gianni montieri

A Luigi Bernardi, tutte insieme

Amazzonia, 2013, foto Gianni Montieri

Negli anni mi è capitato di scrivere alcune poesie per Luigi Bernardi, un paio ha fatto in tempo a leggerle; oggi, nel quarto anniversario della sua morte le metto qui tutte insieme. La fotografia l’ho scattata in Amazzonia nel settembre 2013, gliela mandai pensando a una delle ultime storie che aveva scritto, fece in tempo a vederla. (gm)

*

Le cinque del mattino, l’ombra
dai tetti dalla tua finestra si dirada
Bologna dormirà per poco ancora
tu intanto hai già scritto, bevuto
forse un caffè o non ancora,
non importa. Contano le lotte
tra le parole e la storia a venire
l’ordine consentito e il necessario.
Uno dei tuoi Mac accesi, l’ovvio
da tenere distante dai margini
ogni frase riuscita è un finale
fuori intanto si fa più chiaro
non si inventa nulla, non è vero?
Anche il giornale lo prendi prima
so che non è per essere diverso
è soltanto per essere te stesso.

(2012)

*

I

Così come sempre dovrebbe essere.
Frase che ci ripetevamo all’infinito
cos’erano quei messaggi, quegli scambi
di battute tra due che sembrano
saltati fuori da un libro di McCarthy
te lo dico io cos’erano, vecchio mio
erano cosa preziosa che adesso è mancanza.

II

Anche su questo avremmo detto poco
il Napoli che le ha prese dalla Roma,
la Juve dalla Fiorentina. Uno o due
commenti e ce la saremmo messa via
le partite, si sa, chiudono al novantesimo
come tutto dovrebbe essere.

III

A ottobre esce Eggers, ti ho scritto
non mi fa impazzire, hai risposto
a me piace, bella conversazione
ho aggiunto, e poi una faccina,
come sempre dovrebbe essere,
hai chiuso. Ma eravamo scemi?
Non lo so, non credo, ma ci capivamo
al volo. Alla fine Eggers non è un granché
e ti sei risparmiato il nuovo di Scurati
come per tutti dovrebbe essere.

IV

Il mio treno si è fermato a destinazione
come sempre dovrebbe essere
in fondo ai binari c’era ad aspettarmi
chi per me significa casa, vita
dovrebbero pulirli i vetri dei treni
per quella faccenda della luce che sai
qui sull’acqua la luce abbonda.
Ti mando pensieri liquidi, stupidi,
terribili e veloci. E un’altra carezza.

(2013)

*

La volta dei piccioni la ricordo
più di tutte, la poca confidenza
che avevamo allora, l’incrocio
degli sguardi in Piazza Duomo
due mezzi sorrisi, il tuo prima
del mio, poi la stretta di mano
e tu cospiratore a dire: “Noi
non ci siamo visti”. Sembravi
più piccolo in tutto lo spazio
di Milano. Non so più
chi mi domandò di te
dribblammo poi  i piccioni
in direzioni opposte
“Il più bravo di tutti” risposi
facendo il bullo in Galleria.

*

Nelle tue storie il cielo
era grigio, di metalllo
una lega necessaria
al racconto, ai tempi,
ma se ti penso vedo
solo cose luminose
cose che sapevi fare
come farmi ridere.

*

A Bologna se ne vanno in troppi
sotto un cielo che sta a metà
com’è e come potrebbe essere

a Bologna se ne vanno in tanti
dalle tegole dei tetti, dalle scosse,
dai portici che non reggono più

niente e niente è come dovrebbe
essere a Bologna strada Maggiore
o alla Certosa. Non sono un duro

diceva la canzone, allora piango
il fatto è che non ho mai fumato
avessi imparato due tiri li farei.

(2014/2015)

 

*

Ricordo la voce di Rachele:
“Gianni, sono Rachele…”
non so più cosa disse dopo
sapevamo entrambi che nulla
più ci sarebbe stato da dire
eppure molto abbiamo detto
maledicendoti quando è stato
il momento. Bologna, Milano,

Sarzana, non sono soltanto posti,
sono i luoghi dove siamo passati
insieme, è un ottobre freddo,
il secondo o il terzo, dipende,
ma poco conta tutto questo:
ho ancora il numero in memoria,
e qualcos’altro di tuo che non uscirà.

“LuigiUltimo” salvato con nome,
al sicuro nell’hard disk esterno,
come le care cose o le poesie.

(2015/2016)

 

*

 

 

© Gianni Montieri (2012 – 2016)

Antonio Paolacci, Piano Americano (un estratto)

Antonio Paolacci, Piano Americano, Morellini Editore 2017, €  14,90

 

[Esce oggi Piano Americano di Antonio Paolacci, un libro molto bello e al quale sono affezionato, libro di cui scriverò nelle prossime settimane. In accordo con l’autore pubblichiamo un estratto del libro.

