Le cronache della Leda

Le cronache della Leda #41- Don DeLillo e la mia famiglia

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Le cronache della Leda #41- Don DeLillo e la mia famiglia

Rosemary sentiva le donne parlare del sugo, con mariti o figli, e capiva perfettamente cosa volevano dire. Volevano dire, Non azzardarti a tornare a casa tardi. Volevano dire, questa è una cosa seria quindi bada a quello che fai. Era un monito speciale, un richiamo ai doveri di famiglia. Il piacere, d’accordo, il piacere delle pietanze di famiglia, tutta la storia del cibo, la storia del mangiare, col gusto forte dell’aglio. Ma c’era anche un dovere, un obbligo. Stasera la famiglia esige la presenza di ogni membro. Perché la famiglia per questa gente era un’arte e la tavola imbandita per la cena era il luogo in cui quest’arte trovava la sua espressione.

Mi capita spesso di tornare sui vecchi libri, più precisamente: dentro ai vecchi libri. Seguo un metodo quando leggo, lo chiamo il metodo Pollicino. Lascio briciole tra le pagine. Sottolineo i passaggi  che più mi piacciono e poi, perché i miei libri amo sporcarli, scrivo – a penna – i numeri delle pagine in cui si trovano, di solito, sotto la seconda di copertina, e quando ne ho voglia, ne avverto il bisogno, me le vado a rileggere. In questi giorni mi è capitato di rileggere alcuni passaggi di Underworld, il capolavoro di Don DeLillo. Il passo di Rosemary, del sugo, della famiglia. Una cosa che sembra, a una lettura superficiale, legata alle famiglie del sud, a quelle che emigravano negli Usa, nel Bronx di DeLillo. Eppure quella serie di frasi, di evocazioni, mi riporta esattamente alle domeniche di quando ero bambina, ai pranzi che facevamo dai miei nonni. Lo stare insieme era la nostra arte, e in quella casa contavano le donne, contavano per i motivi che narra lo scrittore americano. Contavano perché eravamo una strana e consapevole famiglia, dove tutti – anche i bambini – sapevano che nulla sarebbe stato possibile senza gli altri, nemmeno il pranzo della domenica. Perciò i libri dicono quello che il lettore sa trovare, a volte coincide con l’idea che aveva in testa lo scrittore, a volte vanno oltre, quelli sono i libri migliori.

Mia nonna, quelle domeniche si alzava molto presto e preparava il ragù. Lei era emiliana, ma il ragù che faceva era un misto tra quello alla bolognese e qualcosa che sapeva dei ragù napoletani. Mia nonna era una a cui piaceva unire, lo faceva a tavola, lo faceva quando ragionava con i figli e il marito, lo faceva con le amiche. Radunava quelle che andavano a messa e quelle che non ci andavano, lei apparteneva alla seconda categoria, e le portava in pasticceria. Diceva che su Dio e la politica avrebbero vinto i dolci. Adorava i bignè. Noi adoravamo lei. Si chiamava Duilia, raccontava che non sapeva perché i suoi l’avessero chiamata così. Era un bel nome e questo era quello che contava. Duilia apparecchiava  lasciando liberi i posti a capotavola. Diceva che a casa sua non c’erano capi, mio nonno sorrideva e mi diceva: «È lei il capo.» Non lo pensava. A volte mi pare che tutte le cose che ho imparato arrivino da quelle domeniche. Lo so io e lo sa Don DeLillo. Quei pranzi erano una cosa seria, si rideva moltissimo.

