The Chair

La prima domanda che mi sono posta prima di guardare The Chair (in inglese la “sedia” su cui siede il direttore, e per metonimia il direttore stesso) era se Sandra Oh avesse la bravura di farmi mentalmente uscire dalla sua identificazione con Christina Yang, identificazione che, per i tanti anni e la cesellatura di quel personaggio, assomigliava a un’aderenza. Se c’è qualcosa di certo in questo dramedy di tanta carne a fuoco e pochi difetti, ebbene è l’incredibile talento di Sandra Oh nell’essere totalmente ciò che sta essendo in quell’istante: una capacità che appartiene ai movimenti delle mani come alle punte delle sopracciglia e che non è per nulla scontato quando si è stato il vero colosso di un drama durato, nel suo caso, dieci anni. Dunque a una Sandra Oh che ha smesso di essere Christina Yang al primo ingresso in scena viene data “the Chair”, la direzione del dipartimento di anglistica di una prestigiosa e fantomatica università. È giovane, è donna, quindi deve esserci un motivo: difatti la speranza sottesa di tutti è che sbrogli una matassa che non potrà che portare al siluramento. I costi del dipartimento vanno rivisti. Insegnanti a dir poco analogici, dinosauri dell’insegnamento, menti eccelse del tutto scollegate con tutto ciò che significhi insegnare, hanno attorno ai sette allievi per corso, eppure prendono stipendi altissimi. Donne brillanti, di colore, giovani, catturano centinaia di studenti, ma sono costrette a distribuire fotocopie a lezione per salvare la faccia dei loro mentori che parlano al posto loro. Ji-Yoon Kim, prima direttrice non bianca dell’ateneo (“è per questo che me ne vado”, le dirà la brillante docente quando lei le offrirà con la stessa motivazione una cattedra) deve barcamenarsi in questo sistema di potere dove a una altrettanto analogica professoressa viene assegnato, oltre al doppio del lavoro per la metà dello stipendio, l’ufficio nello scantinato.
La questione del gap di genere in ambito lavorativo e accademico viene affrontato con una voglia spudorata di mettere in fila i fatti e un’apparente leggerezza che permette all’imbarazzo di andare più a fondo. E a questo viene affiancata la riflessione sull’appartenenza etnica, non soltanto dal punto di vista delle reali possibilità di un non bianco di raggiungere vette di successo con lo stesso lavoro di un bianco, ma anche con la fragilità con cui gli studi etnici e di genere possano essere i primi a essere messi da parte a favore di un granitico sapere condiviso.
In una serie che ha davvero poco tempo per farlo, molto è problematizzato e lo è fatto in maniera ben stratificata. Se Ji-Yoon non porta a casa il lavoro, è la casa a portarle il lavoro addosso. Ha una bellissima, pestifera bambina ispanica che si sente del tutto americana, cui la scuola dà il ruolo di ambasciatrice del Día de los Muertos, e che è spesso tenuta dal nonno, coreano di ferro che lamenta problemi di comunicazione dal momento che la bambina non parla coreano e lui parla inglese ma non vuole farlo. Ju-Ju inoltre respinge la madre, non trova con lei una connessione. E la comunità coreana si chiede tuttora come lei abbia potuto adottare senza un marito.
The Chair regge tutti questi conflitti – etnici, anagrafici, di genere – in circa 180 minuti e lo fa egregiamente, mantenendo saldo il personaggio di Ji-Yoon e senza sbrodolare in un telefonato romanticismo, come avrebbe potuto essere quello con il collega Bill, ex direttore del dipartimento, “giacca sportiva, barba di un giorno”, vedovo di mezza età senza punti di riferimento e in costante ritardo alle lezioni. Ed è proprio lui, empatico ma sregolato, a fare l’errore che più metterà alla prova Ji-Yoon: un saluto nazista in classe prontamente ripreso dai telefoni dei suoi allievi. Quella che per lui è un’irrisione, è un’offesa per i capannelli di studenti che, mentre il caso diventa sempre più fuori controllo, attendono con i cartelli fuori dalle finestre.
I conflitti irrisolvibili che vengono messi in scena non possono certo avere soluzione. Qualcuno verrà tamponato con un colpo di intelligenza, qualcun altro vedrà sconfitto chi è dalla parte della ragione. Ma Ji-Yoon è chiara nel dire che sono i ragazzi fuori dalla finestra il vero centro di tutto, quello che sta accadendo davvero. Loro che sono di diverse estrazioni, generi, etnie e dicono a un maschio-bianco-eterosessuale che non vogliono sapere da lui come si devono sentire.

© Giovanna Amato

Flavia Tomassini, Inediti 2021

 

Sui tetti della città dimentico
il bisogno d’amare
ciò che scorgo ma non posso
disporre nel mio immaginario:
le cose mute le lascio tornare
al loro anonimato – di chiese
e statue.

 

 

L’aurora mi precede –
delle volte indifferente
si desta senza avvisare.

*

Si fa giorno come si fa sera –
In deroga alla sofferenza.

*

Ti immagino
dietro una porta –
ogni valico
lo lascio tracciato
così che tu possa
aspettarmi.

 

 

Gli uffici sono dei musei:
scrivanie, poltrone, secchi,
tastiere, penne, elenchi,
ritratti di famiglia,
piante da interni –
un ombrello chiuso.
L’altrove perduto
in una bottiglia di vetro
vuota.

 

 

Nello svuotatasche
fedi mai indossate –
epiteti e trame
tra le chiavi mai infilate
nella toppa.

*

L’attesa è una voliera:
imito il verso –
incapace di eludere
la cattura.

 

 

Potrai credere sia stato un sogno,
era Dio col quale parlavi al banco,
un riflesso o l’eco, carta di gelato,
la coda o il principio di un motivo.
Resta un relitto azzurro – nel cielo
grigio chiaro.

 

 

Per sempre lasciamo andare
quelli che ci somigliano
come il sole si confonde
tra l’ascesa e il declino
esso stesso nel meriggio
sosta verticale e inizia
la discesa nella notte.
Troppo somiglianti
noi andiamo nell’altrove.
Chiedo casa dove alberghi
e uno spazio occupa
la nostra concentrazione.
Non siamo nello stesso
esistere – un corpo solo
e lo spirito dilaniato.

Con il lapis #10: Giovanni Perri, Cifrario dell’invisibile

Con il lapis #10*
Giovanni Perri, Cifrario dell’invisibile
Terra d’ulivi edizioni 2019

 

*Con il lapis raccoglie brevi annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura dell’intera raccolta a partire da un componimento individuato come particolarmente significativo.

 

Qualcuno dice la forza
ci vuole forza per vivere nel mondo
assegnati alla più franta materia del resistere.
Tu cerchi un tuo preciso contrappeso
per strade che dentro hanno il vuoto
e una quota diversa ti tiene:
acqua sei e legno spalancato
figura dell’ombra
e questa è una pianta che mette paura
piantarsela al cuore.

(p. 67)

 

Densità e tensione caratterizzano la raccolta di Giovanni Perri, Cifrario dell’invisibile. Ad animare i testi stanno l’attesa e, ancor più dell’attesa, la ricerca intenzionale, accurata, mossa da una dedizione, che non di rado appare totale, di quella che l’autore stesso chiama «l’ora propizia dell’Arte». C’è una pluralità di luoghi, di scenari, di dimore, di «oscuri archetipi», pluralità di lingue e, all’interno di tante molteplicità che si collegano, si attraggono e seguono punti di fuga, la percezione acuta, che tra il sé che scrive e il sé che abita una lingua risiedono, si collocano, si muovono esistenze, ricordi, visioni, muri in rovina, sparuti «salvati». Qui, con tenace «materia del resistere», nello «sgomento di esistere», la lingua del poeta, materia essa stessa e oggetto di riflessione proprio per il suo essere cifra del visibile e dell’invisibile, cresce, da un passato ripercorso con il coraggio di chi non scansa il dolore, a un presente svelato oltre le illusioni, stanato, colto nel suo franare, sorpreso, perfino, in una «splendente epifania». (Anna Maria Curci)

 

Fernando Della Posta, Sillabari dal cortile (rec. di Fabio Dainotti)

Fernando Della Posta, Sillabari dal cortile
Prefazione di Nicola Grato
Macabor editore 2021

