Chiara Pini

‘Pentesilea, il pericolo della città diffusa’ di Chiara Pini

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli. Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, così Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si dànno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata. La gente che s’incontra, se gli chiedi: – Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: “Qui”, oppure: “Più in là“, o: “Tutt’in giro”, o ancora: “Dalla parte opposta”. – La città, – insisti a chiedere. – Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine, – ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire. – Ma la città dove si vive? – chiedi. – Dev’essere, – dicono, – per lì, – e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all’orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro d’altre cuspidi. – Allora l’ho oltrepassata senza accorgermene? – No, prova a andare ancora avanti. Così prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora più rade ora più dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?

La seconda definizione che Italo Calvino ci lascia riguardo ai classici, nel noto saggio a loro dedicato, è che «essi costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli».[1] Questa definizione ben aderisce a quanto ha significato per me la rilettura de Le città invisibili. Molto è stato detto e scritto in merito a quest’opera; anche in «Poetarum Silva» vi è un contributo significativo di Alessandra Trevisan e Maddalena Lotter a cui rimando e invito a leggere. In questa sede, non è mio intento riproporre un’analisi del testo, bensì soffermarmi su alcuni aspetti che riguardano il nostro contemporaneo, di cui Calvino è stato magistralmente il precursore. Il valore antropologico di cui è portatore una città, di qualunque dimensione essa sia, è rilevante non soltanto a fini descrittivi ma, mi si consenta, anche energetici. Una città è il risultato di un impianto urbanistico, di un ambiente, di una storia, di una lingua, di un tessuto sociale e non di meno delle energie e dei pensieri che la animano: il dialogo e la partecipazione attiva al confronto tra questi fattori determina, nel corso della storia, la bellezza e la fortuna di una città. La Geografia stessa, nell’ambito della didattica e della ricerca, ha introdotto il concetto di Porte della Geografia, intesi come strumenti indispensabili per determinare le coordinate dei diversi punti di osservazione di un’area geografica. La Geografia ha sentito la necessità di puntualizzare il significato di alcune categorie che vengono spesso considerate sinonimi e che invece sono portatrici di valori profondi e, soprattutto, di punti di osservazione differenti. Ai termini Spazio, Ambiente, Territorio, Paesaggio, dalla connotazione prevalentemente tecnica e geografica e strettamente connessi alle tradizionali discipline in dialogo con la Geografia, è stato aggiunto anche il termine Luogo, che di scientifico ha ben poco, inteso come lo spazio vissuto, il centro dell’esperienza umana.
La consapevolezza di questo sguardo sul mondo, legato ad una disciplina e svincolato dall’ambito meramente letterario, la rilettura delle Città invisibili, l’osservazione diretta della geografia nella quale vivo e trascorro il mio vissuto, hanno acceso l’entusiasmo nella rilettura di quest’opera, il cui tratto principale sembra non essere più l’immaginazione quanto il ritratto di una realtà sconcertante. Calvino ha anticipato, sapendo ben interpretare i segni del suo tempo, una trasformazione delle nostre città, che già era stata messa in atto ma che ai più non risultava ancora intellegibile. Calvino, capace di visioni esatte, negli anni settanta è stato in grado di cogliere la direzione dello sviluppo urbanistico ed energetico del nostro territorio, in una proiezione che non poteva prescindere dai tre assi temporali di presente, passato e futuro, come uno specchio fedele e realistico di quel futuro, già presente, in chiave fantastica. Mi riferisco in particolar modo alla sezione delle città continue, che tanto, soprattutto nell’area del nord-est italiano, ma non solo, svelano il modello di città diffusa e denunciano impellenze oggi ormai improrogabili. (altro…)

Silvia Salvagnini, ‘Il seme dell’abbraccio’ (nota di Chiara Pini)

il seme dell’abbraccio
Vortice che crea

Lo sguardo è catturato. Afferro questo libro che mi catapulta nell’allegria e nella leggerezza dell’infanzia per quel rosa della copertina, così difficile da definire per un adulto, anche attraverso l’aiuto di un pantone, ma che un bambino di oggi identificherebbe subito con un rosa candy e che un altro, di qualche decennio fa, avrebbe paragonato a succulenti lucumi. E poi leggo quel titolo, il seme dell’abbraccio, collocato tra evanescenti soffioni di tarassaco, che mi racconta la solidità di quell’apparente leggerezza e desidero comprendere.

