NapoliCittàLibro. Salone del libro e dell’editoria

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Dal 24 al 27 maggio il complesso Monumentale di San Domenico maggiore ospita “Napoli città libro”, salone del libro con 300 eventi tra presentazioni, reading e letture teatralizzate. Il biglietto di ingresso costerà 4 euro, presenti oltre 100 stand di editori provenienti da tutta Italia. Ecco il programma.

 

Cinque poesie di Bertolt Brecht tradotte da Federica Giordano

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foto da standupandspit.wordpress.com

Le poesie qui selezionate delineano un arco temporale che va dal 1933 al 1947. “Tempi duri per la lirica”, scrive Brecht. In questi versi, si materializzano immagini minime eppure di grande potenza, animate dall’amore del vero. Il messaggio che viene fuori con perentoria irruenza, nonostante esso venga custodito e protetto da un’armatura di delicatezza, è che l’autore ha un legame così profondamente intimo con la parola e con la storia, da fare della sua poesia uno strumento di lotta politica. Più precisamente, emerge quanto l’attenzione agli uomini e alle loro cose non possa che sfociare, nella sua più alta declinazione, in una sfera di politicità.

 

Tempi duri per la lirica  (1939)

Lo so bene. Solo chi è felice
è amato. Volentieri
si ascolta la sua voce. Il suo viso è bello.

L’albero contorto nel cortile
indica un terreno marcio, ma
i passanti lo insultano”storpio”
e hanno ragione.

I battelli verdi e le vele serene del Sund
non le vedo. Di tutto
vedo soltanto la rete strappata dei pescatori.
Perché parlo solo
della bracciante di quarant’anni che cammina tutta curva?

I seni delle ragazze
sono caldi come un tempo.

Nel mio canto una rima
mi suonerebbe insolente.

In me si scontrano
l’entusiasmo per il melo che fiorisce
e l’orrore per i discorsi dell’imbianchino.

Solo il secondo però
mi spinge di forza alla scrivania.

 

Schlechte Zeit für Lyrik (1939)

Ich weiß doch: nur der Glückliche
Ist beliebt. Seine Stimme
Hört man gern. Sein Gesicht ist schön.

Der verkrüppelte Baum im Hof
Zeigt auf den schlechten Boden, aber
Die Vorübergehenden schimpfen ihn einen Krüppel
Doch mit Recht.

Die grünen Boote und die lustigen Segel des Sundes
Sehe ich nicht. Von allem

Sehe ich nur der Fischer rissiges Garnnetz.
Warum rede ich nur davon
Daß die vierzigjährige Häuslerin gekrümmt geht?
Die Brüste der Mädchen
Sind warm wie ehedem.

In meinem Lied ein Reim
Käme mir fast vor wie Übermut.

In mir streiten sich
Die Begeisterung über den blühenden Apfelbaum
Und das Entsetzen über die Reden des Anstreichers.
Aber nur das zweite
Drängt mich zum Schreibtisch. (altro…)

Caregiver Whisper 26

Mio padre Sebastiano è morto un anno fa per le conseguenze di un adenocarcinoma. Lucia, mia madre, da alcuni anni soffre invece del morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Pistoia–Dialoghi sull’uomo 2018

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Rompere le regole secondo gli scrittori al festival
Pistoia–Dialoghi sull’uomo

 

Venerdì 25 prende il via la IX edizione di Pistoia-Dialoghi sull’uomo, il festival di antropologia del contemporaneo che si terrà nella città toscana fino a domenica 27 maggio. Pensatori italiani e internazionali, tra cui famosi scrittori come Alessandro Baricco, Simonetta Agnello Hornby, Marco Malvaldi e Nicola Gardini, rifletteranno su cosa abbia fatto evolvere la civiltà umana, qual è il motore che spinge costantemente l’essere umano al cambiamento e quanto sia importante rompere le regole per rinnovarsi.

Venerdì alle 17,30, nella grande tensostruttura in piazza del Duomo, Alessandro Baricco, scrittore fra i più letti e amati in Italia, aprirà il festival con la conferenza inaugurale Sette cose da sapere sulla insurrezione digitale.