Nella sua acuta Prefazione Nicola Grato osserva: «Le storie compiute, l’unità dei saperi contro la frammentazione, la ricerca di un linguaggio della verità sono i comandi etici di Della Posta, che poi si traducono in linguaggio poetico, tra i linguaggi il più necessario e adatto ad esprimere la verità del mondo attraverso innanzitutto continue domande e dubbi». D’altronde, perché mai la poesia resiste, nei millenni, all’invasione debordante della “chiacchiera” massmediatica?
Il riferimento a Luzi conferma l’inserimento già evidente a una prima lettura, della poesia di Della Posta nella poetica dell’analogismo di derivazione arcanista. Almeno queste ascendenze letterarie sembra voler declinare il poeta. Ma bisogna riconoscergli il merito di non aver perso il contatto col valore semantico della parola, senza di che non c’è poesia, ma solo una serie di trasgressioni che rendono incomprensibile il messaggio.
La sua poetica, affidata eminentemente alla prima sezione del libro, che reca il titolo Meccanismo, sembra consistere altresì nel conferire “grazia”, ma anche novità, alle “lettere”. Altra caratteristica: la verticalità, insieme alla riflessione metalinguistica e alla capacità immaginativa e mitopoietica (Gli aeroporti spediscono lettere alle nuvole). Nel contempo in Fase estetica il poeta ci mette in guardia da un linguaggio aulico, simbolizzato forse dalle “rose altezzose”. In Gioca per sé come tutti, appare la figura della sfinge, in una sorta di gioco a dadi periglioso, in una sfida per una vita che sarà comunque “brevissima”; e la poesia, che si nutre di metafore, è comunque pericolosa. Scrive Luciano Parinetto: «La metafora, come insegna Aristotele, […] rimanda all’enigma: “Proprietà dell’enigma è dire l’effettuale saldato all’impossibile” (Poetica). Il nesso di effettuale e di impossibile può essere solo un dire non dicendo […] Il fatto è che l’enigma ha un’origine mantica: costituisce perciò il nesso di un ossimoro originario fra mondo umano e mondo divino. Il dio si presentifica all’uomo mediante l’enigma, perché la sua forma ‘vuole accennare a un salto, a un’incolmabile disparità di natura fra ciò che appartiene a un dio […] e la vita propria dell’uomo […] L’enigma grava sull’uomo, gli impone un rischio mortale’. Ben lo seppe Omero, che, secondo una tradizione perì per non essere riuscito a risolvere un enigma! Da Omero a Turandot, coll’enigma ne va della vita)».
Una natura animata e inquietante apparenta le voci degli umani a quella degli esseri inanimati. Ancora la prefazione ci sovviene: “Le cose, tutte le cose del mondo, sembrano bisbigliare, fare fracasso, soffrire lacrimae rerum per esistere, per emergere dell’indistinto e avere una lingua, consistere”. Compito del poeta è anche quello di decifrare quel linguaggio. Che, più avanti nel libro, è rappresentato da “segni” appena affioranti tra gli antichi monumenti. E forse il rovinismo, non solo monumentale, ma anche nella scala ridotta di un cortile, è una delle cifre stilistiche dei Sillabari, se altrove anche metaforicamente “i casamenti rovinano a mare” (Napoli), e da qualche parte nel libro “il caseggiato è chiuso/penzolante”.
In un suo fare gnomico e sentenzioso, l’autore pare distillare il succo di un’antica sapienza (Una salda realizzazione); ma si veda anche verso la fine della raccolta l’epifonema “ma ragazzo non spingerti mai / oltre il limite che annienta le estati!”; e i veri depositari della sapienza sono i bambini (La maturità è il peggioramento).
L’amore non è solo coup de foudre, sembra dirci il poeta, ma costruzione paziente (Da adolescenti ci siamo amati), nella successiva partizione La fame e la sete, che si atteggia appunto come un piccolo canzoniere d’amore, dove si celebra il trionfo di una sorta di corporeità spirituale.
Nella sezione eponima della raccolta, lo splendore metaforico e analogico conferma la capacità immaginativa di Della Posta: l’immagine di Roma appena suggerita nei contorni di un paesaggio invernale tutto da indovinare, con la collaborazione del lettore, com’è giusto che sia, leggiamo in Lascito, una delle ultime liriche della silloge:

In queste frasi abbellite
il nostro amore si nasconde
negli spazi fra le parole.
Riempirli devi col tuo immaginare.

Il tema dell’identità e della personalità viene affrontato e risolto in immagini smaglianti e suggestive, in cui si saldano metafora e similitudine; come quella del la “scogliera su cui il mare/trabocca come placida marea” (ma a proposito di tropi traslati figure, tocca accennare anche all’epanadiplosi in Giovani costruiscono un mondo di giovani e all’antitesi “Saldi/cedevoli” in L’identità). Così l’antitesi tra interni ed esterni, nel testo che inizia col mirabile verso “Nei chiusi mondi della porta accanto”, cui non è estraneo qualcosa di perturbante, e termina con le strade ricche di “occasioni”, simboleggia il contrasto tra già detto e apertura al nuovo. L’importanza del libero arbitrio, a specchio del suo contrario, la prigionia della “gabbia”, è suggerita nel dittico di pagina 53 e 54.
Città e stanze è il titolo della sezione seguente, che riprende il motivo del regicidio presente in precedenza e ripresenta i bambini che corrono felici nella casa semivuota, evidentemente in grado di affrontare al meglio le novità; così come ricompaiono spilli e punture che apparentano la poiesi del Nostro alla poesia engagée, «civile», com’è giustamente definita nell’ Introduzione. Strali che si infittiscono nella sezione Ciò che permette; all’interno della quale troviamo una riflessione sul potere (Il giardino pubblico non è molto affollato), il compianto per esistenze trascorse “fra pesanti ruote dentate”; e la denuncia del potere abnorme dei media e della loro ingerenza perniciosa. Nella poesia eponima della sezione, ritroviamo la centralità del linguaggio, in questo caso quello usato nei sogni dai defunti per trasmettere informazioni a chi resta, un dialetto che ha sfidato i secoli.
Nella penultima parte, Un’affilata lucidità, si affaccia la tematica della visione, dello sguardo, mentre, nella conclusiva Parabole, sembra profilarsi un contrasto tra artificio, simbolizzato dai “fiori di serra”, e naturalità.
Immagine ritornante è anche quella che rappresenta la incomunicabilità; si vedano i “sempre più asettici e solitari appartamenti”. Interessante e accattivante anche la ritmica in questa godibile raccolta, che meglio sarebbe definire libro, compatto, coerente, coeso.

© Fabio Dainotti

“Acqua Acqua Fuoco”: gli elementi Accerboni (di Giulia Bocchio)

Acqua Acqua Fuoco: gli elementi Accerboni
A cura di Giulia Bocchio

Se la poesia sottende un messaggio etico-politico alla sì, le si può concedere l’essere asciutta, ai limiti del brutale. Perché la tragedia è asciutta, pur se dilaga nel sangue, pur se si fa rogo e poi cenere.
Laura Accerboni in Acqua Acqua Fuoco (Einaudi) racconta le macerie, il verso sinistro della caduta attraverso il verso altrettanto sinistro di un poetare senza rime, perché l’armonia è andata perduta.
Ma dove si è persa? Nel tracollo tutto moderno dell’attualità a portata di telegiornale, nel fast fashion, nelle tragedie che popolano gli schermi dello smartphone, in uno sgretolarsi di polpastrelli senza più identità e quindi impronta che possa davvero definirsi sociale.
Rimangono gli elementi fondamentali, gli opposti: acqua e fuoco. Distruttivi e salvifici ma c’è in queste crude poesie di Accerboni, la lucida consapevolezza del surreale e di ciò che ormai vanta la forma del fantasma.
Noi e loro, quelli che annoveriamo come vittime, quelli annegati nel Mar Mediterraneo, annegati insieme al tradimento e alla speranza, ma anche coloro che invece hanno attraversato l’abisso del vuoto, quel giorno, crollando insieme al ponte Morandi.
Se ci pensiamo, siamo spettatori poco poetici, indossiamo il presente sotto forma di morte, a partire dalle scarpe che inconsapevolmente scegliamo che altro non sono se non la pancia di un qualche animale sacrificato in nome di una suola.
Il supermercato come novella natura morta in cui la metafora non vale neanche più l’estetica, e i versi, in questa raccolta, implodono con autorevolezza, diventano simboli per un universo interiore che ha abbracciato la ferocia e il disincanto anziché un concreto sistema di senso, poiché il tempo è una battaglia quasi persa ormai.
E al tempo s’attaccano le differenze: bocche unte da un lato, per il troppo cibo e il troppo ego, dall’altro bocche secche senza altri orizzonti; si muore in ogni caso, si annega nella ricerca chirurgica della vena artistica giusta.
E allora, tra una poesia e l’altra, cosa rimane?
Bisogna cercare ancora, come in un vecchio gioco che, per indicare quanto si è vicini o distanti dal proprio tesoro, usa gli stessi elementi del titolo “acqua-acqua= lontano, fuoco= ci sei!”.