Antonio Paolacci ed io, con Nicoletta Bernardi, presenteremo il libro da Open Milano il 19/10 alle ore 19,00. (gianni montieri)]

*

[…] Ed è strano. Per certi aspetti, bellissimo. Decidere di abbandonare la scrittura è come riaffiorare da una lunga apnea ostinata. Mando tutto all’aria e, boom, rifiato subito.

La scrittura non mi porta più da nessuna parte, la vita fuori dalle pagine scritte invece sì. Ho pubblicato libri e racconti ed è stato sempre squallido confrontare la fatica del lavoro con il suo valore oggettivo, con il mondo esterno, con l’editoria da prodotto di massa, con il pubblico e la stampa. Stavo viaggiando in direzione dello spreco. Stavo lavorando da anni a un romanzo per niente: anni di lavoro che avrei lanciato ancora una volta nel vuoto pneumatico della comunicazione contemporanea.

Se fossi un personaggio americano, a questo punto della scena – cioè mentre me ne sto nel bagno a fumare da solo – direi allo specchio una frase precisa, una frase da personaggio americano. La frase: Ma andiamo, chi voglio prendere in giro? Frase che, per altro, in questa circostanza avrebbe anche un significato letterale, giacché prendere in giro è in qualche modo il rovescio inevitabile del fare narrativa: un’espressione calzante.

Perché il racconto – ogni racconto – è raggiro, è sempre presa in giro. In un’accezione positiva, se preferite, è il raggiro del prestigiatore, ma è pur sempre questo: l’opera di un artista che distoglie la vostra attenzione dal luogo in cui sarebbe visibile il trucco, in modo da mostrarvi una magia che voi sapete bene non essere affatto una magia. Ecco: ogni scrittura è in qualche misura trucco palese e trucco camuffato. E adesso lo vedo: posso vedere il raggiro di cui sono stato vittima io stesso. Per anni ho creduto che la narrativa potesse arrivare a essere un veicolo di verità autentiche proprio nel suo essere menzogna palese, bugia dichiarata. Allo stesso modo, per anni ho creduto che valesse la pena pagare per leggere, e quindi che si meritassero quattrini per scrivere. Ora so che tutte le regole sono saltate, che regna il caos, che scrivere non serve a niente.

La parola giusta è sollievo, una provvidenziale e rinvigorente sferzata. Poter vivere in riservatezza. Allontanare il fracasso e la fatica di esercitare questo mestiere mi assicura un futuro di ristoro e mi regala la condizione privilegiata di chi può abitare la realtà preoccupandosi solo di guadagnare denaro, vivaddio, e benessere, e conforto, senza dover più occupare il tempo cosiddetto libero a ingegnarsi ancora e ancora per questo niente fatto di incontri e strette di mano senza peso. Potrò dedicarmi ai piaceri, a nuove esperienze che non diventino per forza materiale letterario giacente. Potrò dedicarmi a mio figlio.

Dileguarmi – sottrarmi cioè alla necessità di mostrarmi per svolgere un lavoro mai retribuito a sufficienza – allarga poi anche le mie possibilità di benessere economico, dà spazio al molteplice, mi decentra e apre intorno al mio percorso diverse linee di fuga. La mia nuova identità sarà privata, in tutte le accezioni del termine, e finalmente ignorata senza dolore, e libera. Il mio sarà un atto politico, anche. Una rivoluzione contro il nostro tempo, il nostro tempo crivellato di ragionamenti, opinioni, storie raccontate da chiunque. Questo presente insopportabile, in cui tutti vogliono scrivere e nessuno ascoltare, ha annullato ogni necessità di contribuire al frastuono.

In un mondo di comunicazione ipertrofica, mi dico, è così che fanno i saggi: rintracciano spazi rarefatti e quieti in cui sparire. E fanno silenzio, perché il silenzio permette di assorbire, nutrirsi, farsi concavi e vuoti per includere, invece di aggiungere e aggiungere e aggiungere materiale al materiale esistente.

Quella che voglio abbracciare è la filosofia dell’uomo d’affari Norman Bombardini, il personaggio grottescamente bulimico de La scopa del sistema di David Foster Wallace, impegnato a prendere e non certo a dare, fino a compiere il passo estremo dell’accumulatore compulsivo occidentale: incorporare il mondo nella propria obesità senza limite: non aggiungere materiale, ma assorbirlo tutto, boccone dopo boccone, e infine inghiottire l’intero spazio esistente.