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Nota: Il libro di Don DeLillo – Underworld è edito in Italia da Einaudi, la traduzione è di Delfina Vezzoli

Le cronache della Leda #40: Tra Kiev e Sanremo

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Le cronache della Leda #40: Tra Kiev e Sanremo

 

Anna, si chiama così la donna ucraina che una volta a settimana viene ad aiutarmi con le faccende di casa. Anna viene da me da quindici anni, è un’amica ormai, ci raccontiamo le cose. Attraverso i suoi racconti, i suoi brevi ritorni a casa, ho visto crescere i suoi due figli, un maschio e una femmina. La femmina, Alina, adesso è sposata e ha due bambini. Suo figlio Serhij ha, ma sarebbe meglio dire aveva, un buon lavoro, ora non lavora, ora è in guerra. È stato richiamato perché ai tempi del servizio militare aveva firmato. Anna mi dice che c’è una guerra vera anche se i giornali ne parlano poco, mi ha raccontato che sono morti un sacco di ragazzi. Io non riesco a dire nulla, posso solo abbracciarla e prepararle un caffè. Anna è una mamma che da una vita pulisce le case della gente, si prende cura degli anziani, per garantire un futuro ai suoi figli. Quale futuro? Sembra volermi dire, guardandomi fissa negli occhi, mentre beve il suo caffè. Anna  mi dice che Serhij ha dovuto (e tutti i richiamati al fronte) provvedere da solo agli abiti, al cibo, ora ci pensano, come e quando possono, le associazioni di volontariato. Anna mi ripete un sacco di volte la parola guerra, ma non c’è odio nei suoi occhi, nei suoi toni, ci sono sgomento e paura. Anna se ne va, a lunedì prossimo, ci diciamo. Trova il tempo di sorridermi mentre esce.

TOPSHOTS AFP PHOTO/ SERGEI SUPINSKY

TOPSHOTS AFP PHOTO/ SERGEI SUPINSKY

L’Adriana dice se guardiamo Sanremo da lei, dice che comincia stasera. Carlo Conti, dico. Non mi pare che ci sia bisogno di aggiungere altro. L’Adriana sa che a me di Sanremo non importa più nulla, e, forse, non importa a nessuna di noi quattro. La nostra amicizia si basa anche su alcuni rituali, Sanremo è uno di quelli, a prescindere dalle canzoni orribili e dai presentatori perennemente abbronzati. Alle sette e mezza saremo a casa sua, ceneremo e dopo guarderemo il Festival. Lo guarderà anche Anna, le piacciono le nostre canzoni popolari, lo guarderà pensando ai figli, perché non potrà fare altro. Domattina si alzerà, troverà un messaggio del figlio e andrà a pulire uno dei nostri pavimenti, dei nostri bagni. Noi parleremo del  festival, com’era quella canzone di Luca Carboni? A un’ora di volo c’è la guerra anche se qui c’è gente del barbiere. Mi pare facesse così.

Leda

Le cronache della Leda #38 – “Avevi una gonna rossa”

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Le cronache della Leda #38 – “Avevi una gonna rossa”

Siamo andate poi a cena, noi quattro. Io, la Wanda, l’Adriana e, di nuovo, la Luisa. Abbiamo prenotato per le sette, all’Osteria Sottocasa, il ristorante preferito della Luisa. Ci siamo trovate lì, quattro vecchie, arzille e raggianti. La Luisa è arrivata in blu, pullover e gonna lunga, ma la meraviglia è stata la Wanda. È arrivata con una gonna rossa da film, una di quelle che portava quando eravamo ragazze. Ha sorriso quando si è accorta che avevamo capito. «Dove mi hanno portato le mie gonne rosse?» Ha detto, guardandoci con l’aria a metà tra il mesto e il divertito. «Per arrivare a essere vostra inseparabile amica sarebbe bastato molto meno, e così è stato, ma io mi ricordo quando sceglievo le gonne, quando il primo occhio cadeva sul rosso. Il giallo è sempre stato troppo per me. Il blu eri tu, Leda. E voi due eravate altri colori, Luisa la più vivace, io volevo il rosso, come in quella poesia di Giudici, te la ricordi Leda?»

Avevi una gonna rossa
dove ti porterà?

Non spero che tu possa
restare come sei nella diversa
vita a cui torni senza le tue care
menzogne:

mi ripeto che non è
amore incontro alla fortuna avversa
immaginare te.

«Me la ricordo» ho detto «e mi ricordo di te, Wanda. Eri tu il fuoco, eri tu la verità, non le tue gonne rosse. Eri il miraggio di molti, la fantasia di pochi, l’amore di qualcuno. Eri menzogna per chi non sapeva avvicinarti. Eri la luna, la gonna rossa la tua ombra.»