Silvia Salvagnini è l’autrice di il seme dell’abbraccio. poesie per una rinascita (Bompiani, 2018), una raccolta di poesie che racconta lo straordinario del quotidiano, attraverso una storia d’amore che ci appare subito difficile e complicata. In una continua tensione verso nuova vita, Silvia Salvagnini non cerca scorciatoie per meno soffrire e urta con violenza tra gli ostacoli di esistenze condotte nelle oscurità del sottosuolo, segnate dall’incomprensione e da orizzonti di tensione non condivisi. È un vivere quotidiano concreto, fatto di materia, di sessualità, di violenza, di toni bassi, cupi, che il lettore non ha il tempo di introiettare come tale: il dolore è curato con spugnate di gioia e innocenza bambina. La poesia di Silvia Salvagnini è un vortice che crea bellezza. È immensità leggera. È luce che illumina gli angoli bui di un amore possessivo e cieco, di un amore che non arriva al suo compimento; è il tentativo costante di voler far comprendere la realizzazione di un fine ultimo di ‘destino di gioia universale’ che si realizza attraverso l’accettazione della diversità nella libertà dell’essere. In questa narrazione la voce guida è alla continua ricerca di mantenere il mondo che la circonda sintonizzato alla frequenza della realtà da lei desiderata: da questo nascono dissonanze, scontri, parole che sembrano perdere significato, ritmi sincopati; intuizioni che preannunciano catastrofi. È una lotta di resistenza che terminerà solo quando il dissenso sarà noto e compreso, quando non ci saranno più ostacoli a immergersi nel mondo.

questo libro
lo finisco quando ho sputato il rospo
quando sto bene al sole
quando ho spaccato questa noia
mangiato un girasole
eliminato il superfluo
la nozione di imperatore
e quando riesco a correre
con meno fiatone.

La poesia di Silvia Salvagnini è intrisa di sentimento panico: l’esistenza dell’uomo si eleva e si colora solo quando si fa natura:

avevo sentito che c’era
qualcosa di male
nel caldo egli uffici
allora annaffiavo
la moquette e seminavo
melograni biancospini
banani africani
ciliegi rosa e rossi
riempivo di cachi
fichi e tuberi grossi.

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‘La Risurrezione’ di Alessandro Manzoni. Nota critica di Chiara Pini

Autografo della Risurrezione in Immagini della vita e dei tempi di Alessandro Manzoni, raccolte e illustrate da Marino Parenti, Firenze, Sansoni, 1973, p. 84.

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È risorto: or come a morte
La sua preda fu ritolta?
Come ha vinte l’atre porte,
Come è salvo un’altra volta
Quei che giacque in forza altrui?
Io lo giuro per Colui
Che da’ morti il suscitò.

È risorto: il capo santo
Più non posa nel sudario
È risorto: dall’un canto
Dell’avello solitario
Sta il coperchio rovesciato:
Come un forte inebbriato
Il Signor si risvegliò.

….Come a mezzo del cammino,
Riposato alla foresta,
Si risente il pellegrino,
E si scote dalla testa
Una foglia inaridita,
Che dal ramo dipartita,
Lenta lenta vi risté:

….Tale il marmo inoperoso,
Che premea l’arca scavata,
Gittò via quel Vigoroso,
Quando l’anima tornata
Dalla squallida vallea,
Al Divino che tacea:
Sorgi, disse, io son con Te.

….Che parola si diffuse
Tra i sopiti d’Israele!
Il Signor le porte ha schiuse!
Il Signor, I’Emmanuele!
O sopiti in aspettando,
È finito il vostro bando:
Egli è desso, il Redentor.

….Pria di Lui nel regno eterno
Che mortal sarebbe asceso?
A rapirvi al muto inferno,
Vecchi padri, Egli è disceso;
Il sospir del tempo antico,
Il terror dell’inimico,
Il promesso Vincitor.

