,

Speciale Premio Strega Poesia 2026 – Intervista a Vincenzo Ostuni

Rubrica a cura
di Annachiara Atzei

 

Se la forma di un libro ha molto a che fare con ciò che vuole dire, il Faldone di Vincenzo Ostuni (Il Saggiatore, 2025) – in concorso al Premio Strega Poesia 2026 – ha in sé la complessità della realtà che racconta attraverso la parola poetica. Per la messa in pagina e la versificazione, la forma dialogica e le immagini, o ancora i pieni e i vuoti che tanto lo avvicinano a un’opera visiva, evoca un mondo dagli infiniti ambiti di conoscenza ed esperienza, dagli infiniti rapporti umani e sentimenti e dalle infinite possibilità. E, come la realtà, è un libro destinato (per ora) a non chiudersi, anzi in continuo divenire: si allarga, si stratifica, si riavvolge per espandersi di nuovo o, perfino, tornare al suo inizio. Non conosce la temporalità e la logica. È concepito come una raccolta di sostanze incandescenti di cui decidere l’utilizzo, poiché – come spiega l’autore in questa intervista – tutto ciò che ha prodotto l’Occidente è, in potenza e in atto, immondizia e tesoro. Con la sua opera, Vincenzo Ostuni maneggia questo materiale provando, anzitutto, a cambiare lo stato delle cose: unica condizione della scrittura così come dello stare al mondo.

 


Cos’è il Faldone? Come si potrebbe descriverlo a chi ancora non lo conoscesse?

Sul sito che raccoglie il mio lavoro c’è scritto che il Faldone è un libro di poesie che cambia nel tempo. La definizione ne coglie uno degli aspetti fondamentali poiché si tratta di un’opera composta da poesie al confine con la prosa o con le opere visive. I testi si modificano nei contenuti e nella collocazione all’interno del libro e lo accrescono. È un libro che non intende chiudersi, che muta di continuo. Continuare a lavorare intorno allo stesso progetto mettendo in scena un cantiere sempre in corso più che delle chiusure per tappe, è stata fin dall’inizio la mia intenzione.

Il Faldone non raggiunge mai, per definizione, la compiutezza ma, come dicevi, è un libro di poesia che cambia nel tempo e si aggiorna. Di quale tempo è, dunque, il segno?

Ho iniziato a scrivere il Faldone in una fase storica assai diversa da questa – cioè intorno al 1991 e 1992 – periodo in cui si era nel pieno della ubriacatura post ideologica, dopo il crollo del Muro, quando sembrava che il capitalismo avesse ormai vinto e si sarebbe espanso nel mondo. Dal punto di vista delle poetiche, si era nel trionfo del post-modernismo, isomorfo a questo clima di indifferenziata sbornia post ideologica. L’opera nasce come risposta a questo clima, ed è una reazione ad esso. È diventato poi il segno di questi tempi, che voglio continuare a credere siano più vicini a esiti rivoluzionari rispetto a quel periodo. In ogni caso, il testo sceglie di dissimulare questa diacronia perché non è distribuito in maniera logica, ma le sue parti si intersecano senza una disposizione cronologica.

Poiché il discorso non si sviluppa in senso cronologico ma si espande orizzontalmente, accrescendosi di pagina in pagina, possiamo definire la tua una scrittura – e un discorso – circolare?

La prima forma che pensai per il Faldone fu asintotica, una sorta di doppia iperbole, in cui le due metà del testo si avvicinavano senza mai potersi incontrare. Il carattere asintotico permane: il Faldone non arriverà mai a una versione definitiva e finale. L’aspetto della circolarità esiste, senz’altro, in vari sensi: ad esempio c’è una corresponsione tra quello che scrivevo nell’infanzia e altri testi scritti più avanti. E poi, il Faldone nella sua parte finale torna a esibire gli utensili della sua costruzione.

Il testo è scritto in forma dialogica, spesso tra parentesi, spesso tra virgolette caporali. Tende all’infinito ma è continuamente interrotto. Perché l’uso di questa forma?

La forma del Faldone e la forma del dialogo hanno in comune che entrambe sono forme aperte, per i motivi detti prima. Il dialogo è senz’altro l’incarnazione dell’apertura reciproca e della provvisorietà. Tuttavia, il Faldone è un metodo di lavoro, che non pre-giudica il suo contenuto. Al metodo non corrisponde di necessità una forma dialogica.

 

Vincenzo Ostuni

 

C’è, in questa forma, l’intento di dare origine sempre a un discorso nuovo o a un discorso altro? È un tentativo di archiviare qualcosa e metterla definitivamente da parte o è un luogo di possibilità?

Il testo stesso lo dichiara chiaramente: “Riuniamo il tutto in un unico faldone e giudichiamo cosa farne”. Lo scopo è raccogliere, non necessariamente buttare. Il detrito, del resto, ha un possibile riutilizzo. Il Faldone è una raccolta di elementi culturali, psicologici, politici, biografici, o filosofici che si tenta di salvare, vagliare, riformulare.

