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Il vuoto ci misura – L’esordio di Caterina Villa

C’è molto spesso nei romanzi che cercano davvero un centro, un luogo che non coincide con uno spazio ma con una funzione: quella di trattenere, di raccogliere, di fare da cerniera tra ciò che si dice e ciò che resta inespresso. In Misurare il vuoto (Lindau), l’esordio di Caterina Villa, questo luogo prende la forma di una roulotte ferma ai margini di un lago, una presenza insieme concreta e simbolica, che assorbe vite, oggetti, parole lasciate in sospeso. Non è un rifugio, né un semplice dispositivo narrativo: è piuttosto un organismo che impone una misura, un limite, e proprio per questo costringe i personaggi a confrontarsi con ciò che li eccede.

Attorno a questa struttura minima e ostinata si muovono figure attraversate da una frattura, Nicola, Ofelia, Simone, T., che non è mai solo biografica ma sembra inscritta in una condizione più radicale, quasi ontologica.

Abbiamo parlato con Caterina Villa di questo strano spazio, del vuoto come principio attivo più che come mancanza, e di cosa significhi, per chi scrive, lasciare che un testo smetta di appartenere a chi lo ha a lungo pensato.

 


Intervista a cura di Giulia Bocchio


 

Caterina, bentrovata. Nel tuo romanzo la roulotte funziona quasi come uno spazio di sospensione: un luogo marginale, ai bordi del lago, dove i personaggi depositano lettere, confessioni e oggetti che sembrano impossibili da portare nella vita quotidiana. Come è nata l’idea di questo non-luogo, in cui scorre molta vita inespressa?

Ciao Giulia. Innanzitutto grazie per le tue domande e per questa opportunità di parlare del mio romanzo. In realtà non credo di concepire la roulotte come un non-luogo, anzi semmai per me è l’opposto, è un luogo più reale e vivido rispetto agli altri spazi in cui si muovono i personaggi della storia. La roulotte è il centro fisico e simbolico di Misurare il vuoto e di fatto l’ho pensata e scritta come un personaggio. Non è, infatti, solo lo spazio in cui si intrecciano le vite dei protagonisti, è un luogo in grado di accogliere e di proteggere, che però rappresenta anche una sfida per i miei personaggi. La roulotte è lo spazio della misura, essa stessa limitata e contenitore; bisogna avere il coraggio di giocare secondo le sue regole, coraggio per guarire. Mi interessava anche il fatto che la roulotte, per sua stessa natura nomade e vagabonda, in questo caso fosse invece stanziale, ancorata alla riva del lago, e finisse col rappresentare la stabilità per i miei personaggi, che invece un luogo da chiamare casa non ce l’hanno. La vita dentro la roulotte è forse inespressa ma è forte. “La vita si attacca alla roulotte”, scrivo, e c’è, almeno in alcuni dei miei protagonisti, una grande fame di vita. Infine, mi piace dire che la roulotte è stato un dono, perché è così che io la sento. Nella prima stesura di quello che poi è diventato Misurare c’era un altro luogo a fare da catalizzatore nelle vite dei personaggi, poi una persona, che purtroppo non c’è più, mi ha domandato perché invece non provassi a metterci una roulotte. È stato l’innesco che mi ha permesso di scrivere questo romanzo. È un luogo che ho sognato per me e che spero risulti accogliente e prezioso anche per chi legge.

 

Caterina Villa

 

I personaggi che attraversano la roulotte, penso a Nicola, Ofelia, Simone, sono molto diversi tra loro, ma sembrano accomunati da una frattura profonda, da qualcosa che li separa dal mondo. Ti interessava raccontare, attraverso queste traiettorie, una forma di solitudine contemporanea?  Allo stesso tempo nel romanzo la memoria, che potremmo considerare una vera protagonista, non appare come un semplice ritorno al passato, ma come una forza che continua a plasmare il presente dei personaggi: lutti, colpe, relazioni irrisolte sembrano abitare le loro vite. È questo il terreno fragile su cui poggiano la roulotte e la tua scrittura?

