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Geografie dell’oblio – Intervista a Massimo Salvati

A cura di Giulia Bocchio

 

L’idea che la gente provi una sola emozione per volta è l’ennesimo artificio dei ricordi, scriveva David Foster Wallace.
I ricordi non sono mai come ce li ricordiamo davvero, la memoria li contamina, li ingozza di dettagli se ne vede di magri e scarni. Ha un vizio preciso: ha bisogno di essere riempitiva.
Ma cosa succede quando la memoria smette di funzionare come dispositivo di continuità dell’identità e diventa, al contrario, una superficie instabile, contaminata, attraversata da residui e falsificazioni?  È su questa soglia che si colloca Oblio mucido (Alter Ego), il romanzo d’esordio di Massimo Salvati, un testo che assume la malattia neurodegenerativa non soltanto come tema ma come principio strutturale della narrazione.

L’oblio, nel libro, è un processo organico, biologico, che prolifera e invade. Un preciso tipo di sfaldamento che produce immagini, ossessioni, ritorni. La clinica in cui si muovono i personaggi diventa allora una topografia mentale: corridoi come sinapsi, stanze come compartimenti mnestici, zone interdette dove ciò che è stato rimosso torna a sedimentarsi sotto forma di allucinazione. In questo paesaggio compromesso agiscono figure che sembrano emergere dalla stessa materia dell’oblio: Simone, attraversato dal deterioramento della coscienza; Enrico, nodo ossessivo attorno a cui si addensano desiderio e umiliazione e poi Matteo, l’osservatore ambiguo che accompagna chi legge in una geografia percettiva continuamente incrinata.

L’intervista che segue nasce da queste coordinate: l’oblio come decomposizione dell’essere, la memoria come dispositivo ambiguo di difesa e manipolazione, la malattia come frattura ontologica capace di produrre forme narrative nuove.
Con Massimo Salvati abbiamo parlato di come una storia possa trasformarsi in un laboratorio mitopoietico sul ricordo e sulla menzogna — e, soprattutto, di quando un racconto comincia davvero a diventare letteratura.


Massimo bentrovato. Vorrei cominciare dal titolo del tuo romanzo d’esordio, Oblio mucido, due parole che si intersecano fra loro, anche da un punto di vista figurativo. L’oblio racchiude un concetto che mi inquieta da sempre, ovvero la dimenticanza, lo strapiombo di una mente che si disperde, e quasi mai in una rarefazione pacificante. E poi il richiamo a qualcosa che prolifera come una muffa sulla lapide di ciò che siamo stati. Per te l’oblio è una forma di salvezza negativa, una sottrazione al dolore se vogliamo, o è piuttosto una decomposizione dell’essere, un lento marcire dell’identità che continua a produrre residui?

Ciao, Giulia. Grazie a te per lo spazio e le domande.  Credo che l’oblio abbia poco a che fare con risoluzione, salvezza o altri concetti che fanno pensare a una lenta e pacifica dissolvenza. La deriva è un percorso di attraversamento, e come tale ha le sue resistenze, i suoi attriti. Mi interessa decisamente di più il concetto di oblio legato alla decomposizione dell’essere, alla trasformazione in atto dove la coscienza è l’anello che non tiene; un concetto di oblio, dunque, più legato alla possibilità di intravedere, all’interno della decomposizione, un grumo di verità, il nocciolo senza polpa; questo perché la coscienza continua a persistere con le sue eiezioni anche nella malattia. L’oblio procede per ramificazione e per contagio; rendendo ogni elemento con cui entra in contatto putrido.

Il romanzo si muove su una soglia costante tra memoria e allucinazione, confusione e immagini lucidissime. È quel tipo di storia che chiede costantemente a chi legge di essere parte integrante di un labirinto scivoloso, in cui è facile perdersi, confondersi…
Quanto ti interessava raccontare la demenza come fenomeno clinico e quanto invece come dispositivo narrativo, come frattura ontologica dell’identità di una persona?

Ti ringrazio. Di sicuro, l’Alzheimer e la testistica presente nel testo sono elementi importanti. Non li definirei uno sfondo, piuttosto l’innesco. Quello che mi interessava sondare era il seguito: cosa succede quando, all’interno della malattia, salta ogni argine tra il piano della finzione e il piano della realtà; quando la memoria smette di avere una funzione (auto)protettiva e si fa ingannevole, nemica; così come la propria personale planimetria emotiva, in cui non si riesce più a trovare orientamento. Questa domanda ha fatto sì che la storia diventasse, per me, una ricerca mitopoietica sul valore del ricordo e della menzogna; su come questi piani siano costantemente in dialogo; su come i ricordi ci manipolino e la memoria ci tuteli, soprattutto da noi stessi e dal rimosso, e cosa succede quando questo rimosso torna prepotentemente sulla scena, sotto forma di ossessione che vuole essere ricordata all’infinito. 

