Vernalda Di Tanna, Poesie da “Fraintendere le stelle”

 

da Desiderio senza rimedio

Una bracciata di voci, rumori.
Letargici rami. Gli anziani.

Nell’incantesimo sordo del suono,
potrei dimenticarmi chi sono.

 

Meno di una pura, cieca
superstizione, più che un giro di vite.
La parola non fu che una voce
in silenzio, un’interruzione.

 

La pioggia ti decide il volto
di un inverno che scotta troppo.
il cuore batte i denti. un siero
lo rende caldo al gelo. Sorridi.

 

Se mi arrivasse infame a terra
un alito di sera, la conferma
del tuo odore appena colto –
in una scusa buia, nuda carezza –
ci gonfierebbe i cuori come cupole.
Ma non è luce in me che non ti grida:
sbalordisci la pelle e distogli
l’attesa dalla promessa intuita.
i frutti a terra e la luce che li irradia.

 

da Il callo della malinconia

MOSTO D’ASSENZA

Questo male il contadino alla vite
sbracciato l’attorciglia. Le fatiche
calpestano l’uva e bramano avide
redenzione per una diversa fine. Ci
resta un canto impigliato nella garza –
una ferita intagliata – la pazienza
sulla pelle di chi pesca assenza.

 

Le costa il tempo celato
nelle ossa, l’agguato
della costola gemella,
ma è una luce di cotone
la penisola che brulica
nella sua visione.

 

CROCE E DELIZIA

Disumano inganno un canto
semina nostalgia. È croce
l’insegna di ansiose
delizie che recano affisse
sulle vetrate le chiese
di campagna. insistono
rossori tra i nodi:
spine, fiori tra i rovi.

 

© Vernalda Di Tanna, Fraintedere le stelle, Pordenonelegge/Samuele Editore 2021

Il sabato tedesco #48: Rainer Malkowski, Azzurro

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

 

Azzurro

Questo azzurro non era in vendita.
Si presentò spontaneamente
all’unica ora possibile.

Il cielo si riconobbe.

«Così simile»,
mormorò il mare.

Per un po’ il sole vide la tela
attraverso la finestra.
Rassicurato sulla sua esistenza
riprese il giro.

Questo azzurro non era in vendita.
Si presentò spontaneamente
all’unica ora possibile.
All’unica ora possibile
apparve questo azzurro.

Rainer Malkowski
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Blau

Dieses Blau war nicht käuflich.
Es stellte sich freiwillig ein
zur einzig möglichen Stunde.

Der Himmel erkannte sich wieder.

»So ähnlich«,
rauschte das Meer.

Eine Zeitlang sah die Sonne durchs Fenster
die Leinwand.
Über ihr Dasein beruhigt
wanderte sie weiter.

Dieses Blau war nicht käuflich.
Es stellte sich freiwillig ein
zur einzig möglichen Stunde.
Zur einzig möglichen Stunde
erschien dieses Blau.

Rainer Malkowski
(da: Hunger und Durst. Gedichte, Suhrkamp 1997, p. 36)