In serata, alle 21,30 sempre in piazza del Duomo, la scrittrice Simonetta Agnello Hornby e lo psicologo e giornalista Massimo Cirri dialogheranno sull’essere Diversamente creativi.
La scrittrice, che ha sempre legato la sua professione e scrittura all’impegno per le cause delle vittime di violenza domestica e degli emarginati, ci consegnerà un punto di vista diverso da cui osservare la vita. Sappiamo che diventeremo tutti, a un certo punto, un po’ più fragili, ma resteremo portatori di diritti, resteremo cittadini. Creativi e originali, tutti diversamente creativi, magari solo sopravvivendo con dignità.

Il modo di pensare di un chimico non è troppo diverso da quello di un poeta: si tratta di prendere un fenomeno naturale universale, ma incomprensibile se analizzato solo in termini di ciò che si vede, e cercare una spiegazione solo ed esclusivamente in termini di combinazioni di questi minuscoli mattoncini Lego che non si possono vedere né toccare. Questa è la tesi di Marco Malvaldi, che oltre ad essere chimico e autore di decine di lavori sulla chimica, ha iniziato a scrivere gialli, pubblicando con l’editore Sellerio romanzi di straordinario successo.
Lo scrittore accompagnerà il pubblico attraverso una riflessione sulla creatività fra scienza e letteratura nell’incontro Verso l’infinitamente piccolo, e oltre, sabato 26 maggio alle 12 in piazza Duomo.

Lo scrittore e classicista Nicola Gardini nell’incontro Il centauro femmina: per un primo vocabolario di creatività ricostruirà momenti di un antico discorso sulla creatività, con esempi provenienti da poesia, filosofia, retorica, e critica d’arte, ponendo le odierne definizioni di creatività nella prospettiva del divenire, chiamando in causa concetti antitetici come arte e natura, novità e tradizione, immagine e cosa, genio e abilità, libertà e regola, soggettività e mondo, conoscenza e intuizione, intenzione e caso, originalità e realtà, verità e finzione. L’evento si terrà sabato 26 maggio alle 15 in piazza San Bartolomeo.

 

 

Angina d’amour – Giulio Maffii, di Melania Panico

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Angina d’amour è un libro complesso e vivo in cui si intersecano temi fondanti come amore, lutto, memoria, in una struttura che non lascia spazio a equivoci o storture. Un libro che segna un passaggio netto nella produzione dell’autore.
Il titolo è un chiaro riferimento – attraverso una terminologia medica – al rapporto stretto tra eros e thanatos. La prima sezione Venti angine d’amore si apre con Cosimo Ortesta: “la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore”.
Il dolore non è qualcosa da cui ci si può salvare, è la ferita e dopo la ferita la cicatrice. La poesia – quando autentica come in questo caso – serve ad avallare o a raccontare, poco a dimenticare e di nuovo a inserirci nella vita. La poesia è testimonianza: “ho fatto le ossa/ rapinando il respiro del sasso/ non rispondo e torno/ nel nucleo della sera/ ti lascio con i nodi”.
Angina d’amour è pieno di oggetti e di solitudine, di moltitudini che si incontrano nel “mistero eucaristico del sanguinamento”, un mistero che unisce tutti, una umanità che fatica a trovare una risposta, un senso, eppure lo cerca, nella contraddizione costante e spesso avvilente, per quanto umana, tra ciò che si desidera e ciò che si ha.
“Nessuno sembra lacerato dentro/ sono qui che t’aspetto/ si aspettano i santi/ a chiese aperte e occhi spupillati/ mi benedice la cassiera sudata/ con il sorriso inverso”. A guardarla da fuori sembra una realtà perfetta e onesta. A guardarla da dentro, con gli occhi all’interno, si avverte la deformità del senso e il rumore che fa questa deformità. È un rumore silenzioso. Sono gli oggetti a essere infestati dal silenzio ed è un silenzio infettato quello che gli oggetti stessi ci rimandano indietro. (altro…)

Djelloul Marbrook, Tre poesie

Djelloul Marbrook, Tre poesie tradotte da Angela D’Ambra

 

Ambizioni grandi più di quelle d’Alessandro.[1]

Ho ambizioni più grandi di quelle d’Alessandro.
Voglio che gli specchi mi cedano i loro segreti
perché si fidano di me, voglio
spazzare via la cagione per cui
tu brilli di luce intermittente e non
di luce fissa. Voglio vedere,
in un istante, le sfaccettature tutte del gioiello,
voglio includere nella misura in cui sono incluso,
voglio sapere il sapore di ogni elisir
prima che raffini i suoi elementi, voglio
peccare in questo modo assurdo, e ricevere
perdono perché faccio ridere creature aliene
al punto che la loro sostanza segreta
cade e noi vediamo orrori troppo gloriosi
per negarli, questo voglio spiegare ad Alessandro
in un modo tale che lo ispiri ad astenersi
dai rimpianti per avere incenerito Persepoli[2].