….Ai mirabili Veggenti,
Che narrarono il futuro
Come il padre ai figli intenti
Narra i casi che già furo,
Si mostrò quel sommo Sole
Che, parlando in lor parole,
Alla terra Iddio giurò;

….Quando Aggeo, quando Isaia
Mallevaro al mondo intero
Che il Bramato un dì verria,
Quando, assorto in suo pensiero,
Lesse i giorni numerati,
E degli anni ancor non nati
Daniel si ricordò.

….Era l’alba; e molli il viso
Maddalena e l’altre donne
Fean lamento sull’Ucciso;
Ecco tutta di Sionne
Si commosse la pendice,
E la scolta insultatrice
Di spavento tramortì.

….Un estranio giovinetto
Si posò sul monumento:
Era folgore l’aspetto,
Era neve il vestimento:
Alla mesta che ‘l richiese
Diè risposta quel cortese:
È risorto; non è qui.

….Via co’ palii disadorni
Lo squallor della viola:
L’oro usato a splender torni:
Sacerdote, in bianca stola,
Esci ai grandi ministeri,
Tra la luce de’ doppieri,
Il Risorto ad annunziar.

….Dall’altar si mosse un grido:
Godi, o Donna alma del cielo;
Godi; il Dio cui fosti nido
A vestirsi il nostro velo,
È risorto, come il disse:
Per noi prega: Egli prescrisse,
Che sia legge il tuo pregar.

….O fratelli, il santo rito
Sol di gaudio oggi ragiona;
Oggi è giorno di convito;
Oggi esulta ogni persona:
Non è madre che sia schiva
Della spoglia più festiva
I suoi bamboli vestir.

….Sia frugal del ricco il pasto;
Ogni mensa abbia i suoi doni;
E il tesor negato al fasto
Di superbe imbandigioni,
Scorra amico all’umil tetto,
Faccia il desco poveretto
Più ridente oggi apparir.

….Lunge il grido e la tempesta
De’ tripudi inverecondi:
L’allegrezza non è questa
Di che i giusti son giocondi;
Ma pacata in suo contegno,
Ma celeste, come segno
Della gioia che verrà.

….Oh beati! a lor più bello
Spunta il sol de’ giorni santi;
Ma che fia di chi rubello
Torse, ahi stolto! i passi erranti
Nel sentier che a morte guida?
Nel Signor chi si confida
Col Signor risorgerà.

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La Risurrezione, pur non risultando tale nella raccolta degli Inni Sacri, per stesura, è il primo fra tutti ed è datato 23 giugno 1812. Di questo aspetto si era già accennato in occasione de Il Natale e Il Natale 1833: cronache di vita familiare di Alessandro Manzoni (qui), ma è utile ricordarlo per sottolineare il tratto distintivo con cui Alessandro Manzoni aderisce al cattolicesimo. La datazione de La Risurrezione ci suggerisce un percorso d’indagine svincolato da circostanze di tempi liturgici: Manzoni con afflato gioioso abbraccia il mistero più grande del cristianesimo e lo fa senza esitazioni, con l’entusiasmo della scoperta. In molta critica, soprattutto scolastica, si è sempre parlato di conversione del Manzoni, travisando il significato del termine. Alessandro, al contrario della moglie Henriette, nonostante la compiacenza per le prime nozze celebrate con rito calvinista, non proveniva da altra religione. Egli fu, fin da bambino, educato e cresciuto, almeno nella forma, secondo gli insegnamenti della morale cattolica, impartiti in Collegio dai padri somaschi e in casa dal Conte Pietro Manzoni. Per questo motivo risulta maggiormente pertinente parlare di adesione consapevole alla religione cristiana, anziché di conversione. E attraverso questo inno Alessandro lo fa con totale entusiasmo: sembra comprendere che aderire alla fede cattolica non sia sofferenza e dolore, bensì gioia condivisa. Manzoni annuncia egli stesso la risurrezione di Cristo; lo fa con lo stupore di chi proclama la scoperta: «È risorto…, È risorto», e ancora, «È risorto», ripete per tre volte, lo giura e ne porta le prove con l’eccezionalità di un sudario senza corpo e di un sepolcro miracolosamente rimosso in un inno di luce e di levità. «È risorto», è un annuncio anaforicamente ripreso da «Che parola si diffus / tra i sopiti di Israele»: urla la sua gioia Alessandro e ricorre alla similitudine delle strofe tre e quattro per convincere un più vasto pubblico, per svegliare le menti annebbiate. In tutto l’Inno assai complesso è il gioco degli aspetti verbali che l’autore orchestra con mirabile maestria: passato, presente e futuro s’intersecano, si confrontano e si fondono nella realizzazione di un evento che, seppur atteso, sembrava solo tensione. Eppure è realtà, qui, ora, per sempre. (altro…)