Paolo Alberto Valenti, Boccadasse

Paolo Alberto Valenti, Boccadasse
Edizioni Cofine 2021

Con un titolo che ripropone quello del primo degli otto capitoli che lo compongono e che prende le mosse da un quartiere di Genova, Boccadasse di Paolo Alberto Valenti palesa in modo diversificato ed efficace le caratteristiche della scrittura di questo autore, così come abbiamo già avuto modo di conoscerle e apprezzarle in precedenza con Tutto il fuoco del mondo.
Limpida e appassionata al tempo stesso, essa fa di un amore quotidianamente nutrito e coltivato per la poesia, temuta perché la «sua rivoluzione è permanente» (p. 50), un formidabile filo conduttore attraverso la storia, costellata di memoria collettiva e di ricordi privati, perfino intimi.
In Boccadasse tale caratteristica emerge con tanta chiarezza da far pensare a un principio, a un metodo. Paolo Valenti, testimone del tempo e componente di una generazione, che è anche la mia generazione, di nati nel periodo del baby boom, i quali, pur non avendo vissuto guerre mondiali e non avendo ‘fatto’ il ’68, portano i segni degli “anni di piombo” e sono «stati massacrati a fuoco lento» (p. 25).
La poesia, allora, ed è sorprendente che questa espressione sia stata usata da entrambi, da Paolo Valenti e da me, per esprimere la sua risposta alla contemporaneità, può offrire «passeur», come lo è stato, per l’autore, Francesco Biamonti.
Nel luglio 2018 scrivevo in ABC del passeur: «Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur, di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine. Chi corre consapevolmente questo rischio può trovare in precedenti ‘passatori’ conforto, esempio, esercizio di disincanto».
A p. 64 di Boccadasse leggiamo: «Il mistero di Francesco, come quello di ogni altro scrittore di rango, sta nell’aver socchiuso le porte dell’infinito tra le mimose, il mirto, le cupe fiammate degli ulivi, le notti e i passi di tutti coloro che vanno e vengono sulle frontiere. Francesco (il passeur) seguiva sentieri notturni nell’animo, nella letteratura e nella vita», e, di seguito, le parole stesse di Francesco Biamonti: «Penso che il confine porti a pensarsi più all’infinito, a superare ogni regionalismo e campanilismo. In questo senso lo adoperava anche il poeta Giorgio Caproni: una metafora della psiche, dell’anima. Naturalmente non credo alle frontiere, diversamente non sarei stato tanto vicino al mondo dei passeur che pur nell’illegalità hanno una loro visione etica della vita».
La grande Storia così come le vicende individuali di ascese e crolli, di speranze e lutti – la dedica del libro va, accanto ai genitori, a tutte le vittime del Ponte Morandi, a tutte le vittime della Concordia, paesaggi, poesia: in questo avvicendarsi di incontri e addii Paolo Valenti si pone non solo come colui che ha visto e ne dà testimonianza, ma come chi intende promuovere e sottrarre al fallimento tutte le occasioni di incontro, di reciproco arricchimento spirituale, in uno slancio che comprende passato, presente e futuro.
Se «la nostra giovinezza ha schivato il privilegio dell’eroismo», se «siamo stati massacrati a fuoco lento», Paolo Valenti individua e persegue un compito per sé, per la propria generazione e, come recitava la dedica di Tutto il fuoco del mondo, per «quelli che verranno». Questo compito, questo impegno, è non solo quello di farsi “assorto testimone” (come si legge nella quarta di copertina), ma anche quello di saper riconoscere, nella trama complessa dei fatti e delle esistenze, così come delle aspirazioni e dei sogni, percorsi alternativi possibili, un “contropassato” non attestato dalle cronache, ma foriero di un angelos, di un annuncio di vita, come nel racconto della madre di Paolo Valenti, la scrittrice Maria Luigia Ronco, riportato nella nutrita appendice del libro: La campana del mattutino.

© Anna Maria Curci

 

Ma dove sono i passeur delle anime che ignorano i confini? Anche allora qualcuno manovrava il regno di Flora fra le colline affacciate sul mare per inghirlandare tutto questo nostro grigio mondo. Dietro Ventimiglia Francesco Biamonti coltivava mimose e scriveva romanzi di confine per Einaudi. Come a Trieste, lungo quel confine orientale che si stempera sul mare, anche l’ultimo lembo della Liguria di ponente sprigiona il fascino secco del passaggio, della separazione e dell’addio. Geografia e letteratura abbondano di luoghi così: terre in cui il dialogo con gli elementi della natura è più forte di quello che puoi avere con gli altri esseri umani.

Il mistero di Francesco, come quello di ogni altro scrittore di rango, sta nell’aver socchiuso le porte dell’infinito fra le mimose, il mirto, le cupe fiammate degli ulivi, le notti e i passi di tutti coloro che vanno e vengono sulle frontiere. Francesco (il passeur) seguiva sentieri notturni nell’animo, nella letteratura e nella vita. «Si, per me il confine è metaforico, è simbolico, è metafisico – mi spiegava la prima volta che lo intervistai in Liguria, mi sembra ad Alassio – è una metafora fra l’uomo e l’infinito. Penso che il confine porti a pensarsi più nell’infinito, fa superare ogni regionalismo e campanilismo. In questo senso lo adoperava anche il poeta Giorgio Caproni: una metafora della psiche, dell’anima. Naturalmente non credo alle frontiere, diversamente non sarei stato tanto vicino al mondo dei passeur che pur nell’illegalità hanno una loro visione etica della vita.» Italo Calvino aveva detto che Francesco Biamonti tentava una manovra piuttosto ardua con i suoi libri: determinare le cose con una precisione assoluta e cercare allo stesso tempo di farle vibrare liricamente. Compito che pochissimi scrittori raggiungono. «Anch’io penso che il valore lirico ci sia nei miei scritti – continuava Francesco – perché la precisione (adopero sempre termini precisi e descrizioni precise) sfuma poi nella vaghezza. In questo mi sono attenuto al principio leopardiano secondo cui il vago è proprio tipico della poesia. Sicuramente ho fatto i conti con questa precisione assoluta perché altrimenti non avrei trovato il correlativo oggettivo agli stati d’animo.» Il correlativo oggettivo si inserisce in tutta la tradizione ligure da Montale a Sbarbaro ma possiamo rintracciarlo anche nella poetica di T.S. Eliot: raccontare sé stessi attraverso le cose osservate. Con Biamonti aveva un senso anche il silenzio, una calma umile e densa, contadina ancora. Quella che avevo percepito da bambino nelle figure dei braccianti liguri che avevo incontrato sulle fasce di Balestrino, il paese originario della mia famiglia materna. (p. 64)

