Di Serena Votano
Perché ogni tanto dimentico che la mia solitudine non è solo mia? La nostra solitudine non è solo nostra. Essere consapevoli dei meccanismi che governano il mondo e la sua storia, rifiutarne ingiustizie e oppressioni e organizzarsi per combatterle, obbliga a molti compromessi e a qualche speranza, quel sentimento tenero e perdente che ci rende umani.

Per anni ho lavorato affinché la mia solitudine diventasse uno luogo abitabile. Mi sono esercitata a fare le cose da sola: fare una passeggiata di sera, andare al cinema, fare colazione al bar o cenare fuori, assistere a un concerto o nuotare in una piscina comunale, partire per un viaggio. Sono ancora tante le cose che vorrei sperimentare, ma ho iniziato a farlo perché ho sempre odiato le persone prive di autonomia emotiva, e anche scacciare quella voce fastidiosa – “Sei sola” – che associava l’essere soli a una mancanza, in modo negativo. La solitudine non è negativa. Ho fatto del saper stare bene con me stessa e i miei pensieri una prerogativa, fino quasi a essere gelosa della mia compagnia: se posso godermi un’esperienza anche da sola, perché accettare compromessi che non sento necessari?
Eppure considero la solitudine un’arma a doppio taglio. Perché nella mia, incrocio una moltitudine di solitudini di cui ignoriamo l’origine. Non è un fatto individuale, come ricorda anche Daria Bignardi: «Sentirsi tristi, o soli, non è una questione privata».
La mia solitudine è una bestia selvaggia. In certi istanti, mentre corre o si apposta fiutando l’aria, annusa l’ebbrezza della libertà.
Altre volte si nasconde, sfinita, nel buio della foresta impenetrabile.
Nostra solitudine di Daria Bignardi (Mondadori) mi ha attirata con la stessa naturalezza con cui ci si lascia trasportare da una corrente, nel mare. Non si tratta di un saggio, definirlo “romanzo” sarebbe riduttivo. Daria Bignardi firma un libro intimo, fragile e lucidissimo, che tenta di dare forma a una sensazione condivisa e poco detta, quella di sentirsi soli anche quando non lo si è davvero. Nell’era dell’iperconnessione, dove si può condividere e scrollare da ogni parte del mondo, siamo stato addomesticati a una solitudine universale che ha molte più cose in comune con la globalizzazione e il capitalismo che con una maggiore consapevolezza di sé e degli altri. L’evoluzione digitale ci ha portati a conoscere nuovi bisogni e abitudini che ci allontanano da noi stessi e dagli altri.
Nel suo decimo libro, Bignardi intreccia luoghi e esperienze: dal Vietnam, visitato insieme al figlio, all’Ucraina, da Gerusalemme e la Cisgiordania – dove incontra i giovani cooperanti di Operazione Colomba – fino all’Uganda, dove assiste a un’operazione al cuore di un neonato.
Spostamenti geografici che diventano anche movimenti interiori. Incontra e parla con talmente tante persone che è difficile non interrogarsi sul peso di questa solitudine rispetto a quella personale.
E cosa cercavo poi.
Carver, nella famosa poesia Ultimo frammento, a questa domanda risponde: “Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra”.
Nel mentre, chi scrive si interroga sul rapporto con i social network, oscillando tra il desiderio di distacco e l’impossibilità di rinunciare del tutto alle connessioni quotidiane: i gruppi su WhatsApp, la sfida giornaliera a Wordle con le nipoti, il cazzeggio con le amiche o il flirt con gli amanti.
L’autrice non predica, non impartisce lezioni, mostra piuttosto la difficoltà di restare coerenti in una realtà costruita sul compromesso. Il libro attraversa temi enormi – guerra, occupazione, patriarcato, globalizzazione, trauma – senza mai irrigidirsi in un discorso teorico. La forza del testo sta proprio in questo equilibrio: nel riuscire a parlare di oppressioni sistemiche senza perdersi nell’approfondimento storico o geopolitico. Rimane ancorata ai corpi, all’esperienza vissuta, alle connessioni.

La solitudine evocata nel titolo non è solo uno stato emotivo, ma una posizione da cui osservare. Può diventare una gabbia, certo, ma anche un punto d’ascolto del mondo, delle sue contraddizioni e delle sue ferite. La solitudine dell’autrice è in parte una scelta, e proprio per questo viene costantemente messa a confronto con quella di chi non può scegliere: chi vive sotto le bombe, chi è costretto all’esilio, chi subisce la disparità. Bignardi guarda, ascolta, lascia che le vite degli altri la attraversino.
Nota a margine, come promemoria di vita: non esiste una solitudine più autentica o più legittima di un’altra. Ho trovato quasi mistico il confronto tra la Daria-personaggio e il suo psi sul titolo del libro. Lei vorrebbe chiamarlo Storia della mia solitudine, ma lo psicanalista la mette in guardia sull’impatto di un titolo simile.
Perché ogni tanto dimentico che la mia solitudine non è solo mia? È qui che la solitudine smette di essere solo privata, è una condizione collettiva, il riflesso di un mondo che ha moltiplicato le connessioni e impoverito le relazioni. Forse per questo, per raccontarla davvero, Bignardi si affida più alla sociologia che alla psicologia.
Continuo a considerare la solitudine un’arma a doppio taglio perché so che può ferire me e chi mi sta intorno quando si trasforma in silenzio. Ma difendo il mio stare bene da sola, perché per me è energia: un modo per smettere di guardarmi continuamente dentro e iniziare a osservare il mondo, nel suo lento e imperfetto movimento.
In copertina: George Segal, Ragazza blu sulla panchina del parco, 1980

