, ,

Contro l’ansia di diventare qualcuno – Intervista a Ilaria Camilletti

Come si trova la strada giusta? Non esistono manuali per trovare se stessi, né una formula per realizzare il futuro perfetto. Per fortuna, però, esistono storie nelle quali riconoscersi e trovare in qualche modo la propria.
Ilaria nella giungla  (Accento Edizioni) è il romanzo d’esordio della ventunenne Ilaria Camilletti, un libro di formazione, anzi di evoluzione, pensato per tutti ma perfetto per ragazze e ragazzi grazie a stile, linguaggio e forza evocativa.

Ilaria ha appena finito il liceo e si trova in una sospensione: non una crisi plateale, non una posa, ma uno stato di indecisione. In attesa di settembre, mese in cui deve decidere quale strada intraprendere dopo la maturità, lavora all’Oasi, un bar multiculturale a Ostia, dove impara a muoversi tra lingue diverse, accenti e piccoli gesti quotidiani. Qui incontra una fauna umana eterogenea: Syed, Irina, Alicia, Amin, ciascuno con storie presenti come un costante rumore di fondo. In questo spazio di densità umana e quiete apparente, Ilaria comincia a riconoscere se stessa e a trovare la propria trasformazione.

Le voci dei personaggi dominano il testo: Ilaria su tutte, seguita da Syd, barista e saggio improvvisato; Davide, ragazzino dai modi irresistibilmente Verdoneiani; e Viola, misteriosa e apparentemente fragile. Ognuno contribuisce a dare senso ai dubbi di Ilaria, componendo un coro brillante che parla anche al lettore: non servono diciott’anni per riconoscersi nei dilemmi e per intravedere una fessura di luce nel futuro incerto. Ilaria nella giungla – tra i romanzi proposti al Premio Strega 2026 – parla di ansie e scelte, di precarietà e crescita, senza spiegare nulla, permettendo al lettore di osservare, ascoltare e trovare, tra le voci dei personaggi, il proprio posto, accettando il diritto di sbagliare senza sentirsi falliti. 


Di Serena Votano


Ilaria ha appena finito il liceo e deve scegliere cosa fare della sua vita: in quale università iscriversi? Quale lavoro fare? Nel frattempo, decide di fare un lavoretto estivo come cameriera all’Oasi, un locale di Ostia che, inaspettatamente, diventa il suo rifugio nella “giungla” delle paure e delle insicurezze. Quanto c’è dell’Ilaria autrice nell’Ilaria personaggio? 

Tantissimo. Sia a livello caratteriale, sia nelle paure: la sua ansia cronica e la sua capacità di vedere problemi dove non ci sono, sono assolutamente mie. Ciò detto, credo di essere molto sparpagliata anche negli altri personaggi. 
C’è moltissimo di me in Davide, soprattutto nella tendenza a un sarcasmo che poi maschera una certa fragilità. E c’è molto di mio anche in Viola, nel suo silenzio. Mi piace pensare, però, che Ilaria non sia solo me, ma che possa rappresentare le paure e le ansie della mia generazione.  Spesso mi rendo conto che la mia generazione sia attraversata da un’ansia ambivalente. Da un lato un’ansia di fondo, legata alla precarietà del presente e del futuro, a questioni enormi di fronte a cui ci si sente oggettivamente impotenti – l’ambiente, le guerre. Dall’altro, un’ansia che assocerei alla capacità di ingigantire problemi inesistenti e di focalizzare la propria attenzione e il proprio valore su dettagli minimi.  Penso, per esempio, a format social come “What I do in a day”, contenuti che, al di là delle differenze caratteriali, su una persona come me agiscono amplificando uno stato di ansia, come se soffiassero sul fuoco. Si insinua l’idea che se nel minor tempo possibile riesci a fare tante cose – e a farle tutte in modo eccezionale – e soprattutto sai già quali cose devi fare, allora va tutto bene. Credo che la mia generazione viva sospesa tra questi due poli: un’ansia incolmabile, perché ci sentiamo impotenti di fronte a problemi più grandi di noi, e un’ansia inutile, che invece costruiamo noi stessi dando importanza a cose che fino a pochi anni fa erano impensabili. E soprattutto, ho l’impressione che di tutto questo si parli molto, ma non ne parliamo mai noi. L’ansia è un tema ricorrente, ma quasi sempre raccontato da chi lo osserva da fuori.