Siamo rimaste in silenzio un po’ e ci siamo strette le mani, tra i piatti e le posate. La Luisa ha detto: «Leda, ma tu quante poesie sai?» e poi, senza aspettare la risposta: «Ordiniamo? Adriana non prenderai i ravioli come al solito, vero?» Siamo scoppiate tutte a ridere mentre l’Adriana mandava la Luisa a quel paese. Mentre il cameriere si avvicinava, la Luisa ha aggiunto: «È bello essere vive.» «È bellissimo.» ha risposto la Wanda.

Leda

Nota: La poesia di Giovanni Giudici è tratta da Svolta (Prove del teatro), in Giovanni Giudici  – I versi della vita (Meridiano, Mondadori)

Le cronache della Leda #37 – Quando la Glück mi spiega mio figlio

louise gluck (fonte exeter.edu)

Louise Glück (fonte exeter.edu)

Le cronache della Leda #37 – Quando la Glück mi spiega mio figlio

Mio figlio mi accusa
della sua infelicità, non
a parole, ma nel modo
con cui guarda a terra, procedendo
lentamente nel vialetto; sa
che lo osservo. Per questo
saluta il gatto,
per far vedere che è capace
di mostrare liberamente il suo affetto.
Mio padre faceva
lo stesso col cane.
Mio figlio ed io, siamo i più grandi
esperti viventi in fatto di silenzio.
La neve spazza il cielo;
cambia
direzione, prima
si tuffa in verticale, poi vien giù obliqua.

Si dice che le poesie non vadano spiegate, ma nulla vieta a loro di spiegarci qualcosa, qualcosa di noi stessi. Questa è la poesia. Una cosa che permette, nel lampo di un apri e chiudi finestra, a una signora che vive negli Stati Uniti di scrivere versi tanto puliti, perfetti ed efficaci, da parlarmi al cuore, più di quanto io stessa sappia fare. La poesia annulla lo spazio, accorcia le distanze, mi spiega molto del rapporto che ho con mio figlio, così complicato da oscurare l’amore, eppure non sa dirmi come ricominciare a parlargli. Che fatica.

Non vi ho più parlato di mio figlio, e che cosa dovrei dirvi? Va meglio di prima, anche perché ci amiamo, ma ci mancherà sempre qualcosa. Ciò che ci manca lo colmiamo con il silenzio. Quando stiamo vicini e taciamo, quando camminiamo e non diciamo una parola, quando ci sentiamo su skype e stiamo zitti, guardandoci, per quattro o cinque minuti; quello è il tempo dove il silenzio riempie la nostra mancanza, che ha un nome e quel nome è Saverio. Sarebbe sbagliato dire che non l’abbiamo superata. Il dolore passa e siamo riusciti a fare tutte e due delle vite dignitose, lui anche bella, basta guardare suo figlio. Non siamo riusciti a mettere insieme la sua mancanza, a parlarne insieme, ma parlarne sul serio intendo. Saverio, rimane lì, uno che se ne è andato lasciando un sacco di cose da dire.

Avete mai letto la Glück? No? Beh, è ora di cominciare, io l’ho scoperta grazie a Stefano e di questo lo ringrazio. Stasera portiamo la Luisa al ristorante: prima uscita a cena dopo l’inferno.

Leda

Nota: La poesia di Louise Glück qui riportata è tratta dalla raccolta Ararat, traduzione in italiano e cura di Bianca Tarozzi per In forma di parole (La quarta serie – numero I – gennaio, febbraio, marzo, 2012)

Le cronache della Leda #36 – “Pride” e Paley

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Le cronache della Leda #36 – “Pride” e Paley

 

Il primo di gennaio, con mio figlio e mio nipote ripartiti per l’America da qualche ora, sono andata al cinema, per una volta da sola. Per la Luisa è ancora presto, e non avevo voglia di chiamare la Wanda e l’Adriana, a volte bisogna stare da soli, e dentro a un  cinema si può stare da soli tra gli altri, senza cedere un briciolo di malinconia ma, quando va bene, sorridendo un po’. Sono andata a vedere Pride, un po’ perché conoscevo la storia del film e perché confidavo in qualche battuta formidabile, quelle di cui gli inglesi sono maestri. Cosa che si è puntualmente verificata.

