Di Giammarco di Biase
Una volta dissi a mia zia, indaffarata ma curiosa nel suo monolocale, che non ero interessato agli altri poeti. Che mi interessava soltanto di Ivano Ferrari. Era, a quel tempo, una certa lobotomia. Leggevo molto e, nello stesso periodo, molti poeti diversi. Poi, un chiarore, una luce né positiva né negativa (immaginate come può essere una luce che c’è ma che è assente, una luce che non ha il suo sole come dettato e che non deterge nessuna nuvola: ecco, immaginate la luce dell’osceno). Quello che mi è sempre interessato nella luce di questo poeta, che ci ha lasciati soli più che mai senza la sua voce, è l’annientamento di un colore. Nella poetica di Ivano Ferrari c’è soltanto un rumore continuo di ruvidità, un macello dove la luce fuori è sempre quella prima delle creazioni, o dei temporali che allacciano apocalissi. Si spegne il cielo, ma il cielo è ancora vispo, acceso, attento a maneggiare un certo candore annaffiato dal sangue.

Sto parlando ovviamente di una delle sue opere più importanti, Macello, dove trottano le interiora di una bestia (e io sono un grande appassionato di bestie), dove la materia si liquefà nel bianco catramoso dei nuvoloni. Mi interessa questo bianco particolarmente, il ricordo che ne ho tra le mosche e i pezzi di placenta, di viva e orripilante manovalanza che porta a termine un macchinario di delitti. Il bianco, come se Ferrari fosse un pittore, anche egli bufalo che guarda la disperazione della morsa in sillogi di straordinaria potenza come La Morte Moglie. Bianca la malattia, bianca la puttana morte dell’amata: la sua parola purgatoriale dove gli angeli si nascondono nelle latrine o in un tumore, dove anziché avere ali compiono le loro gesta difettive con dei guanti. Agnelli senza ali, sempre devastati dal candore: è un’urgenza nella poesia di Ferrari questa macchia di luna, questa neve inconsapevole che sbianca l’osso. Nessuno ha saputo raccontare i colori meglio di lui nella poesia, anzi l’assenza di colore, per un eccelso, per un eccesso di forma. La violenza non ha fotogramma ma solo metodi di sparizione, ha solo scatti di posa ma nessuna performance. Eppure solo la luce può attivare il nitrato d’argento: allora facciamo finta che quel pallore sia una testimonianza e non una presenza, che si getti al di fuori dell’immagine per subissarla, la ripete di bianco così tanto da stremarla, da darle la direzione di un “resto” di ciò che si poteva vedere e invece si è solo sentito nel puzzo di un maiale.

Si cade nella filosofia, nella filosofia dell’immagine: forse possiamo regredire ancora di più dicendo che con Transitori e risorti ciò che viene ripreso e compiuto è un resto, come già detto prima ma un resto in negativo. Quindi adesso, nell’insofferenza delle mie parole affaccendate e crampiformi stiamo attraversando i luoghi dell’archeologia. Questa nuova raccolta è un villaggio, oppure un set curato da Antonio Moresco con un’idea alla base fortemente divisiva anziché coadiuvante. Parliamo di un’opera scomposta, labile, liminare: ecco diremmo un cantiere, ma non museologia pura.
Questo di Crocetti è un rilievo topografico (permettetemi tutto quello che dico, sì) dove al centro c’è il reperto, questo accogliere il mito di un poeta, con i suoi crismi, col suo vestiario da cenobita (i vermi che deteriorano l’opera alla base del Ferrari, illuminati ancora dai fari di una scena del crimine bianca). Moresco visiona il corpo, ciò che ha concimato sui tendini, rende questo tableau vivant un lavoro mortuario di revisione e di incognita tra bozze e manicaretti di indiscutibile bellezza. Insomma, siamo dalle parti dei felici redivivi: siamo dalle parti di una ricognizione come testamento glorioso e ardimentoso di un animo come pochi. La resurrezione di un poeta non è nient’altro che questa.
Siamo entusiasti che qualcuno metta ancora mano tra i vermi.
Poesie scelte
Il mio primo morto mi attese
inguainato nel suo vestito blu
la faccia rigorosa nel giallo nicotina
fermo, di sasso
tornava alla polvere come fanno i distratti
nelle giornate avverse.
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La morte è in quattro
cinque aliti d’aria
nel respiro della luce
come si usa dire.
Si muore
perché non si può
nascere da soli.
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Teste di donne pelate
cicatrici coperte di grazia
occhi abbassati e poi alzati da un sorriso
corridoi e camerate percorse da nudità in attesa
moscerini assolti dal crimine di vivere
lampade illividite dai traumi
terra precipitata nella conoscenza.
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Quella notte
eri sola con la morte
sentivi l’odore delle unghie e del tabacco
è lui il mio amore ripugnante
che si infarfalla in casa nella clausura del volo.
In copertina: Andy Warhol, Teschio, 1976

