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Speciale Premio Strega Poesia 2026 – Intervista a Isabella Leardini

A cura
di Annachiara Atzei

 

Anima nera delle conchiglie
potresti tagliare sottile
l’ultimo filo che lega la mente
ancora troppo, troppo resistente.

Isabella Leardini, Maniere nere

 

 

In Maniere nere, scritto da Isabella Leardini per Mondadori e in corsa per il Premio Strega Poesia 2026, ciò che si mostra è l’invisibile. Come se qualcosa venisse alla luce da un fondale oscuro e prendesse forma, dando vita alle immagini. Il segno, qui, deriva dal non detto e rivela una potenzialità generativa – che è perfino profetica – inaspettata, poiché è il rovescio della non generatività: l’universo che resiste a sé stesso in ogni possibile forma. In questa raccolta, l’autrice riminese scioglie certi enigmi della sua esistenza (forse il corpo è capace di ospitare in egual misura la morte e la vita?) spingendosi con la parola poetica in spazi confinanti, che sfiorano il limite noto, rivelandolo, o tentando di farlo. La scrittura è, appunto, un dispositivo atto a creare che va oltre la biologia e il più stretto concetto di natura. Maniere nere è, insomma, un libro che invita il lettore a guardare nella tenebra, oltre la paura che spesso fa lo spazio cavo dentro ciascuno di noi, per considerarlo – raccolto il coraggio necessario – uno spazio di libertà.  

 

 


Cosa sono le “maniere nere”? Cosa le accomuna al tuo modo di scrivere poesia? E qual è la suggestione – o il concetto – che vuoi trasmettere?

La maniera nera è una tecnica di incisione in cui l’intera lastra è scalfita fino a creare una fitta trama di segni che diventano un opaco fondo scuro. Questo spazio abraso in cui il metallo si solleva come un velluto, trattiene in sé l’inchiostro, appare nell’opera come una densità di buio. Il disegno emerge dal secondo passaggio, quando l’artista lo incide con una punta, si dice che abbassa il nero. Questo segno in profondità è lo spazio in cui l’inchiostro non può arrivare, nell’opera compiuta è il bianco, l’immagine che emerge dal fondo di un’oscurità. Dunque è per sottrazione che appare il disegno nella maniera nera, ed è così che ha preso forma la visione nel mio libro, per sottrazione di coscienza e di dicibilità. Ciò che si mostra è l’invisibile. La maniera nera è un procedimento rovesciato, al negativo. Se la mia poesia prima appariva come una superficie chiara e lasciava solo intravedere un’oscurità sottostante, questo libro è esattamente il negativo della mia scrittura: il nero è venuto in superficie e la luminosità filtra dal fondo. La metafora della maniera nera si lega per me al rapporto tra poesia e indicibile, credo che la parola poetica per nascere debba lavorare per prima cosa il buio e il silenzio, permettere che l’immagine emerga da essi, come segno che origina proprio dal non detto. In Accademia di Belle Arti, a Venezia dove insegno, da qualche anno vedo nascere le maniere nere in aula, le teste chine sulle piccole lastre lavorate con pazienza. Questo titolo mi si è presentato alla mente poco prima di iniziare a scrivere il libro, l’ho considerato anche un titolo profetico.

Utilizzi delle immagini particolarmente efficaci per parlare di mondi che sembrano confinanti, o forse, suggerire una coesistenza di diverse realtà. È una delle letture possibili dei tuoi versi? Chi sono i bambini non vissuti e i non più vivi? Qual è la loro dimensione? 

Non sono altri mondi, è uno spazio vicinissimo, confinante è la parola giusta: è un altrove accanto che ci sfiora, a un battito dalle mani che non arrivano a toccare le mani, dice il verso con cui mi si è presentato. Non sono metafore, sono figure e sono state canali aperti per dire qualcosa che in nessun’altra maniera avrei potuto dire. I non più vivi sono morti, come quelli che in una poesia di Pascoli si siedono al tavolo della cucina; alcuni di noi riescono a sedersi attorno a quella stessa tovaglia. I bambini di Maniere nere invece sono bambini che mai vivranno, i miei. 

Collezioni di piccole morti”, cose mancate o un certo senso di precarietà sembrano i punti di comunanza tra le diverse sezioni del libro, che pure descrivono realtà e situazioni assai diverse tra loro. È così?

