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Roberto Cotroneo racconta Umberto Eco dopo dieci anni di silenzio

Il rischio poteva essere quello di pubblicare un noiosissimo tomo celebrativo con vita-morte-e-miracoli di uno degli intellettuali più noti e tradotti al mondo, Umberto Eco. Per fortuna quello di Roberto Cotroneo è caldamente Umberto (La Nave di Teseo), un racconto in frammenti, come quelli di uno specchio che si rompe e che restituisce immagini parziali ma perfettamente delineate, utili a restituirti una figura quasi per intero, come il riflesso originario prima dell’infrangersi.

Tra Cotroneo ed Eco esisteva una prossimità (e non una parentela, come per anni si è creduto) che non è mai diventata del tutto familiarità: entrambi alessandrini, entrambi editorialisti de L’Espresso, entrambi immersi, seppure in modo diverso, in un’idea esigente di letteratura e di intervento pubblico.
Hanno attraversato i decenni insieme, ma permane un’imprendibilità per quel che riguarda Eco, quella tipica dei maestri (o dei profeti).

L’intervista che segue indaga questi nodi: il silenzio voluto da Eco, la sua presenza solida e lucidissima, la distanza umana, il lettore ideale, la crisi del contemporaneo e le trasformazioni della scrittura.
Fino a una domanda inevitabile: che cosa resta, oggi, dell’idea di autore quando la scrittura si ibrida e la voce non ha più un’origine univoca?


Di Giulia Bocchio



Nel suo testamento Umberto Eco aveva chiesto che per dieci anni non si organizzassero convegni, giornate di studio o celebrazioni pubbliche attorno alla sua figura, come se volesse sospendere ogni discorso su di sé. È stata una forma estrema di riservatezza o il suo ultimo colpo di teatro?

È molto probabile che sia stata insieme una forma di difesa e un gesto consapevole. Eco aveva ben chiara una cosa: ormai tutti parlavano di lui. Forse era anche terrorizzato dall’idea che si parlasse dei suoi libri riempiendo il discorso di castronerie, come spesso accade. Da un lato dunque era un meccanismo di difesa: non voleva celebrazioni postume organizzate in modo approssimativo. Dall’altro lato credo ci fosse anche una stanchezza personale. Negli ultimi quasi quarant’anni della sua vita si era trovato continuamente in prima fila su quasi tutto. Il successo del ‘Nome della rosa’ gli aveva cambiato la vita. A un certo punto forse ha pensato: avete parlato così tanto di me in questi anni che adesso vorrei un po’ di oblio, un po’ di tranquillità.

Sono stati lunghi o brevi questo dieci anni?

In un tempo come il nostro, dieci anni sono un’enormità, dunque lunghissimi. Valgono molto più che in passato, e proprio per questo oggi si può tornare a leggere Eco fuori dalla pressione della contemporaneità.
Eco, poi, ha avuto tre filoni: quello teorico-semiotico, quello narrativo e quello occasionale — articoli, bustine, interventi. Quest’ultimo è quello che lo ha legato di più al suo tempo. Non ha mai smesso di intervenire sul presente, sulla politica, sulla cultura, sul costume. Ed è anche per questo che oggi la sua assenza si sente così tanto. Perché manca quello sguardo, quell’esatto tipo di lucidità. Se ci pensiamo, nessuno si chiede cosa direbbe oggi Calvino di Trump o di Meloni. A Eco invece lo chiederemmo perché è stato un intellettuale nel senso pieno del termine: non si è mai sottratto all’immediatezza.

Si può dire che Umberto Eco abbia abitato una sorta di limbo? Che sia stato uno di quegli intellettuali in qualche modo già postumi in vita, avendo raggiunto, mentre era ancora presente, quella consacrazione che molti conoscono solo dopo la morte? Una condizione che può essere insieme una forma di compimento e, forse, anche una forma di esposizione estrema…

Apparteneva a una ristretta cerchia di autori pienamente consacrati in vita, e questo, in alcuni casi, può produrre una sorta di contraccolpo dopo la morte. Penso, in Italia, al caso di Moravia: una presenza fortissima durante la sua esistenza, seguita da una progressiva attenuazione. Come se l’eccesso di visibilità generasse, col tempo, una forma di riequilibrio. Nel caso di Umberto, però, non credo sia accaduto davvero. I numeri sono di un’altra scala, basta pensare alla diffusione globale del Nome della rosa. Piuttosto, ciò che oggi si avverte è la mancanza della sua presenza attiva: quella capacità di intervenire sull’immediato, di leggere il presente con uno sguardo sempre spiazzante, mai prevedibile. È questa assenza a pesare di più. Non tanto quella dello scrittore, quanto quella dell’intellettuale che era costantemente “sul pezzo”, come si direbbe. Detto questo, lo zoccolo duro della sua opera – i romanzi, ma anche alcuni saggi – ha tenuto. È rimasto leggibile, attraversabile, vivo. Certo, non è la stessa cosa rispetto a quando era in vita. Ma questo è inevitabile.


