Gli arcani maggiori #10: LA RUOTA DELLA FORTUNA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Ruota della Fortuna, carta del cambiamento.

 

Fin da quando la conobbe, iniziò a scrivere brevi racconti su di lei. Non per corteggiarla, no di certo, perché lei era la sua più cara amica anche se da anni lui teneva nascosto di amarla. Semplicemente, gli sembrava di poter passare qualche ora in sua compagnia, di conoscerla meglio come chi piano piano sfila una giacca, una camicia, una canottiera e riesce a posare il palmo su una costola nuda. Perché era certo di intuirla, tutto il suo istinto e la sua attenzione erano naturalmente rivolti a lei come quelli di chiunque si innamori. Stava sempre attento a non metterle in bocca parole che lei non avrebbe pronunciato, quindi nei suoi racconti lei parlava poco, ma non per questo era un’icona santa. I suoi racconti somigliavano piuttosto alle piccole cose che accadevano tra di loro, quando si vedevano per un bicchiere di vino, e si ambientavano nelle pupille di lui, nel suo guardarla mentre lei sollevava il bicchiere per lo stelo invece che per la coppa e nel ciondolo che aveva scelto per uscire.
Erano racconti, insomma, pieni di innamoramento più che di avvenimenti veri e propri. E all’inizio lui aveva deciso di non farli leggere a nessuno ma poi, dal momento che ogni racconto scritto bene implora un lettore, lui aveva chiesto a lei di dargli un’occhiata.
La sera in cui le portò la stampata non dormì per la notte intera.
«E se lei dovesse riconoscersi?», pensava. «Certo, ho sostituito ogni bicchiere di vino con della birra, anche se in questo modo ho virato la natura del personaggio, e il ciondolo che ho descritto era sempre diverso da quello che lei portava al collo, e nei miei racconti lei ha sempre parlato poco, ma se riconoscerà l’essenza di sé e capirà che sono innamorato di lei?»
Lei lesse tutti i racconti senza riconoscersi, ma il giorno dopo, quando gli portò la stampata, disse:
«Com’è bello essere amati in questo modo. Vorrei tanto essere io la donna dei racconti.»
E lui, che non aveva mai pensato di scriverle per corteggiarla, quasi si sentì in colpa quando rispose:
«Sei tu la donna di questi racconti. E sono io l’uomo di questi racconti, e se vuoi posso essere anche quello della tua vita.»
Così si legarono anche nella vita, e passarono degli anni a essere contenti di svegliarsi insieme, a darsi fastidio per chi doveva andare prima al bagno, a ridere mentre montavano l’albero di Natale e a ignorarsi quando dovevano lavorare ognuno alla propria scrivania, a guardarsi a lungo negli occhi prima di ogni visita medica e a stare zitti a cena perché uno dei due era stanco. (altro…)

David Cappella: Sonetti da “Giacomo, a Solitaire’s Opera”

 

DAVID CAPPELLA

Sonetti 35, 36, 37, 38, 39 da

Giacomo: a Solitaire’s Opera

Traduzione di Angela D’Ambra

 

 

Note to the Reader

Giacomo: A Solitaire’s Opera is a “natural opera.” That is, it is the emotional arc of a poet’s life rendered in poetry. The sequence is divided into three acts much like a formal opera. Giacomo is loosely based on the life of the Italian poet, Giacomo Leopardi. His life, fraught with emotional and physical pain, did not stop him from writing some of the most exquisite lyrical poetry of his age, of all time. His view of human nature, of mankind in general was dark, but this was not necessarily because he was physically misshapen, though some think that is the case. Whatever his view of humanity or whatever his emotional and physical pain, Leopardi demonstrated great courage in the face of adversity while his poetry transcended his life.
Though the emotional life of Giacomo follows the life of Leopardi, his voice is, most assuredly, not Leopardi’s. The voice of Giacomo is the consciousness of a poet living his life. He is the artist navigating the world. Giacomo: A Solitaire’s Opera is not an historical or a biographical document.