 

Ho fotografato
l’inferno
è sempre a fuoco
perfetto

 

V.

Si vestono
per la colazione
al posto
della pelle
indossano
animali
vivi
dopo il caffè
si danno
la caccia
da soli

 

VI.

Sotto la pelle
si costruiscono
abitazioni
crescono
piante
finte
entrate.
Si percorre
tutto
all’interno
mentre fuori
qualcuno
chiede
dov’è la strada

 


Laura Accerboni, Acqua Acqua Fuoco, Einaudi 2020.

Dante 2021 #9: Intervista a Umberto Piersanti

Dante muore a Ravenna settecento anni or sono, la notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Un anniversario importante, che su queste pagine non può passare inosservato. «Poetarum Silva» intende commemorarlo, il 14 di ogni mese, attraverso le pagine di autori che gli hanno reso omaggio, trasformandolo in personaggio della loro scrittura critica, narrativa, poetica.

Intervista a Umberto Piersanti

D: Buongiorno professor Piersanti e grazie per aver accettato di rispondere a qualche domanda su Dante Alighieri nel settecentesimo anniversario della morte. Ci interessa molto conoscere il suo punto di vista, nella doppia veste di poeta di indubbio valore e di docente universitario. Andiamo sul personale. Qual è stato il suo primo incontro con lui?

R: Buongiorno a lei. Sono io che ringrazio la redazione per l’attenzione e la stima nei miei confronti e rispondo volentieri a proposito di uno dei massimi poeti della letteratura mondiale, da me molto amato.
Il mio incontro con Dante è stato banale ed è avvenuto in ambito scolastico. Alle medie litigavo con mia sorella perché mi piaceva di più Omero. Tanto per intenderci, i brani scelti di Omero tradotto dal Monti. Al liceo ho scoperto la ricchezza e la profondità della Divina Commedia. Allora la si studiava quasi tutta, specialmente la prima cantica. Attualmente avverto con grande intensità tutte e tre le cantiche, ma provo una profonda attrazione per le atmosfere malinconiche e velate del Purgatorio.

D: Ecco, si può dire che lei stia già rispondendo alla seconda domanda che intendevo farle. Com’è andato avanti, nel tempo, il suo rapporto con l’Alighieri? Sente di rifarsi a lui, in qualche modo? In quale delle sue opere, in particolare?

R: Nessuno scrittore italiano può fare a meno di Dante e quindi non ne posso fare a meno neanche io. Le reminescenze dantesche nelle mie opere sono talmente interiorizzate da essere spesso sotterranee, perché le memorie, a mio avviso, devono essere trasformate, trasfigurate. Se vogliamo andare su degli esempi concreti, limitandoci al mio ultimo libro pubblicato, Campi d’ostinato amore, di primo acchito mi vengono in mente due testi in cui c’è il rimando alla celebre “selva oscura” e si avvertono le suggestioni della selva dantesca. In Ai margini del bosco (la selva luminosa/non fa scura), e in Tra spini e rovi (del bosco cerchi l’anfratto/ più scuro e riparato/ e spini e rovi/ ti fanno scudo/ contro chi vaga intorno/ e ti minaccia). Più oltre, ne Il canto dei frati bianchi, c’è l’impronta del Canto XI del Paradiso, il cui incipit recita: «O insensata cura dei mortali/ quanto son difettivi sillogismi/ quei che ti fanno in basso batter l’ali» per poi continuare elencando le piccole e grandi occupazioni e preoccupazioni degli esseri umani. È a quel canto del Paradiso che è andato il mio pensiero ascoltando le voci dei frati e la distanza con la quale avvertono le cose del mondo.
Queste sono solo alcune delle suggestioni dantesche che costellano la mia produzione poetica. Sono però solo lievi richiami, ripeto, quasi un’eco lontana, proprio perché Dante l’ho trasfigurato e fatto mio.

D: Ora smettiamo di fare domande al Piersanti poeta e cominciamo a farle al Piersanti professore. Ci può parlare di Dante e della visione politica che egli aveva del suo tempo?

R: Dante è al contempo antico e moderno. Politicamente crede ancora nei poteri universali, il Papato e l’Impero, che invece stanno finendo, incalzati dalla nascita delle monarchie nazionali e dei Comuni. Nonostante il suo vagabondare per l’Italia, non ha capito che stanno finendo e sogna ancora che si possa tornare a una sorta di unità universale ormai impossibile. Nello stesso tempo ha una visione più che moderna quando teorizza una netta divisione del potere politico e religioso.
La Divina Commedia, dal punto di vista teologico, è pienamente medievale. Prendiamo il caso dell’accusa di deicidio rivolta agli Ebrei: Dante osserva che qualcuno doveva pur uccidere Gesù per riscattare il genere umano. Era dunque nel piano della Provvidenza il fatto che gli ebrei uccidessero Gesù e, da questo punto di vista, sono incolpevoli. Allora, perché è giusto definirli deicidi? A questo punto per Dante non conta più una spiegazione razionale, le umane genti si devono accontentare del quia. Questo fermarsi sul perché è il limite della razionalità umana: se gli uomini avessero potuto conoscere tutto, non ci sarebbe stato bisogno che Maria partorisse Gesù. Altro esempio di aderenza di Dante alla dottrina cattolica è l’episodio di Paolo e Francesca. Pur con tutte le attenuanti del caso, i due amanti sono all’Inferno, perché protagonisti di una relazione incestuoso-adulterina. I Romantici vedevano in Francesca un’eroina del libero amore, da essi teorizzato. Nella critica attuale, di contro, si spiega lo svenimento di Dante con l’impressione provocata dal fatto che persone così nobili d’animo siano cadute nel peccato. Quindi, non un Dante che esalta il peccato d’amore, come pensavano i Romantici, ma un Dante che lo condanna nettamente e recisamente.
Io penso che l’episodio si possa interpretare in chiave “intermedia”: il peccato è sì da condannare, in quanto offende il sesto comandamento, ma lo svenimento di Dante rivela quanto in lui ci sia una sorta di “simpatia” per quei peccatori. È un senso di pietas che va oltre il pensiero dell’uomo medievale. Anche la sua concezione della “nova gente” è retriva. Ho ascoltato una professoressa di storia di cui non ricordo il nome, intervistata da Mieli, asserire che Dante Guelfo Bianco guarda alle classi nuove, in contrasto coi Guelfi Neri e con i Ghibellini che invece guardavano al passato. La professoressa probabilmente non ricordava il Canto XV del Paradiso, quello di Cacciaguida. Nel Paradiso, l’Alighieri incontra il suo antenato Cacciaguida che rimpiange la Firenze di un tempo, quella non intaccata dai vizi della nascente borghesia, quella in cui «Non faceva, nascendo, ancor paura/ la figlia al padre; ché ‘l tempo e la dote/ non fuggìen quinci e quindi la misura.» Dante per bocca del suo trisavolo idealizza il passato, ma non capisce che sarà proprio questa borghesia che porterà Firenze ad avere un ruolo di primo piano nella scena politica, economica e soprattutto culturale europea – e più tardi mondiale. Non dimentichiamoci che i Medici in origine erano dei mercanti. A questo punto potremmo definire Dante un “reazionario”, nel senso tecnico di “uomo che guarda indietro e non in avanti”.
Per quanto riguarda il linguaggio di Dante, esso è il più variegato e plastico possibile, passa indifferentemente da un tono “alto” a un tono “basso”, e questo è uno dei suoi maggiori pregi e uno dei segni indiscutibili della sua grandezza. Non solo versi di aulico linguaggio, quindi, ma anche espressioni non certo raffinate (celebre, nel Canto XXI dell’Inferno «Ed elli avea del cul fatto trombetta»). Per tutti questi motivi – e probabilmente anche per altri che ora mi sfuggono – la Divina Commedia è unica. Nessun poema della storia umana è riuscito a unire epica, narrativa, filosofia, psicologia. È il poema più ricco, più completo, più totale della storia umana. Una vetta ineguagliabile.

