vittima che fui è ora l’assassino che ha scritto questa confessione.

 

Di Mauro Germani

‘Perché il lifting brasiliano dei glutei non ci salverà’: Tishani Doshi, Un Dio alla porta (a cura di Giulia Bocchio)

Tishani Doshi

La poesia diventa un fatto attraverso l’occhio vigile di Tishani Doshi, poetessa, giornalista e narratrice indiana che ha dimestichezza con il flusso del tempo che attraversa il corpo, la società e le strutture del potere: per quindici anni è stata prima ballerina di bharatanatyam nella compagnia Chandralekha, a Madras. È infatti una questione di attraversamento la sua riflessione, dal corpo alle fibre delle sinapsi, sino alla rielaborazione concreta e multiforme del reale.
A God at the Door – Un Dio alla porta (Internopoesia, 2022, a cura di Andrea Sirotti) è la sua quarta raccolta poetica, selezionata lo scorso anno per il prestigioso Forward Prize for Poetry, e si tratta di pagine complesse, perché Tishani Doshi scrive versi che denudano il mondo di oggi, un mondo prosaico, nel quale ci alitiamo addosso, annaspando sudati e connessi a internet fra una controversia e l’altra.
Dalla cronaca a YouTube, femminismo, recensioni come oracoli su Trip Advisor, malattia, ambiente, passando per i glutei rimodellati di Kim Kardashian, la storia è anche questo, uno yo-yo fra trascendenza, spazzatura e vivere quotidiano. In quest’ultimo si insinua un po’ di tutto, specie le ingiustizie che portano al sangue e le disuguaglianze di genere, più profonde di una qualsiasi fossa comune.
Tishani ne ricava poesie che non risparmiano, naturalmente dense, intense, così lucide da non rassicurare nessuno, eppure, nel medesimo istante, sono riconducibili a uno stimolo creativo, pulsante e militante. Addirittura si intravede nella stesura grafica dei testi stessi  – fra spazi bianchi e forme che suggeriscono in pagina un’immagine – un ritmo, una discesa a imbuto nella coscienza.

Fra perimetri e ambiguità la poetessa attraversa il mondo contemporaneo facendosi largo fra una presa di coscienza che dovrebbe essere collettiva, ma che rimane comunque un cammino iniziatico assai personale, differente per ognuno, esattamente come l’esperienza. Esattamente come un Dio che un bel giorno bussa alla tua porta, ma, attenzione, ognuno sceglie il proprio, chiunque esso sia, qualsiasi cosa esso sia. È una metafora che è, come sapientemente fa notare Andrea Sirotti, “Un dio con l’iniziale minuscola, forse un’allusione agli ishta devtas, gli dèi personali della tradizione induista, un dio che in qualche modo riesca a palesarsi nella vita quotidiana per sbrogliare le inestricabili complessità della nostra tormentata epoca”.
Che qualcuno bussi o no alla porta, l’esperienza che facciamo del mondo è subordinata a un elemento importantissimo: il corpo. Difficile separare l’esistenza corporea da estetica e mortalità, specie per le donne, che nei secoli hanno visto il loro corpo giudicato, brutalizzato, usato, svilito, violato, ma anche rimpolpato attraverso filler e medicina estetica, costretto alla fuga da una vecchiaia che lo specchio non perdona e se lo fa, ineluttabilmente emargina.
La poetessa sprofonda in questo vortice aspro, con una consapevolezza che diviene gesto sicuro: la scrittura poetica, nonché il linguaggio come strumento di potere, rivolta, emancipazione, resilienza, autodeterminazione.
Scrive in inglese, un inglese che si fa duttile, che si modella anche sui telegiornali, non senza satira, non senza ironia.
Un Dio alla porta è una raccolta che si discosta da tanta letteratura aulica, incentrata squisitamente sul tormento personale con brevi sprazzi dedicati all’universale; è matura Tishani Doshi, è una donna che sembra accettare le condizioni imperfette dell’esistere, ovvero del r-esistere.
In agguato c’è sempre un po’ di tutto, difficile dare un volto, difficile poter usare il singolare in certi casi: da qualche parte c’è la guerra, qualcuno ha il Covid e non lo sa, in questo momento una giovane ha bisogno di trovare un modo per abortire, dall’altra parte del mappamondo l’inquinamento devasta silenzioso i polmoni di tanti bambini. Le città sorgono e cadono, l’abbiamo studiato per anni. Il mondo è racchiuso in una sfera all’interno della quale, come in una biglia, certi elementi si mescolano. A volte sembra un miracolo sopravvivere a tanta assurdità, a certe ingiustizie radicate o ideologiche.
Eppure succede. Tutto è un flusso.