La storia, la ricorderete, è quella del grande sciopero dei minatori britannici, che durò moltissimi mesi; il durissimo braccio di ferro con la Thatcher, che fedele al suo soprannome non arretrò di un passo. Erano i primi anni ottanta, un gruppo di gay e lesbiche londinesi decise di schierarsi al fianco dei minatori. Ragazzi giovani che si riconobbero, dove un diritto è negato lo sono tutti. Il film racconta molto bene quella storia, i toni sono più vicini a quelli della commedia che a quelli drammatici, eppure furono mesi durissimi, i minatori furono ridotti alla fame. È un film bellissimo, ben scritto e recitato. Un film che mi ha ricordato il significato della parola solidarietà e perché (e come, e quando) scendevamo in piazza. Al Gay Pride di Londra del 1985, i minatori arrivarono in massa dal Galles e sfilarono insieme ai gay. Gesti simbolici di una potenza estrema. Non molto tempo dopo i Laburisti riuscirono a far passare un provvedimento che riconosceva i diritti degli omosessuali col sostegno del sindacato dei minatori. Perché scrivo queste cose? Perché è da quella sera che mi faccio una domanda: Oggi chi scenderebbe in piazza così apertamente, così in massa, per così tanto tempo, per difendere i diritti di un altro? Il film finisce nel 1985, eppure pare un secolo fa.

Quando sono tornata a casa, ancora commossa, ripensavo al film e, sembrerà banale, pensavo a come la solidarietà sia vicina all’amore, e a come l’amore appartenga a tutti. Avevo voglia di fare una telefonata a Roberto Maroni per insultarlo, ma sono una signora per bene e allora mi sono riletta una poesia della mia adorata Grace Paley, vi copio qui i primi versi.

perché non dovrebbero gli uomini guardare le donne
e le donne guardare gli uomini
e le donne guardare le donne
e gli uomini guardare gli uomini
perché non dovrebbero
prendersi le misure a vicenda (come
dicevamo una volta) […]

Leda

nota: I versi di Grace Paley sono tratti da Fedeltà, minimum fax, 2011, trad. di Livia Brambilla e Paolo Cognetti. Il film Pride, è del regista Matthew Warchus

Reloaded – riproposte natalizie #11: NULLA AL VER DETRAENDO (Martone, Leopardi e la Leda)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

 

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Come ha osato Martone sporcare il grande Leopardi abbassandolo a protagonista di un film e come potrà mai un film rendere la grandezza e il genio di Leopardi senza banalizzarlo? Questa è stata la prima reazione, il più delle volte inconsapevole, quasi un riflesso condizionato, di molti addetti ai lavori, poeti, critici letterari eccetera. Al massimo il film potrà essere apprezzato dalle professoresse di Liceo che notoriamente di poesia e letteratura non capiscono niente, se non quelle quattro nozioni che devono ripetere meccanicamente ai loro alunni. No Leopardi no, non lo toccate, lasciatelo nei dipartimenti di filologia, nei convegni, nel nostro privatissimo e snobissimo olimpo bibliotecario dove periodicamente lo possiamo spolverare e commemorare. Perché in fondo ognuno che ha letto e amato Leopardi ritiene di essere il solo ad averlo capito veramente e quindi guai a chi glielo tocca, men che meno se questo qualcuno è un filmetto che per di più sta sbancando il boxoffice. Per non parlare dei suoi detrattori, che non vedevano l’ora di trovar conferma della loro insofferenza verso il grande poeta di Recanati, sbeffeggiando il film cercano di colpire lui, riconsegnandolo ai pregiudizi grevi che tutt’ora lo accompagnano.

