Di Serena Votano
Nel film La mattina scrivo di Valérie Donzelli ci sono tre dialoghi che mi sono rimasti addosso.
Il primo: Ho abbandonato la mia carriera di fotografo per diventare scrittore. Restare scrittore è stata tutta un’altra storia. È la premessa del film, premiato per la sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia e tratto dal libro autobiografico di Franck Courtès.
Una frase che, in poche parole, contiene già tutto: il coraggio necessario per cambiare vita e la difficoltà molto più grande di restare fedeli a quella scelta. Il protagonista, Paul (Bastien Bouillon), ha quarant’anni e ha già trasformato una vocazione – quella per la fotografia – in un lavoro. Guadagnava bene, anche molto bene. Ma decide di mollare tutto per scrivere. Le ragioni, dirà, le ha messe nero su bianco nel suo primo libro.
Quando il film inizia, Paul ha terminato il terzo. Il successo però non è arrivato, il suo matrimonio è finito, dovrà lasciare una casa troppo grande e, dopo aver consumato ogni risparmio e aver venduto le sue preziose macchine fotografiche, si ritrova a vivere in un sottoscala umido e buio.
Le cene con la sorella e il padre sono il luogo in cui questa scelta viene continuamente rimessa sotto processo: perché non si trova un lavoro stabile? Lui non è «un vero povero», dirà la sorella. Paul proverà a difendere la sua scelta e dirà la seconda frase che mi ha colpita: Ci sono schiavi pagati bene.

È la forma più radicale della retorica della libertà creativa: l’idea che accettare un lavoro stabile per sicurezza economica significhi piegarsi a un sistema che prosciuga la propria anima. Paul non vuole farne parte. Lui vuole scrivere. Ma non ha più soldi e il manoscritto a cui ha duramente lavorato non è piaciuto alla casa editrice.
Da fotografo, guadagnavo circa tremila euro al mese, in certi anni addirittura ottomila. Da svariati mesi non ne guadagno più di duecentocinquanta, come diritti d’autore. Nel momento in cui ho esaurito i miei risparmi, senza alcuna speranza immediata di accumularne di nuovi, mi sono reso conto di essere diventato povero.
Per sopravvivere si iscrive a un’app di piccoli lavori domestici dove un cliente pubblica un lavoro – attaccare specchi, smontare oggetti, svuotare cantine o sistemare un terrazzo – e chi propone il prezzo più basso ha più probabilità di essere scelto.
Nessun manager, nessuna gerarchia, solo un algoritmo che organizza e distribuisce il lavoro.
Paul accetta lavori molto pesanti e poco pagati, muovendosi dentro quella retorica del freelance libero e indipendente che spesso nasconde una realtà molto più semplice: la precarietà. Non sa come spiegare la propria situazione alla famiglia, agli amici, ai colleghi.
A un certo punto, dopo una serata da taxista abusivo, investe un cervo con la macchina. All’inizio è disperato: un incidente, un altro problema da aggiungere alla lista. Poi però resta lì, fermo a guardarlo, e realizza qualcosa di elementare, ovvero che il cervo è commestibile. Si può mangiare.
È una scena breve, quasi surreale, e proprio per questo perfetta nella sua evidenza. In quel momento la sopravvivenza si spoglia di ogni sovrastruttura e torna alla sua forma più primitiva: procurarsi da vivere, letteralmente, senza mediazioni. Tutto il resto si ritrae. Non c’è più la retorica dello scrittore, non c’è più il mito dell’artista, non c’è più nemmeno l’illusione di una vocazione che basti a sostenere l’esistenza. Resta un uomo, solo, che deve capire come attraversare il tempo immediato, come arrivare al giorno dopo senza garanzie.
Di scrittura non si vive.
Una storia che ricorda molto il post che Jonathan Bazzi ha condiviso sui social un po’ di tempo fa – e di cui ho già ampiamente parlato nell’articolo Vivo di libri ma i libri non mi permettono di vivere. Per qualche giorno quel post ha fatto rumore: ha acceso discussioni, suscitato indignazione, prodotto una vaga consapevolezza collettiva.
Si è parlato di una possibile “classe letteraria”, della mancanza di tutele, del sistema di relazioni e raccomandazioni che spesso regge il mondo editoriale. Ma, come accade quasi sempre, quel fragore si è spento in fretta. L’indignazione si è trasformata in malcontento, e il malcontento si è dissolto nella normalità. Ci siamo assuefatti alla difficoltà, incapaci – o semplicemente rassegnati – di trovare una risposta efficace.
Se vuoi vivere delle tue parole non c’è altra via che accettare una vita frugale, precaria, in cui il benessere economico è un ostacolo creativo. In questo senso, poter dire la mattina scrivo è un privilegio che molti non possono permettersi.
Si parla molto della paura che l’intelligenza artificiale possa rubarci il lavoro. Si parla molto meno del fatto che il consumismo ha progressivamente svuotato il valore simbolico di molte professioni creative. Confrontando la vita di Paul con quella di quei pochi scrittori che raccontano apertamente come sopravvive lo spirito creativo nell’economia contemporanea, emerge una realtà condivisa: scrivere difficilmente può essere un Piano A. Ma resta qualcosa di più importante di un piano.
Finire un testo non significa essere pubblicati. Essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna.
Ed è qui che torna alla mente il terzo dialogo del film, forse il più rivelatore: la scrittura non garantisce niente. Né stabilità, né riconoscimento. Eppure il bisogno di ricominciare ogni volta si impone su tutto il resto. In fondo, ogni scrittore custodisce la segreta illusione di aver trovato il proprio posto nel mondo, e proprio questo enigma – in parte svelato – diventa un richiamo irresistibile, qualcosa che ti riporta ostinatamente alla pagina. È la parabola di Martin Eden.
Paul lo capisce tardi, quando la sua vita materiale si è già ristretta: una stanza umida, lavori trovati su un’app, giornate spezzate da piccoli incarichi pagati poco. Eppure, anche dentro questa precarietà, la scrittura resta l’unica cosa che non può smettere di fare. Non perché gli convenga, ma perché è l’unico modo che ha per stare al mondo.
Forse è questo il punto più onesto che il film riesce a raccontare: scrivere non è una carriera, è una scelta che continua a chiedere di essere rinnovata ogni giorno, spesso contro ogni logica economica.
Per questo non potrà mai essere il mio Piano A. Ma, paradossalmente, è proprio per questo che continua a sembrarmi l’unico piano possibile.
In copertina: Théophile Alexandre Steinlen, Gatto su una poltrona, 1902