[1] Questa è la prima delle poesie ricevute dall’autore. È inclusa nel libro Nothing True Has a Name, Leaky Boot Press, UK, pubblicato 15 gennaio 2018
[2] http://www.lastampa.it/2012/07/18/cultura/alessandro-non-troppo-magno-piu-barbaro-dei-barbari-BrLsv7zFcUwHMw1MPlTlxN/pagina.html

Ambitions larger than Alexander’s

I have ambitions larger than Alexander’s.
I want mirrors to give up their secrets
because they trust me, I want
to wipe away the matter that causes
you to twinkle instead of emitting
steady light. I want to see
all the facets of the jewel at once,
I want to enclose as much as I am enclosed,
I want to know how each elixir tastes
before it ennobles elements, I want
to sin in this preposterous way
and be forgiven for making alien creatures
laugh so hard their stealth material
falls off and we see horrors too glorious
to deny, I want to explain this to Alexander
in a way that inspires him to forego
his regrets about burning Persepolis down.

 

Providence, 1959

Versami questi ricordi nella testa,
fingi che ci sia uno scopo,
turba il sonno dei morti:
il naso sventrato di Frank Cahill,
il foro nel cuore di Armin Meisner,
Judy malconcia alla nostra porta,
e Amy dalla mano sanguinosa.
Bambini che allevano bambini –
ci ha aiutati tutti, Dio,
nella pioggia di Providence?
ci ha aiutati, noi che profittavamo
della birra Narragansett,
dolore post-partum e pezzi omaggio
per i nostri catorci?
Dio benedica l’Esercito della Salvezza
per abiti e mobilia
e la Marina per la mia quiescenza –
versami questi ricordi nella tomba,
rimestali con urina in un giorno d’inverno
poi guardami risorgere e svanire.

 

Providence, 1959[1]

Pour these memories into my head,
pretend there is a purpose,
trouble the sleep of the dead:
Frank Cahill’s gutted nose,
the hole in Armin Meisner’s heart,
battered Judy at our project door,
and bloody-handed Amy.
Children raising children—
did God help us all
in the rain of Providence,
help us who helped ourselves
to Narragansett beer,
post-partum grief and cumshaw parts
for our jalopies?
God bless the Salvation Army
for clothes and furniture
and the Navy for my see-ya pay—
pour these memories into my grave,
stir them with piss on a wintry day
and watch me rise and blow away.

[1] N.A. This poem is from Even Now The Embers, Leaky Boot Press, UK, published February 18, 2018.

 

Tredici versi nudi

per Susan Aberth

Cantare a lungo non posso, né a lungo restare
ma nella radura di cerchi intersecati
da dietro un frassino ho guardato i riti sacri
dei nostri compagni e so quanto molto dipenda
dalla tolleranza degli stolti
Questa è la terra dell’eclisse parziale
dove eventi più di sigizie strani
ci sfuggono da sotto i piedi e le parole
rifiutano d’esser squartate sulla ruota e liquidate
e nessuno che ha retto la luce del sol niger
sarà mai ancora attratto
da profumo d’umano
Cantare a lungo non posso o rimanere affranto.

 

Thirteen naked lines[1]

for Susan Aberth

Can’t sing for long can’t stay for long
but in the glade of interlocking circles
from behind an ash I’ve watched the sacred rites
of our companions and know how much depends
on the tolerance of fools
This is the land of partial eclipse
where stranger than syzygy events
spin out from under our feet and words
refuse to be broken on the wheel and sold
and no one who has stood in sol niger light
will ever be drawn to the scent
of a human again
Can’t sing for long or stay forlorn

[1] N.A. Thirteen Naked Lines is from the book, Other Risks Include, Leaky Boot Press, UK, to be published March 15, 2018.