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Le cronache della Leda #35 – Quasi Natale e altre cose

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Le cronache della Leda #35 – Quasi Natale e altre cose

No, non mi sto preparando al Natale. Mi sto preparando all’arrivo dei miei ragazzi dagli Usa. L’avvocato dice che ci invita tutti a cena la sera di Natale. L’avvocato ha sempre queste manie di grandezza, ma ci andremo, in fondo lui fa parte della famiglia. Dopo andremo ad aspettare la mezzanotte dalla Luisa, che mi ha detto che mica pensava di arrivarci a questa mezzanotte qui, poi ha aggiunto che magari un paio di balli (non di più) a Capodanno riesce a farli. Che matta. No, non potrà ballare, ma è viva, e nello spirito è più viva che mai. MI ha chiesto di regalarle dei libri di poesia, l’ho proprio deviata. Dopocena dalla Luisa verranno anche la Wanda e l’Adriana.

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Le cronache della Leda #34 – Due che se ne vanno via e il cinema

Vacanze romane (fonte repubblica.it)

Vacanze romane (fonte repubblica.it)

Le cronache della Leda #34 – Due che se ne vanno via e il cinema

Conservo un’unica immagine nella memoria, un uomo e una donna che si allontanano di schiena, la donna tiene l’uomo sottobraccio. Nell’altra mano tiene una borsetta. Di lui si vedono il cappotto e il cappello, forse ha le spalle larghe. Lei ha un cappotto chiaro stretto in vita da una cintura. In una mano ha una borsetta dello stesso colore del cappello. Mi hanno appena accompagnata a scuola, è il primo giorno delle elementari. Io li sto guardando dalla finestra e provo amore per quelle due schiene che mi hanno portata a scuola insieme. È Il primo giorno, quello più importante. Li guardo fino a che quelle schiene diventano due piccoli punti in fondo alla strada, lì dove c’è la chiesa, dove finisce il viale, svoltano. La maestra mi chiama: «Leda, vieni a sederti al tuo banco.» Cominciava la mia lunga carriera scolastica, studentessa e poi insegnante. Ho vissuto tra i banchi più che nel mio salotto. Seduta in cattedra più che in cucina. Questa è stata la mia vita.

Dopo quell’immagine ho soltanto ricordi raccontati di quando ero bambina, per il resto i miei genitori li ho immaginati. Ho immaginato due brave persone che ogni tanto andavano al cinema. Tante volte li ho visti seduti nelle poltrone uno accanto all’altro. Magari ogni tanto con le mani che si sfioravano, con gli occhi che si cercavano al buio ogni tanto, con un commento sussurrato all’orecchio ogni tanto, con mio padre che prendeva una bibita a mia madre nell’intervallo, ogni tanto. A mia madre piaceva la Magnani, poi le piaceva Mastroianni, ma lui piaceva anche a mio padre. A mio padre piacevano i film americani, diceva che il cinema era un sogno e che gli americani quella cosa lì del sognare l’avevano capita meglio. Mia madre sosteneva che, in quanto a sogni, gli europei non avevano nulla da invidiare, sognavano in maniera diversa, e allora anche i film erano diversi. Poi lo guardava e diceva: «E Fellini, allora?», dopo scoppiavano a ridere tutti e due. Chissà come sarebbe stato averli per amici, averli più a lungo.

È morto Mark Strand, aveva ottant’anni, ben spesi, molto ben spesi. È morto e mi dispiace tanto, ma muore mai veramente un poeta? In un certo senso no, e io mi aggrappo a quel “certo senso” e stasera vado dalla Luisa con un suo libro e le leggo qualche poesia.

Leda

Le cronache della Leda #33 – Voglio dirvi tre cose

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Le cronache della Leda #33 – Voglio dirvi tre cose

Tre cose che sono accadute e che voglio dirvi.