Sì, i miei tre protagonisti (a cui aggiungerei un quarto, perché anche T. di fatto è protagonista della storia) hanno tutti una crepa, un dolore, che li connota e li separa dal resto del mondo. Non penso, però, di avere voluto parlare di una forma di solitudine contemporanea. Per come sono fatta e per come percepisco la vita, io credo che tutti, per la nostra stessa natura di esseri umani, siamo soli almeno fino a un certo punto, e così sono soli i miei personaggi. Sono soli davanti alla loro ferita, ai loro rimpianti o ai loro fantasmi. Al tempo stesso, però, credo che nel romanzo abbia una grande importanza anche il superamento del limite più esterno di questa solitudine e quindi il fatto che i protagonisti trovino il modo di entrare in contatto gli uni con gli altri. La possibilità di misurare il loro vuoto nasce anche dal coraggio che almeno alcuni di loro hanno di specchiarsi negli altri. È questo che permette loro di arrivare a vedere se stessi in modo nuovo. Ed è con questo obiettivo in mente che ho inserito nella narrazione i bigliettini che T. lascia nella roulotte, li vedo come schegge di uno specchio in cui Simone, Ofelia, Nicola hanno bisogno di riflettersi se vogliono trovare una cura.
La memoria c’entra molto con questo romanzo, come giustamente dici il passato plasma costantemente il presente. Se vogliamo immaginare il vuoto come un buco nero, fatto di materia compressa, penso che all’interno del buco nero ci sia molta memoria. È lei a distorcere lo spazio circostante. Credo che gran parte di ciò che scrivo si basi su questo terreno fragile, come lo definisci tu. La memoria che anima le mie storie però è qualcosa che non sempre si riferisce ai ricordi del passato in senso stretto. La memoria è anche qualcosa che vive dentro di noi senza che ce ne accorgiamo, una sorta di memoria muscolare dello spirito, se vogliamo. Qualcosa che è visibile ma anche invisibile, che manovra il nostro sentire e interpretare senza che ne siamo consapevoli. Sono particolarmente interessata a questo aspetto sotterraneo, alla portata non percepita dei traumi, per esempio. Ma anche alla domanda: se perdiamo la nostra memoria, cosa siamo?

 

 

Il titolo che hai scelto è molto evocativo, Misurare il vuoto, e contiene quasi un paradosso: provare a dare forma o misura a qualcosa che non ha perimetro. Ma leggendo il romanzo viene quasi da chiedersi se non accada anche il contrario: se non sia il vuoto, in fondo, a misurare noi…

Sono molto felice di questa tua osservazione, perché di fatto è proprio quello che penso. Mi spiego meglio. L’idea da cui sono partita, che poi di fatto è la mia visione non solo di me stessa ma anche degli altri, è che ogni persona sia costruita attorno a un vuoto. Questo vuoto è quindi un fulcro, qualcosa di centrale, un asse a partire dal quale si dipana ciò che siamo. Si tratta di un elemento costitutivo, che non si può in alcun modo espungere. Come tale, quindi, finisce con l’essere la misura di ciò che siamo. Se io sono costruita attorno a un vuoto, a un pozzo diciamo, ebbene quel pozzo è la misura ultima di ciò che è Caterina ridotta al nocciolo. L’atto di misurare, però, è un atto bilaterale. Il vuoto ci misura, ma anche noi lo possiamo misurare, guardandolo, dandogli una forma, interrogandoci sulla sua origine e su ciò che può donarci; perché il vuoto non è necessariamente qualcosa di negativo, anzi, tutto dipende da come noi ci rapportiamo ad esso. Il trucco che ho usato nel romanzo, ma che uso anche io nella vita, è quello di dare al vuoto una forma, un corrispettivo concreto. Per me è il pozzo, per Ofelia la chiocciola fatta dal suo corpo quando si ripiega, per Nicola le macchie nei polmoni e per Simone la tinozza di plastica azzurra in cui si immerge.

Spesso, in maniera ironica, dico che esordire è un po’ morire. Il passaggio dalla scrittura privata alla pubblicazione cambia inevitabilmente il rapporto con il testo e con i personaggi, con i quali chi scrive convive per mesi, se non anni… A te che effetto ha fatto lasciarli andare?

Direi che c’è molta verità nella tua osservazione e su più livelli. Per quanto riguarda il mio rapporto con il testo e con i personaggi, ammetto di aver cominciato a lasciarli andare da prima della pubblicazione. Al netto del prezioso lavoro fatto con l’editor di Lindau, Davide Platzer Ferrero, di fatto la struttura attuale di Misurare il vuoto era in gran parte ultimata e definita nel 2023. Al febbraio 2026, quando il libro è uscito, per forza di cose mi ero già staccata dai miei personaggi e dal testo. Certo, non è stato un processo facile, ho continuato a pensare a loro e come loro per molto tempo, mi sono mancati terribilmente, ma piano piano altri personaggi e altre storie hanno cominciato a prendere il loro posto. Credo, però, che aver abbandonato la dimensione della scrittura privata abbia comportato anche un’altra trasformazione, proprio nel rapporto tra me e la scrittura stessa. Si tratta di un processo ancora in corso, quindi quelle che riporto sono per ora solo impressioni. Io ho sempre scritto guidata da un grande bisogno di farlo. La scrittura per me è il mezzo con cui misuro ciò che provo e il mondo, senza mi mancherebbe uno strumento di termoregolazione, forse finirei bollita o congelata. Ecco, penso che questo sia qualcosa che devo sforzarmi di preservare e che avrò bisogno di nuove regole per farlo, ora che la mia scrittura, almeno in parte, è pubblica. 

 

 

 


Caterina Villa vive a Roma e lavora come giornalista televisiva alla RAI. Ha pubblicato racconti su riviste cartacee, in antologie e su riviste letterarie online come «Carie», «‘Tina» «Micorrize», «Gelo», «Spaghetti Writers», «Topsy Kretts», «Risme», «Turchese», «Narrandom», «Rivista Blam!», «Quaerere», «Malgrado le mosche» e «Birò».


 

In copertina: Edvard Munch, Chiaro di luna, 1895, olio su tela, cm 93×110, Museo Nazionale, Oslo


 

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