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Vittorino Curci e la poesia come terra d’inquietudine

Di Annachiara Atzei

 


“la poesia dopo la poesia conserva il sapore di quegli/ anni./
la notte è serena e il fiume guadabile”

Vittorino Curci, Terra dell’inquietudine


 

Viene da un tempo senza via di scampo la parola poetica di Vittorino Curci, che in Terra dell’inquietudine (Musicaos, 2026) la usa come un fatto straordinario: spezza i versi, esce dalla tradizione, mescola prosa, dialoghi e terzine per provare a sopravvivere a una realtà contesa, agitata e preoccupante.
La scrittura conserva i frammenti del passato e li fa emergere da un fondo che sembra ormai sbiadire o, forse, ritornare nel buio: così, nella pagina, vengono alla luce (l’autore li manipola e li plasma dentro di sé) istanti di un’epoca – quella ancestrale – dominata dalla vita e forse, proprio per questo, difficile da attraversare incolumi, senza strappi. Quel mondo si congiunge (ne costituisce uno strato) a quello di oggi, che, invece, ci domina e ci inebetisce. Talvolta, ci annienta, pur se crediamo di esserne i padroni.

I “frutti di ottobre che serbano l’estate” sono l’efficace analogia scelta dall’autore pugliese per indicare sé stesso e quella rimanenza – quella della giovane età – in cui non si ha più l’innocenza (e l’estasi) dell’infanzia e non si è ancora raggiunta la piena consapevolezza, ma si sta nello spazio dell’esplorazione tentata fuori dal noto, durante la quale si intraprende il cammino per l’allontanamento dal luogo dell’origine – familiare, scettica – e si cerca di affermare la propria identità. Il momento in cui si prova a fare da sé – solo un foglietto di carta in tasca – per stare al mondo, trovargli una misura – quella della poesia o della musica, nell’enormità dell’arte – percorrerlo. 

Il rapporto tra quel tempo e quello più maturo, perché più prossimo all’oggi, è, appunto, concepito come un continuo ricorrere al passato – laddove ricorrere non è fare memoria ma più avvalersi, appellarsi a ciò che è accaduto: “un passato informe” rispetto ai gravi avvenimenti del presente, nel quale, vinti dall’inadeguatezza, nessuno sembra aver imparato alcuna lezione (la violenza può essere abolita?). E non è un fatto di anni – non basterebbero – ma più un atteggiamento dello sguardo, un viaggio dentro le cose: sopportarle, restarne deluso, trovarne un senso che non si calcola in attimi vissuti (e tuttavia divenuti esperienza reale, materia dell’esistere), ma si parametra nella sua logica quantica, in cui la regola classica non vale più. 

Ed è nell’ultima sezione – intitolata Serie bianca – in cui i versi si fanno più sincopati e trafittivi, che Curci si rende maggiormente conto dell’esito dei passi percorsi, di come la l’esistenza abbia scavato in lui, di come ora sia necessario “abbandonarsi all’enormità delle cose inspiegate”. Tutto evolve in poesia (l’inquietudine stessa è poesia), tutto si fa verso pensato e messo sul foglio (“le mie preoccupazioni cominciarono/ a influenzare la mia opera”, scrive l’autore). Tutto è osservazione. Tutto è interrogazione. Perché solo allorquando si coltiva il dubbio si è compreso di più. Come per una illuminazione della mente, la lingua si fa dispositivo di verità: può descriverla, annotarla, ma può anche inventarla o immaginarla. E l’immaginazione è, del resto, una forma di speranza, un riversarsi – nonostante tutto – del pensiero in una nuova idea di umanità.  


Poesie da Terra dell’inquietudine (Musicaos, 2026)

 

SENZA VIA DI SCAMPO

 

1.

un altro foglio bucato
per parlare in controtempo
dell’evidenza e del grido
altrimenti è sera e vengono
per primi a cancellare ogni traccia
dell’esperienza reale
vanno negli ovili
con le fiaccole fumiganti
controllano i materiali
che hanno portato

 

2.

le parole a metà prezzo
o sfigurate dai vapori metallici
arrivavano da sole come fatti straordinari
per la metamorfosi del suolo e dei campi
i rizomatici della prima ora
utilizzano frasi non disposte
e scritture senza voce
fino a ieri i barlumi estatici
hanno vissuto nello schema
di una campagna
che languiva dentro ai paesi,
poi tutto è cambiato, anche se
nella carne del linguaggio, simile
a un destino incompiuto,
l’imprevedibile non ci ha abbandonato

 

3.

ragazzo, noi siamo come i frutti
di ottobre che serbano l’estate.
alla monumentalità dell’arte
contrapponiamo il foglietto di carta
che abbiamo in tasca.
la vita non dà garanzie
non creiamoci altre illusioni.
ogni giorno è buono per morire

*

 

metti giù il sasso. ma se hai deciso
di tirarlo a qualcuno non sbagliare
perché lo sterminio continua

ed è forte la paura di essere aggrediti
dal nemico

la bestia ha pianto per tutto il giorno.
forse ha ricordato
i suoi giorni felici con maria

certe volte credo che non resti nulla
dei ricordi e che sarebbe bello

nella morte addormentarsi al pensiero
che dopo di noi non cesserà il ronzio
delle cabine elettriche

*

 

chi ha suonato e per chi, aggiungi
il cupido ascolto
e le partiture morte

 

nella ragnatela dei pensieri
le mie preoccupazioni cominciarono
a influenzare la mia opera

 

e tutto cambiò allora, mi sollevavo
nell’aria della sera e a ogni luce
a ogni ombra dicevo grazie

*

 


In copertina: Jessie Boswell, Le tre finestre, 1924

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