Una frase lunga un libro #68: Annie Ernaux: L’altra figlia

ernaux

Una frase lunga un libro #68: Annie Ernaux: L’altra figlia, L’orma editore, 2016, € 8,50, ebook € 4,50, trad. di  Lorenzo Flabbi

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Ma tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme. Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. Sei senza corpo, senza voce, sei giusto un’immagine piatta su qualche foto in bianco e nero. Non ho alcun ricordo di te. Quando sono nata eri già morta da due anni e mezzo. Tu sei la figlia del cielo, la bambina invisibile di cui non si parlava mai, la grande assente da tutte le conversazioni. Il segreto. Sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estate dei miei dieci anni. Nata e morta come in un racconto, come Bonnie, la figlia di Rossella e Rhett in Via col Vento.

Mi chiedo se stia nel ritmo che imprime alle frasi il segreto di Annie Ernaux. Subito dopo mi domando se invece risieda nell’apparente semplicità con cui (e la frase qui in alto lo testimonia) la scrittrice francese mette insieme le parole, accostandole come se fossero dei colori, facendole suonare come fossero note. Passa qualche minuto e mi dico che non può essere così, o soltanto così, e già sarebbe tanto, e allora mi convinco che la forza di Ernaux vada cercata nella sua struttura mentale, nella sua grande capacità analitica, nella limpidezza con cui si guarda dentro e si racconta, e nella capacità di fondere poi quel racconto personale con il mondo che la circonda, con i tempi passati e presenti, con la storia, la politica e il costume. Lo vedete da voi, Ernaux è tutte queste cose, che non possono essere liquidate semplicemente con la parola “talento”. Posso saper scrivere ma non conoscere, posso capire tutto ma non essere in grado di metterlo su un foglio, posso essere il più grande osservatore della vita e delle cose, ma a che serve se non sono in grado di raccontarlo.

Annie Ernaux è una scrittrice straordinaria, l’abbiamo amata con Il Posto e soprattutto con Gli anni (L’orma 2013 e 2015), due libri indimenticabili, la ritroviamo ora con questo libro piccolo e prezioso, L’altra figlia, un romanzo epistolare, una lunga lettera scritta alla sorella morta prima che Annie nascesse. Un romanzo solo in apparenza più intimo dei precedenti due, perché qui troviamo forse le ragioni che hanno condotto Ernaux verso la scrittura, l’insegnamento; verso tutto ciò che ha fatto e vissuto.

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“Her”. Senza le complicazioni del caso

Her-Poster

Her di Spike Jonze

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di Irene Fontolan

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Senza le complicazioni del caso

Her è un film scritto e diretto dal regista Spike Jonze. Una chiara luce che a distanza di qualche anno dall’uscita in Italia (2014) non ha smesso di illuminare e far riflettere sugli aspetti ombrosi e fuggenti dell’esistenza umana. “Her” si posiziona tra i generi drammatico, fantascienza e sentimentale aggiudicandosi l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) vive in una normalità tecnologica dove i pensieri umani vengono tradotti all’istante dalle macchine e dove la relazione tra esse e l’uomo è simbiotica.
Tuttavia, si continua a scrivere, leggere, parlare e ascoltare ma in modo e per motivi diversi. Theodore è impiegato a scrivere e dettare al computer lettere d’amore per conto di altri. La gente fa scrivere la propria vita sentimentale a persone che lo fanno di mestiere, come Theodore che conosce alcune coppie più di quanto conoscano loro stesse. Sembra quasi che manchi il tempo per parlarsi o scriversi direttamente, che i sentimenti non siano abbastanza veri e forti da trovare il coraggio di esprimersi, che la tecnologia abbia assorbito anche la sfera che più caratterizza l’essere umano, quella emozionale.

Theo è quel tipo di persona che ha sempre il consiglio giusto al momento giusto per gli altri ma non per se stesso e la conferma è ancora quello spazio vuoto al posto della sua firma nei documenti per il divorzio. Che stranezza la sfumatura secondo la quale il protagonista sta per divorziare ma come lavoro scrive lettere traboccanti di romanticismo e sentimento. Che stranezza la sua paura di commettere e subire errori che gli fa vivere le emozioni solo attraverso la loro proiezione sul soffitto, guardandole a occhi aperti dal suo letto solitario.
Samantha (Scarlett Johansson, doppiatrice originale) arriva nella vita di Theodore un giorno qualunque quando finalmente decide di lasciarsi trasportare dalla curiosità e dalla voglia di evasione. Un anno è trascorso, un anno di lui solo in quel letto, un anno di nessuna relazione sentimentale, un anno vissuto nel passato attraverso i ricordi. Sam è fresca, piacevole e Theo se ne innamora. Una cornice quasi perfetta, ma Sam non è come Theo, né come le altre persone. Il limite della non corporeità di coppia si fa sentire: quanto resisteranno? Riescono ad andare al di là di questo limite trasformandolo, con la consapevolezza di entrambi, quasi in assoluto pregio.

