Di Emanuele Macrì
Quando si riflette sulle origini della letteratura, o su alcuni elementi di fondo di quella dimensione prettamente umana che è l’artificio del racconto, della narrazione, non è possibile trascurare quella che ad oggi è forse l’opera più antica giunta fino a noi, l’Epopea di Gilgameš. Si tratta di un testo filologicamente complesso e problematico già a partire dalla parola testo: quest’ultimo, incompiuto e lacunoso, è stato ricostruito sulla scorta di numerosissime tavolette provenienti da varie parti della Mesopotamia e frammenti tardo-babilonesi, sumeri, ittiti, accadici. Nel caso del poema di Gilgameš, e quasi sempre quando si parla di letteratura antica, è dunque assai rischioso parlare in termini rigorosamente critici o in toni troppo severi; si potrà, tutt’al più, provare a gettare una timida luce per tentare di individuare una traccia o un gancio, un’immagine produttiva, e in qualche modo, addirittura, un filo di continuità: difatti, la voce di queste pietre e di questi segni, queste tavolette e queste scritture cuneiformi di lingue e popoli remoti, quasi mitici, pur giungendo da una lontananza così perduta, mormorano ancora suadentemente alla nostra interiorità, toccano zone ancestrali del nostro più profondo sentire, sembrano dire qualche cosa che odori di verità.
Pure la datazione risulta assai difficoltosa, ma basterà qui dire a mo’ di esempio che il poema mesopotamico precede presumibilmente quelli omerici di almeno mille anni. O duemila. Questi intervalli temporali, quasi sovrumani, sono sufficienti a far capire la grande e misteriosa antichità di cui stiamo qui parlando.
Ora, a grandi linee, la messa in scena della storia di Gilgameš somiglia molto a quella delle avventure degli dèi e degli eroi, e degli uomini talvolta, di Esiodo e Omero: un mondo ove esseri divini e ferini convivono, perlopiù separatamente, a volte drammaticamente; e da questo cosmo denso si solleva la parola d’un dio o d’un uomo, con tutti i suoi sentimenti, e le bellezze e le miserie che popolano la terra e il cielo, e gli abissi, e canta il suo desiderio d’esistenza. Racconta una storia. Il sale dell’umanità, appunto. Raccontare.

Questo è quel che accade nell’epopea di Gilgameš. Ma con una peculiarità: per la sua scarna essenzialità e frammentarietà, questo poema riesce a evocare e a dire in maniera più profetica, e quindi forse più suggestiva di Omero, e potente, che cosa è uomo e cosa sono la vita e il mondo circostante.
Pur nella fitta nebulosità della ricostruzione storica e filologica, a oggi, gli studi critici concordano nel riconoscere nel poema almeno una decina di episodi per così dire originari: la presentazione dell’eroe, e del suo compagno; viaggio per luoghi pericolosi, ignoti e ultraterreni al fine di sconfiggere il male e scoprire il segreto dell’immortalità; morte del compagno; ritorno a casa e morte dell’eroe. Vi è inoltre un racconto di un diluvio. Ma su quest’ultimo è tuttora difficile dire se appartenesse al ciclo iniziale.
Già a partire dal prologo la presentazione dell’eroe suggerisce più d’una riflessione sulla natura umana: Gilgameš è per due terzi fatto dio e per un terzo uomo. È dunque una strana creatura, un impasto, una via di mezzo fra il dio e l’angelo, e la bestia. Non una metà precisa – dio e uomo/animale – ma un sovrappiù divino qui indicato col termine angelo. Oppure, meglio: l’uomo, un poco animale e un poco dio, è in realtà un mostro, nell’accezione latina.
Monstrum è infatti la parola che designa il prodigio, l’evento straordinario,
il segno che mette in comunicazione gli uomini e gli dèi pur se in maniera oscura.