 

Nota per il lettore

 Giacomo: A Solitaire’s Opera è una “opera naturale”. In altri termini, è l’arco emotivo della vita di un poeta reso in poesia. La sequenza è divisa in tre atti molto simili, formalmente, a un’opera. Giacomo è liberamente ispirato alla vita del poeta italiano Giacomo Leopardi. La sua vita, carica di dolore emotivo e fisico, non gli impedì di scrivere alcune fra le più squisite liriche del suo tempo, di tutti i tempi. La sua visione della natura umana, dell’umanità in generale, era cupa, ma ciò non è necessariamente un portato della sua deformità fisica, sebbene alcuni lo credano. Quale che fosse la sua visione dell’umanità, o il suo tormento emotivo e fisico, Leopardi dimostrò grande coraggio di fronte alle avversità e intanto la sua poesia ne trascendeva la vita.
Sebbene la vita emotiva di Giacomo segua la vita di Leopardi, la sua voce, non è certamente quella di Leopardi. La voce di Giacomo è la coscienza di un poeta che vive la sua vita. Egli è l’artista che naviga nel mondo. Giacomo: A Solitaire’s Opera non è un documento storico o biografico

 

XXXV.
Giacomo at odds with the world 

Shame is standing in an empty hallway.
Shame is standing in the hallway, aghast
as words scorify your heart, acid words
of a husband who does not want you
paying a call on the lady, his wife.
I did enter, and I was most polite,
though I vowed never to enter again.
I stand outside; I observe the movements
of people inside, their busy gestures
dancing a two-step with the foreign smiles
of listeners in the warmth of food and wine.
A baleful lingering coils around me,
a thick vine that strangles thin hope.
I am nothing – without love, without love.

XXXV.
Giacomo in rotta con il mondo

Lo scorno sta in piedi in un atrio vuoto.
Lo scorno se ne sta nell’atrio, basito
mentre parole ti scorificano il cuore, parole acri
di un marito che non vuole che tu
renda visita alla dama, sua moglie.
Entrai però, e fui oltremodo garbato,
malgrado il voto di non entrare più.
Resto fuori; osservo i movimenti
della gente dentro, i loro gesti animati
nel danzare una polca con sorrisi estranei
di ascoltatori nella vampa di cibo e vino.
Un bieco indugio mi serpeggia attorno,
un fitto rampicante che strozza esile speme.
Sono niente – senza amore, senza amore.

 

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Inediti di Ksenja Laginja

È strano come la pioggia
li faccia sparire tutti.

Un colpo per alzarli
un altro per farli cadere.

Qui abitiamo la terra
senza conoscerne il nome
esonerati dall’assenza
ma è lì che dovremmo scavare
piantare semi nella notte
per colmare i vuoti col buio.

 

*

Una volta c’era la casa
e tutto quello che portavamo dentro
poi c’era il tavolo senza le sedie
e sotto i libri le nostre vite appese.
Li usavamo per scaldarci
ma il più delle volte non bastavano
così ci toccava uscire tra i lupi
strappare le radici infilate nei denti
bruciarle vive. (altro…)

Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi (nota di Emilia Barbato)

Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, Edizioni del Foglio Clandestino 2018