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Nato ad Algeri nel 1934, Djelloul Marbrook è un poeta e scrittore americano in lingua inglese. È cresciuto a Brooklin, West Islip, e Manhattan dove ha frequentato la Dwight Preparatory School e la Columbia University. Veterano e redattore di giornali in pensione, vive nella mid-Hudson Valley con sua moglie Marilyn.
Il suo libro Far from Algiers (2008, Kent State University Press) ha vinto il premio Stan & Tom Wick Poetry 2007 e l’International Book Award 2010 per la poesia.
Djelloul ha anche ricevuto il premio letterario Literal Latté 2008 e quattro menzioni d’onore per la narrativa da New Millennium Writings.
È autore di nove libri di poesie e sei di narrativa. Le sue poesie sono state pubblicate in riviste quali American Poetry Review, Barrow Street e in raccolte antologiche quali l’antologia New Millennium 2017, Red Sky (l’antologia Sable Books 2016 sulla violenza contro le donne) e Dove Tales, l’antologia Writing for Peace 2016.
È prevista per il 2020 la pubblicazione della traduzione francese, realizzata da Jean-Yves Cotté, di quattro libri di Djelloul Marbrook: tre di fiction e la raccolta poetica Brash Ice.

Laura Rainieri, In altre stanze

Laura Rainieri, In altre stanze. Prefazione di Mario Melis. Postfazione di Giorgio Linguaglossa, Edizioni Cofine 2018

Che cosa è necessario perché la poesia possa accedere e muoversi In altre stanze, come recita il titolo del libro più recente di Laura Rainieri? A quali altre stanze si fa riferimento? Anche da questi interrogativi sono animati i testi di una raccolta dotta e ricca di vie di accesso, diritte e impervie che siano, ad altre stanze.
È del tutto legittimo supporre che il termine “stanza” vada letto qui in più accezioni, o, ancor più precisamente, con sfaccettature che trovano tra di esse punti di intersezione: dimora, luogo di sosta e riparo, camera segreta, strofa di un componimento. Tenendo fermo, dunque, l’assunto del carattere plurivoco del vocabolo “stanze”, carattere reso ancora più complesso dall’aggettivo abbinato, “altre”,  mi accingo a delineare alcuni possibili percorsi all’interno dell’opera di Rainieri oggetto di queste considerazioni e a trovare in essa risposte agli interrogativi espressi in apertura.
La ricorrenza della congiunzione “se”, la sua frequenza come sillaba di attacco di numerose anafore, rivela come il dispiegarsi di ipotesi, l’esprimere determinate condizioni – siano pure, tali condizioni, di marcato azzardo e rischio – si attestino come presupposti, dunque come varchi di accesso ad altre stanze e, allo stesso tempo, come riconoscimento e accettazione di limiti, oltre che come sfida a saggiare costantemente la resistenza di tali barriere: «Se affonda con i pioppi riflessi», «se nello smottamento confonde case (Con i pioppi riflessi), «Se qualcuno furtivamente ti fa un dono/ e più splendido lo dice di un diamante?». «Se lo scopri che è un fuoco d’artificio […]?», «E se un canestro è vaporoso […]?», «Se qualcuno dice – Mio dolce amore -» « Se qualcuno il cui tronco ha tanti giri/ osa dire – Mio dolce amore -», «Se il giorno è avaro», «Se un corpo abbiamo un corpo» (In altre stanze),«Se il sogno incontra il sogno» (Questa serenità), «Se cerchi di spezzare un filo» (Otre), «…eppure se l’uno esiste» (… eppure se l’uno esiste), «Se tutto è stato detto nel vuoto vortice» (Il detto), «Non è morbida la neve/ se ha uno zoccolo/ di ghiaccio stratificato.» (Il tempo della neve), «E se piove il verde è cupo» (E se piove il verde è cupo), «se recitando dice la verità» (La lontananza), «Se non ha ali per volare» (Un’estate).
Altra chiave di accesso alle altre stanze è senza dubbio il paesaggio, carico di affetti e valenze, che sia esso radicato nell’anima, illuminazione nell’incontro di un giorno o esposto alla devastazione degli umani. In tal senso si può affermare che la dimensione geografica – dalla natia Bassa e dal «Taro fangoso» (abbinato a questo aggettivo il fiume delle origini ricorre in più di un testo) al quartiere Alessandrino di Roma – di questa poesia costituisce un tratto identificativo di primaria importanza e che il testo di apertura, Con i pioppi riflessi, raccoglie in maniera esemplare aspetti e moti di una animata geografia che è anche geografia dell’esistenza.
Sempre nella poesia che apre la raccolta, Con i pioppi riflessi, si fa strada, dapprima timidamente, poi con un carattere deciso che occupa quasi con prepotenza la scena, una tavolozza di colori che spiccano per il loro doppio legame, da un lato al paesaggio nel quale si manifestano, dall’altro al significato simbolico al quale tendono: «dire a che serve/ che il sole inanella il bucaneve/ e tenta la viola timida l’uscita?/ Il sole rosso di fuoco beffardo/ si affaccia a quasi notte:/ una sortita/ sulla china dell’argine». L’azzurro ricorre con il suo carico potentissimo di connotazioni e con gradazioni varie di intensità, per alternarsi talvolta al giallo, con esiti vivaci e corrispondenze con le arti figurative (la pittura di Paul Klee in Passaggio). E il giallo si intreccia al rosso per effetto del sole a novembre in Lucania antica (Latronico). (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Manuel Cohen, A mezza selva #8: Emilio Rentocchini