Mattia Tarantino, Poesie da “L’età dell’uva”

 

Vorrei conoscere il mondo dei morti,
reclamarlo in una lingua senza storia
che non abbia una grammatica, ma possa
avverare tutto ciò che si pronuncia.

Mi usano per parlare a chi è rimasto,
vogliono che dica, rovesciandola,
la parola che non hanno mai trovato.

 

 

Non è difficile la formula del mondo.

È questo cielo, un po’ di vino,
il tuo nome che si apre quando dico
le tue vene la mia eredità:
poi più niente.

 

 

I poeti non sanno morire:
se hanno un fiore lo conficcano
in un rosario di organi marci; lo schiudono
giocando col gambo come si gioca
da bambini in inverno da soli.

 

 

I bambini giocano a intrecciare
le storie dei morti: hanno mille
voci in una sola lingua.

Conoscono la linea tra il mondo
e la sua conclusione; intuiscono
che le cose non durano e bisogna
piangere per tutto e per tutto
strillare, agitarsi, poi ridere.

 

 

Ci sembrava rimanesse solamente
una parola impronunciabile per dire
il fremito, l’angoscia, oppure i giorni
che giravano e tremando sostenevano
questa stagione sconosciuta in ogni casa.

 

© Mattia Tarantino, L’età dell’uva, Giulio Perrone Editore 2021

Manuel de Freitas, Cinque poesie da “Poco allegretto”

Manuel de Freitas, Poco allegretto
Il ramo e la foglia edizioni 2021
Traduzione e introduzione di Roberto Maggiani

 

 

 

 

Cinque poesie

CASTELOS DE PORTUGAL

para o João Miguel Fernandes Jorge

A taberna da Cruz do Campo
onde cheguei tão novo – queria-vos
falar, mas não recordo bem,
da bicicleta que me levou, antes
de pedir (deve ter sido) a laranjada
que prenunciava outros hábitos.
O taberneiro tinha o que se esperava:
uns restos de vida e de inquéritos
mornos que chegaram para saber
que a filha dele e a minha mãe
haviam sido colegas, passeando
talvez não muito longe em desiguais
bicicletas. No pequeno mundo.

Também já não existirá, suponho,
a taberna de Pontével quase
em frente à igreja, onde entrei e saí
assustado com o vinho escuro que
iluminava no vómito do balcão os rostos.
Aí quis morrer, em vez da «mentira do amor».

Apenas a terceira obedecerá ao título,
fazendo cair sobre mim a metáfora:
ficava em Penedono e esperava,
depois da juventude, o fim.
Sob o castelo – alto, preenchendo o Verão –
onde alguém me levou e nunca mais amei.

Era a isso que eu chamava o meu país,
ruínas que não quero juntar.

 

CASTELLI DEL PORTOGALLO

per João Miguel Fernandes Jorge

Della taverna di Cruz do Campo
dove sono arrivato così giovane – vorrei
parlarvi, ma non ricordo bene,
della bicicletta che mi ha portato, prima
di chiedere (così mi pare) l’aranciata
che preannunciava altre abitudini.
Il taverniere aveva quello che ci si aspettava:
alcuni resti di vita e di indagini
tiepide che sono arrivate a sapere
che sua figlia e mia madre
erano state colleghe, passeggiando
forse non troppo lontano su diverse
biciclette. Nel piccolo mondo.

Né ci sarà più, suppongo,
la taverna di Pontével quasi
di fronte alla chiesa, dove sono entrato e uscito
spaventato con il vino scuro che
illuminava nel vomito del bancone i volti.
Lì ho desiderato morire, invece della «menzogna dell’amore».

Solo la terza obbedirà al titolo,
facendo cadere su di me la metafora:
alloggiavo a Penedono e attendevo,
dopo la giovinezza, la fine.
Sotto il castello – alto, che riempiva l’estate –
dove qualcuno mi ha portato e mai più ho amato.