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Davide Zizza, Ruah

ZIZZA

Davide Zizza, Ruah, Edizioni Ensemble, 2016, € 12,00

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Il vero nome delle cose.
Sia una poesia, sia un discorso
o sia un viso, un’espressione, un gesto,
si tratta sempre di nominare il vero nome delle cose e
gli stati d’animo che si muovono dentro l’universo umano.

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Verrai con me?

Rinascerò se avrò l’opportunità.
Verrai con me? Mi fascerò le mani
per non ferirmi, per aiutarti a salire
con me la collina
della vita.

Oggi ricomincerò a vivere.
Salirai con me dove c’è l’ulivo?
Lì cominceremo a conoscerci.
E anche bendandomi gli occhi riuscirò
a riconoscere il percorso accidentato
di pietre.

Verrai con me?

*

Chopin, l’insetto e Einstein

Scenografia domestica pulizie
domenicali e Chopin a finestre aperte –
e un piccolo insetto
che tenta la sopravvivenza
sull’esile ragnatela della finestra,
nello studio. Non so da quando tempo
sia lì in silenzio in quel poco di spazio,
non so quanto ne ha da vivere.

Come il tempo e lo spazio,
così pure la fisica degli esseri è relativa;
microcosmi restano coinvolti
nella stessa invisibile corsa,
arrampicarsi sul filo del giorno
per aggiudicarselo.

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Nightswimming

amsterdam, foto gm

amsterdam, foto gm

Nightswimming (un racconto musicale)

di Raffaele Calvanese

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Non è facile chiudere la porta dietro ad una serata passata al microfono. Chiudere in un luogo fisico le parole e i pensieri, come fosse un compartimento stagno. Come chiedere ad uno scrittore se riesce a separarsi da una storia appena mette da parte il taccuino o ad un lettore appena chiuso un libro se riesce a dimenticare ciò che ha letto o immaginato grazie a quelle pagine. Capita di sembrare stralunati, assenti, persi con lo sguardo nel vuoto. Nelle orecchie girano ancora le parole, le canzoni. Uno dei piaceri di lavorare in radio è proprio quello di poter avere sempre a disposizione una canzone a farti compagnia, una canzone scelta da te. Chi conduce i programmi notturni ogni tanto mette mano alla programmazione quel tanto che basta ad accompagnarti fino a casa, una serie non casuale di canzoni che si alternano senza sorprese spiacevoli, senza stonature, quelle canzoni capaci di tenere viva la fiamma, quell’energia che si sprigiona solo quando si accende il microfono e si sente in cuffia la tua voce.
Capita che la strada scorra anonima mentre la mente guida i pensieri altrove, la guida per tornare a casa diviene un gesto automatico. Le vetrine e le saracinesche si alternano in un miscuglio quasi amorfo e tutto pare estraneo quando in realtà l’osservatore è il vero corpo estraneo di questo scenario. Tra le insegne luminose ne noto una scura, ormai in disarmo. “Numismatica e Filatelia”, il reperto di un’epoca che non c’è più. Un esempio di economia romantica, in cui anche una passione poteva diventare un vero e proprio lavoro. Agli scenari delle città che viviamo oggi, anche di notte manca maledettamente il romanticismo racchiuso nell’insegna “Numismatica e filatelia”. Siamo estranei in questa giungla di lounge bar. Le uniche attività commerciali che proliferano sono dedite alla ristorazione o al beveraggio pret a porter. Sembriamo ingranaggi di una macchina più grande di noi che ha svuotato il sogno rendendolo plastificato, impalpabile, imitabile si, ma al contempo irraggiungibile. Non è più il tempo in cui si poteva entrare in un negozio per parlare di monete rare o francobolli. Le città di notte concedono il tempo quantomeno di riflettere, è come se si potesse ragionare su una fotografia che immortala un movimento perpetuo. Qualche minuto per poter pensare al romanticismo che manca, alle insegne che restano spente, ai pensieri e ai sogni che non si accendono più, sovrastati dai banconi dei lounge bar contornati da neon modernissimi.
Una sera ricordo di aver trovato la solita strada interrotta per dei lavori, per questo deviai per il centro. Il cambio di percorso significava tagliare in due la città, attraversarne il corso principale per poi, con una serie di svolte imboccare la lunga strada che collega tutti i paesi senza soluzione di continuità dallo studio a casa mia. Questo tragitto, in pieno centro prevedeva di passare davanti ad un supermercato che nonostante l’ora tarda trovai completamente illuminato.
Le luci imbiancavano tutto quel pezzo di strada ed era difficile non accorgersi che stranamente quel supermercato fosse aperto, anche se in giro non si vedevano molte persone, aperto contro ogni logica aspettativa e forse proprio per quest’immagine irrazionale così interessante da destare una curiosità magnetica. Sembrava un gigantesco lounge bar, ma senza barman acrobatici e cameriere tutte in tiro, soltanto qualche figura che passeggiava stancamente al suo interno. Mi era già capitato una volta di passare di lì mentre tornavo da una serata con gli amici, trovarlo aperto fu alquanto insolito. Entrammo spinti dalla curiosità, dall’idiozia del momento, forse guidati più dalla fame chimica che dal reale interesse. Ma quell’episodio mi era passato di mente, cancellato, rimosso come tutte quelle esperienze che fai una volta sola, casualmente, quando sei brillo e non presti davvero attenzione a quello che ti capita attorno. Era un’immagine sullo sfondo, chiusa in qualche cassetto che improvvisamente saltava fuori alla visione di quelle luci.