Il titolo della raccolta di Andrea Mella, Il Misantropo dei Sargassi, rimanda a due riflessioni. L’uomo e il luogo.
L’uomo disconosce i rapporti sociali e la realtà chiudendosi in un oceano di silenzio, lasciando vigile solo la mente e lo sguardo. Un poeta distante da tutto e in disparte da tutti decide di abbandonarsi a pensieri ampi, nella speranza che questi risolvano e denuncino un’umanità indifferente. Misantropo, dunque, che pensa e scrive in una stanza come in fondo al mare.
Il luogo, quello stesso mare dei Sargassi, compreso tra le grandi Antille e le Azzorre, di cui parla Jules Verne in Ventimila Leghe sotto i Mari. Una zona particolarmente pericolosa, «un’autentica prateria col tappeto folto d’alghe, di fucus natans, di uva del Tropico, a volte così compatto da poter essere tagliato dalla prua di una nave solo a stento.».
Attraverso il titolo, l’autore ci anticipa un viaggio in acque difficili da navigare chiarendo sin da subito la sua scelta di riportare i fatti accaduti senza lasciarsi coinvolgere.
La raccolta si divide in tre sezioni: Incerte Maree, Transito e Il Misantropo dei Sargassi.
Nella prima, ciascuna poesia ha un titolo, come se Mella volesse nominare la realtà che tratta, trovare una ragione alle cose. L’elemento che unisce i frammenti di vita è l’acqua. Un liquido che accoglie ogni tipo di natura, gli umori umani (la saliva che cola dalla bocca, le lacrime le cure dell’addio), l’evanescenza e la fragilità delle relazioni (eri nebbia) oppure lo stesso mare: «il mare è un tratto chiuso/ e l’infinito/ una menzogna intollerabile.” E ancora “e le occhiaie sono brocche/ che tengon dentro l’acqua/ fino all’orlo e “L’adriatico è uno stormo, io/ credo: abbandonato, cesellato, nell’azzurro/Chiamarlo sipario si può». (altro…)

I poeti della domenica #324: Heinrich Heine, da “Libro dei canti”

 

LXII

Tu hai diamanti e perle,
Hai quel che umano brama,
E hai gli occhi più belli –
Mia cara, che vuoi di più?

Sui tuoi begli occhi
Un esercito intero
Di canti eterni ho ideato –
Mia cara, che vuoi di più?

Coi tuoi begli occhi
Mi hai tormentato tanto,
E mi hai rovinato –
Mia cara, che vuoi di più?

Heinrich Heine

(traduzione di Anna Maria Curci) (altro…)

I poeti della domenica #323: Boris Pasternak, Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Mein Liebchen, was willst du noch mehr?

Fuggono dal muro le lancette.
L’ora assomiglia a uno scarafaggio.
Basta, perché spaccare i piatti,
far saltare i nervi e i bicchieri?

A questa dacia tutta legno
ben altre cose possono capitare.
La felicità è una cosa facile!
Non fasciamoci la testa prima che si rompa.

Potrebbe saettare un fulmine
e incendiare la cuccia umida.
Potrebbero scappare i cuccioli.
O un pallino di pioggia forare un’ala.

Il bosco non è altro che un salotto.
Il calore della luna sui pini – una stufa,
come grembiule steso al sole –
si asciuga una nuvola e fruscia.

E quando infuria sul pozzo
la bufera dell’angoscia, di sfuggita
elogia la tempesta le pareti domestiche.
Mia cara, che vuoi di più?

Un anno si è bruciato nel cherosene
come un moscerino sulla lanterna.
Eccolo, come un’alba grigio-azzurra,
si alza intriso di sonno, di intemperie.

Si mette alla finestra, arcuato,
vecchio, sconvolto di compassione.
Zuppo di lui rimane il guanciale,
sono i singhiozzi che vi ha affogato.

Come consolare tale decadenza?
O tu che vieni senza leggerezza,
in che modo placare la negletta
tristezza di un’estate desolata?

Gronda il bosco filamenti plumbei,
grigia e rabbuiata – la lappola,
mentre lui piange, quando risplendi tu!
Bella a giorno, bella di trepidazione!

Che avrai da lacrimare, vecchio zuccone?
Forse ne hai visti altri più felici?
Lì dove in campagna i girasoli
si smorzano – astri nella polvere e acquazzoni?

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proSabato: Étienne de La Boétie, da “Discorso sulla servitù volontaria”