Scrivere, invece, non porta a niente. Si tratta di questo, piuttosto: offrire la propria fatica senza nessun tornaconto. Scrivere significa torcersi le budella, pensare molto intensamente, sempre, e osservare nel profondo, e riflettere troppo, e cambiare se stessi in un mondo che mai cambia. Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile. Vuol dire imparare a dar voce a persone diverse, perché ogni persona è un mondo, ecco cosa si è obbligati a capire scrivendo: che la realtà tutta non è che un insieme di punti di vista e che ogni punto di vista, in quanto tale, è erroneo. Vuol dire toccare con mano, sentire in forma concreta, reale, quasi fisica, che da ultimo non esiste nessuna verità da difendere, che le risposte non sono che altre domande, poste sbagliate. La verità sfugge alla comprensione e le parole chiarificatrici sono l’illusione suprema. La retorica lo insegna. Tutte le frasi, anche le più nette e logiche, possono essere ribaltate e mantenere immutata una (sempre apparente) attendibilità. L’arte della parola è arte del sofisma, un inganno che sopravanza un inganno. E dunque, per rivendicare la mia identità, io posso solo opporre il silenzio al rumore, l’immobilità al potere coercitivo, togliermi l’ovatta dalle orecchie e ficcarmela in bocca.

È il passo ultimo dello scrittore, il passo più maturo dell’artista, è il recupero dello Stile assoluto, la più alta forma di eleganza artistica: togliersi dai coglioni.

*

© Antonio Paolacci

 

Andrea Longega, La seconda cicara de tè

Andrea Longega, La seconda cicara de tè, Ati editore, 2017; € 15,00

 

Ogni volta che comincio a leggere un nuovo libro di Andrea Longega mi sembra di tornare a casa, per la particolare sensazione che avverto leggendo le sue parole, cercando di capirle alla prima lettura, di immaginarne il suono, è come accomodarsi in luogo sicuro. E niente è più sicuro del luogo in cui ti senti a casa, della tua poltrona preferita; l’effetto è più o meno questo. Effetto amplificato dal fatto che Longega scriva in una lingua non mia: il dialetto veneziano. Lingua che ho imparato a conoscere e ad amare, lingua poetica naturalmente. Tra i dialetti italiani credo che i due che suonino meglio in poesia siano il veneto (soprattutto il veneziano) e quello siciliano; il mio dialetto d’origine, il napoletano, continua a suonarmi meglio se cantato, forse perché mi appartiene troppo, oppure non so. Longega scrive soltanto in veneziano e lo fa benissimo, ed è tra i più bravi poeti della laguna. Col tempo è riuscito a raggiungere col dialetto una dimensione nazionale, un riconoscimento certo, quasi unanime; Andrea Longega poeta italiano in lingua veneziana.

Tuti lo capisse xe talmente fassile
che xe sempre mègio far finta:
e parlo de Ande e de Perù
de un inverno de fango in Patagonia
e de quanta paura pol far
na mandria de réne che te sfiora
su la strada che porta drita a Capo Nord
me invento come niente
de na setimana intiera de piova e smarimento
a tirar su case e mureti
sul scoglio de St Kilda

parché xe mè gio che non se sàpia tanto in giro
che a Venessia co i me dise se vedémo
for de l’entrada de un albergo
o in un posto che no sia
San Bortolo o la Stassion
mi de le volte prima de mòverme da casa
vèrzo el computer e quel posto lo sérco,
lo ingrandisso, su Google maps.

Tutti lo capiscono è così semplice/ che è sempre meglio fingere:/ e parlo di Ande e di Perù/ di un inverno di fango in Patagonia/ e di quanta paura può fare/ una mandria di renne che ti sfiora/ sulla strada che porta dritta a Capo Nord/ mi invento come niente/ di una settimana intera di pioggia e smarrimento/ a ricostruire case e muretti/ sullo scoglio di St Kilda// perché è meglio che non si sappia tanto in giro/ che a Venezia quando mi dicono ci vediamo/ fuori dell’entrata di un albergo/ o in un posto che non sia/ San Bartolomeo o la Stazione/ io a volte prima di uscire di casa/ accendo il computer e quel posto lo cerco,/ lo ingrandisco, su Google Maps.

La prima, consistente, parte di questa nuova raccolta è in movimento, sono versi che vengono e che raccontano di viaggi, ma in un modo che è caro a Longega e che è raro. Il paesaggio, se è mostrato, è per un attimo, proprio come succede quando da un sentiero, dopo una curva, ci appare una scogliera che poi scompare alla curva successiva. Una curva è Creta, la curva dopo è Rialto, la circolarità dei versi gioca sulle andate e sui ritorni, sul falso movimento, sulle partenze reali e quelle che non avvengono, su come sia più facile inventarsi qualcosa di molto lontano rispetto a un vero che ci passi vicino. Perciò il viaggio è un luogo, e poi è un tempo, e poi sono le persone che si ritrovano nei posti in cui si ritorna, sono i loro racconti, sono i piatti che preparano. I viaggi di Longega sono fatti di luce, del sole che batte sugli strapiombi e che poi filtra dalle tende di un hotel, magari già conosciuto, un posto dove ritornare e far casa, proprio come a casa. Sono viaggi fatti in coppia, poesie che con delicatezza ci portano momenti condivisi e i silenzi tanto cari al poeta di Murano. E quanta bellezza c’è nel raccontare il compagno di viaggio, di vita, descrivendolo nel momento in cui lo si lascia da solo nella quiete di un’abitudine:

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Joyce Carol Oates, I ricchi

Joyce Carol Oates, I ricchi (traduzione di Bosetti, Gorla, Pieretti, Reggiani)
Il Saggiatore, 2017; € 18,00, ebook € 8,99

 

Ho a lungo pensato di scrivere un unico pezzo dopo che avessi letto tutti e quattro i romanzi di Epopea americana, di Joyce Carol Oates e pubblicati da Il Saggiatore; ma dopo aver riflettuto ho deciso di scriverne libro dopo libro, trattandosi di quattro storie autonome, così come le ha immaginate Oates. Quattro storie che raccontano l’America, una certa America, certi anni e certe famiglie, ma tra loro profondamente diverse; il punto è in comune è l’America, il punto in comune è il tratto dei protagonisti, il punto in comune è quel genio di Joyce Carol Oates. Comincio, perciò, dal primo che ho letto: I ricchi, che è il secondo romanzo della quadrilogia (gli altri tre sono Il giardino delle delizie, Loro e Il paese delle meraviglie).

Ci trasformiamo in persone di mezza età senza troppa fatica e, da silenziosi che eravamo durante l’infanzia, con la vecchiaia iniziamo a fare un sacco di storie: per il cibo, per le correnti d’aria in arrivo da finestre solo apparentemente chiuse e per i tempi che cambiano.

Questa frase è qui per far capire subito il passo di scrittura che tiene Oates, il ritmo, la scelta dei termini; noi di questa frase percepiamo perfino il suono, ne vediamo il colore. Oates scrive così, non ha eguali, la sua arma migliore non è la dolcezza, la sua arma migliore è la precisione. Con quell’arma può permettersi qualunque carezza, qualunque delitto. La prosa di Oates è come un colpo di fucile sparato da non troppo lontano, da un tiratore fenomenale, non c’è modo di non essere colpiti, non c’è modo di scamparla. E non scamparla significa entrare con lei nel cuore delle cose, guardare l’America – nel caso di questi romanzi – attraverso ogni fessura, muovendosi di spigolo in spigolo; significa passare attraverso le apparenze, significa guardare sotto il tappeto, sotto un tappeto di lusso. Significa far luce con un candelabro pregiato, significa descrivere uno stato d’animo soltanto facendo scendere uno dei personaggi principali da una Cadilllac gialla.

È come guardare la luce di stelle che non ci sono più, che hanno abbandonato le loro orbite misteriose o sono esplose tramutandosi in polvere. L’universo è incrostato della polvere di cose che non sono più qui con noi.

Il narratore di questo libro è Richard, detto Dickie. Il modo che leggeremo è quello del memoir. Richard è molto deciso e netto fin dalle prime parole. Ci fa capire che qualcosa è accaduto durante la sua infanzia, qualcosa di grave: un delitto. Noi lettori non sappiamo che tipo di delitto possa aver commesso un bambino poco più che decenne, ma sappiamo – Oates ce ne convince – che un bambino può essere capace di commettere atti orribili se orribile è il mondo che lo circonda. Se orribile è ciò che lui percepisce. (altro…)

David Costantine, La biografia

David Costantine, La biografia, traduzione di Nicola Manuppelli, Nutrimenti 2017; € 17,00

 

Katrin sposta un piccolo tavolo in legno di pino sotto la finestra, apre il taccuino, prende la penna e fissa lo sguardo oltre il villaggio e il fiume, verso la strada che si sta facendo silenziosa. Dopo un po’, si concentra e inizia a scrivere.

Eric muore, muore piano, muore dolcemente, muore a casa, nella bella casa che divide con sua moglie Katrin. La seconda moglie, una studiosa, una biografa.

Katrin è impeccabile anche il giorno del funerale, invita tutti quelli che Eric avrebbe voluto ci fossero. Gli amici più cari come Daniel, il grande amore giovane che è Monique, la sua ex-moglie (che non verrà), il figlio di Eric, suo fratello. Katrin è dolce e gentile con tutti, fino alla fine, fino a quando tutti andranno via. Poi arriva il silenzio, il sole che cala, la casa vuota, un dolore che è anche fisico e un altro dolore più grande che si insinua piano piano fino a esplodere. Un dolore che è mancanza, assenza: che è non poter più condividere, che è un racconto mancato. Una parola non detta a tempo, un pezzo di formaggio, un libro non letto, una passeggiata non fatta.