Qual è stata l’idea iniziale del progetto? C’era un messaggio che volevi trasmettere ai lettori attraverso questa storia?

In realtà il libro non nasce con l’idea di essere un libro, né un racconto. Forse non nasce neanche da un’idea, ma da un bisogno. Io ho sempre scritto come sfogo, come qualcosa di necessario. Quando ho iniziato a lavorare in un bar, mi sono resa conto che le ansie di cui parlavamo prima – quelle “inutili”, risolvibili, che però a diciassette, diciotto anni sembravano enormi – convivevano con realtà completamente diverse. Passavo le giornate accanto a persone che convivevano con problemi più grandi, come decidere di mangiare solo metà pizza per lasciare il resto al figlio il giorno dopo. Quella per me è stata un’esperienza fondamentale. Scrivere, sera dopo sera, appuntando tutto sulle note del telefono, è diventato un po’ la mia àncora, il mio modo per fermare quelle immagini così crude, che sentivo importanti ma che sapevo sarebbe stato difficile elaborare.  Successivamente ho lavorato in una colonia, e lì mi sono trovata davanti ai figli delle persone conosciute l’anno prima. La differenza importante è data dall’età: se gli adulti hanno una sorta di remore nel mostrare i propri problemi, le proprie fragilità, i bambini no. I bambini ti mettono davanti alla realtà senza filtri. Ho continuato a prendere appunti, ma sempre senza uno scopo preciso, più per un’esigenza personale. Ricordo che, tornando in macchina dal paesino in cui lavoravo, raccontavo ai miei alcuni di questi aneddoti – alcuni molto dolorosi, alcuni divertenti. E mio padre, a un certo punto, scherzando, mi disse: “Certo, dovresti farci un libro”. Non è stato un momento rivelatore, ma forse lì è nata l’idea di dare più spazio a quelle note, di trasferirle dal telefono al computer. Quando le ho messe insieme, mi sono resa conto che potevano diventare una storia. Con il tempo ho aggiunto altre voci: se all’inizio c’ero solo io, o meglio Ilaria, poi è arrivato Davide. Mi serviva, perché se Ilaria rappresentava la realtà che avevo visto, Davide incarnava la speranza. È qualcuno che inizialmente guarda quel mondo da fuori, anche con un certo pregiudizio, ma che entrando in contatto con esso può cambiare. Il cambiamento – e il coraggio che richiede – è uno dei nuclei del libro, perché lo è stato anche nella mia vita in questi anni.

Ma in questo momento hai svuotato le note o c’è ancora qualcosa che hai voluto tenere? 

In realtà mi hanno rubato il telefono, quindi da qualche parte c’è qualcuno che ha in mano altri sei o sette libri potenziali.  Nel frattempo ho ricominciato su un altro telefono, continuo a prendere appunti nelle note. Mi rendo conto che è forse l’unico momento in cui sono davvero presente a me stessa. Ho un carattere ansioso, sempre proiettato verso quello che dovrei fare dopo, verso ciò che manca, verso ciò che potrei fare meglio. Anche mentre faccio una cosa, sto già pensando ad altre cento. La scrittura, invece, mi costringe a fermarmi. È l’unico momento in cui riesco davvero a stare dentro quello che sto facendo, senza scappare altrove. In cui, semplicemente, ci sono.

Intorno alla protagonista ci sono personaggi con storie che parlano di solitudine, integrazione, insicurezze e dubbi sul futuro. Attraverso queste storie, Ilaria acquisisce consapevolezza e maturità. Eppure nei loro discorsi, a volte, c’è quasi una sorta di disincanto generazionale: i tuoi personaggi hanno davvero smesso di credere nelle proprie ambizioni?