D: Per concludere, le faccio una domanda forse un po’ scontata e banale: a distanza di tutto questo tempo, ha ancora senso leggere Dante? Quanto può ancora servire all’uomo di oggi leggere la storia di Paolo e Francesca piuttosto che la Preghiera di San Bernardo alla Vergine?

R: Ha senso, ha molto senso. Serve quella che si potrebbe definire “una cultura allargata di un certo livello” ed è giusto che ancora si continui a studiare La Divina Commedia a scuola e che la conoscano tutti, anche i non intellettuali. Questo grande poema non può essere lasciato solamente agli specialisti. La conoscenza di Dante serve veramente a tutti noi per accrescere le nostre potenzialità e la nostra umanità.

D: Grazie, professore, della sua disponibilità nell’averci concesso questa intervista. Le auguro buona giornata.

R: Buona giornata a lei.

Giovanna Rosadini, Un altro tempo (Nota di Andrea Castrovinci Zenna)

Giovanna Rosadini, Un altro tempo
Postfazione di Niccolò Nisivoccia
Interno Poesia 2021

Chi ha letto riletto e meditato Unità di risveglio (Einaudi 2010) potrà trovare, nell’ultimo volume di Giovanna Rosadini, una versione “depotenziata” della silloge in versi del 2010. Ma questa è solo una prima impressione e tale apparenza inganna solo a una prima lettura, mentre l’autrice stessa, in filigrana, ci mostra gradatamente come nell’ultimo lavoro edito quest’anno con Internopoesia, Un altro tempo, vi siano sì numerose analogie con l’opera del 2010, ma anche differenze e motivi nuovi che la spingono a ripercorrere su carta, per una seconda volta dopo circa dieci anni, l’esperienza vissuta in clinica.
Si parta dalla configurazione della nuova opera, per poi passare al rapporto con la precedente. Conta trenta brevi capitoli in prosa (solitamente non si supera la pagina) racchiusi da due poesie, una proemiale e l’altra explicitaria. Nel volume viene narrato il percorso che va dal risveglio alla ritrovata autonomia all’interno della clinica.
Numerose sono le analogie con Unità di risveglio: la tematica è la medesima[1] – il coma, la deprivazione sulle facoltà psicomotorie e cognitive, il percorso che va dal risveglio[2] alla lenta guarigione, le indelebili cicatrici che ciò comporta, la profondata coscienza della umana fragilità e di essere ormai altro da ciò che si era, infine la domanda di senso sul mistero che ci circonda, evocata da sprazzi di improvvisa, inattesa bellezza – e altresì numerosi sono i riferimenti testuali all’opera einaudiana, come lemmi, sintagmi, titoli, metafore. Ma a dare una diversa visione attraverso cui osservare se stessi nel mondo dopo aver attraversato il dolore e la deprivazione del sé ci pensa questa ultima prova in prosa. È infatti l’apertura al rapporto io-mondo e io-altri la vera novità di Un altro tempo, la gratitudine che può essere scoperta solamente dopo aver sofferto.
Tali analogie e differenze tra le due opere, in maniera subliminale, affiorano alla coscienza dei lettori. Un primo esempio potrebbe essere costituito dal titolo, che riprende quello eponimo di una lirica di Unità di risveglio

Abbiamo tutti un segno rosso sulla gola –
la traccia del passaggio che non ci ha risparmiato,
gli anziani dallo sguardo ormai svanito
e i giovani che nulla ormai rincuora.
Io sto nel mezzo:
e non mi sono mai sentita così sola.

Se iniziassimo la nostra lettura seguendo questo primo ipotetico messaggio, troveremmo i dati di partenza, estraneità e solitudine, attraversando i quali sarà possibile giungere all’Altro tempo, ritrovato, o per dirla con le parole dell’autrice tratte dalla lirica in incipit, «[…] a ricordare quello che già siamo –/ ma abbiamo perduto in un buio lontano.»
Fin dal primo capitolo il riaffiorare della coscienza espone l’io a una sorta di nuova nascita misteriosa, ma nascita in cui tutto il passato è ormai differente: attraverso l’amata metafora equorea, col corpo che abita la «deriva del sonno, perduto a sé stesso», con «colori […] vividi e pieni, e le acque di questo fiume così intrise di luce e accoglienti», attraverso un taglio della gola, in una dimensione liminare tra risveglio e sogno, la protagonista prende coscienza di essere viva: coscienza che subirà però una intermittenza, con riprese «A poco a poco il giorno si fissa, diventa un continuum di immagini e presenze, […] una pingue ausiliaria che lava il pavimento, un carrello fornito di secchio e spazzoloni accanto»[3] e ricadute «I giorni sono un tessuto sfilacciato, la luce diurna è piena d’ombre e il buio notturno di bagliori colorati, […] il tempo si è contratto in una nuvola opaca, esiste solo lo spazio illimitato della mente».[4] Inizialmente (cap. VI) è il senso di sperdimento «[…] la costante di questo tempo ritrovato, tempo sospeso nella bolla di realtà protetta della clinica. […] Il mio corpo è un luogo pubblico, il luogo delle procedure di assistenza che, continuamente, mi praticano degli sconosciuti». Eppure sono questi medesimi sconosciuti a permettere all’io narrante di ritrovarsi. La portata dell’esperienza viene enunciata così a circa metà dell’opera (cap XIII), sostenendo che essa abbia «creato un nuovo spazio dentro la mia coscienza, che non può che essere uno spazio di appartenenza»,[5] al «senso di sfaldamento esistenziale e diminuzione» è necessario rispondere con «accettazione consapevole», che diviene «la più alta forma di eroismo che possa esistere». A questa accettazione segue il sentimento di solidarietà nei confronti della fragilità umana (cap XXII): «Un sentimento di solidarietà e comunione profonda, ecco. Che deriva dalla condivisione di esperienze molto simili, spesso sovrapponibili… la vulnerabilità come dato costituente e basilare della nostra umanità.»
Lungamente sarebbe possibile trascrivere questo rimando di echi tra l’una e l’altra opera,[6] ma ci si ferma qui per non tediare e soprattutto perché si ritiene quanto evidenziato fin qui sufficiente a mostrare come esse siano  diverse e originali tra loro: la forma della prosa può ascriversi al voler giungere a una comunità più ampia di lettori, pure all’interno di una casa editrice eminentemente poetica: con questo felice azzardo Rosadini è come se invogliasse i propri lettori al passaparola, a parlare della “novità”. Si preferisce dunque concludere con le parole di Un altro tempo (cap XXVI), ove emerge tutta la poesia di cui è capace l’autrice, nella ritrovata serenità e accettazione della diminuzione, fonte di gratitudine, consapevolezza e comunanza con gli altri uomini e il creato: «[…] Noi e il paesaggio, elementi quasi consustanziali nel riverbero liquido della luce del giorno.»