Non a caso la risposta all’enigma della mostruosa Sfinge è uomo, e proprio un uomo, Edipo, uccide la Sfinge, il mostro. Uomo è quindi sia la risposta all’altezza dell’oracolo divino, la salvezza, e sia l’assassino, il delitto, il male. Così quel prodigio, quel mostro, è in realtà l’uomo. Pure nel caso di questa Epopea questo essere mostruoso vaga per il mondo fino a giungere a Uruk, e senza trovare requie: il suo cuore è infatti continuamente arso dalla brama di assoluto. Qui il desiderio, l’irrequietezza, la sete e la fame d’eternità, sono i contrassegni della divinità.
All’uomo spetta invece solo la tragicità. Gli dèi, che non patiscono la morte, e non periscono, e tutt’al più piangono o si commuovono brevemente, non possono essere tragici.
E allora, in preda all’arroganza e alla lussuria, Gilgames violenta continuamente il suo popolo, al quale non rimane che invocare gli dèi. Questi, ambiguamente magnanimi, corrono in soccorso attraverso la creazione di un pari di Gilgameš, Enkidu.
A differenza del re di Uruk, Enkidu è descritto selvaggiamente, col corpo ricoperto dal pelo arruffato come il dio del bestiame, e con il cuore colmo della virtù del dio della guerra. Enkidu è quindi l’altro di Gilgameš. Il poema, introducendo Enkidu, aggiunge qualcosa alla definizione di uomo: questa prima voce che dice io, questa eco che risuonerà in secoli e secoli di letteratura, quest’uomo che si fa soggetto e racconta, è già ai primordi una identità scissa, multiforme, ambigua. Uomo è fin dagli inizi un essere demonico, innocente e colpevole, saggio e ignaro, angelico e bestiale. È già dunque l’uomo contemporaneo, ma anche di ieri e d’oggi – proprio perché la morte – che umanizza – è fuor d’ogni tempo.
Da qui il poema li mette in cammino fianco a fianco, e anche questo capitolo aggiunge qualcosa in più sull’uomo e il mondo. A scatenare la partenza è difatti, almeno inizialmente, il desiderio di Gilgameš di innalzare il suo nome, di erigere un monumento agli dèi laddove ancora nessuno vi è riuscito ed essere così ricordato. Ciò che Gilgameš vuole è imprimere una traccia di sé, una permanenza, qualcosa che possa eternare la sua presenza, la sua voce. Il discorso.
Il racconto svela così da dove proviene l’essenza tragica dell’uomo: dalla parola. È l’espressione umana che getta l’uomo al di là degli dèi, il prodigioso artificio del linguaggio. Nell’atto di dare-un-nome alle cose, le cose cominciano a esistere, a interrogare l’uomo, o meglio, attraverso di esse l’uomo indaga sé stesso e il cosmo; ma allo stesso tempo, attraverso la parola, sperimenta la sua finitezza e scopre la morte, proprio perché può ora nominarla. Può-dire-la-morte. Così la morte diviene un fatto, non più solo un canto funebre, una litania, un fuoco sacro o una piroga sul fiume. Diventa il fondo e il fine d’ogni passo.
Proprio durante il viaggio, infatti, i due amici scoprono una dopo l’altra tutte le imposture del mondo e la vanità della vita umana: il male che insozza la terra, il tradimento degli dèi e degli uomini, l’illusione dell’eternità o della giovinezza perenne, l’inganno amoroso, fino alla morte: prima quella del selvaggio Enkidu, compagno e doppio di Gilgameš. Ed è questo un episodio cruciale.

Senza più l’amico, infatti, a Gilgameš non resta altro che lanciarsi al di là d’ogni abisso e confine umano, oltre le acque degli inferi, alla ricerca di una giovinezza eterna, di una salvezza. Ma ogni sforzo sarà vano. Nonostante il raggiungimento di una terra divina, della conoscenza con l’unico uomo immortale – Utnapistim scampato al diluvio –, e della conquista d’una pianta magica di giovinezza, tutte le sfide e ogni incontro si riveleranno nulli: non vi è rifugio né fuga dalla morte.