Il posto riservato alla poesia di Emilio Rentocchini è in prima linea o fila, nell’ideale parterre o Pantheon della produzione italiana contemporanea. Se in alcuni casi di autori neodialettali è dato di cogliere una differente qualità o tenuta tra versione in lingua e testo in neo-dialetto, nel caso dell’autore di Sassuolo le due versioni si eguagliano per congruità di lingua, di ritmo e accenti. Il fatto è riscontrabile anche a livello di sonorità; le due versioni hanno dunque pari dignità come accade per i migliori neodialettali del Novecento: Pasolini, Scataglini, Baldini. Possiamo dunque affermare che Rentocchini opera nell’ambito di una sostanziale, costitutiva diglossia. Non casualmente l’autore assembla le proprie raccolte ponendo su di uno stesso livello di pagina le due versioni (in alcuni casi sono speculari, o specularmente concatenati o intercambiabili, e, in un gioco di specchi e rispecchiamenti, dialogano anche alternandosi con alcune prose o semiprose, come accade ad esempio in Giorni in prova), non lasciando in basso, come da prassi, la versione in lingua ai margini della versione princeps in dialetto. Questo va sottolineato per il lettore, poiché in questa sede, per esigenze di impaginazione e tipografiche si è stati costretti a ridurre la parte in lingua in corsivo ai piedi del testo. A memoria, si annoverano rari, rarissimi esempi di autori che nell’ultimo secolo hanno praticato l’ottava: uno, sicuramente, su tutti, è stato Sanguineti, abilissimo nel riuso e rivelatosi ottimo rimatore. La parte più considerevole del lavoro di Rentocchini, fatta eccezione per alcuni testi delle plaquette iniziali, e per Del perfetto amore interamente scritto in sonetti, è infatti costituita da un coerente corpus di ottave, i cui riferimenti e le cui ascendenze, va da sé, vanno più indietro nel tempo. Richiamano infatti a memoria l’ottava di tradizione ariostesca, autore accomunato da una medesima radice emiliana: ovvero un’ottava epica e poematica; e possiamo in tal senso leggere Ottave come un tentativo di poema, concettualmente almeno, o come poema concettuale (che attraversa le epoche tutte e gli ismi del Novecento, che apre pagine su attualità e realia, che sfida la forma-pensiero, e il pensiero poetante, che si fonda sull’immanenza dei nomi e delle cose, e tuttavia riguarda l’impermanenza delle esistenze e dei destini, individuali e collettivi, privati e pubblici) dal momento che le ottave del nostro non sono narrative, ma rievocano una più arcaica morfologia di ottava lirica (o assoluta). La scommessa di Rentocchini va in direzione del riuso della forma chiusa, e nella pratica di una infinita potenzialità, e variazioni, possibili all’interno di una gabbia metrica e strofica. Autore tra i più raffinati, Rentocchini lavora incessantemente sulla lingua. Un laboratorio fruttuoso e sorprendente di procedimenti e soluzioni; si pensi al ricorso all’iterazione e alle catene allitteranti, che si risolve spesso in un cantabilissimo, eufonico bisticcio a forte unità tonale: si leggano, qui di seguito, le ottave 1, 9, 12 e 38. Ma non si tratta tanto di abilità esibita, quanto piuttosto di ricerca continua, in direzione di un affinamento di suoni e di sguardo, nell’ottica di una naturalezza classica e adamantina della voce, da conquistare attraverso la più feriale delle parlate: quella locale, dialettale, innestata a una cultura letteraria alta e altra. (altro…)