© Andrea Castrovinci Zenna

 


[1] E avrebbe ugualmente valore soffermarsi su di essa ancora, come l’autrice ha fatto passati diversi anni, per la portata  esistenziale che tale esperienza assume nel percorso di vita di un individuo.
[2] In Unità di risveglio venivano enunciati anche i sintomi di tale esperienza nella prima sezione intitolata appunto Sintomi.
[3] In Unità di risveglio (p. 34: Il mio corpo è un luogo pubblico) antitesi e ossimoro sono figure atte a rendere la discontinuità tra io e corpo, mentre elementi quasi epifanici di realtà (oggetti, persone) riescono a dare all’io la percezione dell’essere qui presente: «[…] è la mano che mi tocca/ a riportarmi in esistenza/ è lo sguardo che si posa/ a restituirmi consistenza. Sono la frase che deve essere enunciata, la pasta non lievitata, l’involucro vuoto/ che aspetta d’essere riempito,/ significante senza significato,/ langue senza parole,/ il segnale da ripristinare,/ la misura da colmare/ un cielo notturno offuscato,/ senza gloria di stelle.»
[4] Sempre da Unità di risveglio (p. 36, La mente è un impasto) è possibile rintracciare, in versi, sensazioni e percezioni, dicotomie tra coscienza e galleggiamento in un indeterminato stato della mente, forse unica espressione per la ineffabilità del coma: «La mente è un impasto/ in galleggia la coscienza/ dormire, sognare, portare pazienza/ finché la veglia non sarà completa/ e questa palude verrà attraversata…/ Ma quanta fatica tirarsene fuori,/ da questo intruglio che allappa ed invischia, da questa bruma che ottunde la vista…/ […] Lasciarsi andare/ senza timore, lasciarsi sciogliere/ in questo torpore… / […] Ma voi chiamate, portate la luce,/ siete l’ormeggio che non si dà pace,/ lo sguardo ostinato, l’abbraccio che tiene/ la presa non molla, tenace…[…].»
[5] In copertina a Unità di risveglio “appartenenza” è in rima con “assenza”: se di luce nuova brillano le parole in rima tra loro, perché creano nuove connessioni e significati, significativa dunque è la nuova dimensione di Un altro tempo, dove “appartenenza”, pur senza versi, rima con “esperienza” e “coscienza”, entrambi genitivi rispettivamente delle parole “valore” e “spazio”.
[6] Cito solo altri due esempi: di “pensiero magico” l’autrice parla nel capitolo X, e a p. 84 in Unità; la “nuvola rosa”, insieme alla parola “mistero” a lei vicina, che chiude il trentesimo e ultimo capitolo, la si ritrova a p. 106 in Unità in quel nuovo senso di partecipazione a un mistero più profondo di continuità con il creato.

Di cosa parliamo quando parliamo di barocco (a margine del Festival di poesia Paolo Prestigiacomo 2021)

(A San Mauro Castelverde, il paese più alto delle Madonie, si è tenuto nelle giornate dal 19 al 21 agosto un Festival intitolato al poeta locale Paolo Prestigiacomo, con una giornata di convegno sulla poesia siciliana e non solo – a cui hanno partecipato relatori siciliani e non solo -, sessioni di letture poetiche e infine la premiazione dei vincitori. Un evento stimolante e denso – fortemente voluto da Fabrizio Ferreri e Grazia Calanna, e dal sindaco Minutilla e la sua giunta -, che ha veramente favorito scambi e confronti, all’interno di un borgo affascinante e appartato, ma curioso di quello che accade al di fuori. Ospiti d’onore la nebbia di sera, che è arrivata sventolando rapidissima, e il freddo che ha colto non pochi alla sprovvista, tra cui il sottoscritto)

Vorrei soltanto precisare un concetto che ci è capitato più volte di sfiorare durante la giornata del convegno, come accade spesso quando si affronta la poesia, tanto più se si tratta di poesia siciliana: mi riferisco al barocco. Se qualcuno parla di stile barocco, tutti quanti ci intendiamo. Una scrittura barocca è una scrittura ricca, iperbolica, fiorita, metaforica. Però sappiamo anche che il barocco è innanzitutto una categoria della storia dello spirito e della cultura, da riferirsi a un’epoca precisa, il Seicento, il secolo barocco, appunto. Un secolo strano, che ha visto l’affermarsi in poesia e nelle arti figurative di un linguaggio votato all’eccesso e allo stupore, ma anche la nascita del pensiero scientifico, che è invece logico, discreto, perspicuo. Quando i poeti propriamente barocchi creano il loro reticolo di metafore e analogie, non fanno in fondo che riproporre una visione del cosmo, che si pensava intessuto di connessioni misteriose e profondissime che godevano di una garanzia metafisica, che si poggiavano su un terrapieno di certezza ontologica. In una parola, su Dio. Poi che succede? Il secolo dopo, il secolo dei lumi, il mondo prende un’accelerazione straordinaria, rotolano le teste dei re, l’umanità scopre definitivamente la propria vocazione tecnica e scientifica e l’idea di Dio va davvero in crisi, con qualche guaio sul piano della psicologia individuale e collettiva. Comincia infatti a evaporare in noi l’idea del Padre, le nostre stesse fondamenta del senso, paradossalmente minate proprio dalla scienza. La letteratura settecentesca sarà del tutto o quasi antimetaforica, gli effetti di Galileo sull’arte arriveranno quindi un poco in ritardo. Quando parliamo di poesia barocca riferendoci a un autore di oggi o dell’altro ieri, ad esempio Lucio Piccolo (che aveva messo le mani avanti con il titolo Canti barocchi), intendiamo allora tutt’altra cosa rispetto a quando si parla di un poeta barocco del Seicento. È un’ovvietà, ma vale la pena dichiararlo, ragionarci su. Lo stile metaforico non si appoggia più in effetti a un’idea di pienezza, ma al contrario fa i conti con una scopertura del senso, con il vuoto, per così dire lo accerchia, lo percorre, tenta di contenerlo in qualche modo. Ricordo un titolo di Angelo Scandurra (recentemente scomparso, a cui sono stati dedicati due interventi bellissimi e complementari, di Pietro Russo e Maristella Bonomo), il titolo è Proposta per incorniciare il vuoto, 1979. Scandurra è un autore che potremmo definire barocco per la ricchezza figurale della sua scrittura, e questo titolo memorabile rende perfettamente l’idea di quello che ho provato a dire, di una tensione del linguaggio a racchiudere un impossibile da dire e da pensare. Ecco alcuni versi dalla sua raccolta:

Abbiamo camminato
sul limite del quadrato
con occhi stanchi di volteggi.
In punta di lingue
hanno offerto l’investitura.
Siamo arrivati al limite del punto;
mi hai stretto la mano negandomi una frase. (da Volteggi)

Il tema di questi versi sembra essere l’incomprensione, l’ineffabile sentimentale, una coppia che appare quasi intenta a sfidarsi sempre sull’orlo di un linguaggio che fallisce. Ma proprio l’immagine del limite, del restare in punta richiama la ricerca ostinata di un senso che si affaccia sul vuoto, ritraendosene intimorita. L’horror vacui, formula proverbiale del Seicento barocco, sembra quindi adattarsi ancora meglio alla nostra epoca post-metafisica.

(il vuoto da incorniciare è però anche quello che segue le cose ben riuscite e già finite, come questo Festival. Che speriamo allora di ripetere, rendendolo una bella consuetudine)

@AndreaAccardi

Con il lapis #9: Sonia Caporossi, Taccuino della madre

Con il lapis #9*

Sonia Caporossi, Taccuino della madre
Prefazione di Cinzia Marulli
Edizioni Progetto Cultura 2021

 

*Con il lapis raccoglie brevi annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura dell’intera raccolta a partire da un componimento individuato come particolarmente significativo.

 

 

rabbia

quando mia madre si arrabbia
dapprima il suo spirito pacato canta
come una pioggia d’acciaio
le note la trafiggono e sembra goderne di rinnovata lussuria
finché la libertà la coinvolge in lui

ma succede che lo spartito
delle sue frasi dimenticate
decide di cadergli dal leggio della coscienza
e subito emette un “cristo!” stridulo

così di nuovo il mastino che ha in sé
morde la ragione e la dose
giornaliera d’adrenalina che prende
la porta di nuovo a piegare
nella selvaggia overdose
l’acciaio della pioggia che la
trafigge

(p. 11)

 