Prima di tutto credo sia fuori dubbio che se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e conformemente ai suoi insegnamenti, saremmo naturalmente sottomessi ai nostri genitori, soggetti alla ragione, e servi di nessuno. Dell’obbedienza che, senza altra spinta che non sia quella naturale, ciascuno deve al proprio padre e alla propria madre, tutti gli uomini sono testimoni, ognuno per sé. Quanto a sapere se la ragione sia in noi innata o meno, è una questione ampiamente dibattuta in seno alle accademie e affrontata da tutte le scuole di filosofia. Allo stato attuale delle cose penso di non sbagliare se affermo che esiste nella nostra anima un seme naturale di ragione che, se alimentato da buoni consigli e abitudini, fiorisce in virtù; e invece spesso muore soffocato, non potendo resistere ai vizi che sopravvengono.
Ciò che è evidente e chiaro, e che, nessuno può permettersi di ignorare, è il fatto che la natura, ministro stabilito da Dio per governare gli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma e ci ha modellati secondo un unico stampo, perché possiamo tutti riconoscerci come compagni, o meglio come fratelli.
Se nel distribuire i suoi doni ha in qualche misura favorito, nel corpo e nello spirito, alcuni più di altri, non per questo ha voluto metterci in codesto mondo come in un’arena, e non ha mandato quaggiù i più forti e i più abili perché si comportino come briganti armati in una foresta per dare addosso ai più deboli.
Diciamo piuttosto che, dando ad alcuni di più e ad altri meno, la natura ha voluto dare spazio all’affetto fraterno che così ha dove esercitarsi, perché gli uni hanno la capacità di recare aiuto, e gli altri hanno bisogno di riceverne.
Se, dunque, questa buona madre ha dato a noi tutti la terra intera come dimora, ci ha alloggiati tutti nella medesima casa, ci ha creati tutti con lo stesso stampo perché ognuno di noi potesse guardarsi e quasi riconoscersi nell’altro; se ha fatto ad ognuno di noi il grande dono della voce e della parola perché potessimo conoscersi e meglio fraternizzare, e arrivare attraverso la comunicazione e lo scambio dei pensieri a una comunanza di intenti; se ha cercato in ogni maniera di formare e di stringere sempre più saldamente il vincolo della nostra alleanza, della nostra convivenza sociale; se ha dimostrato in tutti i modi di volerci non solo uniti, ma addirittura una cosa sola, come possiamo dubitare di essere tutti liberi per natura, dato che siamo tutti uguali?
A nessuno può venire in mente che la natura, che ci ha fatti tutti uguali, abbia costretto qualcuno in servitù.

 

Da Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Liberilibri Editrice; traduzione di Carla Maggiori

proSabato: Luigi Cecchi, Slice

©Luigi Cecchi

 

SLICE

Zia Gruntezia mise le mani avanti pre-annunciando che l’allosauro non era ancora cotto, e che la cena sarebbe stata pronta in ritardo. Hugga conficcò il bastone nella sabbia, controllò l’ombra e si spazientì, perché aveva un appuntamento con gli amici a bastone-mezzi, e non gli piaceva arrivare tardi. A Zonfa, che sperava di attirare l’attenzione del cugino, non dispiaceva invece aspettare: avrebbe avuto più tempo per avvicinarsi a lui, parlarci e magari conquistarlo. Decise di tentare un primo approccio non appena Hugga avesse finito di blaterare della puntualità di certe cerimonie, e nel frattempo si ravvivò il rossore delle gote tirandosi un paio di ceffoni in faccia. Quando Zio Trugo invitò l’anziana nonna Ugabba a raccontare una delle sue storie per passare un po’ di tempo mentre l’allosauro finiva di abbrustolirsi, Hugga sospirò pesantemente e si sedette su una roccia distante, all’ombra di una felce. Zonfa ne approfittò immediatamente e si sedette vicino a lui.
«Vi racconterò – esordì Ugabba, schiudendo appena gli occhi, accerchiati da cerchi di rughe profonde – di quando il nonno di mio nonno, pilotando un guscio lucente, si innalzò nell’alto dei cieli e raggiunse le stelle. Dall’alto guardò verso il basso, e le montagne gli apparivano come increspature sulla pelle di un rinoceronte, e i mari come macchie azzurre screziate di bianco delle nubi. Egli raccolse il fuoco dalla stella più grande del cielo e lo riportò sulla terra, dove gli altri uomini come lui lo stavano attendendo. Ma il fuoco aveva un temperamento ribelle. Era fuoco! Non placida sabbia.»
«Proprio come Hugga!» Scherzò Zonfa, ridendo della propria battuta. Hugga si voltò verso di lei e la ragazza ne approfittò per far schioccare le mandibole, compiaciuta dell’attenzione. Zio Trugo invitò nonna Ugabba a proseguire con il racconto, senza badare a loro. Yluma, Blobia e Grunzo, i più giovani della famiglia, erano rapiti dalle parole dell’anziana matriarca, e nei loro occhi si leggeva chiaramente l’impazienza di sapere come sarebbe finita la storia. Nel frattempo, un delicato odore di carne abbrustolita si diffondeva piacevolmente nell’aria.
«Quando il fuoco delle stelle si rese conto che gli uomini volevano tenerlo prigioniero per sfruttarne il potere, si infuriò! Lingue di fiamme si innalzarono fino al cielo, bruciando le nubi stesse. La furia del fuoco delle stelle trasformò le montagne in polvere e i mari in sale. Lasciò questo pianeta devastato dalla sua ira, disseminato di cicatrici, morente. Ma il nonno di mio nonno sopravvisse, e con lui molti altri uomini.» (altro…)