I poeti della domenica #262: Edoardo Sanguineti, #3 (da “Stracciafoglio”)

stracciafoglio-poesie-1977-1979

3.

vivo da topo: (vivo da vero topo): (che si mastica le
.                              croste): (con le sue dure
gengive): (che si smaltisce, di questi tempi, questo
.                              plateau Settecento, non so,
tra Restif e Rousseau):
.                              e in data 8 c.m., ci risalta lì fuori,
.                              un’altra volta, il problema
della felicità: ritorno a predicarti per il precetto è:
.                              nuotare naturalmente dentro
la storia: (ossimoricamente detto, dunque): (come quel
.                              giorno che ti ho perduto a Pisa,
alla stazione): (in quella prefigurazione patetica): (con
.                              te tra i giovinastri,
tra gli addii):
.                  (così, tra il principio del piacere e la
.                              razionalizzazione, tra
il desiderio e la falsa coscienza): ma ancora naturalmente
.                              (cioè secondo natura
umana): (cioè secondo il lavoro): (nel quotidiano):
.                                                                            ti ho
.                               sentito molto emozionato,
una domenica mattina, al telefono: (eccessivamente
                               emozionato): (eccessivamente, per me,
emozionante): (e: me ne posso andare, mi sono detto):
.                                (e a te ho detto, invece: ma su,
coraggio): (navigando nell’inconcevable labyrinthe):
.                                (e tutto questo da un Duomotel
di Milano): (du coeur humain):
                                            (e ho parlato con Maria,
.                                 poco fa): (al telefono): (evoco,
invoco): (durante una cena solitaria): (e: soffro di
.                                 solitudine, se vuoi saperlo, da
sempre): (e: per sempre): (e: mastico e sputo):
.                                                                     (mi aspetta,
                                 me lo sento, la mia trappola):
(di quella da cantina, con il chiodo, per il cranio):
.                                                                          (e lì,
.                                  così, poi, zàc, cràc):

da Stracciafoglio (Poesie 1977-1979), Milano, Feltrinelli, 1980

I poeti della domenica #261: Edoardo Sanguineti, “in te dormiva come un fibroma asciutto…”

opus metricum

in te dormiva come un fibroma asciutto…

in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuolte la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
.                             senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse,
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache

da Erotopaegnia, in Opus metricum, Rusconi e Paolazzi, 1960

Francesca Del Moro, Una piccolissima morte

 

Francesca Del Moro, Una piccolissima morte – poesie -, Edizionifolli, Milano e Bologna 2017

Una piccolissima morte, raccolta preziosa nella cura di forma e sostanza, non è soltanto testimone e terapia e dramma – un atto unico in più quadri – ma è anche raffigurazione efficace di due moti in costante e fecondo conflitto nella poesia di Francesca Del Moro: spalancarsi e sottrarsi, offrire il petto e rannicchiarsi, incantarsi fino all’annullamento e vedersi spietatamente, perfino attraverso gli occhi di un dio irascibile o indifferente, un big brother stanco dal ventre gonfio di birra, sul quale pende tra il desolato e il divertito, il disperato e lo scanzonato, il sospetto di essere stato l’ispiratore della pellicola di Jaco Van Dormael Le Tout Nouveau Testament (nella versione italiana Dio esiste e vive a Bruxelles).
In molti versi, in più di una composizione, ho ritrovato, con accenti insieme dolenti e dissacranti, Francesca Del Moro della raccolta che è stata per me guida e accesso originario alla sua poesia, vale a dire Le conseguenze della musica; ho ricevuto dunque la conferma di una scrittura nella quale efficacia ed espressività si incontrano in una forma compiuta. Dinanzi ad altri passaggi, ad altre composizioni, ancora, gli occhi hanno sorriso alla mente che diceva all’orecchio: fermati, dove corri, non vedi che la bellezza è qui?