Per più di una voce – il pensiero corre immediatamente a Hilde Domin –, la morte della madre ha rappresentato l’inizio della poesia. In Taccuino della madre Sonia Caporossi raccoglie ventuno componimenti nei quali, come ben fa notare Cinzia Marulli nella coinvolgente Prefazione, emerge “la parola nuda”. Spogliata, illuminata da una lancinante trasparenza, la poesia si manifesta, scorrendo, articolandosi e depositandosi, come un corpo di fondo, come parola scandita con precisione, come «pioggia d’acciaio» (là dove emerge, ai miei occhi, il richiamo al libro di Ernst Jünger In Stahlgewittern) che tempesta e trafigge, che rinnova il conflitto aspro tra lo «spirito pacato» e il «mastino» che perdura e urla dentro. È una “parola nuda” che ritrova l’irriducibilità dei vizi capitali, riportati qui nel loro trascinante e permanente attacco. Attacco a chi? Taccuino della madre racconta di una donna, la madre «mentre/ su di lei/ l’attrazione sensibile del  male/ per l’incidente del martirio/ di un matrimonio stanco/ di una vita non sua» (identità), con fotogrammi (convalescenza) e sequenze narrative (la fraschetta; primo bagno dopo la malattia); racconta altresì di un’altra donna, della figlia, del suo sollevare il velo sia sul dolore antico – «non anelavo certo al calore della sabbia/ non all’asprezza infetta delle ginocchia sbucciate// desideravo alle spalle soltanto le carezze/ che priva d’interesse mia madre non mi dava» (ricordi d’infanzia) – sia sull’accompagnamento alla soglia che si rinnova come reiterato presente, con «l’accidia/ del sapermi impotente» (come un corpo di fondo). L’attacco dei vizi capitali ha dunque almeno due obiettivi. Ma Taccuino della madre va oltre, si rivolge a ciascuno e sembra dire, nel tornare al fondo dell’esistenza, il dolore, ciò che Iggy Pop e Michel Houellecq ribadiscono nel film documentario Restare vivi: un metodo: “Non abbiate paura: la felicità non esiste”. (Anna Maria Curci)

Tito Pioli, Per dire Sole dico Oggipolenta (rec. di Pietro Pancamo)

Tito Pioli, Per dire Sole dico Oggipolenta
Del Vecchio Editore 2021

Nota di Pietro Pancamo

Un romanzo coraggioso, dalla fantasia ica(u)stica, si spinge avanti in un futuro non lontano, per descrivere un’Italia allo sbando: infatti la nostra penisola, in preda ad un’invasione economica “sferrata” dalla Cina, sguazza suina in un’ignoranza dilagante che, pur vergognosa, è ormai assurta nella vita di tutti (giovani e adulti) a simbolo d’appartenenza nazionale e, dunque, a motivo d’orgoglio collettivo. Intanto la violenza si eleva, per vie telematiche, ad abitudine giornaliera, capace d’aizzare nell’animo d’ognuno gli istinti, per così dire, più distopici e deformi; ecco ad esempio che cosa ci racconta, in proposito, uno fra i personaggi femminili, più rappresentativi dell’intero libro:

«[…] avevo creato un lavoro sulla morte, quello era il vero motore della società, mica l’amore mica le amicizie mica lo sport o i libri, la morte era il vero motore e quindi io Nicla ho cominciato facendo un sito con solo video di uomini squartati, di donne che si picchiano, di bambini picchiati, di incidenti mortali, di decapitati, fu un eccezionale successo e cominciavo a incassare con le pubblicità.
La pubblicità è il metro del successo.
Planetario».

A combattere con tenacia e visionarietà estreme la cancerosa deriva – sia morale che intellettiva – dell’Italia e del mondo, è il protagonista Berto Pinto, un professore ribelle che, nel dipanarsi di pagine e capitoli, si muove di continuo fra rutilanti spunti o, meglio, sputi narrativi in faccia ad un Paese che ha dimenticato la propria lingua, addirittura, e i cui abitanti, “picchiettando” nevrotici sui loro cellulari connessi a YouTube, riescono solo a scimmiottare, ormai, l’inglese abbaiante degli innumerevoli brani rap in arrivo da oltreoceano. E se, in un simile scenario, l’unico “valore” superstite è il calcio di serie A, allora bisogna sfruttarlo opportunamente, questo “nobilissimo” ideale del pallone, per obbligare gli italiani ad acquisire una maggior consapevolezza di sé:

«[Io Berto] ho incontrato l’imprenditore cinese Zhao Shuping perché […] un tempo gli avevo insegnato a parlare italiano e allora con lui abbiamo fatto una santa alleanza […] Così lui, che aveva quasi tutte le squadre di calcio italiano, ha detto: “Io ho una idea, io sono cinese, sono geniale come voi italiani”, e ha detto: «Insegniamo allo stadio a parlare italiano agli italiani”.
“Sì,” –ho detto io– “gli fai questo ricatto agli italiani: o imparate a parlare italiano […] oppure non vi faccio più vedere le partite”. […] A San Siro è stato il debutto […] il grande imprenditore Zhao Shuping […] ha urlato alla folla: “Cari tifosi italiani, oggi prima lezione di italiano, saranno dieci lezioni in tutti gli stadi italiani e voi dovete rispondere urlando, se imparate, ancora calcio, se non imparate, calcio nel culo” […] O calcio o calcio nel culo era una scelta senza via d’uscita […] “Prima lezione,” –urlava Zhao Shuping– “aeroplano, si dice aeroplan”…», e tutto lo stadio urlava: “Aeroplano, non aereoplano”. […] La terza lezione la tenni io, […] ero felice al microfono, davanti a ottantamila studenti, non mi era mai capitato.
“Il congiuntivo. È importante che tu abbia superato l’esame e non: è importante che tu hai superato l’esame”, e il popolo a gran voce rispondeva e urlava: “È importante che tu abbia superato l’esame”, diamine, ora gli italiani sapevano il congiuntivo […]».

E ricordare il proprio idioma naturale è sempre una cura formidabile e miracolosa: non per nulla è in grado di ridonare –con minuzia– identità ed autocoscienza alla gente nel suo complesso come ai singoli individui, rendendo tutti meno vulnerabili alle storture assortite, e fra l’altro necrofile, della “ticnologia” moderna (sì, la stessa che ci sta pian piano deprivando – anche nella realtà, purtroppo – di ogni buona e proficua “inibizione” culturale o scolastica o spirituale e che ha dannosamente guarito, dal complesso “d’interiorità”, perfino gli artisti. Ma, per fortuna, non Tito Pioli).

© Pietro Pancamo

Sara Vergari, Su “Scavi urbani” di Giovanni Lovisetto (Transeuropa 2021)

Su Scavi urbani di Giovanni Lovisetto
Nota di Sara Vergari

Questo di Giovanni Lovisetto è un esordio che conferma la qualità della giovane poesia italiana, che fin dalle sue prime prove regala esercizi promettenti. In Scavi urbani (Transeuropa, 2021), l’autore, in accordo con il panorama contemporaneo, non dimentica di far parlare l’Io che, muovendosi tra geografie concrete ed emotive, traccia un suo personale viaggio stilisticamente ben compiuto tra il sé e l’Altro. Le prime due delle tre sezioni che compongono il libro, Parlarne con gli altri e Difficile a dirsi, portano già nei titoli lo spettro del faticoso percorso che richiede il presentarsi al mondo per ciò che si è, e così raccontarlo e raccontarsi. Nella successione di ricordi che animano questi testi prevalentemente al passato, c’è il rimorso di non aver detto, l’assoluzione che tarda, ma anche il coraggio di sradicarsi dalle origini per rifiorire in altri e altrove, e di vivere in tutte le sue sfaccettature. E d’altra parte, l’oggetto poetico a cui alludono due particelle misteriose come “si” e “ne” in questi “dirsi” e “parlarne” altro non è che il desiderio stesso di comunicare una verità onesta che forse solo la poesia ha il potere di proteggere dagli attacchi di una realtà compromessa. Il testo di apertura che guida simbolicamente gli altri, infatti, si annuncia con la parola “ricordo”, graficamente isolata a costituire il primo verso, come un sospiro che sopraggiunge e che la scrittura restituirà poi, quando il foglio bianco sarà riempito: «ricordo/ questa stanza/ in cui mi appiglio a un foglio/ mentre il silenzio si posa/ sugli oggetti/ come una mano di polvere». L’amore, che rivendica la sua natura omosessuale, gli affetti lontani e vicini, lo spaesamento del lockdown, tutto questo viene presentato così come si conserva in chi lo ha vissuto in prima persona, con la lucidità di un lessico dettagliato e spolverato dei residui artificiosi. L’attento scavo delle memorie riporta in superficie solo le percezioni più intime e autentiche, i «suoi occhi/ che in parti uguali specchiano/ il cielo più limpido di aprile», la «fragranza in cui ci colse il bacio/ fuori dal locale», la «prima sillaba dell’eremita/ alla fine della clausura».
La terza sezione, Più sei meno sei, aggiunge agli scavi esistenziali della prime due una traiettoria urbana precisa, e con essa lo sfasamento di vivere qui e là contemporaneamente, a sei ore di fuso orario tra aerei in partenza e una distanza che si cerca continuamente di annullare. New York e l’Italia sono un’endiadi, e così tutte quelle che compongono il testo “doppiomondo” che, se accostate nel verso, ricuciono lo scarto spazio-temporale, azzerandosi algebricamente come fanno “più sei meno sei”. Eppure, come suggeriscono la citazione in epigrafe da Dürrenmatt e la poesia di chiusura del libro, «non c’è formula o calcolo che tenga» che possa far tornare i conti e sospendere l’Io, e l’uomo in generale, dal caos della propria esistenza; c’è lo scrivere, il provare a dire con una voce dialettica che unisce da parte a parte due coste divise da un oceano.