‘Words’ di Luisa Menazzi Moretti (nota critica di Chiara Pini)

© Follia di Luisa Menazzi Moretti

L’immagine è parola – Words –

Le parole sono la nostra ricchezza. Esse ci determinano, ci raccontano nel nostro intimo più profondo e nelle relazioni che intessiamo con il mondo.
Senza parole noi non siamo, non pensiamo, non forniamo comandi consapevoli al nostro corpo. Le parole legano le persone, costruiscono sentieri, raccontano la nostra storia.
Il valore delle parole è immenso: esse illudono, determinano, condizionano, uccidono.
Nulla è più grande della parola, nulla è più potente.
Ingenuo segno grafico, suono dolce o ritmato, annoiato o stanco, la parola è una traccia indelebile di storie individuali e collettive.
La parola consola e risolve enigmi, formula preghiere e innalza all’incontro con l’Assoluto.
La parola denuncia.
La parla denuda le nostre meschinità.
La parola racconta le memorie che vorremmo andassero dimenticate. La parola non cancella: la parola mantiene vivo il ricordo e ci obbliga a pensare, a formulare altre parole, a costruire un pensiero, un’idea. Le parole generano le rivoluzioni.
Le parole alimentano l’amore.
Le parole valgono per se stesse, al di fuori dei contesti: esse sono vivo significante, veicoli di significato pieno. Nulla esiste al di là della parola. Le immagini sono la loro rappresentazione, non surrogati.
Un quadro, una fotografia, un simbolo sono ellissi di file di parole, di intrecci di pensieri. La parola è un’opera d’arte in sé, portatrice consapevole di messaggi, referente assoluto per ogni fruitore.
La parola è dotata di un proprio volume sia che essa venga urlata in una piazza o in un teatro, sia che appaia silenziosa tra le pagine di un libro.
La parola apre alla comprensione e al sentire, alla ragione e al cuore, alla scienza e all’arte.
La parola è ciò che di più democratico e di più elitario esista.
Ma la parola va conservata, curata, coccolata, coltivata perché essa si consuma dall’interno. Mantiene a lungo il suo splendido aspetto e il suo vigore interiore se condivisa, scambiata, utilizzata; se, invece, viene relegata, abbandonata, fino all’ultimo suo giorno sembrerà splendente, poi, all’improvviso sparirà, risucchiata dall’oblio. E con essa le nostre memorie, ciò che noi siamo.

Words di Luisa Menazzi Moretti, nonostante l’identità fotografica, è un progetto letterario immaginifico in cui l’artista accoglie nell’intimità dei propri pensieri lo spettatore. Luisa Menazzi Moretti svela suggestioni dal profondo che sembrano nascere dalla casualità: ci raccontano il suo vagabondare attento in un mondo distratto e confuso, che sembra dimenticare il valore degli individui. È uno sguardo decadente quello che nasce dall’obbiettivo di Words: l’artista svela verità nascoste e riporta lo sguardo interiore dello spettatore a scandagliare il senso di un quotidiano che sfugge per distrazione e frettolosità. È un progetto che va ricordato perché racconta l’individuo nel tempo e nello spazio: un viaggio nella complessità umana, con fotogrammi che aprono a speculazioni filosofiche, come in Alla ricerca del tempo perduto o alla riflessione storica come in Anima. Luisa Menazzi Moretti racconta un’umanità folle (Follia) di shakespeariana memoria che, nonostante la macchia dell’invidia (Solo invidiare), sa reagire con coraggio alle insidie del quotidiano (Coraggio): questi sono gli scatti tratti dalle pagine di una letteratura più o meno nota, alla ricerca, appunto, del tempo in cui agire, ricordare, pensare, amare. Ma è proprio in quest’occasione che la parola vive per se stessa, oltre ogni appartenenza: un messaggio che nasce dalla parola e in essa si alimenta, manifestandosi nella propria essenza. (altro…)