Era questo che io chiamavo il mio paese,
rovine che non voglio ricomporre.

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Sandro Abruzzese, Il sisma del 1980 e l’Irpiniagate di Enrico Fierro

Sandro Abruzzese
Il sisma del 1980 e l’Irpiniagate di Enrico Fierro

Scrivo queste righe a poche settimane dalla scomparsa del giornalista e scrittore Enrico Fierro, avellinese, classe 1951, guarda caso nato lo stesso giorno del terremoto irpino, il 23 novembre. A questo evento e a questa data Enrico avrebbe legato buona parte della sua vita. Con grande coraggio, – quel coraggio che lo ha contraddistinto nei successivi libri sulla ‘Ndrangheta, sulla Mafia, negli articoli sul suo amato Sud e su Riace, e fino alla fine dei suoi giorni – nel 1990 insieme a Rita Pennarola e Andrea Cinquegrani firmò un notevole libro inchiesta sul post-sisma irpino.
Enrico Fierro e i suoi colleghi con Grazie Sisma! 10 anni di potere e terremoto («La voce della Campania»), andarono incontro a ostracismo, denunce, minacce, processi, e tra l’altro, scrivendo di camorra, come dimostrano i tempi del sequestro da parte delle Br dell’assessore napoletano all’Urbanistica e plenipotenziario democristiano Ciro Cirillo, o come dimostra l’attentato della camorra cutoliana al procuratore della Repubblica di Avellino, Antonio Gagliardi, misero seriamente a repentaglio la loro vita, quella dei loro cari, e i rapporti con il luogo d’origine.
Enrico Fierro avrebbe poi seguito i lavori conclusivi della Commissione d’inchiesta sul post-sisma presieduta da Oscar Luigi Scalfaro e, dalle colonne dell’«Unità», del «Fatto», di «Domani giornale», nei decenni, ha continuato ad alimentare la memoria e la ricostruzione di questo evento cardine della storia d’Italia.

Oggi che Enrico non c’è più, personalmente, oltre al vuoto incolmabile per la perdita di un compagno di viaggio e di militanza partigiana, sempre dalla parte dei senza voce e degli ultimi, mi chiedo quanto e cosa resti alla pubblica opinione nazionale della memoria del sisma irpino del 1980.
È nota la tragedia epocale per l’Italia, con più di tremila morti e la distruzione del patrimonio culturale di tanti paesi appenninici del sud Italia. Forse ciò che è meno noto alle nuove generazioni è la storia della ricostruzione post-sisma, di cui ha scritto lo storico di Teora Stefano Ventura (Storia di una ricostruzione, Rubbettino 2020), ricordando giustamente, oltre agli scandali, la pagina positiva del volontariato, alcuni esempi e casi di buona ricostruzione locale.
Ma magari, in questa nostra nuova epoca della frammentazione, priva com’è di coscienza storica, e proiettata costantemente in un presente posticcio e irreale, rischia di cadere nel dimenticatoio proprio quell’Irpiniagate a cui Enrico Fierro aveva dedicato passione e energie inesauste, ovvero il sacco dei fondi pubblici a opera della classe dirigente democristiana, vicenda che tanto scalpore aveva generato negli anni ’80 e ’90 del ‘900.
Nel complesso, se, dal punto di vista politico, l’uso dei fondi del dopo-sisma drogò e accelerò il metabolismo economico campano, portando alcuni reali benefici nel breve periodo, in seguito, per via degli errori relativi a un modello di sviluppo parzialmente slegato dal contesto e per via delle clamorose frodi, compromise le chances future della regione. Dunque, dopo una prima fase espansiva dovuta agli investimenti pubblici, l’Irpinia ritorna ora, ai nostri giorni, lo descrive Generoso Picone nel recente Paesaggio con rovine (Mondadori, 2020), a un destino che non era affatto segnato: la produzione di nuovi emigranti, lo spopolamento, l’abbandono del territorio.
È indubbio che lo stato attuale è diretta conseguenza di scelte politiche precise della classe dirigente locale, passata ai vertici di quella nazionale, proprio grazie al sisma.
Certo, qualcosa è rimasto, ma molto meno di ciò che si prospettava e solo attraverso una lottizzazione spietata e una cessione spaventosa di prerogative dallo stato alla politica e alla criminalità. Continua a leggere

Il demone dell’analogia #35: Padre e Figlia

«Una strana amicizia, i libri hanno una strana amicizia l’uno per l’altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’un l’altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano». Mario Praz

Collage digitale di Dina Carruozzo Nazzaro (foto NASA + 🖼 Margarita Sikorskaia)
Il demone dell’analogia #35: Padre e Figlia

 

MERLETTO

Babbo c’è un assassino
non lo fare bussare
Babbo c’è un indovino
non lo fare parlare […]
E c’è un forte rumore di niente.