Katrin è stata la compagna di vita di Eric negli ultimi vent’anni, anni molto belli, anni felici. Katrin ricostruisce le vite per mestiere, vite particolari, personaggi che avrebbero potuto essere e non sono stati, eccentrici, originali ma mai sfiorati dal vero talento, oppure – peggio ancora – con un talento non riconosciuto, oppure minimo, annullato da un talento più grande: un poeta geniale che viveva nella stessa epoca, un musicista più bravo. Katrin decide di ricostruire il pezzo di vita di Eric venuto molto prima di lei, il pezzo che non le è stato raccontato, tenterà così di colmare una distanza attraverso la conoscenza. Forse sarà una battaglia, forse non servirà a lenire il dolore ma è l’unica cosa che Katrin è in grado di fare.

Si metterà a scrivere, parlerà con Daniel degli anni degli studi, e gli anni di Parigi ovvero quelli di Monique. Monique un grande amore di gioventù, rimasto intatto forse perché finito presto ma che è stato fuoco nel poco che è durato. Monique e Daniel e un vecchio baule colmo di lettere aperte e non aperte, di cartoline e francobolli saranno la guida di Katrin.

David Constantine è un bravissimo romanziere (ed è pure fine traduttore) e ha scritto una storia molto intima con la giusta delicatezza, quasi mai eccede, in alcuni può ricordare la sobrietà di McEwan soprattutto attraverso l’acume dei personaggi che hanno sempre il giusto pensiero, la giusta intuizione, sanno scegliere il tempo dell’abbraccio e quello per andarsene. Persone illuminate dotate di grande intelligenza e di umanità, come accade nei romanzi di McEwan, anche per questo di Costantine ci si domanda se gente così disposta alla comprensione ad accostarsi al dolore dell’altro esista sul serio; ma è solo un pensiero che accompagna una lettura molto godibile. Per tutto il tempo staremo dalla parte di Katrin, vogliamo che riesca anche se non capiamo fino in fondo a fare cosa. Il dolore non passa, nemmeno così, ma forse lo si comprende. Katrin per ogni anno all’indietro che percorre scopre qualcosa di più sull’amore che prova, saprà alla fine – forse – ancora di più di aver amato la persona giusta.

Un romanzo che è una storia d’amore ma che è anche un metodo di lavoro, mentre leggiamo non possiamo non pensare al lavoro degli storici, dei biografi, di chi ricostruisce le vite passate per farcele conoscere e farci conoscere, così, attraverso il passato, qualcosa di noi.

*

© Gianni Montieri

 

 

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (quarta parte)

parigi foto gm

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (quarta parte)

[per leggere le 3 parti precedenti Goriziaon/off1  Goriziaon/off2 Goriziaon/off3

*

 

(#31)

La prima sberla l’ha messa a segno con cinque dita
la seconda tecnicamente si chiama manrovescio,
e ha fatto più male, per via dell’anello bello grosso.
Sara ha dieci anni, le piace la matematica e andare
in bicicletta, a settembre inizierà la prima media.
La marea della distrazione copre tutta via Garibaldi,
arriva fino a metà vetrine, si incolla sui muri, lascia
una scia che ha la bava del caldo più estivo.
Sua madre le spiega “la scottatura al polso?, è di
quando ho scolato la pasta”, lei sa che non è vero.
E sa anche che non sono dischi volanti i piatti che
a pranzo si frantumano nello spazio della cucina,
al muro. I suoi occhi hanno il colore di quelli di
suo padre, e lei pensa che è una trappola da cui
non può uscire; contare le sue parole buone è
contare le sue cravatte. E quando vede la madre
in bagno non le crede, “sono qui a farmi bella”.
Sara si conta le dita, si mette le cuffie per ascoltare
i Big Time Rush e sul suo diario segreto, per
difendersi, scrive “la mamma vuole bene al papà”.

*

(#32)

Gorizia oggi è una pelle profumata, tutta da leccare
dove l’Isonzo le passa più vicino, e l’inumidisce.
Trovo su di te il desiderio, la parte bella che mi lascia
inventare il piacere, la tua carne nel suo rossore è
ciliegia, si offre alla bocca e al gusto. Nella tua
primavera mi fai sentire un fiore. Sì, sono un girasole,
mi fai girare la testa. Lo sai, sempre la saliva aiuta
l’abbraccio, il tuo silenzio è la meraviglia che si apre,
assieme alla tua camicia e quest’aria è il polline
che voglio su di te. Gorizia è un’amante, manda
cartoline con su scritto ‘ti aspetto, qui ce n’è di luci’.
Lo so, la gioia la si tiene sempre per le caviglie, e
l’invito che ti faccio è ‘respira su di me’. Ho scelto
la febbre più alta, da dove imparare dalle api
a fare il miele. Prima di finire il nostro tremare
in una bocca contenta. Questo è l’unico modo di
fare il nodo al sole, per non dimenticare il calore.
Di questa paura che perdo altro non so cosa dirti.
Anzi, sì. “Non scendere dai tacchi”.