Mi telefona una mia vecchia amica che vive in provincia di Napoli e mi racconta una cosa, questa:

Noi andiamo sempre a fare la spesa in un piccolo minimarket vicino casa. Ci andiamo da sempre, sono brave persone e poi hanno buoni prodotti. Si possono fare due chiacchiere veloci con i proprietari e sorridere facendo acquisti. Hanno sempre avuto un ottimo pane da forno artigianale. Un mese fa, più o meno, hanno cambiato fornaio, il pane era ancora più buono, croccante, profumato, saporito. Il pane più buono che io abbia mai mangiato. Ieri sono tornata a fare la spesa, compro il pane e lo porto a casa. Io e mio marito ci siamo accorti che non era quello dell’ultimo mese, era il pane del fornaio precedente. Il giorno dopo sono tornata al minimarket e ho chiesto a Pasquale, il titolare, come mai fossero tornati al fornitore precedente, mi ha risposto: «Il fornaio nuovo se ne è andato signo’, l’hanno riempito di mazzate e gli hanno detto di levarsi da mezzo.» «Ma voi veramente fate?» Ho risposto. E lui mi ha guardato a lungo e ha aggiunto: «Certe cose sono uguali a cinquanta, cento anni fa. Noi non possiamo cambiare, nun vulimme cagnà.»

Hanno dimesso la Luisa.

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Le cronache della Leda #32: Un sogno della Luisa

palazzo grassi 2011 - gm

palazzo grassi 2011 – gm

Le cronache della Leda #32: Un sogno della Luisa

 

 

La notte fuori dalle finestre
di un ospedale riflette
sui vetri il padiglione
di fronte, una luce bianca
che potrebbe essere luna
passa lunga come un taglio
dietro le spalle gli zoccoli
degli infermieri lasciano
le ultime tracce

La città è lontanissima
soltanto i neon sono stabili
e giocano di sponda.

 

Da una settimana la Luisa è uscita dalla rianimazione, sta bene, se vogliamo essere sintetici. Bene, se pensiamo alla morte. La morte quasi toccata e ora messa di nuovo a distanza. La Luisa parla e sorride, appena può, appena riesce. Sa di averla scampata. In accordo con i medici, a turno, io e le ragazze la sera ci fermiamo fino a tardi e le teniamo compagnia. Mi rendo conto, però, che spesso è lei a tener banco, come ha sempre fatto. L’altra sera, mentre le raccontavo le ultime novità, mi ha interrotta e mi ha detto: «Smettila Leda, adesso ti racconto io delle robe interessanti, robe che ho sognato quando stavo in rianimazione.»

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Le cronache della Leda #31: La Luisa, la Wanda e Fiorella Mannoia

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Le cronache della Leda #31: La Luisa, la Wanda e Fiorella Mannoia

L’avvocato mi ha detto: «Guarda che la so anch’io una storia della Luisa. Della Luisa e della Wanda.» Intanto fuori stava diventando buio, i corti pomeriggi di novembre, così sono, così sono sempre stati, così sempre saranno. L’ho guardato e gli ho detto: «Raccontamela, avvocato.»

La Luisa e la Wanda una volta sono venute da me, ma mica per caso, hanno preso appuntamento proprio come se avessero bisogno di una consulenza legale, e a pensarci bene, un po’ era così. Parlò la Wanda per prima. «Senti avvocato, non ti vogliamo far perdere tempo, io e la Luisa abbiamo scritto una canzone. Musica e parole. Cioè le parole le abbiamo scritte su un foglietto, poi le abbiamo cantate. La Luisa ha inventato un motivo. Quindi la musica c’è  ma non c’è, servirebbe qualcuno che la scriva. Ma di questo parliamo dopo. Quello che vogliamo chiederti, avvocato, è che tu ci dia una mano, con i diritti, con quelli come si chiamano? Ah, sì: la Siae.» Le guardavo tra lo stupito e il divertito ma non riuscivo a parlare. La Wanda proseguì: «Perché vedi, secondo noi la canzone è proprio bella, ha un bel testo, poi te lo facciamo leggere. Il ritornello è orecchiabile, ma andrà ripetuto una volta sola, su questo siamo intransigenti, non vogliamo robe alla Paola e Chiara. Questa non deve essere una canzone di una sola estate. Non lo è, non lo sarà. Appena troviamo un musicista che la musichi, registriamo e la mandiamo a Sanremo. Cosa ridi, avvocato? A Sanremo sì.» Le ho detto che non stavo ridendo e che sarei stato felice di leggere il testo e lì ha cominciato a parlare la Luisa.