Che rapporto c’è tra l’“io” e il “tu” in questo libro? Quale spazio? È conflittuale? O è un confronto collaborativo, armonioso?

Credo che nel complesso sia più una forma collaborativa perché anche quando le voci non vanno d’accordo – talvolta, infatti, portano dolore, conflitto e distanza – cercano di trovare una collaborazione dialettica. Credo sia un libro nella genesi del quale l’amicizia, come sede del confronto dialettico, sia predominante rispetto all’inimicizia e alla conflittualità radicale. Queste voci tentano soprattutto di trovare una quadra, cercano di trovare ordine nel caos, pur senza riuscirci. Penso ai dialoghi di Platone, in cui la ragione stava per lo più da una parte sola: nel mio caso, il dialogo è più alla pari.

Il libro ha una forma – o una formazione, una gestazione – complessa. Una forma complessa è necessaria a evocare una realtà complessa?

Si, la forma ha molto a che fare con ciò che vuole dire. Non tutto può essere detto in una forma semplice – anche se questo talvolta miracolosamente succede – soprattutto perché tantissimi sono gli ambiti della conoscenza e dell’esperienza umana. Io ho cercato di fare un lavoro di allargamento di ciò che può essere trattato in poesia e ho cercato di complicare il discorso sia per quanto riguarda i temi e anche con la messa in pagina e la versificazione. Nel mondo di oggi, peraltro – in cui ci sono bolle culturali non intercomunicanti – la complessità si riverbera nel pensiero e nelle vite di tutti, non solo di chi fa un lavoro intellettuale.

Quanto al contenuto del libro, fin da subito appare chiara una dichiarazione di intenti. Scrivi, infatti: “Raccogliamo le immondizie dell’Occidente (…) Riuniamo in tutto un unico faldone (…) ci mettiamo dio e la morte, ragione e immaginazione, itinerarium mentis, Storia, scienza, eros; agàpe, spirito e predestinazione; utopia, felicità, mercato, diavolo; e per ultimi significante, significato, significazione”. Quali sono le immondizie dell’Occidente?

Tutto ciò che ha prodotto l’Occidente è, in potenza e in atto, immondizia e tesoro. Si tratta di appurarlo di volta in volta. L’amore, l’eros, i rapporti di coppia e genitore-figli sono una risorsa, anche perché sono anche esercizi di comunità e non solo fatti privati. Il modo in cui stiamo con gli altri, infatti, è il modo in cui noi possiamo salvare la civiltà. Ecco perché dentro il Faldone c’è anche un discorso politico, che riguarda la critica al capitalismo. Dell’Occidente, poi, ciò che si salva è proprio la dialettica collettiva, cioè il fatto che sia possibile cercare verità morali, civili, tecniche, scientifiche, filosofiche o pratiche attraverso la pattuizione e l’apertura a un discorso.

Tu scrivi: “È merce fallita la ragione. È un corpo storto”. Cosa può fare la scrittura, contro il fallimento della ragione? Cosa può fare la lingua? È un modo di dare vita a una realtà diversa o è un modo di fare esperienza dell’esistente?

Chi scrive cerca sempre di rispondere a questa domanda. Credo si debba sempre cercare di scrivere come se si avesse davvero la capacità di cambiare qualcosa: questa è l’unica condizione della scrittura e, ancor prima, dello stare al modo. Quindi: aderire alla realtà no, criticarla sempre e comunque, e cercare di portare la critica a orecchie più sensibili e attente. Il Faldone, peraltro, non necessariamente dev’essere pensato come un’opera individuale: spesso lo immagino scritto a più mani – come un piccolo innesco tra tante opere letterarie, come una grande opera collettiva o sparsa che rappresenti un mondo in cui le decisioni e le risorse siano più orizzontali, come i versi che utilizzo.

Dentro il Faldone tu fai anche un discorso sull’identità. Che significa che l’identità è vuota? E come si intersecano la Storia e le storie di tutti? Come si intersecano le scritture di tutti, come hai appena ipotizzato?

Non ho una soluzione, ma un auspicio: spero che dimensione individuale e collettiva siano perfettamente comunicanti o persino in parte coincidenti. La letteratura, o la poesia, non è solo conoscenza del particolare. Non esiste un momento logicamente prioritario della narrazione o della scrittura in versi in cui ci si riferisce a una singolarità, e solo in seguito all’universale: le due cose si sovrappongono, anche a prescindere dalle intenzioni di chi scrive. Ambisco ad ascrivermi a una letteratura che incastoni l’individualità in una rete relazionale e conoscitiva più complessa.

 

 


Vincenzo Ostuni (Roma, 1970) è poeta e coresponsabile editoriale di Ponte alle Grazie. Dai primi anni novanta si dedica al Faldone, grande raccolta di scritti poetici che continua ininterrotta fino a oggi e di cui sono usciti nel tempo diversi estratti (per il Saggiatore, Il libro di G. nel 2019).


 

I testi in cinquina

 

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.