 

frequento treni come pensatoi

paesaggi sfumano tra bisbigliati
sonni e alito che sa di fumo
storie d’amore e noia
libri labbra cellulari
ipotesi di vita sotto le giacche;
riflessa sul finestrino
mando a memoria la storia tra me e te.

Sul treno nulla da perdere, nulla
da lavorare. È solo una parentesi
che si apre,
l’inizio e la fine di ogni galleria.

 

*

non basterebbe una tavolozza intera
per fare il colore che oggi era sui muri delle piazze
e barbe e guance di chi si bacia e dice noi, noi tutti.

I preparativi furono lunghi e laboriosi, senza contare
gli anni: le parrucche, gli smalti ed io che amavo
e soffrivo del vostro amore.

Fuori era lo spazio conquistato,
quello tra labbro inferiore e mento
–mano nella mano, pelle dura,
vera similpelle che protegge
fino alle caviglie, come una sposa,
in quel sincero suo itinerario
essere signora.

La maglia a rete chiusa nell’armadio
ha parlato con le tarme,
ha aspettato la fine dell’inverno.

Poi fu un remix pop,
l’antico inno di liberazione,
la giacca rigorosamente leather,
nei suoi jockstrap
ballava a un ritmo tutto suo
“ho sempre preferito gaio a gay,
come se fosse un’opera sinfonica”
–nulla vince su nulla,
ci coprano di insulti
e di coriandoli today!

E tu tra le migliaia di oggi sei
la banalità di tutto ciò che ho sempre voluto,
la sete di quel giorno che ci spinse
all’acqua delle cosce: l’orgoglio
più grande poterlo dire nostro,
gridarlo di piacere mentre fuori
ancora un microfono, una piazza,
il colore dell’aria a dettare la preghiera
amore, non rivestirti mai.

 

© Sara Vergari

 


Giovanni Lovisetto, Scavi urbani, Transeuropa 2021

Renzo Favaron, Preferisco di no: un po’ di letteratura nordamericana di ieri e di oggi

Preferisco di no: un po’ di letteratura nordamericana di ieri e di oggi
di Renzo Favaron