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Le cronache della Leda #30 – La storia della Luisa (come un canto)

berlin - foto annatoscano

berlin – foto annatoscano

Le Cronache della Leda #30 – La storia della Luisa (come un canto)

L’avvocato si è accomodato in poltrona e mi ha detto: «Allora Leda, me la dici o no la storia della Luisa?» E io gliela ho raccontata, per filo, per segno, per colore, per ritaglio, per sorriso. La storia della Luisa è una storia da sogno.

La Luisa aveva un paio di scarpe gialle, scarpe col tacco ma non troppo, con la punta ma non troppo appuntita. Le scarpe gialle erano state il regalo per il suo sedicesimo compleanno. A Luisa piaceva ballare, soprattutto le piaceva ballare con le scarpe gialle. La Luisa leggera sulla pista della balera volteggiava sulle scarpe gialle. Ogni tanto rideva, spesso decollava. La Luisa ballava e quando ballava era felice. Era la più corteggiata della balera, anche se c’erano delle sere in cui la Wanda se la giocava. La Wanda era bellissima, ma non aveva le scarpe gialle. La Luisa quando ballava avresti detto che non sarebbe mai morta. La Luisa in scarpe gialle, in tango, in valzer, in giravolta, la Luisa mai morta.

La Luisa poi aveva un fidanzato, un terzo fidanzato, il primo dopo i fidanzatini. Si chiamava Edmondo e amava ballare. Edmondo quando andava a ballare metteva le scarpe nere a punta, lucidissime. Una camicia bianca come nei film e pantaloni neri. Quando ballava il tango sembrava argentino ma era di Cremona. La sera in cui si conobbero, noi eravamo lì. Edmondo si avvicinò alla Luisa e disse: «Non ho mai visto una che balli così bene il tango senza calzare scarpe nere.» La Luisa lo guardo fisso negli occhi e gli rispose: «Io non ho mai conosciuto un Edmondo, come vedi c’è sempre da imparare.» Poi gli allungò una mano e si fece portare al cento della pista. Da quel momento, per molti sabati sera, per molte domeniche pomeriggio, per molti mesi, per alcuni anni, nulla valse la pena come vederli ballare. Forse soltanto, qualche volta, leggere qualche poesia. Poi Edmondo e la Luisa si lasciarono. Luisa continuò a ballare, ma non indossò mai più le scarpe gialle. Il giallo sarebbe rimasto il colore di Edmondo.

La Luisa imparò a guidare, la volta che imparò a guidare convinse suo padre a lasciarle la macchina una domenica pomeriggio. La Luisa caricò me, l’Adriana e la Wanda e disse: «Bambine, oggi vi porto in gita.» Quella volta con la Luisa che rischiò di finire due volte fuori strada, che quando arrivammo al fiume venne giù così tanta acqua che pensammo che il vento e la corrente ci avrebbero portate via, quella volta della macchina fu una delle domeniche in cui ho riso di più nella vita. La Luisa è una che ha sempre saputo farmi ridere, anche quando c’era da piangere.

La Luisa, la notte in cui morì Saverio si sedette sulla poltrona di fronte a quella in cui piangevo io, rimase a guardarmi per un po’, poi si alzò e venne a sedersi accanto a me, mi accarezzò la testa, mi asciugò gli occhi con il suo fazzoletto, mi abbracciò, mi baciò sulla fronte, disse qualcosa per farmi ridere e poi disse: «Leda tu sei la mia più cara amica. Leda, tu lo sai, ma te lo voglio dire un’altra volta, io non ti lascerò mai sola, nemmeno un istante del tempo che verrà, del tempo che ci resta. Mai.» Poi si alzò, spostò una poltrona e cominciò a ballare, senza musica, una specie di valzer inventato, ballava e mi sorrideva, a me pareva di sognare, mi bruciavano gli occhi. Poi la Luisa si fermò e mi disse: «Leda, te le ricordi le mie scarpe gialle? Bene, io sarò le tue scarpe gialle, per sempre.»

Vedi avvocato, la Luisa è le mie scarpe gialle, ecco perché non morirà. L’avvocato mi ha guardato e mi ha fatto con la testa.

Leda