 

 

Dal punto di vista estetico/narrativo la clinica mi ha affascinata molto, perché simbolicamente  ricorda il cervello, la mente. Non c’è corridoio che non possa essere ricondotto a una sinapsi, le stanze diventano compartimenti mnestici… 

Hai centrato perfettamente il senso della clinica. Ogni stanza richiama un reparto della coscienza del protagonista. Ci muoviamo in una geografia spaziale compromessa dalla crasi di due realtà; la stessa struttura è invasa dalla muffa, da queste ife bianche che crepano il pavimento di linoleum, dalle spore che germinano negli angoli. Ci sono stanze, inoltre, in cui non si dovrebbe mai entrare. Il movimento nello spazio è dunque compromesso, così come la capacità di accedere a diverse zone dell’edificio. 

Veniamo ai personaggi che abitano questo oblio, c’è Simone, affetto da un deterioramento neurocognitivo avanzato, e c’è Enrico, la sua ossessione, quella che a un certo punto chiama anche la sua ‘malattia’. L’umiliazione è una componente costante del loro legame, desiderio e disprezzo si intrecciano. Dal punto di vista grafico e narrativo, quando entra in scena Enrico tutto si fa più cupo e triste, eppure non senza erotismo.
Ma l’ossessione è davvero una patologia o è una narrazione alternativa che permette a Simone di sopravvivere alla perdita?

Credo che la perdita si trasformi sempre in ossessione, o almeno abbia questa tendenza. Nel caso di Simone e Enrico, la loro è una relazione tossica e disfunzionale, un’amicizia che maschera il possesso, un amore che nasconde frustrazione e umiliazioni subite.  Nel momento in cui Simone perde la possibilità di accedere ai propri ricordi, ciò che emerge è quanto lui sia profondamente invischiato all’idea che ha di Enrico; gli unici episodi a cui si aggrappa, che vuole rivivere, sono finestre temporali che attraversano l’ossessione, il trauma, fino ad arrivare all’epilogo. Sono le uniche occasioni in cui la postura mmesica cambia. L’innesco lo fa regredire a una finestra temporale che ne precede la perdita, ne annulla la rabbia, o almeno la rimuove perché l’orizzonte di tempo e le sue logiche sono alterate. Credo che l’insistenza su Enrico abbia profondamente a che fare con il proprio stato nella malattia. Come se il palliativo fosse rivivere tutto, ancora e ancora, passarci attraverso come in una terapia d’urto. 

C’è poi un osservatore imprendibile nel libro, Matteo. Anche i suoi contorni, in fondo, si sfilacciano. Come nasce nella tua mente questo specifico personaggio?

Matteo nasce come protagonista della storia ma, durante le riscritture successive, il suo ruolo è cambiato. Mi piace considerarlo un personaggio kafkiano perché come i personaggi dello scrittore praghese non ha un’origine chiara; e il suo scopo sembra delineato dallo sguardo e dal potere dell’altro, piuttosto che dalla sua volontà. Lui, Matteo, scopre una crepa tra i pensieri e le azioni che compie; comincia a dubitare: la sua volontà gli appartiene davvero? Seguendo questo filo di Arianna, questa intuizione diventa ricerca, ma è in scacco già dall’inizio.  Credo che sia rimasta una sottotraccia, una scintilla – mi piace considerarla, forse ingenuamente e in maniera eccessivamente romantica: un motore di senso che lo rende, per me, il personaggio più interessante della storia, poiché il lettore si muove con lui e tramite lui nella clinica, tra i corridoi, nelle stanze. Il lettore scopre la clinica e i personaggi attraverso Matteo.

Ti faccio un’ultima domanda, che qui su Poetarum ricorre spesso: quando una storia diventa letteratura? 

Per me una storia diventa letteratura quando pone un nuovo sguardo sulle cose; quando, in qualsiasi modo, fa percorrere un itinerario di meraviglia. Lo sguardo non è lo stile, ma una postura ontologica. La letteratura opera, in chi legge, una risignificazione di senso, una relazione tra elementi che prima si ignoravano. Se i sogni di ieri modellano il mondo di oggi, la letteratura può rivoluzionare l’immaginario: è l’altrove di cui abbiamo bisogno per modellare la nostra grammatica dell’immaginazione.

 


Massimo Salvati è nato nel 1996. Suoi racconti sono apparsi su “Nazione Indiana”, “Narrandom”, “Rivista Grado Zero” e “Calvario rivista”. Oblio mucido è il suo primo romanzo.


In copertina: Raphaelle Peale (1774–1825), Venere emerge dalle acque (un inganno), ca. 1822,  Nelson-Atkins Museum of Art, Kansas City


 

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