Nel libro ritorna spesso una “distanza siderale” fra lei e Eco, che a un certo punto sembra rovesciarsi: forse era lei a essere distante, non Eco. È una distanza che, nel tempo, si è risolta?

No, non si è mai risolta. Questo libro, come anche La nebbia e il fuoco, nasce da una mancanza. Col senno di poi, credo che quella distanza dipendesse più da me. Dal mio modo di essere, dalla mia timidezza, dal fatto che non facevo ciò che altri facevano con naturalezza: andarlo a trovare, cercarlo. Oggi direi che ero più io distante da lui.

Quando nella vita si è vicini, amici, di un intellettuale o di uno scrittore così illustre, c’è sempre un po’ l’ombra di questa persona sui propri gesti, su ciò che si scrive, sul modo in cui si rileggono i propri testi. Qual è il riflesso di Eco nella sua scrittura?

Sì. Per me Umberto è sempre stato il lettore ideale. Ho scritto a lungo chiedendomi che cosa ne avrebbe pensato lui. È stata una presenza costante. Oggi mi rendo conto che non posso più pensarlo nello stesso modo, ma forse, per una sorta di riflesso automatico, continuo a sentirmi autorizzato a interrogarmi su come avrebbe letto ciò che scrivo, anche se non può più farlo.

Ed è una cosa sana, per uno scrittore, avere in mente un lettore ideale?

“Sana” è una parola difficile da associare alla scrittura. Però capisco cosa intende. Avere in mente un lettore altro, soprattutto se è un lettore così alto, può essere utile. Il problema, semmai, è che oggi molti autori non pensano più a un lettore ideale, ma al pubblico. Si chiedono se il libro piacerà, se funzionerà, se avrà successo. È una logica opposta: adattare ciò che si scrive a qualcosa che possa essere venduto e circolare facilmente. L’idea del lettore ideale, invece, appartiene alla tradizione critica del Novecento: non è necessariamente una persona in carne e ossa, ma una proiezione della propria idea di letteratura. Se poi hai la fortuna di poterla incarnare in qualcuno, allora questa presenza funziona come una forma di vigilanza sul rigore e sulla scrittura. Ed è, a mio avviso, molto più efficace dell’alternativa. Perché nel caso opposto stai semplicemente cercando un pubblico, e non è detto che lo trovi. In questo caso, invece, puoi anche fare a meno del pubblico. E allora la domanda diventa: si deve andare incontro al pubblico o lasciarsi cercare? Io appartengo alla scuola per cui è il pubblico che deve cercarti, non il contrario. Il problema è che oggi mi sembra accadere esattamente l’opposto. E da qui nasce molta letteratura (o non letteratura) fatta per essere consumata rapidamente e, altrettanto rapidamente, dimenticata.

Di libri altamente dimenticabili ne escono ogni giorno…

In larga parte sì. Perché il sistema editoriale è diventato industriale. Se devi pubblicare migliaia di titoli per sostenere il mercato, è inevitabile che la qualità si disperda. Ma i buoni romanzi, in un anno, sono pochissimi. Cinque al massimo, forse. E allora bisogna ripensare il rapporto con la lettura. Tornare a ciò che dura. Eco diceva che dopo i venticinque anni non ricordiamo più davvero quello che leggiamo. È una frase dura, ma probabilmente vera. E allora l’unico modo è leggere e rileggere, anche se questo non significa ignorare il presente.

L’emergere di scritture ibride, in cui l’autorialità umana si intreccia con l’AI, è destinato a modificare la nostra idea di letteratura? 

Oggi siamo in grado di riprodurre perfettamente un’opera d’arte. Ma questo non risolve il problema: che cosa succede alla nostra esperienza estetica? È la stessa, oppure cambia? Lo stesso vale per la letteratura. Se un’intelligenza artificiale fosse in grado di scrivere un romanzo come Guerra e pace, che cosa cambierebbe nel nostro modo di leggerlo? Che tipo di rapporto avremmo con quel testo? Non lo sappiamo. E forse non sappiamo nemmeno fino in fondo che cosa cerchiamo in un’opera. Una possibile risposta potrebbe essere l’autofiction: qualcosa che sembra legato all’esperienza, alla singolarità. Ma siamo sicuri che una macchina non possa, un giorno, simulare anche questo? Il problema resta aperto. Perché al centro non c’è la tecnologia, ma il nostro rapporto con le opere: con la loro origine, con la loro autenticità, con ciò che riconosciamo come umano. Su questo, Eco avrebbe avuto molto da dire.

 

 



Roberto Cotroneo
ha scritto molti saggi e romanzi. Tra questi, oltre a Presto con fuoco (1995, premio Selezione Campiello, nuova edizione La nave di Teseo 2020), ha pubblicato: L’età perfetta (1999), Il vento dell’odio (2008), Betty (2013), Niente di personale (La nave di Teseo 2018), Loro (2021) e Chet (2022). Tra i saggi Se una mattina d’estate un bambino (1994), Eco: due o tre cose che so di lui (2002), Chiedimi chi erano i Beatles (2003), Il sogno di scrivere (2014). Otranto è apparso per la prima volta nel 1997. I suoi libri sono tradotti in molte lingue.


 

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