Francesco de Gregori

 

«Aspetto papà» ha detto. Aveva
quattro anni, due di chemioterapia.
Papà, due di immotivati sensi di colpa.
Era mia sorella. Se n’è andata tra le lenzuola
del merletto di pizzo di mamma, che ha scelto
la morte per aprire il corredo avuto in dote.

«Non è stata la malattia a portarsela via»,
dice papà. «Non ho saputo proteggerla».
Papà si crede Dio, che di vita e morte decide.

da Sangue corrotto di Felicia Buonomo

 

Is thy face like thy mother’s, my fair child!
ADA! Sole daughter of my house and heart?
When last I saw thy young blue eyes they smiled,
and when we parted, – not as now we part,
but with a hope.

Simile il tuo volto è a quello di tua madre, mia bella bambina,
Ada, unica figlia della mia casa e del mio cuore?
Sorridevano i tuoi giovani occhi azzurri quando per l’ultima volta li vidi,
e poi ci separammo, – non come ora,
ma con speranza.

da Il pellegrinaggio del giovane Aroldo di George G. Byron
(trad. di Serena Baiesi)

 

RITRATTO DELLA MIA BAMBINA

La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi color del cielo
e dell’estiva vesticciola: «Babbo
– mi disse – voglio uscire oggi con te».
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.

da Il canzoniere di Umberto Saba

Rosaria Di Donato, Inediti

er zinale

er zinale compagno de ‘na vita
nun poi buttallo via com’acqua zozza

già da l’asilo lo portamo addòsso
poi crescenno cambia forma

colore ma in millanta lavori
ciaccompagna

sarva l’abbito è quasi na divisa
le mano te ce strusci pe pulille

ce ‘nfili penne forbicette
carammelle attrezzi

tutto quello che vòi
eppuro nun ciavevi mai penzato

er zinale zozzo pulito quadrettato
ricconta a tutti quanti quer che fai

e poi embè lo sai
si vai ar mulino
s’infarina

il grembiule

il grembiule compagno di una vita
non puoi buttarlo via come acqua sporca

già dall’asilo lo indossiamo
poi crescendo cambia forma

colore ma in moltissimi lavori
ci accompagna

protegge l’abito è quasi una divisa
ci strofini le mani per pulirle

ci infili penne e forbicine
caramelle e utensìli

tutto quello che vuoi
eppure non avevi mai pensato

che il grembiule sporco pulito a quadretti
racconta a tutti ciò che fai

e poi beh lo sai
se vai al mulino
s’infarina

 

sbattimano

‘na regazzina gioca accosto a ‘na funtana
er sole ce se specchia e tutto è d’oro

noteno li pesci adacio adacio
lei appozza le manine p’acchiappalli

quelli sguizzeno via sott’a li sassi
pe mettese a riparo da le mano

debbotto li vede comparì ‘ndove la luce
ruzza coll’acqua e er sole e s’arifrette

che luccicore che festa

a più nun posso
la senti sbatte le manine

sott’a quer sole
che intanto è addiventato rosso

applauso

una bambina gioca vicino a una fontana
il sole ci si specchia e tutto è d’oro

nuotano i pesci piano piano
lei immerge le manine per prenderli

quelli guizzano via sotto i sassi
per trovare riparo dalle mani

all’improvviso li vede apparire lì dove la luce
gioca con l’acqua e il sole e si riflette

che luccichio che festa

senza fermarsi
la senti battere le manine

sotto quel sole
che nel frattempo è diventato rosso

 

se pò fà

se pò fà disse la luna
ar sole che sbrilluccicava
io esco de giorno
e tu spunti de notte
così tanto pe cambià
tu ciavrai pe compagne
l’artre stelle e invece io
vedrò le nuvole leggere
piagne cor vento
e li mille colori
de’ l’arcobaleno

j’arispose er sole
tu me stai a propone
un antro turno
‘no scambio der giorno
co la notte pe confonne
le cose de sto monno
embè disse la luna
pò èsse che scambianno
li fattori er risultato
sia tanto sorprennente
da mutà er còre de la gente

si può fare

si può fare disse la luna
al sole che splendeva
io sorgo di giorno
e tu spunti di notte
così tanto per cambiare
tu avrai come compagne
le altre stelle mentre io
vedrò le nuvole leggere
piangere con il vento
e i mille colori
dell’arcobaleno

rispose il sole
tu mi stai proponendo
un altro turno
uno scambio del giorno
con la notte per confondere
le cose di questo mondo
beh disse la luna
può darsi che cambiando
i fattori il risultato
sia così stupefacente
da cambiare il cuore della gente