© Anna Maria Curci

Dentro le chiese vuote
l’aria è cosi ferma e la luce,
anche la fiamma che trema,
sembra prigioniera.
In belle terracotte ammiro
la passione di Cristo
ma la mia piccola passione
mi fa perdere il filo.
Non credo in niente
ma accendo una candela
e per poterti ritrovare qui
dico perfino una preghiera. (altro…)

proSabato: Federico De Roberto, Un incontro

 

Federico De Roberto, Un incontro

… Nella mattinata d’un giorno nuvoloso, al largo delle Baleari, con un mare infuriato sotto la sferza del maestrale, un avvenimento imprevisto scosse la monotona calma della crociera. Alla prima livida alba il tenente di vascello Ettore Fulgenzi dava il cambio sulla plancia al compagno Alessandro Moschetti, quando la voce della vedetta sulla coffa gridò:
«Scoglio di prora!».
I due ufficiali si guardarono, poi guardarono nella direzione indicata, poi tornarono a guardarsi con un sorriso. Quel marinaio doveva avere le traveggole: non si scorgeva nulla, nulla poteva scorgersi in quei paraggi, in quelle acque libere e senza fondo, lontane da ogni riva.
Comunque, per dovere di precauzione, Fulgenzi telegrafò in macchina “A mezza forza” e spedì un graduato sull’albero, a verificare. Giunto sul posto d’osservazione, il sotto-capo gridò a sua volta:
«Non è uno scoglio, è uno scafo».
L’allarme si era diffuso col rallentarsi delle pulsazioni della macchina, con l’attenuarsi del rombo. Da tutte le parti gli sguardi frugarono nella direzione indicata, tra le pieghe delle ondate spumose, e ognuno disse la sua:
«È una barca capovolta… È una zattera… È una botte.. È una torpedine… È un pescecane!…».
Quest’ultima supposizione diede la stura ad altre più allegre:
«È una foca!… È il serpente di mare!… È una balena!… È un pallone sgonfiato».
Le facezie, non tutte castigate, cominciarono ad incrociarsi, il buonumore si diffuse tra quei grandi fanciulli attratti ed interessati dalla novità; mentre il comandante Ardani, salito sulla plancia al primo annunzio, ordinava che la corsa fosse senz’altro arrestata ed esaminata col cannocchiale l’apparizione sospetta.
«È una boa.»
Quand’egli ebbe definito la natura dell’oggetto, tutti lo riconobbero. Era una boa, una di quelle grosse boe a forma di trottola, che sorreggono una campana od un fanale: accertarne la precisa destinazione non si poteva, perché il colpo di mare che l’aveva strappata dalla sua catena e sbalestrata chi sa da quale porto o spiaggia fino a quelle acque, l’aveva anche capovolta. E poiché, pingue e ferrea com’era, poteva riuscire pericolosa, il comandante disse:
«Conviene affondarla».
A un tratto l’avvenimento si complicò. Distolta da ogni altro segno, l’attenzione di tutti si era fermata sull’oggetto fino a quel momento misterioso, e nessuno ancora si accorgeva che uno scafo, un vero e proprio scafo, questa volta, era rapidamente emerso dalla linea increspata dell’orizzonte: nessuno, tranne il comandante, a cui l’annunzio, finalmente gridato dalla vedetta, nulla apprese di nuovo.
«Nave da diporto», spiegò anzi ai suoi ufficiali, additando la forma che il suo vigile sguardo aveva già scoperta.
«Bella goletta!», commentò Fulgenzi, ammirando a sua volta lo sveltissimo taglio dello yacht, dipinto dal candore delle spume, e con esse e con l’albore del cielo fino a poco innanzi confuso.
Quale ne era la nazione? E di dove veniva? E dove era diretto?… In navigazione, ammainate tutte le bandiere, ogni legno chiude in sé il mistero del suo nome e del suo destino, si distingue bensì, dal taglio, il guerresco dal mercantile e dal signorile, ma come, scorgendo per una via deserta avvicinarsi una figura umana, appena se ne può comprendere la condizione dalla foggia e dalla qualità dell’abito, restandone ignoto l’intimo essere, così le navi che s’incontrano nell’ampia solitudine dei mari presentano una fronte chiusa e impenetrabile. Un moto di curiosità istintiva fa che gli sguardi si volgano e si fermino dall’uno all’altro di quei piccoli mondi sospinti dall’ignoto verso l’ignoto, animati non si sa da quali interessi, carichi non si sa di quali derrate né di quali passioni.
Tutti gli ufficiali, sulla plancia e sul ponte del Tritone, spianati i cannocchiali o aguzzati gli sguardi, fissavano ora lo yacht filante a tutto vapore, ed aspettavano che secondo le buone norme invergasse la propria bandiera per salutare la nave da guerra, quando il comandante osservò:
«Ma che fanno? Non hanno avvistato il pericolo?».
La rotta della goletta, infatti, tagliando ad angolo retto quella del Tritone, era tale da sospingerla diritto contro la boa. (altro…)