Poesie di Claudia Fofi dalla raccolta inedita “Il delta della lingua”

Foto di Andrea Cancellotti

PARTE I

1.
è notte quando arriviamo. al tropico fa caldo. i morti li tengono in celle che danno sulla strada
la saracinesca del garage
fa il rumore che mi aspetto
le celle sono tutte uguali
così l’uomo sbaglia cadavere
viene fuori un tailandese giovane
sbiancato dallo spavento
no, no, è tutto un coro
no non è lui
un morto non vale l’altro
poi aprono la tua cella
babbo
ti tocco senza paura
le sopracciglia nere, curiose al tatto
il corpo massiccio pieno di
stupore agro
schiacciato dal peso
senza pensieri

2.
al funerale i fiori
solo bianchi viola verde chiaro
qualche punto di corallo
intorno alla tua fotografia

4.
tu sei nel legno, chiuso dentro
il tuo corpo non ti contiene più
ora è stretto lo spazio
per ciò che lo animava

(altro…)

Michel Houellebecq, Serotonina

Parlare dell’ultimo libro di Michel HouellebecqSérotonine, Flammarion Paris, 2019 (Serotonina, La nave di Teseo, 2019, traduzione di Vincenzo Vega) – a caldo dopo pochi giorni dalla sua uscita, senza cadere da un lato nelle polemiche che la fama dell’autore e le sue posizioni innescano e, dall’altro, senza dire una serie di banalità o di considerazione a suo riguardo trite e ritrite è molto difficile, ci proverò senza alcuna pretesa, se non quella di mettere a fuoco alcuni nuclei del romanzo che mi sembrano centrali.
Diciamo l’essenziale: la grandezza di questo romanzo è nella mancanza di un’idea eclatante intorno a cui muove il libro, come invece avviene in Sottomissione o in altri precedenti testi dell’autore; la serotonina e il farmaco che l’attiva sono al massimo dei coprotagonisti che accompagnano ma non determinano lo svolgimento della trama e lo stesso vale per il contesto storico-sociale: i tanto pubblicizzati scontri che anticiperebbero la protesta dei gilet gialli, l’impossibile ritorno dell’aristocrazia agraria a protezione dei contadini o l’elogio della politica turistica di Francisco Franco. Questo vuoto, che diventa una vera e propria sospensione per ridefinire e aprire un nuovo spazio narrativo, permette l’emergere del nucleo forte del libro: l’amore, nelle sue diverse manifestazioni attraverso la memoria. C’è qualcosa di profondamente lancinante e commovente in Serotonina, c’è un sentimento e un dolore dell’esistenza che mozza il fiato, anche nei momenti grotteschi e comici, in alcuni passaggi è così devastante che se il lettore se ne lascia trasportare corre il rischio di uscirne, a una lettura attenta, trasfigurato. Lo dico senza esagerazione. Questo libro è al tempo stesso una Ricerca del tempo perduto e una Memoria del sottosuolo contemporaneo, in cui anche il sarcasmo e il cinismo, che certo non mancano, sono funzionali ad una esplorazione profonda, al tempo stesso partecipe e disincantata, dell’esistenza. Ricerca guidata sempre da un linguaggio di una chiarezza estrema, che rasenta la laconicità, senza rinunciare alla sua dimensione dirompente e al tempo stesso rivelativa, in alcuni passaggi autenticamente epifanica. Il protagonista Florent-Claude Labrouste, agronomo al Ministero dell’Agricoltura, è un quarantaseienne allo stadio terminale della sua esistenza, non per qualche malattia inguaribile, se non per l’unica malattia veramente inguaribile: la vita.