 


Rosaria Di Donato è nata a Roma dove vive. Laureata in filosofia. Ha pubblicato cinque raccolte di  poesia: Immagini, Ed. Le Petit Moineau, 1991; Sensazioni Cosmiche, Ed. Le Petit Moineau, 1993; Frequenze D’Arcobaleno, Ed. Pomezia-Notizie, 1999; Lustrante D’ Acqua, Ed. Genesi, 2008; Preghiera in Gennaio, Ed. Macabor, 2021.

Il sabato tedesco #47: Juliette Aubert, Post mortem

“Il sabato tedesco”, rubrica da me curata per Poetarum Silva, prende il nome da un racconto di Vittorio Sereni e si propone di raccogliere riflessioni, conversazioni, traduzioni intorno a testi letterari. (Anna Maria Curci)

Post mortem

In Vermeer la luce arriva
da sinistra, e proprio sempre,
mi diceva un tempo mio padre,
e la vedo luccicare, lieve
sulla guancia della lattaia.

Un giorno arriva per posta
una collana di perle,
verde acquamarina
dono di mia nonna,
che era già morta da due giorni.

Rosso con punti neri,
fragole e coccinelle,
questo è il motivo della tazza
che mia madre
voleva sempre regalarmi.

Qualcuno ha mai misurato
quanto si estende la notte?
La luce cade
su tutto ciò che vive nel silenzio, natura morta
in Vermeer.

Juliette Aubert
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

Post mortem

Bei Vermeer kommt das Licht
von links, und zwar immer,
sagte mein Vater früher zu mir,
und ich sehe es schimmern, zart
auf der Wange der Milchmagd.

Eines Tages kommt mit der Post
eine Perlenkette,
meerwassergrünes
Geschenk meiner Großmutter,
die schon zwei Tage tot war.

Rot mit schwarzen Punkten,
Erdbeeren und Marienkäfer,
das ist das Muster der Tasse,
die mir meiner Mutter
immer schenken wollte.

Hat je einer gemessen,
wie weit die Nacht reicht?
Das Licht fällt
auf alles, was still lebt
bei Vermeer.

Juliette Aubert
(In: Jahrbuch der Lyrik 2019. Herausgegeben von Christoph Buchwald und Mirko Bonné. Schönling & Co. 2019, p. 22)

 


Nata nel 1975 a Brest, in Francia, Juliette Aubert vive ad Amburgo. Ha tradotto dal tedesco al francese, tra gli altri, Daniel Kehlmann, Mirko Bonné, Benedict Wells, Alissa Walser e Klaus Modick; dal tedesco al francese, insieme a Mirko Bonné, ha tradotto Victor Hugo e Georges Simenon. Scrive poesie e prose brevi in tedesco e in francese. Pubblicazioni su antologie e riviste (Konzepte, Akzente, Nox).

Alessandro Agostinelli, “Il materiale fragile” (peQuod 2021)