Abbandonata ogni brama d’eternità, così, all’eroe non rimane che tornare a casa, rassegnato e sconfitto, e attendere la morte. Come a dire: all’uomo, infine, non resta altro che una breve e dolce consolazione, la carezza d’una morte in patria.
Vi è davvero infuso nel poema un pessimismo cosmico. Si perdonerà l’etichetta, è qui solo per intendersi sul sostrato tetro che permea l’intero racconto. Ognora sul mondo degli uomini, e sulla vita, incombe un folle destino, un fato di morte.
E a differenza dei poemi omerici, dove balenano tracce di speranza e di carità, e dove i protagonisti possiedono spesso un io incrollabile persino di fronte al destino più infausto, ove interessa raccontare gli usi, e i costumi, e le leggi dei popoli, l’Epopea di Gilgameš tramanda invece qualcosa di più primitivo, e terribile: in ogni tempo, ovunque, vivere significa essere in pericolo.
Non il viaggio né la conoscenza, ma la paura di perdere la vita. In questo poema è l’esistenza stessa a essere epica, nella sua tragicità quotidiana, nelle feroci e solenni sventure dell’uomo al cospetto della sua finitezza. E Gilgameš non è il superuomo, né l’eroe. Ma l’uomo di oggi e di sempre, fragile e scisso, nella sua solitudine e nella sua attesa, nel terrore della sua fine.
Sulla scrittura, lo stile, gli strumenti retorici, è pericoloso avventurarsi. Si tratta come già ricordato di lingue differenti, di testimoni inaffidabili, di interpolazioni e vuoti incolmabili. Ma è possibile qualche accenno di superficie.
Una delle caratteristiche ricorrenti nelle tavolette, ad esempio, come nei poemi omerici, e poi medievali e tardomedievali, e che rimanda all’oralità in seno alla quale quest’epica nasce, è la ripetizione, il ripresentarsi uguale di espressioni e formule, saluti ed epiteti. Ebbene, non siamo di fronte a un espediente esclusivamente mnemonico. Chi si ritrova o si è ritrovato a leggere qualche volta una fiaba o favola a un fanciullo sa bene di non potersi permettere alcuna variazione minima o modifica dei passi preferiti di chi ascolta; sa bene quale ira scatenerebbe. Sa con quanto desiderio e piacere il bimbo attende di sentire pronunciate le sue amate filastrocche, sempre uguali, identiche.
Ecco, in qualche modo, ritrovare il noto, la ripetizione dell’identico, si configura come piacere sottile, al pari della soddisfazione d’un lavoro ben eseguito pur nella sua meccanica ripetitività. O anche, in qualche modo, una rassicurazione contro l’imprevisto che angoscia. La relazione infinita fra sapere e ignoto.
In conclusione, si potrebbe sinteticamente dire che nei poemi omerici la lingua è già matura, raffinata letteratura, e pertanto, non riflette più fedelmente la vita, ma la trasfigura, la sublima per così dire. Invece, nell’Epopea di Gilgameš, vita e parola ancora quasi coincidono, si fondono una nell’altra: e così l’autentica brama e l’angoscia d’ogni essere e di ogni esistenza riverberano finanche nelle crepe d’ogni pietra scolpita di questo magico poema giunto fino a noi dalle più sacre e misteriose lontananze.
Infine, è vero: con la morte non si può che avere un rapporto scarnificato, vago, essenziale. Eppure, questa epopea e Gilgameš riescono a dire, davvero, proprio quest’evento per cui ogni parola è inadeguata. E questa operazione da stregoni inaugura per così dire la verità dell’uomo: perpetuo è solo il patire. Ed è da qui in avanti che qualcosa dentro di noi, di splendido e oscuro, comincia a esistere.

In copertina: John Ruskin, Nuvole temporalesche