‘Un nido di candide piume’ di Chiara Pini (rec. di Patrizia Grassetto)

Chiara Pini, Un nido di candide piume, l’Erudita, 2018, pp. 143

Questo romanzo breve è uno scrigno di sentimento, di storia, di personaggi importanti, di originalità, di fantasia, alla ricerca dell’anima delle persone.
L’autrice Chiara Pini dichiara di aver tratto spunto dalle lettere fra Alessandro (Manzoni) ed Henriette (Blondel), oltre che da uno studio approfondito di molte fonti bibliografiche che sta proseguendo da diversi anni. Si avverte, infatti, nelle righe del testo, una profonda conoscenza del periodo storico di riferimento.

Un nido di candide piume narra il Manzoni colto nel momento di ispirazione che lo porterà a scrivere l’ODE a Napoleone. Purtuttavia Pini non indica affatto nel titolo questo particolare, bensì riporta quello che poi scopriremo essere un dolce ricordo pregno di affetto, tramandato di madre in figlia.Già lì, quindi, e poi nella narrazione, si avverte una presenza femminile molto forte, che lascia il segno di sé. La presenza della madre di Alessandro e della moglie circonda il racconto e, dunque, Manzoni stesso, ma non incombe; anzi, è fonte di sentimento, di dolcezza, di una maternità sentita, e le due figure femminili sono sostegno per dare forza allo scrittore.

Nel racconto si attorcigliano i fili della vita quotidiana semplice e ordinata, i fili degli affetti irrinunciabili, i fili dell’ispirazione poetica del grande Manzoni, con una scrittura fluida che accompagna dolcemente il lettore portandolo ora a contatto con la storia, ora con i sentimenti, ora con l’estro creativo.
Di fronte ad un’opera importante, quasi un mausoleo, qual è l’ODE Il cinque maggio, l’autrice non solo coglie la capacità artistica del poeta e il suo sentire profondo ma, nel contempo, riesce a fare emergere la sensibilità dei suoi ricordi e dei suoi sentimenti. (altro…)

‘Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere’ di Giacomo Leopardi. Con una nota critica di Chiara Pini

Vend.  Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Pass.   Almanacchi per l’anno nuovo?
Vend.  Sì signore.
Pass.   Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Vend.  Oh illustrissimo sì, certo.
Pass.   Come quest’anno passato?
Vend.  Più più assai.
Pass.   Come quello di là?
Vend.  Più più, illustrissimo.
Pass.   Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Vend.  Signor no, non mi piacerebbe.
Pass.   Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Vend.  Saranno vent’anni, illustrissimo.
Pass.   A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Vend.  Io? non saprei.
Pass.   Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Vend.  Non in verità, illustrissimo.
Pass.   E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Vend.  Cotesto si sa.
Pass.   Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Vend.  Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Pass.   Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Vend.  Cotesto non vorrei.
Pass.   Oh che altra vita vorreste rifare? La vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Vend.  Lo credo cotesto.
Pass.   Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Vend.  Signor no davvero, non tornerei.
Pass.   Oh che vita vorreste voi dunque?
Vend.  Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Pass.   Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Vend.  Appunto.
Pass.   Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Vend.  Speriamo.
Pass.   Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Vend.  Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Pass.   Ecco trenta soldi.
Vend.  Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

Testo di riferimento: G. Leopardi, Operette Morali, a cura di C. Galimberti, Guida Editori, Napoli, 1988

Di questo dialogo colpiscono la modernità e la distaccata ironia con cui Leopardi affronta il tema della felicità e del futuro. L’autore smaschera l’ingenuità di ogni essere umano, così fragile e indifeso dinanzi alle incognite dell’esistenza: scardina quel patto di non belligeranza tra noi e l’ignoto e lo fa con garbo e delicata superiorità.
Non vi sono altre interpretazioni se non quella lasciataci dall’autore stesso nello Zibaldone in data 1 luglio 1827:

   «Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla né più né meno quale la prima volta. L’ho dimandato anco sovente a me stesso. Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto, nessuno (…) Che vuol dire questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiam provato più male che bene; e che noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro e per un’illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti.»