Secondo me, ognuno di loro ha, in fondo, realizzato quella che era la propria ambizione. La differenza, che forse genera quel senso di disincanto, è il fatto che Ilaria ne abbia altre. Mattia, l’infermiere, per esempio, non è un ragazzo privo di ambizione. È cresciuto in una famiglia e con delle idee concrete: arrivare a fine mese, trovare una stabilità. Da piccolo non sognava ma impara che quel lavoro potrebbe dargli sicurezza. Sa che l’infermiere è un mestiere di cui c’è sempre bisogno e studia per diventarlo. Se pensiamo ai personaggi che lavorano al bar, si aggiunge un altro elemento: oggi, purtroppo, per molti ragazzi che arrivano in Italia da altri Paesi è difficile ambire a lavori diversi da quelli più faticosi, con orari pesanti e stipendi bassi. È una realtà evidente. Io continuo a lavorare come cameriera e, nella maggior parte dei posti in cui sono stata, ero spesso l’unica – o una delle poche – italiane. Il lavoro in colonia, per me, è stato molto più faticoso di quello da cameriera, non fisicamente ma emotivamente. L’ho fatto un anno soltanto, perché ho capito che, per come sono fatta, non riuscivo a reggerlo. Ci sono persone che riescono a mantenere una distanza, a gestire meglio questo tipo di impatto. Io no. E lì ho capito davvero cosa significa confrontarsi con certe realtà, senza filtri, senza protezioni. Anche questo, in fondo, è disincanto.

Ilaria ha una voce molto riconoscibile, capace di alternare ironia, inquietudine e momenti di forte introspezione. Davide si esprime attraverso preghiere, Viola attraverso poesie leggere, coerenti con il suo disturbo alimentare. Come hai scelto questi registri diversi per i personaggi? In che modo hai trovato la tua voce e il tuo stile di scrittura? 

In realtà la mia voce nasce nelle note. Non l’ho “trovata”, è il modo in cui ho sempre scritto. Poi, riflettendoci, mi piaceva l’idea che ogni personaggio non avesse solo una voce, ma un suo registro, legato al modo in cui guarda e racconta il mondo.  Ilaria pensa continuamente, è ansiosa, rimugina, quindi era naturale che il suo fosse un flusso di coscienza. Davide, invece, è un ragazzino viziato che fa tutto in senso utilitaristico: prega perché la nonna gli ha detto che, se lo fa, la Roma vince. E quindi prega. Sicuramente c’entra anche la mia formazione: ho studiato filosofia e mi rendo conto di quanto l’educazione cattolica lasci un’impronta, anche quando non ce ne accorgiamo. Per Viola, invece, ho scelto la poesia perché è una forma che non serve a spiegare, non serve a raccontare o a dimostrare, ma a liberare un sentimento. Lei è una che a stento parla delle sue emozioni, però sente il bisogno di fermare quello che prova. E la poesia, in questo senso, è il suo unico spazio possibile.

 

Ilaria Camilletti (© Sandro Michahelles)

 

Continuerai a scrivere? Romanzi, intendo.

Io amo scrivere, spero faccia parte del mio futuro anche a livello lavorativo. Scrivere è un atto solitario, ma allo stesso tempo crea un contatto fortissimo con gli altri. L’idea di poter far ridere o toccare qualcuno che non conosci è qualcosa che mi affascina molto.

Ci sono letture o autori che ti hanno formato come scrittrice?

Direi Daniele Mencarelli: Tutto chiede salvezza mi ha colpita molto, soprattutto per la capacità di raccontare esperienze forti con una leggerezza solo apparente. E poi La casa degli sguardi, che è una storia durissima, ma raccontata con una sensibilità incredibile. Mi piace molto anche Jonathan Bazzi, per la sua capacità di scavare dentro di sé in modo molto lucido, quasi analitico, senza farsi travolgere dalle emozioni. E infine Zerocalcare. Questa è un po’ la mia triade.

Leggere questo romanzo è stato per me anche un modo per interrogarsi sul proprio posto nel mondo. Com’è stato il processo di scrittura e cosa ti auguri che i lettori portino con sé dopo aver letto Ilaria nella giungla?

La cosa che mi rende più orgogliosa non sono tanto i commenti di chi legge abitualmente, ma quelli di chi non legge mai. Persone che vedono la scrittura come qualcosa di distante e che invece si sono riconosciute nella storia. Anche mio fratello, per esempio. Mi ha colpito sentirmi dire: “Mi è piaciuto perché parla di vita vera”. Ecco, credo che la forza della scrittura stia proprio lì: costruire qualcosa che non esiste – perché la storia è inventata – ma che riesce a essere riconoscibile ovunque.

 

 


Ilaria Camilletti nasce il 9 maggio 2005 a Siena, città in cui non vive neanche un giorno.
Oggi studia Filosofia a Firenze. Ilaria nella giungla è il suo primo romanzo.


In copertina: Sakai Hōitsu, Due rondini e un campanello a vento, 1750-1868 (periodo Edo)

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.