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Singoli plurali di Viola Amarelli. Nota di Claudia Iandolo

singoli plurali

rischio, ebbrezza, la sfida. pulsare di ritmo. il tuffo, la moto, l’aliante, l’arrampicata, in solitaria, in verticale, possibilmente, liscia. ne stiamo lontani. cauti. il pericolo. poi sì, alcuni ci sguazzano. lo cercano. emozioni, altrimenti non sei vivo, sostengono. non prendi l’apice, il climax. onestamente: prendeteli voi. noi sopravviviamo. attenti ai gradini, ai temporali, ai facciamolo strano. facciamolo normale. quieti. nei grandi numeri a sopravvivere poi siamo noi. al massimo possiamo lasciarvi una prece, un pensiero gentile ma, no, non ci convincete. pericolo. occorre guardarsi, pararsi. sopra ogni cosa: defilarsi. evitare il contatto e il contagio. preservare le vene, i polmoni, le gambe. sfilarsi. con grazia cortese. preferirei di no. che è il nocciolo. a rifletterci, vicini al cuore selvaggio siamo più noi. ne conosciamo i risvolti, l’acre e l’inutile. voi vi illudete. di dover dimostrare. qualcosa a voi stessi. una sciocchezza ma come dirvelo?  possiamo agitare le bandierine, appenderci ai vostri passi, ostacolarvi ma non salvarvi. purtroppo. viviamo nel panico. costante. e realissimo. prima o poi l’aereo cade, la macchina sbanda, la neoplasia avanza. per tutti arriva il tradimento della vita. estote parati. non che serva ma i martiri no, i martiri inutili, ovviamente. poi sì, capita, persino a noi. ma abbiamo fatto il possibile. respirato quieti. e attenti. e presenti. sfide. ci siamo, e pare − è − gran cosa. emozione. la lagrima di quando bambini. basta. è sin troppo. a ricordarla, se ci riuscite. se vi sentite. vivi. lucenti. (Viola Amarelli, Singoli plurali, Terra d’ulivi edizioni, 2016)