*

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Claudio Morandini, Le pietre

Claudio Morandini, Le pietre, Exòrma 2017, € 14,50

*

Così come si muovono le pietre in questo romanzo, prima di nascosto, di soppiatto, di notte, di rimbalzo, di sponda, dall’acqua alla terra, dalla montagna a una stanza, allo stesso modo si muovono le parole di Claudio Morandini, si muovono piano. Sono prima pulviscolo, poi granello, poi sassolino, poi sasso, poi pietra, poi pietre, poi valanga, e dopo tornano indietro fino al pulviscolo, fino alla carezza. C’è poi dell’altro, c’è un particolare modo di raccontare, che è tipico delle persone che vengono dai luoghi in cui Morandini è cresciuto e quindi dalla montagna, ma che ricorda anche la maniera di ripetere una storia di chi vive vicino ai fiumi o nelle campagne. È la maniera di raccontare di chi vive (di chi sa vivere) nel luogo isolato, dirsi una storia, portarla avanti negli anni, nei bar, davanti ai bicchieri di vino o di grappa; farla montare di parola in parola, mischiarla di anno in anno tra realtà e finzione, e così una cosa accaduta si trasforma in leggenda, una leggenda assume contorni e dettagli reali, se ne ciba, dove sta la verità lo stabiliscono le generazioni. Un ragazzo ascolta, uno vive, comincia il racconto, la vita continua; il sasso, molti anni dopo, all’osteria mentre fuori nevica, diventa valanga nei ricordi dei vecchi. Questo è il modo di Morandini, poi c’è quello che scrive.

Si capiva che per Agnese la scuola era tutto, e si sarebbe ammazzata pur di non andare in pensione. Invece il marito, Ettore, professore di scuola media, alla pensione aveva preso gusto, restava alla finestra a guardar passare i paesani, li salutava, scambiava con loro qualche parola, ma si capiva che non avrebbe mai voluto essere davvero come i nostri vecchi, sudare nei campi sotto il sole a picco, correre con i cani dietro alle bestie, aiutarle a partorire, ammazzarle, macellarle, fare i fieni, spalare il letame. Lui salutava con la mano o con il mento, appoggiato con la pancia al davanzale del soggiorno, ed era finita lì.

 

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Adriano Padua, Still life

Adriano Padua, Still Life, Miraggi edizioni 2017, € 10,00

*

non c’è una medicina ma la cura
del nostro male è la ferita stessa

Si usa spesso il termine “levare” quando si parla di poesia. Lo usano, a volte, gli autori per raccontare i loro versi, la tecnica che usano per lavorare a un testo affinché questo possa considerarsi concluso. Lo usano i critici perché è considerata poesia riuscita quella da cui più si toglie, quella che lascia fuori; che il verso sia il risultato anche di cose che non compaiono, ma che esistono. Levare per lasciare immaginare, a chi legge naturalmente, ma anche a chi scrive, perché ciò che il poeta lascia fuori è qualcosa di non concluso, è sempre la domanda a cui ritornare.

Leggendo Still Life di Adriano Padua ho pensato ad altre parole, ho riflettuto sul verbo sparire, ho pensato al dissolversi, a un modo di fare a meno, che poi è anche un farsi a meno, un farsi meno, un sottrarsi. Ho pensato a cose molto belle come sempre si spera che accada quando leggiamo.

questa notte è un rosario di assenze
ed ognuna ha il suo nome preciso
è una pace girata al contrario
un sipario calato sul mondo
che la luna disvela splendendo
nella sua luce madre rinchiusa
inchiodata sui muri a agitare
delle case l’anomala quiete

 

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Giordano Tedoldi, Tabù

Giordano Tedoldi, Tabù, Tunué 2017, € 14,90

*

C’è un primo e più importante tabù che Giordano Tedoldi affronta con questo romanzo, quello del linguaggio: abbatte, cioè, quello che ormai è diventato una sorta di divieto di transito in narrativa, il cartello con la scritta “Divieto di scrivere in lingua italiana”. Non sto scherzando! Colpisce di questo romanzo la costruzione delle frasi, e sarebbe sbagliato dire che si tratta di una costruzione classica, mentre è corretto dire che si tratta di una costruzione secondo grammatica, che bello. Niente periodi brevi quando non occorrono. Il ricorso al periodo breve è molto spesso una scorciatoia, un modo per cavarsi d’impiccio, è un’abitudine che viene dallo scopiazzamento della narrativa americana (narrativa che amo molto), che quando diventa abuso rende i libri italiani un po’ sciatti, mi permetto. Un personaggio italiano si comporta diversamente da un personaggio americano, comprimerlo dentro una frase smozzicata, una descrizione vagamente brillante, rischia di renderlo ridicolo. Qui, invece, ci accorgiamo della sintassi corretta, dell’accuratezza delle scelte lessicali, della bravura nella costruzione dei dialoghi (una delle cose più difficili da rendere in scrittura), dei rimandi tra azione presente e passata senza che la lettura inceppi. Queste poche righe, per quel che mi riguarda, dovrebbero già bastare per convincervi a comprare il libro, ma voglio dirvi qualcosa di più.