 

A cura di Giulia Bocchio

Sulle poesie erotiche di Ritsos e Kavafis (a cura di Sara Vergari)

Come vivono i morti senza amore?
Sulle poesie erotiche di Ritsos e Kavafis

di Sara Vergari

 

 

Ci sono collane editoriali che andrebbero comprate e lette per intero un numero dopo l’altro senza troppo domandarsi e con la sola certezza che, giunti al termine, avranno cambiato, sconvolto, emozionato ogni fibra del nostro corpo. Una di queste è Lekythos di Crocetti editore. Nicola Crocetti, fondatore della casa editrice nata nel 1981, è uno degli ultimi grandi intellettuali editori sulla scia di Luciano Foà, Roberto Bazlen e ancora Italo Calvino e Roberto Calasso. La cura estrema e personale di ogni volume rende i libri di Crocetti oggetti preziosi nella forma e nel contenuto. Alla carta pregiata e la raffinata veste grafica, sempre bianca con titolo rosso, si accompagna una scelta di autori che compone un canone isolato in Italia. Il nome della collana, Lekythos, si accorda con le origini e la formazione di Nicola Crocetti, nato in Grecia e studioso di cultura classica. Quasi tutti i nomi delle sue collane in effetti rimandano a una particolare tipologia di vaso greco; nel caso specifico si tratta di un vaso dalla forma allungata usato per oli e unguenti. Il logo stesso della casa editrice è la kylix, una coppa da banchetto.
Lekythos, che conta al momento circa cinquanta numeri, raccoglie una scelta raffinatissima di poesia contemporanea. Una particolare attenzione va ancora alla poesia greca, a cui vengono affidati i primi due volumi della collana con Erotica di Ghiannis Ritsos e Poesie erotiche di Kostantinos Kavafis. I due testi sembrano perfettamente dialogare tra loro, suggerendoci l’avvio di una collana in cui nessun libro sarà un’isola.

Leggendo queste due raccolte che Nicola Crocetti ha scelto e tradotto dal greco (il testo in lingua originale è comunque presente nei volumi) è evidentemente il tema dell’eros a dominare. L’eros in tutte le più sottili sfumature che assume nel significato greco, nella passione bramosa del tatto di un corpo vivo, nello struggimento per il dolore mortale che questo comporta, nella dolcezza del ricordo sfumato e quasi perduto.
La sezione Corpo nudo in Erotica di Ritsos (la raccolta contiene anche Piccola suite in rosso maggiore e Parola carnale) è insuperabile, indigeribile, è una serie purtroppo finita di colpi di lirismo brevi e intensissimi. I versi, spesso ridotti a singole parole, sono crudi, fatti di lessico semplice e quotidiano, che nella sfera sensoriale dell’erotismo assumono una forza carnale e disperata. C’è un corpo lontano dall’io del poeta che un tempo si è lasciato sfiorare con tenerezza e possedere con bramosia e c’è un’assenza insopportabile senza la quale l’arte non sarebbe nata e la vita sarebbe continuata. I versi di Ritsos sono pieni del corpo amato, solido, tangibile ma non delineato da tratti caratterizzanti. È sicuramente di donna ma non femminino, fatto di piedi, ginocchia, unghie, capelli. Sembra un corpo fatto a pezzi dal dolore del poeta, i cui brandelli sono per lui ossessivamente presenti. Al contrario non si costituisce mai l’immagine di una figura intera perché, per quanto sentita come reale e carnale, non si concretizza nell’oggi del poeta. Continua a leggere

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