Le persone costruiscono esse stesse il meccanismo della propria infelicità, caricano al massimo la molla e poi il meccanismo continua a girare, ineluttabilmente, con qualche intoppo, qualche rallentamento se s’intromette la malattia, ma continua a girare fino alla fine, fino all’ultimo secondo.

La vita, senza neanche la necessità di eventi eclatanti o tragici, lo ha spezzato, lo ha prosciugato, lo ha sfinito. La narrazione, in prima persona, parte dal rapporto che il protagonista ha con la sua compagna giapponese di vent’anni più giovane di lui, con cui convive da due anni, di cui scopre, che oltre a divertirsi in varie gang bang e a farsi penetrare da cani di diverse razze, in fondo non sta aspettando altro che la sua morte per poter godere della sua agiatezza economica; queste scoperte lo portano a decidere di sparire abbandonando sia la compagna che il lavoro e a rifugiarsi in un hotel di un arrondissement periferico di Parigi, dotato di stanze per fumatori, merce ormai più che rara nella furia salutista della nostra società. Per combattere la depressione, per sopravvivere alla vita e a se stesso, Florent (il primo nome è quello che detesta di meno dei due che i genitori gli hanno affibbiato) necessita, oltre che delle massicce dosi di caffeina e nicotina, di un nuovo farmaco, il Captorix, che favorisce la produzione di serotonina e che lo aiuta a svolgere ‘egregiamente’ le funzioni elementari dell’esistenza, e che rispetto agli altri antidepressivi non porta a manie suicide o autolesionistiche, ma ha la controindicazione di inibire la produzione di testosterone e quindi di portare all’impotenza, il sesso per lui ormai è un relitto del passato. Il dottor Azote, eccentrico medico di base a cui si rivolge Florent e che gliel’ha prescritto, è nel libro l’unico personaggio che cerca di aiutarlo concretamente. (altro…)

Chiara Bellaveglia, Cucire le rotte

Chiara Bellaveglia, Cucire le rotte

Chiara Bellaveglia ha vent’anni, è studente universitaria, non ha alcuna esperienza editoriale, neanche in rete. È un’esordiente pura, una terra inesplorata e verde, e appartiene a quella categoria di scrittori che i critici guardano con sospetto, in attesa che le prime prove si trasformino in approdi più sicuri. Sennonché Bellaveglia mostra già in questi versi una padronanza di scrittura che affonda le radici nello studio profondo della letteratura classica e nella lettura appassionata degli autori moderni (su tutti Pier Paolo Pasolini e Mario Luzi) e contemporanei. La lingua è netta e pulita, e se deve ancora liberarsi da certi residui di cultura scolastica, non cede mai alla retorica, alla poesia fine a sé stessa, all’emozione spuria. Bellaveglia ha strumenti affilati e ben curati, e questo le consente di affidare alla poesia il meglio di sé, la parte più intima, dolorosa, ma anche coraggiosa e piena di vita. È una ricerca di maturità umana, prima ancora che letteraria, nella quale non sono esenti lo stordimento e il naufragio: «dormiremo naufraghi vicini/ tra l’odore delle basse maree/ che spinsero le nostre prore/ a cucire le rotte». Desiderio e purezza combattono un continuo duello nel recinto segnato da questi versi, raccontando di una ragazza chi si fa donna e si rivolge a un Tu nel quale poter scorgere, di volta in volta, le tracce dell’amore, della passione, dell’amicizia, dell’affetto, del desiderio del divino, della relazione che si fa fondamento di speranza. Bellaveglia mostra di aver già compreso che la poesia è prima di tutto un’esperienza fisica, un ricercare dentro i brividi e le pieghe della gioia e del dolore. Il corpo si affaccia con tutte le sue potenzialità di senso dentro questi versi e la poesia diventa porta e sigillo «sui miei contorni inquieti,/ sulle mie cavità a coprire i fondi», mostrando una maturità e una forza premesse di fecondi sviluppi. (Luca Benassi)