«Mi dispiace» esclamai ad alta voce, che è una frase incredibilmente più efficace di quanto certa idiozia virilistica non autorizzi a pensare. Certo, dipende anche da chi la pronuncia. A me è sempre venuta discretamente.

Tabù parte da un assunto molto semplice, un uomo decide di sedurre la moglie del suo migliore amico, questa è la partenza, da qui comincia il racconto con Piero (colui che seduce), Domenico (il migliore amico), Emilia (la sedotta), tutto sembra molto chiaro e definito, ma si intuirà quasi da subito che non è così, il lettore capirà che questi tre attori non sono capaci di scelte comuni e non possono essere racchiusi in un triangolo amoroso, sono altro, il romanzo è altro, è questo ed è molto altro. Il vero protagonista è Piero, destinato ad essere indimenticabile, ho la sensazione che un personaggio così complesso ce lo ricorderemo a lungo. Piero affascinante e colto, Piero ossessionato, Piero padrone di un modo non comune di ragionare, capace di vedere oltre, capace di stare nelle cose e di fuggirle. Piero capace di distruzione, capace della noia totale e dell’inventiva sublime. Piero tormentato e tormentatore. Piero che non si accontenta, Piero che domanda e che si domanda. E dietro lui gli altri, Emilia e Domenico naturalmente, sposati in un senso e in un modo che va oltre la consuetudine che conosciamo, sposati nel senso che forse è vero rituale. La morale, quella che gli usi e costumi ci raccomandano, è qualcosa da sovvertire con un’altra morale. La vita non può procedere lungo un solo binario, Tedoldi lascia che deragli, lascia che scambi più che può, che passi da una linea morta all’alta velocità.

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Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

opera in mostra all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Foto GianniMontieri

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno
DANTE, V canto dell’inferno (Francesca da Rimini)

*

 

Hai mandato a gambe all’aria il fatto
si è aperto la strada e lo sterno
si è spaccato
in due perfette metà
in due barche di gloria
e l’urlo della bestia è salito fin sopra il monte
ha stroncato l’attesa ha rifatto la strada
ha fatto gli odori sul fuoco
ha pianto
ha insinuato
ha fatto l’eco alle stelle spente
il mio urlo tutto.

*

Stanno qui le belve, qui intorno – leccarsi la ferita
levare il sangue, leccare
nella giusta direzione
governare la formazione della crosta.
Bisogna che si sappia il male
lo si lecchi come lupi
lo si tenga a margine – come quella volta
che una benda era bastata a rimediare
cucciolo di lupo senza tana. Glielo dicevi, come sulla soglia,
mentre il pianto risaliva la corrente
che penetri in profondo – e non si veda
quell’urlo bieco che t’impala
quella bava
quel ventre aperto sulla riva.
Perché hai già saputo farlo, dopo il viaggio
dopo tutte le parole, dopo i pesci e le zanzare
morire, leccare.

*

Gli animali aspettano la sera
in compagnia del branco, stanno
coi segreti come sassi tra di loro
e alberi, i segreti che fanno
il loro fiuto. Sapersi immortali nei fatti
notti che nemmeno fumare bastava
nemmeno la voglia
quel margine in cui si metteva la schiena
si cuciva a mano la leggenda
con la spada ben puntata sulla testa
e nessuno che provasse a farla franca
insieme dritti verso il nulla.

*

La caverna delle labbra
quella volta che il sapore era di fumo
quella volta che di vino si spegneva –
erano linci alla messa della sera
zampe tese sul letto, in agguato
un pasto consumato in tutta fretta –
briciole che ancora segnano le strade
denti rosi dalla carne, crudi
eravamo ogni sera
crude braccia e poca luce
Non sappiamo più come facevamo il vento
quando c’era caldo e sete
e le linci ci battevano la vena –
il nome scarlatto inciso sulla nuca
e il destino di tutti piantato nella schiena.

*

Ci si assume il peso delle bestie
una volta fuori nella nebbia
scendere le scale della metro come un infero
saputo – quando leccavamo il pelo al riparo dei lampioni
le iene si accucciavano sfinite nei portoni.
Di quando i patti eran siglati
con il fiato, ad oggi restano bocconi
secchi e luci, sotto l’ala grande del dolore.
Ci si salva ritornando, un treno dopo l’altro
un morso al cuore e ci si fa coraggio
che tutto resta accanto e sotto –
come una traccia dello sguardo
che quando torni e accendi gli occhi
il buio è pesto, ma riconosci il salto.