La barbarie della modernità

Un granello di sabbia, più un granello di sabbia e così di seguito non fanno un mucchio, eppure i mucchi di sabbia esistono. Ma quando il singolo granello diventa mucchio? È intorno al celebre paradosso del “sorite” (dal greco soros, mucchio), attribuito al filosofo Eubolide di Mileto, che ruota Singoli Plurali di Viola Amarelli, Terra d’ulivi edizioni 2016. Si tratta di un’opera onirica, visionaria che s’interroga sulla modernità attraverso il racconto di un nuovo medioevo bloccato nell’hic et nunc di una modernità feroce ed asfissiante all’interno della quale sopravvive a stento un “noi” indistinto che si fatica a chiamare umanità. Tutto è crollato, imploso, la parola progetto è finita all’ammasso insieme ai sogni, alle speranze individuali: «cancelliamo la parola progetto, la consegniamo all’ammasso, al rimosso – pudore del sospetto.» Le folle, i numeri, i mucchi, i cori, le processioni procedono per branco, per gregge, destinati infine allo stesso identico macello che è l’unica meta possibile in un universo che ha perduto il centro o qualunque altra possibilità di riferimento. Perfino Dio è scomparso, al suo posto un ineffabile Maestro di Cerimonia è Custode del cambiamento, quale non è dato sapere. Il Disastro più che indicare, come suggerisce l’etimo, la cattiva stella, si configura come assenza teleologica, bruciante e terribile. La mancanza di stelle (il de-siderio, appunto) è icasticamente rappresentata dall’autrice che scrive: «evoluzione dei desideri: dal governo del mondo a un materasso comodo.» Il disfacimento è totale e interessa, ossessivamente, anche i corpi ridotti ad un ammasso di cellule ingovernabili: «siamo. donne. Squilliamo smalti, mestrui, lattanti. subiamo morti. oltre. siamo. maschi. di penduli astucci l’onere e il carco. subiamo morti.» Il pianeta esausto, sfinito, sarà riconsegnato al silenzio e forse alla vita quando tutto sparirà nel multiverso in un dentro/fuori che è possibile solo immaginare o sperare. La prosa poetica di Viola Amarelli utilizza gli espedienti tipici del “non finito”, secondo la definizione di Elisa Tonani, a cominciare dall’abolizione della maiuscola dopo il punto fermo. Il dettato è un continuum sfrangiato e frammentario all’interno del quale si disperde qualunque tentativo di rintracciare confini di tempo e spazio a rappresentare una realtà anch’essa inafferrabile se non per evocazione. Una scrittura potente e musicale che non lascia nulla al caso per un libro di rara intensità.

 

© Claudia Iandolo

 

Un libro al giorno #28: Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

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Interrogazione del figliol prodigo

Mi chiedono, quando ritorno
in patria per un breve soggiorno,
per quale motivo non riesca a decidermi
di rimanere là,
e si informano subito dopo con cortesia
sulla data della mia partenza.

Proprio coloro che vogliono trattenerci
ci amano ancora di più
se possiamo già esibire
il biglietto di ritorno.

 

Befragung des verlorenen Sohnes

Sie fragen mich, wenn ich zu
kurzem Aufenthalt heimkehre, warum
ich mich nicht entschließen
könne dazubleiben, und
erkundigen sich zugleich höflich
nach dem Termin meiner Abreise.

Die uns durchaus halten wollen,
lieben uns noch mehr, wenn wir
bereits die Rückfahrkarte
vorweisen können.

 

Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014. Traduzione e cura di Nadia Centorbi

Un libro al giorno #28: Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

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Nota in calce

Del dolore del mondo
ho preso atto nella mia poesia
e del mio volto degli altri.
Ho viaggiato per Paesi
su vagoni piombati
e ho abitato in case
che non avevano finestre.
Ho profetizzato il passato
e al futuro ho scritto una postfazione.
Dei miei sogni è rimasto:
la loro irrealizzabilità.

Noi tutti abbiamo lo stesso nemico, noi stessi,
e la stessa madre, che ci diede
il petto sul quale
morivamo di sete.
Quando arriverà il momento,
mi metterò in cammino
per cercare mio fratello.
Non può essere più tanto lontano.

 

Fußnote

Ich hab den Schmerz der Welt
zur Kenntnis genommen in meinem Gedicht
Und den eigenen im Gesicht der anderen
Ich habe Länder bereist
in plombierten Wagen
und in Häusern gewohnt, die
keine Fenster hatten
Ich habe die Vergangenheit prophezeit
Und der Zukunft ein Nachwort geschrieben
Von meinen Träumen ist übriggeblieben
ihre Unerfüllbarkeit.

Wir haben alle den gleichen Feind, uns selber,
und die gleiche Mutter, die uns
die Brust gab, an der wir
verdursteten.
Wenn die Zeit kommt, werde ich
aufbrechen um meinen Bruder
zu suchen.
Er kann nicht mehr weit sein.

Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014. Traduzione e cura di Nadia Centorbi

Un libro al giorno #28: Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

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Memorandum

Un uomo, che alcuni ritenevano
saggio, dichiarò che dopo Auschwitz
non fosse più possibile alcuna poesia.
Sembra che delle poesie
l’uomo saggio non abbia avuto
alta considerazione –
quasi che queste servissero a consolare
l’anima di sensibili contabili
o fossero vetri intarsiati
attraverso i quali si guarda il mondo.
Noi crediamo che le poesie
siano ridiventate possibili
ora più che mai, per la semplice ragione che
solo in poesia si può esprimere
ciò che altrimenti
sarebbe superiore a ogni descrizione.

 

Memo

Ein Mann, den manche für weise
hielten, erklärte, nach Auschwitz
wäre kein Gedicht mehr möglich.
Der weise Mann scheint
keine hohe Meinung von Gedichten
gehabt zu haben –
als wären es Seelentröster
für empfindsame Buchhalter
oder bemalte Butzenscheiben,
durch die man die Welt sieht.
Wir glauben, daß Gedichte
überhaupt erst jetzt wieder möglich
geworden sind, insofern nämlich als
nur im Gedicht sich sagen läßt,
was sonst
jeder Beschreibung spottet.

 

Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014. Traduzione e cura di Nadia Centorbi

un libro al giorno #27 Pierre Drieu La Rochelle, Racconto segreto (3)

rochelle5Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Ebbene, ora l’ho capito, la solitudine è il cammino del suicidio o almeno il cammino della morte. Nella solitudine assoluta si prova un piacere unico, superiore a ogni altro, per il mondo e per la vita; è il solo modo per gustare fino in fondo un fiore, un albero, una nuvola, gli animali, gli uomini, anche quando passano lontano da noi, e le donne; ma è la china lungo la quale ci si perde.

E poi continuavo ad essere curioso.

La curiosità di cui sto parlando non è solo la curiosità di conoscere, ma una curiosità audace, imprudente, che vuol essere attiva e sperimentale. E’ una curiosità magica, teurgica, che sogna di compiere imprese, di abbattere barriere. Il suicidio è uno dei suoi strumenti proibiti; non è certamente il solo, è però l’ultimo, anche se forse non è il supremo fra quelli che l’uomo ha inventato e sperimentato per abbattere da vivo, anziché con le idee e con la fantasia, il muro della sua prigione terrena. Ecco perché Baudelaire, il poeta della meditazione, ha posto il suicidio nelle Litanie a Satana, fra gli atti di audacia più o meno criminali, da un punto di vista sociale, che sono offerti all’uomo per scuotersi, per agitarsi, per protestare, per sfuggire: gli altri sono la droga, la lussuria, l’alcol, il furto e l’assassino, l’alchimia, il guadagno, la scienza e la rivolta.

Dostoevskij ha rappresentato magnificamente questa curiosità nel personaggio di Krilov. Pur nella prospettiva limitata del dilemma: cristiano o suicida, credente o ateo, Dostoevskij, prigioniero della prospettiva cristiana, ha visto come unica alternativa un uomo che lo è ancora quando odia paradossalmente il dio che nega, che ha provocato, che insegue fin nel suo covo, cioè nella morte.

Pierre Drieu La Rochelle, Racconto segreto, SE Edizioni, 1986, trad. di Alfredo Cattabiani.

Un libro al giorno #27 Pierre Drieu La Rochelle, Racconto segreto (2)

Ilgiornaleoff.ilgiornale.it

Ilgiornaleoff.ilgiornale.it

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Aprii dolcemente un cassetto della credenza e presi senza far rumore, con lentezza, un coltello. Non avevo mai osservato un coltello con attenzione. D’improvviso capii ciò che conteneva quell’acciaio. Ecco cos’avevo adoperato ogni giorno senza saperlo, ecco l’oggetto che avevo tenuto come una cosa proibita tra le mani. Il mistero sonnecchiante degli oggetti che mi circondavano si svelava dolcemente. La lama scintillava sul fondo di panno rosso che foderava il cassetto. E non ce n’era una sola, ma venti, ma trenta, di grandi e di piccole dimensioni. Sollevai un enorme coltellaccio per trinciare le vivande, poi lo rimisi a posto perché non mi attirava. Preferivo qualcosa di minuto, di elastico, di delicato. Ecco. Quel coltellino da dessert così appuntito, che penetrava così facilmente nella carne di una pera o di una pesca. Saggiavo la punta con il polpastrello, la saggiavo e la sentivo. La spinsi contro il dito dolcemente, la spinsi più forte. Incomincio a farmi male e allora smisi di premere. Ripresi con più forza, spinto dalla curiosità e dal desiderio. Il dolore diventò diverso, più concentrato, più acuto e una goccia di sangue apparve. Restai a bocca aperta: era dunque possibile! Per la prima volta riuscivo a guardare il mio sangue senza piangere, senza indietreggiare. Avevo paura; ma l’accettavo, la mia paura, mi adeguavo ad essa, volevo addomesticarla, identificarla nel mio animo a un’altra cosa.