Tuttavia, il tema viene proposto con leggerezza, attraverso una prosa agile e ben modulata e una circolarità ritmica che dona respiro: il passeggere, alter ego di Leopardi, smaschera la vacuità di colui che più dovrebbe conoscere l’essenza della propria merce, il venditore. Il passeggere, con metodo ermeneutico, accende una luce di consapevolezza nel proprio misero interlocutore, che si lascia ingenuamente guidare nella riflessione, fino a rimanere schiacciato dalle incalzanti domande del passeggere filosofo e a trasformare una certezza del futuro in dubbiosa speranza. Ma se il venditore rimane confuso e disorientato, il passeggere sa bene di non poter procedere oltre nella riflessione non solo per il limite del senso comune, così ben interpretato dal venditore di almanacchi, ma anche per l’arrendevolezza dinanzi ad una visione della felicità che non esiste se non nell’attesa vana di un possibile futuro, a cui si chiede di essere migliore del passato e del presente. Ed è a questo punto che ogni dubbio e ogni domanda vengono insabbiati e si rinsalda il patto iniziale attraverso la richiesta dell’almanacco più bello, per cui vengono versati trenta soldi: si ritorna in superficie, si nascondono dubbi e dolori, si paga per avere un’illusione. Così si dà sollievo al cuore e si va incontro alla vita.

Questa operetta morale è stata anche oggetto d’interpretazione cinematografica da parte di Ermanno Olmi che, nel 1954, girò l’omonimo cortometraggio, una delle sue prime sperimentazioni nella settima arte, ancor oggi facilmente recuperabile in rete (qui). Il regista scelse di ambientare il dialogo nel suo presente, in Galleria a Milano, e di introdurlo attraverso una scena curiosa che forse ci offre una propria visione dello scorrere del tempo: la sua videocamera ci mostra due zampognari che lasciano lo spazio a un suonatore di organetto, quasi un passaggio di consegne tra il passato e il presente, una semplice osservazione de l’ineluttabilità del tempo che passa, senza giudizio..

© Chiara Pini

Coriandoli a Natale #3: il ‘Natale’ di Alessandro Manzoni, con una nota di Chiara Pini


Il Natale e Il Natale del 1833: cronache di vita familiare di Alessandro Manzoni

di © Chiara Pini

Il Natale

Qual masso che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all’impeto
Di rumorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;

Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole;
Né, per mutar di secoli,
Fia che riveda il sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà:
Tal si giaceva il misero
Figliol del fallo primo,
Dal dì che un’ineffabile
Ira promessa all’imo
D’ogni malor gravollo,
Donde il superbo collo
Più non potea levar.

Qual mai tra i nati all’odio,
Quale era mai persona,
Che al Santo inaccessibile
Potesse dir: perdona?
Far novo patto eterno?
Al vincitore inferno
La preda sua strappar?
Ecco ci è nato un Pargolo,
Ci fu largito un Figlio:
Le avverse forze tremano
Al mover del suo ciglio:
All’uom la mano Ei porge,
Che si ravviva, e sorge
Oltre l’antico onor.

Dalle magioni eteree
Sgorga una fonte, e scende,
E nel borron de’ triboli
Vivida si distende:
Stillano mèle i tronchi;
Dove copriano i bronchi,
Ivi germoglia il fior.

O Figlio, o Tu cui genera
L’Eterno, eterno seco;
Qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
Non ti comprende il giro:
La tua parola il fe’.

E Tu degnasti assumere
Questa creata argilla?
Qual merto suo, qual grazia
A tanto onor sortilla?
Se in suo consiglio ascoso
Vince il perdon, pietoso
Immensamente Egli è.

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
Vaticinato ostello,
Ascese un’alma Vergine,
La gloria d’Israello,
Grave di tal portato:
Da cui promise è nato,
Donde era atteso uscì. (altro…)