Alessandro Agostinelli, Il materiale fragile
peQuod 2021

La fragilità annunciata sin dal titolo di quest’ultima raccolta di Alessandro Agostinelli risiede tutta nell’elemento umano, nell’individuo e nel suo rapporto con il mondo, la vita, il tempo; meglio ancora: risiede nel condizionamento umano e nel bisogno di evadere da esso, secondo il proprio arbitrio.
La strenua fedeltà alla sua poetica, ossia l’ossessiva ricerca della e sulla parola che vada oltre la tradizione alla quale comunque si guarda e si guarderà sempre (si pensi alla precedente raccolta e ai suoi ‘rifacimenti’, e si veda ora in Il materiale fragile il secondo testo della sezione Bianco e nero), qui si traduce in una forma di confessione che ci risparmia i troppi piagnistei che intasano e confondono da anni (troppi) la poesia italiana: «ogni scrittore è in viaggio/ viaggia tra sé e per il mondo/ e prova a venire a capo della storia./ un’ambizione come quella dei condottieri/ ma senza sottomettere nessuno.// noi che viaggiamo/ siamo autentici soltanto/ quando percorriamo fino in fondo/ il nostro essere civili con gli altri, e allora potrai volare un giorno/ e per sempre./ ma nessuno sa del volo/ e della responsabilità,/ dell’infuturazione dello scribacchino» ci dice Agostinelli in [follonica] prima parte della poesia i canti (final cut) (p. 38). Ecco, «infuturazione dello scribacchino»: e l’attenzione cade sull’ambiguità espressa da “scribacchino” che se da un lato manifesta l’umiltà di chi ci parla ora, dall’altro ammonisce su un’intera schiera che si crede casta e che pretende di infuturarsi, verbo in cui risuona il monito dantesco pronunciato dall’avo Cacciaguida in quel passo (Par. XVIII, 98) in cui compare l’unica occorrenza del verbo parasintetico. Ma “infuturarsi” qui forse varrà anche come l’azione di un continuo presente, quello di Agostinelli, che perdura nel tempo e che si proietta nella sua missione di svelamento, di scoperta, di portare alla conoscenza altrui ciò che i suoi occhi vedono, la mente elabora, e la parola trasmette.
Coeso e coerente in questo suo frammentismo (e non potrebbe essere altrimenti un libro che si fonda sulla fragilità materica dell’individuo), Agostinelli ci mette a fronte di una pausa che è anche una svolta: un fare il punto della situazione personale che inevitabilmente diviene universale se condotto con gli strumenti della poesia, ma soprattutto con la parola si fa poesia: «[…] sostieni il sorriso/ se il peso preme della vita:/ siamo luoghi e incontri/ […] siamo il lento schiocco/ della frusta, l’invisibile/ fluire gitano, scorta/ custode di noi stessi,/ un prestito, la brezza sottile/ di un giorno felice» (parola, p. 25). Fondamentale l’esperienza del viaggio, tema/dimensione centrale non solo della poesia ma più ancora della vita che inevitabilmente si fa metafora e quindi porta d’accesso per la comprensione. Perché il viaggio qui è declinato anche come meta-viaggio poetico nel sentiero obbligato della sezione Il ventre passato che riprende alcuni testi dalle precedenti raccolte (centrale per l’economia di questa raccolta la presenza di brodskij), innestandoli di fatto nel discorso tutto nuovo che è lontano dall’essere una spolverata di vecchi oggetti lasciati in vista su un tavolino altrettanto impolverato.
Il punto di osservazione privilegiato è quello di chi ha scelto di porsi ai confini del mondo, ai confini della parola: sia esso la frontiera o la provincia, ciò che emerge è l’assenza di un centro riconosciuto come tale perché «nella vita di ognuna [civiltà]/ viene il tempo in cui il centro/ non tiene più, e allora […]/ quello […]/ che salva queste civiltà in declino/ (come questa nostra)/ […] non sono gli eserciti e le legioni,/ ma la forza della lingua» (brodskij, p. 33). E, come si vede, non è più «il punto morto del mondo, l’anello che non tiene» di montaliana memoria – che pure echeggia –: è qualcosa che va oltre la maglia metallica, la cotta degli eserciti; qualcosa che proviene da quelle voci del mondo che dalla periferia di esso si sono sollevate a parlarci, come bene mostra il breve passo da brodskij citato che tira in campo Derek Walcott e il suo Map of the New World; qualcosa che provenendo da lontano ora dialoga proprio con Il materiale fragile dell’omonima sezione che mette a nudo il modo di “parlare” dell’occidente («nascere dove si può vivere/ e non sbagliare a venire al mondo./ vivere dalla parte giusta/ e lì non sbagliare famiglia.// così parla l’occidente […]», I, p. 45) e le sue contraddizioni, «le solite ipocrisie del corso principale» (IV, p.49). E quindi ciò che ci offre tutto questo materiale fragile è una “mappa” nella quale rintracciare le coordinate per potersi muovere, potere sopravvivere, potere esistere: potersi sedere su di un molo di un porto e osservare fellinianamente «le navi a pochi metri/ grandi come viaggi tutti interi» (p. 47).

@FabioMichieli

Raffaele Calvanese, Ipocondria (racconto inedito)