 

Caterina

Creatura bella,
nuda di carta velina,
che lasci a terra pelli di leone,
dimmi se il mare
che ti riempie il cuore
e corrode le dodici coste
talvolta sorride allo sterno.

Vorrei sapere adesso,
piccolo corpo inciso,
se vive ancora il ricordo
nelle tue strade violate,
se ti parlano ancora le farfalle
o se invece il vento
ha strappato le ali ai loro voli,
se t’insinua il sole.

E mentre la gabbia toracica
ti tiene reclusa
respira un sentore di vita
nell’iride vago
che vince la nera pupilla.

E ridi del vuoto. (altro…)

Maria Grazia Insinga, Ophrys (rec. di Giorgio Galli)

Maria Grazia Insinga scrive poesia con una volontà di ferro – affermazione di una voluta ambiguità sintattica, perché la volontà appartiene sia all’autrice che alla poesia; a chi fa, come anche al fare stesso. Ophrys (Anterem Edizioni, 2017) è più di “una raccolta poetica”: è la costruzione di un campo semantico nuovo, che risemantizza ogni parola impiegata e istituisce nuovi nessi. Un’opera difficilissima da leggere, di qualcuno che vuole buttare giù il mondo così com’è per rifarne uno nuovo. Insinga cerca la parola pura, e a volte la trova. Frattura linguaggio e senso per originare un senso inedito. Ma quello che presenta non è solo un campo semantico: è un corpo, scandito dai titoli delle sezioni nelle sue parti anatomiche. Non è “solo” parola la sua: è un mondo, con tutto il dolore del mondo.
Il tragitto poetico parte dal momento irreparabile in cui un velo si squarcia e la vita si separa dalla non-vita. Quel momento, oggi, si dà come venire al mondo in un mondo dove l’essere umano è disgiunto dalla sua terra-madre, in cui un umano atomizzato ha consumato un delitto contro la comune origine – l’origine animale e terrestre, ma anche l’origine della scintilla razionale. Attraverso slogature sintattiche e sluogature geografiche, la poesia evoca moti contrastanti, suscita asce bipenni, canta un umano mozzato e un mondo significante che sta cessando di significare, perché significati e significanti vanno in direzioni contrastanti e squartano l’asse semantico. Questa scomposizione è però sia morte che rigenerazione: è rinascita poetica e psichica, sacrificio rituale.  E’ poesia assoluta e arrabbiata quella di Maria Grazia Insinga. Nelle poesie centrali, Dio e Nike, sono presenti due elementi primordiali: acqua e fuoco. Elementi di distruzione e di rinascita. Ma anche di paura. In un poema strutturato come un corpo, la posizione centrale di questi elementi suggerisce una paura dell’umano. Una folla di reietti appare dietro la cortina dei versi, una folla breugheliana di lacerti. Il Dio di Insinga non è un Dio buono: è un principio di oppressione, possessore di corpi, dispensatore di morti. È un principio maschile di stampo patriarcale e fascista. Sotto di lui si vive una condiziona innaturale di non-libertà, di non-sé, di “moncanza”. Sotto il suo dominio c’è una donna sottratta alla creazione. Un essere precario nel mondo, eppure vivo, inquieto. Che si rivolta, uccide, si trasforma da rosa in acqua oscura. La parola è lo strumento che uccidere il mondo vecchio e ne fa uno nuovo, risemantizzandolo. L’altra poesia centrale, Nike, presenta un archetipo femminile opposto a quello oppresso dal dio: è archetipo di vittoria, di libertà dalle catene dell’appartenenza: è vittoria sulla competizione come male originario che provoca la schiera dei vinti. (altro…)