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Tom Drury, La fine dei vandalismi

Tom Drury, La fine dei vandalismi, trad. G. Pannofino, NN editore 2017; € 19,00, ebook € 8,99

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Bisognerà domandarsi seriamente perché ci piacciano i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

Chi legge le mie recensioni sa che un certo tipo di narrativa nordamericana è da me particolarmente amata. La narrativa della staticità, dei lunghi silenzi, dei tormenti vissuti sottotraccia, delle vecchie cucine, della puzza di vacche e cavalli, la narrativa che attraversa gran parte del territorio degli Usa, la parte centrale principalmente, e quindi il Midwest (di cui parleremo più avanti), della Holt di Haruf, dei romanzi di John Williams, dell’Ohio di Sherwood Anderson, fino ad arrivare alle frontiere di McCarthy, al Texas, all’Arizona. Sento miei certi luoghi, riconosco subito l’atteggiamento dei personaggi. Ho capito che certe case di legno e pietra, certi fienili, alcune strette di mano, le manifestazioni di antipatia o di solidarietà sono per me una sorta di riparo. Datemi un luogo in cui non vivrei mai e mettetelo un romanzo. Datemi le sigarette che non ho mai fumato, datemi l’ubriacone che non sono mai stato. Fatemi leggere di donne e uomini disperati, fategli trovare conforto. Fatemi commuovere davanti a una nevicata o un timido bacio. Portatemi, infine, a mietere il grano in una novella di Carson McCullers.

Questo nulla che ci appassiona è semplicemente il tutto in cui non abbiamo mai vissuto, lo spazio dentro il quale non ci siamo mai potuti muovere. Non pensavo di essere pronto per un altro romanzo di questo tipo ma poi è arrivato Tom Drury con La fine dei vandalismi e tutto è ricominciato da capo. (altro…)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

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(#21)

Oggi la primavera è il giallo acceso del semaforo in via
Duca d’Aosta, esce dalla mappa della città e dai sogni.
“Bisogna credere alle parole pronunciate, quando
incontrano il silenzio, lo riconoscono e sanno chiudere
gli occhi”, si è così. Anche per te. Anche quando è finita.
Sonia Devetak ha lentiggini che volano con il pudore
del polline, dice spesso “si, va bene”, pensa a sua sorella
come si pensa ad una speranza, le piace il girovita che ha
e il profumo della sua pelle prima del sonno.
Sa bene che vorrebbe dire a Marco: “Assomigli al cielo,
che non è fatto per essere raggiunto, ma solo per
essere guardato”. Fa un passo, due, si ferma di fronte
a ‘Sellingmylife’, e nella vetrina vede riflesse le sue parole
dette all’amica Barbara, la notte della festa di matura:
“Lo sai, io ho tre cuori. Uno è per mia mamma, uno ha
una piega dietro le scapole, e il terzo lo butto via,
prima che qualcuno me lo rovini”.

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(#22)

La luce si spinge dal sole che arriva da
Šempeter, l’aria è prima fresca poi si scalda
e poi sta in via Vittorio Veneto sulla pelle
delle mani e del viso di Giacomo Sputnik,
che cammina lento. Le finestre si aprono,
la signora Irma attraversa la strada, il vigile
si mette il dito nel naso. “Cosa sono di me”
e tiene stretta la borsa di nylon con le
le sei birre da mezzo. Le conta a mente.
Si guarda il braccio fasciato, gli occhiali sono
da cambiare, la barba è rasata e pulita.
“Vivere è innescare scintille, con l’attrito fra
il proprio corpo e ogni senso di colpa”, lui giura.
E sa bene la sua verità, “ogni mattina il giorno
inizia con una perdita, è il calore che rimane
nel calco del mio corpo, quello che lascio sulle
lenzuola, nel letto sfatto e nascosto dietro la
porta chiusa della mia camera”.

*

(#23)

Gorizia non finisce mai, si inciampa,
va a sbattere contro i muri, il silenzio che
produce fa il suo giro, anche dentro il cortile
della mia infanzia, nel dialetto in cui sto.
Conosco bene Ilaria Kustrin, con le sue mani
e le sue dita è capace solo di farsi il segno
della croce e pulire il piatto quando ha finito
la jota. Adesso è qui con me, a lei posso dire
che ad amarti sono capace solo se ti dico
“te voio ben”, e che aver “sbigula” è sempre
un qualcosa in più di avere “paura”. Lei mi
guarda e sa che faccio fatica a tenere assieme
tutti i piccoli pezzi che io sono; forse è per questo
che oggi per me la parola più bella del mondo
è “molletta”, ma solo come la dico quando la
pronuncio in dialetto, “s’cipauca”.

*

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