Non è mai troppo tardi. Forse, in pari tempo, non è retorico domandarsi: «Non è il passato a essere come una fiammella che ci precede, più che il futuro?»
Da qualche parte ho letto che la percezione del presente non è mai estranea a ciò che sappiamo del passato. Di recente, inoltre, ho conosciuto una persona che mi ha aiutato a mettere a fuoco il senso di alcuni libri che avevo letto e di altri che stavo leggendo. Uno di questi, ad esempio, è La ferrovia sotteranea. Confesso che, mentre leggevo la storia narrata da Colson Whitehead, apprezzavo il suo valore storico e sociologico. Riguardo a quello letterario, avevo invece delle riserve e mi convinceva di meno. Dopo averlo letto, ho ripreso in mano due romanzi (Corri, Coniglio e Sei ricco, Coniglio) che compongono, insieme a Il ritorno di Coniglio e Riposa, Coniglio, la tetralogia di John Updike. Inutile dire che quest’ultimo ha il dono di una scrittura brillante, indubitabilmente convincente nel tratteggiare i personaggi e, non bastasse, tale da essere presa a modello da altri scrittori (penso, ad esempio, a Richard Ford, anche lui autore di una tetralogia, che ha per protagonista l’immobiliarista Franck Bascome). Nonostante Updike non descriva situazioni che presentano ineludibili questioni sociali e civili, di fatto Coniglio e le altre figure incarnano gli umori, le aspirazioni, gli interessi, le preoccupazioni, gli stili di vita espressi dalla piccola e media borghesia delle composte e variegate comunità degli Stati Uniti. I suoi personaggi, Coniglio per primo, non subiscono passivamente i condizionamenti della propaganda mediatica e industriale. Anzi, ne sono consapevoli e si appropriano delle opportunità e delle comodità offerte dal mercato, desiderando per sé, anche mettendo in atto comportamenti in apparenza irrazionali, una vita non di solo pane. L’eroe della tetralogia, tanto per dire, quando la moglie, Janice, diventa soffocante, il che è piuttosto frequente, taglia con tutto e scappa. Può sembrare un atto vile, quantomeno discutibile. Del resto, è vero che l’eroe più aderente e vicino alla società digitale, non è colui che continua ad abbracciare le armi e si ostina a combattere. Forse una volta aveva un senso, ma adesso, anche se la competizione è inevitabile, è forse più stoica la scelta di abbassare le armi e defilarsi, optando per un’incruenta ritirata. In questo senso, Coniglio è un eroe del nostro tempo. O, meglio, lo è perché non ha più le stigmate del guerriero e così scappa, ma la sua fuga non è quella di un disertore, bensì è sottesa a un anelito di libertà. Il che ci riporta al romanzo di Colson Whitehead, all’atto di abbandonare la piantagione in cui Cora è solo una schiava, e pertanto priva di ogni umano diritto. È una condizione inimmaginabile e l’autore è bravo a contestualizzarla, descrivendo con una scrittura incisiva le violenze e i pericoli di cui è costellata la strada che la protagonista percorre ricercando un posto dove possa essere libera di andare dove le pare e piace. È interessante notare che Cora è posseduta da uno spirito critico e scettico, insinuatosi in lei dall’essere stata abbandonata dalla madre senza essere stata avvisata (cosa, per inciso, che in una piantagione era assolutamente da evitare. Nessuno doveva sapere che si aveva intenzione di scappare: se il proprietario fosse venuto a saperlo, lo schiavo avrebbe fatto una fine atroce).
L’impressione, prendendo in esame una serie di precedenti opere letterarie da associare ai romanzi di cui si è parlato, mi porta a Bartleby lo scrivano e al suo modo di agire. «Non preferire niente», scrive Ennio Flaiano nel suo Diario degli errori. «Perché tutto dell’individuo può essere annesso», cioè utilizzato contro di lui. Come si è già detto, non si può equiparare la fuga, il meccanismo di evitamento e l’eclissarsi a una scarsa volontà agonistica e a un fiacco spirito combattivo. No, anche se l’epilogo del volontario ripiegamento può non portare da nessuna parte e lasciare le cose inalterate, ciò che veramente importa è l’atto di staccare la spina e in questo modo comunicare che non si è inclini ad accettare una condizione subalterna e rassegnata alla morale corrente e alla volontà dominante. Forse la vera battaglia ha luogo all’interno dell’individuo e di questa battaglia uno degli obiettivi non può che essere l’allargamento della coscienza, riguardo al quale può contribuire anche la lettura di romanzi coinvolgenti e ben scritti.
La fuga, per altro, è uno dei temi centrali di un’altra storia, Il giorno dei colombi, che ha per sfondo le riserve in cui sono stati confinati i nativi degli Stati Uniti. Anche qui, collimando con la La ferrovia sotterranea, si percepisce da parte di Luise Erdrich una forte adesione alle questioni sociali e civili riconducibili a una minoranza che è stata brutalmente azzerata, anche se fino agli anni ’60 siamo stati spettatori di pellicole che veicolavano immagini distorte e storicamente false delle sue ragioni e rivendicazioni. Forse apparirà una concessione, ma non si può tacere che in alcune pagine la scrittura dell’autrice s’ispessisce al punto da colpirci per l’intensità e la capacità di sorprendere. Tra l’altro, non sembra casuale che ciò emerga quando la protagonista del racconto è Marn Wolde (figura all’apparenza fragile e subalterna al marito, ma che alleva serpenti e ne assimila l’energia e insieme la caratteristica di cambiare pelle, così da trasformarsi lei stessa in una creatura che può avvelenare e guarire). Va detto altresì che il romanzo procede per capitoli che funzionano molto bene come racconti autonomi, per quanto siano abilmente legati l’uno all’altro e sottilmente intrecciati al fatto intorno al quale ruotano (l’uccisione di un’intera famiglia, come nel sempre poco celebrato romanzo di Truman Capote, ovvero A sangue freddo). Probabilmente è una forzatura, comunque l’idea che ci siamo fatti è che la morale delle due storie sia la medesima e, riproducendo una frase del romanzo di Truman Capote, si può riassumere così: «Qualcuno paga per tutti», anche se nel caso del romanzo di Luise Erdrich a pagare ingiustamente sono persone estranee al fatto (il che lascia in bocca un sapore amaro e insieme la sensazione che basti un colore della pelle più scuro o appartenere a una determinata razza per essere più esposti alla giustizia sommaria). Sensazione ancora più accentuata, anche se è la sessualità a essere vista come una macchia, leggendo Una specie di solitudine, pagine di diario in cui John Cheever si confessa, oltre a essere rintracciabile più di qualche brano utilizzato altresì nei suoi mirabili racconti (Il nuotatore, più di tutti). Senza dubbio, ne siamo oltremodo consapevoli, sin qui non si è che sfiorato qualche tratto di alcune opere della letteratura nordamericana di ieri e di oggi, tanto però da ricavare l’impressione di una nazione in cui molte cose sono ancora sanguinanti. Certo, è un colpo al cuore scoprire il profondo e lacerante dissidio vissuto da John Cheever durante la sua vita matrimoniale. L’autore di Una specie di solitudine amava la moglie, i figli e le comodità borghesi, ciononostante in lui erano presenti pulsioni (moralmente) inconciliabili, essendo contemporaneamente incline ad avere relazioni sia etero che omosessuali. Naturalmente, pensando a quanto sia tuttora diffuso il puritanesimo in tutti gli angoli degli Stati Uniti, una cosa del genere non poteva essere apertamente assecondata, al punto che non ci sembra esagerato affermare che per John Cheever il diario, oltre a essere una palestra in/con cui affinare l’arte della scrittura, fosse ancor più una fornace in cui gettare la sofferenza associata alla difficoltà di condurre una doppia vita (contestualmente si può aggiungere che Una specie di solitudine ha più di qualcosa in comune con la tetralogia di Updike).
E niente.
Un concentrato dei temi e delle questioni trattate (centralità delle dinamiche familiari, integrazione e accettazione sociale, adesione ad azioni volte a contrastare gli urti della Storia), è rappresentato da Salvare le ossa, romanzo in cui Jiasmine Ward cala i suoi personaggi in un luogo remoto del Mississippi (la stessa regione che fa da sfondo alle opere di William Faulkner, opere che Jasmine Ward ci sembra richiamare o non ignorare, soprattutto nella caratterizzazione del nucleo familiare). Al centro c’è Esch, la voce narrante, un’adolescente che a un certo punto ci dice che sono i corpi a raccontare le nostre storie (cosa che si potrebbe ripetere, per inciso, anche ripensando a Harry Angstrom e a quanto suo figlio sia diverso da lui, non meno che riandando a Una specie di solitudine e alle conflittuali pulsioni sessuali di John Cheever). Un’attenzione speciale, oltre che al proprio e a quello dei fratelli, è per altro prestato al corpo di China, una cagna da combattimento che vediamo solo una volta all’opera, ma che occupa una parte importante del romanzo; tanto che sembra dipendere da lei il riscatto sociale dell’intera famiglia, la quale è impegnata a sistemare tutto ciò che può servire per fronteggiare l’arrivo dell’uragano Katrina. Dapprima quasi svogliatamente e, poi, con una sempre maggiore consapevolezza e disponibilità di ogni suo membro a fare qualche rinuncia per il bene di tutti. La scrittura di Jesmin Ward non è descrittiva, ma si esprime e dipana attraverso le «cose». A tratti è poetica e s’ispira alla letteratura classica, quella degli autori della Grecia antica. Esch, colei che racconta, lo fa attingendo a piene mani a Medea, la protagonista della tragedia messa in scena da Euripide. Anzi, gli stessi personaggi del romanzo, oltre che le loro azioni, sono delle rappresentazioni moderne degli eroi euripidei, ossia individui similmente pervasi da conflitti esistenziali, i cui sentimenti e pensieri inconsci vengono portati alla luce e analizzati. Il romanzo è potente e bellissimo, specialmente nel momento in cui arriva l’uragano e la famiglia si compatta, si difende e lotta, da un luogo dimenticato da Dio, per non essere sommersa. Salvare le ossa significa non solo sopravvivere, ma anche salvare gli affetti che uniscono e la loro memoria. In particolare, quelli riferiti alla madre, la cui figura aleggia in tutto il romanzo e, anche se non è presente, è tuttavia lo spirito di lei che catalizza i sentimenti, i pensieri, le azioni dei protagonisti del romanzo, orientando la volontà dei singoli a una volontà superiore, alimentando e sostenendo con il suo esempio l’unità, la comunione e la vicinanza, senza le quali, sembra dirci Jesmin Ward, i membri della famiglia non uscirebbero vivi dall’uragano Katrina.
E riguardo a Salvare le ossa, splendidamente tradotto da Monica Pareschi, si rimanda alla consigliata lettura del romanzo.
Un’altra autrice che merita attenzione, proseguendo nel parziale e personale esame della più recente letteratura nordamericana, è Lidia Davis. Mentre si leggeva Inventario dei desideri e Creature nel giardino, entrambi pubblicati nella Biblioteca Universale Rizzoli, è stato quasi automatico associarli a E. Jabes, M. Blanchot e a E. Levinas, autori di testi filosofici che di sicuro Lidia Davis ha letto e che conosce bene. Probabilmente ne ha subito anche il fascino, visto che a più di qualche racconto l’autrice dà un sobrio taglio filosofico e non è raro che i suoi personaggi, principalmente donne, si pongano domande, arrovellandosi e riflettendo su questo e su quello (può essere un calzino, un amante distratto e silenzioso, il funzionamento del cervello, eccetera). Non si è fatto il calcolo, ma sono numerose le situazioni in cui i personaggi dei racconti esprimono pensieri, o in cui fanno capolino paure, dubbi e non pochi problemi che derivano dalla relazione con l’altro. Ripensando alle storie di Lidia Davis, tra l’altro, ci sono caduti in mente altri tre libri: Vita di Samuel Johnson, Gli ultimi giorni di Immanuel Kant e Vite immaginarie, rispettivamente di James Boswell, Thomas de Quincey e Marcel Schwob. Diciamo che l’autrice, per quanto più brevemente, imbastisce delle biografie che hanno per oggetto figure di rilievo del secolo scorso (una vera e propria chicca narrativa, per esempio, è costituita dalla storia dedicata a Marie Curie) e non di rado è la sua stessa vita a essere messa sotto la lente di ingrandimento, come in La signora D. e la sua governante, Quello che impari riguardo al bambino, eccetera. Tuttavia, nonostante il riferimento ad alcuni modelli europei, Lidia Davis è una scrittrice totalmente americana, si potrebbe quasi dire newyorchese. Prosciugata non meno che graffiante, infatti, la sua scrittura ha non poco di postmoderno, almeno per quanto riguarda il ricorso al paradosso, alla frammentazione, all’esame degli stati interni della coscienza e ai ritratti biografici di cui si è detto. Per altro, non è inutile aggiungere che Luise Erdrich, Jesmin Ward e Lidia Davis, hanno modi di narrare simili, tutt’e tre attente a dare sostanza concreta alle cose, a mostrarle più che a dirle, affinché abbiano, per citare Flannery O’Connor, peso e spessore.
Forse gli esiti più felici della recente letteratura nordamericana si trovano proprio lì, dentro l’universo femminile. O, meglio: in quelle narrazioni che sono espressione di autentiche e nuove soggettività femminili (come si potrebbe dire, per intenderci, di Goliarda Sapienza e del suo libro più noto, cioè L’arte della gioia).

 

31/08/2021 – Renzo Favaron

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