Pierre Drieu La Rochelle, Racconto segreto, SE, 1986, trad. di Alfredo Cattabiani.

Un libro al giorno #27 Pierre Drieu La Rochelle, Racconto segreto (1)

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Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Da ragazzo ho giurato a me stesso di restar fedele alla mia giovinezza: un giorno ho cercato di mantenere la parola.

Odiavo e temevo la vecchiaia: avevo ereditato questo sentimento dai primi anni di vita. I bambini conoscono i vecchi meglio degli adolescenti e degli adulti. nell’ambiente familiare vivono con loro intimamente; li osservano e colgono gli effetti più umilianti della vecchiaia. Più li amano e più soffrono nel vederli decadere e rovinare progressivamente. Io ad esempio ho voluto un gran bene alla nonna e al nonno, con i quali ho vissuto più a lungo che con i miei genitori; ma questa vicinanza è stata la causa di uno dei miei primi disastri perché mi ha permesso di osservare la loro lenta decomposizione. Ecco la mia decisione.

Pierre Drieu La Rochelle, Racconto segreto, Edizioni SE, 1986, trad. di Alfredo Cattabiani.

Un libro al giorno #26: Boris Pasternak, Poesie (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

Vladimir Majakovskij, Lili Brik e, dietro di loro, in piedi, Boris Pasternak e Sergej Eizenstein

Vladimir Majakovskij, Lili Brik e, dietro di loro, in piedi, Boris Pasternak e Sergej Eizenstein

Nel tempo primaverile del ghiaccio

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Nel tempo primaverile del ghiaccio
e delle lacrime, nella primavera smisurata,
nella primavera smisurata, quando
a Mosca è la fine d’una stagione,
l’acqua giunge nei giorni di freddo
alla cintola dell’orizzonte,
partono i treni di buon’ora,
poi gli stagni sono d’un giallo limone,
ed i congedi come fili elettrici
s’allungano fra gli argini.

Quando i ruscelli cantano una romanza
sul fango vischioso
e la sera, non certo per noi,
è misteriosa e nericcia,
e il guazzabuglio del cielo è come il linguaggio
d’un cantastorie del popolo
e delle donne prima del diluvio,
come un fascino senza smorfie
ed il riposo d’un minatore.

Quando c’è come un guado nel petto
e come un cavallo sul guado
qualcosa in noi piange: “risparmiaci”,
come progenie di strada.
Ma dietro, nelle pozze, sono tante
melodie sommerse che basta
inserirvi un rullo per avviare
la macchina della piena.

Quale rullo io debbo inserirvi?
Primavera mia, non lamentarti.
L’ora del tuo rammarico ha coinciso
con la metamorfosi del giorno.

…………………………

Nei paesi del tramonto il ghiaccio s’è sciolto
e in mezzo ai flutti, disgelando,
galleggia come un nido risciacquato
una tenuta priva di padroni.

Senza asciugar le lacrime d’addio
e dopo aver pianto tutta una sera,
s’allontana dall’occidente l’anima,
laggiù non ha niente da fare.

S’allontana come a primavera
per la giallezza color limone
di un’insenatura silvestre al tramonto
ci si lancia nel buio della notte.
S’allontana verso il terricciato
del diluvio come ai tempi di Noè,
e non ha paura d’esser sola
nella primavera smisurata.

Dinanzi a lei è un paese in cui non si obbliga
il gemito a un umile inchino,
né si ritaglia un festone dal cuore
d’una ragazza di casa.

Dinanzi a lei l’aurora, dinanzi a lei ed a me
come un’aurora d’un giallo limone
è l’ampiezza inondata di primavera,
di primavera, primavera smisurata.

E poiché fin dagli anni dell’infanzia
io soffro per la sorte della donna
e l’orma del poeta è solo l’orma
delle strade di lei, non di più,
e poiché solo a lei mi appassiono
e per lei c’è da noi libertà,
io sono tutto lieto di annullarmi
nel volere della rivoluzione.

………………………….

(1931)

(trad. di Angelo Maria Ripellino)

Boris Pasternak, Poesie, a cura di Angelo Maria Ripellino, 1957, pp. 219-223.