Ipocondria

La sveglia è suonata al solito orario, quello di cui andiamo al lavoro.
Il primo giorno di ferie che prendiamo da mesi è per fare degli esami di controllo. La nostra vita riassunta in una prescrizione medica. Controlli di routine dicono, ma uno ha sempre la paura che possa venir fuori qualcosa che non va. Che il medico guarda i risultati, poi guarda te, poi guarda di nuovo i risultati e comincia con qualche domanda semplice ma subdola. Da quanto tempo sente questa stanchezza? Anzi, i medici non dicono mai stanchezza. Preferiscono usare il termine astenia. Da quanto tempo ha questa sensazione di astenia? Fa attività fisica? Ha un’alimentazione regolare? Quella serie di domande che ti fanno piombare nella paura da un momento all’altro, che vorresti solo dire datemi la sentenza di morte subito, soffrirei di meno. Cosa ho? Sto male? Quanto tempo mi resta? E poi magari devi solo fare una piccola cura di ferro che sei un po’ pallido e il cambio di stagione come al solito ti butta giù.
Accendo la macchina del caffè. Usiamo quella con le cialde. Trenta secondi più o meno e sarà calda a sufficienza. Prendo la tazza. Io uso quella grande ché ci metto anche un po’ di latte. I biscotti. Faccio colazione in silenzio, quasi di nascosto, tu devi restare digiuna per il prelievo. Ci vestiamo abbastanza velocemente. Diamo poca retta anche ai gatti, la mente è altrove, gli sguardi sono distratti. La mattina di solito ci svegliano loro. Poi la lettiera da pulire, qualche biscotto anche per loro. Due carezze veloci. Raccogliamo un tappo di sughero che hanno buttato sotto il divano. La stanza ha ancora l’odore del caffè. Dalla finestra l’aria che entra è pungente. Il cambio di stagione si fa sentire. Noi siamo un po’ pallidi. Il sole estivo è rimasto solo su alcune sfumature della pelle nascosta dai vestiti. Quindi una maglietta, un pullover leggero e un giubbino. Le chiavi di casa, la cartellina con i vecchi esami clinici e siamo fuori di casa.
La strada la conosciamo, la dottoressa ti ha chiesto di fare una visita privata in quella zona un paio di settimane fa. Quando dovevi pagare ha detto che voleva i contanti, la carta non l’accettava e non ti ha fatto nemmeno la ricevuta. Ma che poi tutto il resto dei controlli te li faceva in convenzione, così ha detto. Lì hai dovuto pagare in contanti e tu non li avevi, quindi abbiamo girato il quartiere in lungo e in largo per trovare un bancomat. Lo abbiamo trovato fuori un cinema multisala coi ragazzi che si incontravano al McDonald lì vicino, hai prelevato e siamo tornati a pagare. Non abbiamo badato più di tanto ai soldi come fanno tutti quando vanno dal medico, che si ripetono che i soldi non importano quando di mezzo c’è la salute. Chi sa se la stessa cosa ma al contrario se la ripetono anche i medici quando si fanno pagare. La salute prima di tutto, anche delle visite pagate in nero. Davanti alla salute nessuno pensa ai soldi. Continua a leggere

Heinrich Heine, Germania, una fiaba d’inverno (cura e traduzione di Nino Muzzi)

Heinrich Heine
Germania, una fiaba d’inverno
(come una lunga traccia di sangue)

L’umore «ha per sua essenza la con­traddizione: onde quel fare e disfare, quel dire e disdire, quel distruggere con l’una mano, ciò che si edifica con l’altra. Tale è il senso profondo di questa forma; e, se gli angusti confini di un’appendice mel consentissero, mostrerei quanta intelligenza e ordi­ne e misura è nell’apparente spensie­ratezza di Heine, e di che sangue gronda il suo riso. Ma il lettore può già immaginare quante qualità si richieggano per giungere a queste al­tezze, spesso, opposte: l’ironia, il sar­casmo, la caricatura, congiunte con tutte le gradazioni del patetico, le più strane bizzarrie di una inferma im­maginazione, congiunte con le più ri­poste profondità dell’intelligenza.»
Così scriveva De Sanctis nel 1856, quando la fama di Heinrich Heine era molto viva in Europa e l’Italia gli fa­ceva omaggio di molte traduzioni. Il maneggio dell’ironia, del sarcasmo, il piglio epigrammatico che lo caratte­rizzava apre uno spiraglio sul roman­ticismo rivoluzionario, e l’ironia compare allora come arma di critica sociale. D’altronde c’è ben un motivo se Baudelaire amava il pittore Constantin Guys, pur elogiando dovero­samente Delacroix. È l’ironia la vena segreta di chi vide spegnersi gli ardo­ri e le speranze rivoluzionarie dell’Ottocento europeo.

Doch als die schwarz-roth-goldne Fahn,
Der alt germanische Plunder,
Aufs Neu’ erschien, da schwand mein Wahn
Und die süßen Mährchenwunder.

Riapparso il vessillo giallo-nero-rosso,
vecchio saccheggiatore tedesco,
scomparve la mia illusione e con essa
l’amabile miraggio fiabesco. (trad. Nino Muzzi, qui e oltre se non diversamente indicato) Continua a leggere

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