La non generatività è il tema di fondo di Maniere nere; anni fa ho scoperto di essere un corpo che produce forme altre, uno spazio adatto a ospitare la morte più che la vita. Dopo anni di silenzio questo indicibile si è presentato attraverso i simboli come una scrittura quasi medianica, in cui la morte e le sue forme erano onnipresenti. I temi all’inizio erano come fili aggrovigliati, ho lavorato per due anni soltanto sulla struttura, l’ordine dei testi. Le sezioni sono come quadri di un tappeto, ambienti diversi intessuti con gli stessi lunghi fili, concatenati. La prima sezione è popolata di fantasmi e bambini non nati. La seconda porta nello spazio sommerso del fondale, usa il simbolo delle conchiglie come gusci vuoti, quello della madreperla come forma metapoetica, generata ma non viva. La terza sezione, I subacquei, come atto politico ripete in ogni poesia la parola fiore, perché floreale era stata definita la poesia delle donne in chiave dispregiativa. Le donne sono al centro della sezione seguente, Le alghe, e sono ragazzine o “ragazze”, così vengono definite anche quando arrivano al vertice in ciò che fanno, come le quattro protagoniste del poemetto sulle scrittrici suicide. Il suicidio attraversa tutto il libro: è il limite/soglia della riva e dell’erba, dal sommerso al sotterraneo, la sezione Al buio dell’ala è un corpo a corpo segreto con questo tema. La fortuna è l’ultima sezione che ho scritto, tre anni dopo le altre; tutti i simboli metapoetici del libro, dall’acqua al fiore, chiudono il cerchio in un congedo. Infine, c’è l’antefatto: le cinque poesie della sezione finale le avevo scritte tre anni prima, misteriosamente contenevano già tutti i simboli del libro.

 

 

Bambini, conchiglie, alberi, fiori, il buio, le alghe sono simboli di un universo in continuo divenire, in continuo riversarsi su sé stesso, come se tutte le specie fossero in sinergia le une con le altre, quasi dal libro si generasse un enigma irrisolto…

Per me Maniere nere è un enigma chiaro ora, una ragnatela annodata a sé stessa in ogni parte. È un libro dei rovesci: la possibilità di generare vita altrui, la possibilità di togliere la propria; sono temi speculari che affondano in profondità nella mia esistenza. L’enigma è ancora irrisolto e forse per questo non si mostra intero a chi legge. Sul rovescio della non generatività c’è la generatività: questo universo che si rigenera da sé stesso nelle minime forme in cui la natura resiste. La sola risposta del mondo, dice il poemetto “Filastrocca sotto il tappeto”, è la piuma che scaccia una piuma, ma anche l’alfabeto che lascia una prova. La generatività è misteriosa e abominevole, uno scongiuro della morte. Gli spiriti che abitano le case e i corpi che nutrono altre creature, mostrano una resistenza misteriosa alla morte, poi c’è una generatività altra, data all’umano al di là della biologia: la scrittura. 

Chiuderei parlando della sezione dedicata alle grandi donne della letteratura. Cos’è “la vita non afferrata”? Cosa ha a che fare con Woolf, Sears, Pozzi e Plath?

La sezione Le alghe non è solo dedicata alle scrittrici, è anche piena di ragazzine incontrate nei miei laboratori, anche loro a volte se la giocano con la morte. La vita non afferrata che appare nella poesia Lucente termine d’aria è quella che abbiamo vissuto durante la pandemia, lo spazio cavo che probabilmente è stato il fondo di questo libro. Era uno spazio di risacca, in cui il silenzio e la solitudine hanno lavorato su chi era pronto a guardare nel nero. Molti libri nati in quel periodo mostrano chiaramente un ritorno alla visione, dopo anni in cui sentivamo il compito di cantare la realtà. La vita non afferrata è anche il pegno della scrittura: lo scandaloso responso della rosa stabilizzata che compare nella poesia “Per anni”: per eternare altra vita devi sostituirla con la vita. Significa che gli scrittori pagano quasi sempre un pegno, sono quelli che possono guardare ma per farlo devono spostarsi a un passo dalla vita; da questa piccola distanza vedono più chiaro e la vita che lasciano nella scrittura è una potente energia. Io credo che per Virginia, Mariagloria, Antonia, Sylvia e tutte le altre, il suicidio non sia un fallimento della vita non afferrata; credo fossero estremamente vitali e anche quell’atto è stato un culmine delle loro vite, un attimo in cui sono state pienamente se stesse. Questo mostrano gli elementi: le differenti nature a cui hanno aderito definitivamente. La vita non afferrata, se volessimo proprio collegarla al poemetto I nostri piedi sono stretti nelle scarpe che vogliamo, sarebbe se mai il desiderio di ciò che non è per noi: i desideri che crediamo di dover desiderare sentiti come una colpa, un’inabilità. E naturalmente tutte loro sono anche un gioco di specchi. 

 

Isabella Leardini (foto di Alessandro Natalini)

 


Isabella Leardini è nata a Rimini nel 1978. Ha pubblicato le raccolte di poesia La coinquilina scalza (Niebo/ La Vita Felice, 2004) e Una stagione d’aria (Donzelli, 2017), Maniere nere (Mondadori, 2025). Insegna Scrit­tura creativa all’Accademia di Belle Arti di Venezia e da anni tiene work­shop e laboratori di poesia in tutta Ita­lia con il metodo da lei stes­sa ideato, oggetto del saggio Domare il drago (Mondadori, 2018). Dal 2022 dirige il Centro di Poesia Contempo­ranea dell’Università di Bologna; cura inoltre le collane di poesia dell’editore Vallecchi, per cui ha pubblicato l’anto­logia Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento (2023).


 

 


In copertina: Isabella Leardini (foto di Alessandro Natalini)


 

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