Di Annachiara Mezzanini
Iran, inverno 1996. Diciassette anni dopo l’instaurarsi della teocrazia islamica. Ventuno intellettuali riuniti clandestinamente in un appartamento, l’unica luce che rischiara l’asfalto umido della città, nel buio della notte. La vita, da quel giorno lontano del 1979, riverbera solo di sfuggita, riempiendo le stanze fredde degli appartamenti. Oltre le finestre chiuse delle case si animano le persone, crescono gli ideali, si instaurano i rapporti. Il mondo lasciato fuori dalla tenda tirata fagocita il resto, impedisce i movimenti, spia ogni singolo respiro.
Quarantasei anni dopo, oggi, quell’asfalto risulta ancora umido, rigato di rosso, percosso dai passi della folla che, esasperata, si è riversata per le strade, squarciando la tenda dietro cui si era nascosta. La città odora di sangue, ha detto qualcuno.

La storia di quelle voci, di quei ventuno nomi trattenuti dal tempo, è un fatto di cronaca nera iraniana rimasto per molto tempo taciuta. Chi la racconta, attraverso immagini nere, sporcate dall’inchiostro e dal desiderio di verità, è Majid Bita, illustratore iraniano classe 1985. Il suo stile è inconfondibile, la sua mano uno strumento artistico e politico di resistenza. In Italia, le sue opere sono pubblicate dall’associazione culturale e casa editrice Canicola di Bologna, città che ormai da più di dieci anni vede Bita camminare per le sue strade.
Il suo esordio, Nato in Iran (2023), racconta di una terra, di un Paese, attraversato da immagini, slogan, proteste, repressioni. Lo sguardo che scruta tutto questo, a cavallo fra gli anni Novanta e i primi Duemila, è quello del giovane Majid, del bambino cresciuto tra spasmi di vita e attimi di incomprensibile instabilità. Come spesso è accaduto nella storia dell’illustrazione contemporanea iraniana, anche per il suo graphic-novel l’aspetto autobiografico si è fuso assieme alla Storia dell’Iran, amalgamando la voce interiore dell’autore a quella sospirata e frenata del suo popolo. La percezione del reale è, quindi, umanamente e inevitabilmente macchiata dall’esperienza del singolo, della persona cresciuta sotto una dittatura, del figlio della diaspora culturale. Ma, nonostante questo, la narrazione è obiettiva e rimane ancorata al vissuto comune di un’intera nazione. Le sfumature, come per ogni cosa, ci sono e differiscono di casa in casa, ma il tratto centrale, quello che fa dell’immagine un oggetto riconoscibile, è il medesimo per tutti.
Con L’autobus incantato (2025), però, la dimensione privata si fa da parte, in favore di un racconto corale, testimone di una delle pagine buie dell’evoluzione – o involuzione – dell’Iran. Le ventuno voci sono realmente esistite e, con altrettanta realtà, sono state soffocate lungo anni di repressione politica, culturale e sociale. I nomi sono riportati fedelmente, i volti sono riconoscibili sotto al tratto tipico di Majid Bita, le storie parlano a gran voce e, finalmente, si fanno ascoltare.

Questo nuovo volume parla di intellettuali – giornalisti, scrittori, disegnatori, registi – di persone che hanno osato alzare la testa, opponendosi al governo. Molti dei loro corpi, come racconta l’autore, già a partire dalla metà degli anni Ottanta venivano fatti sparire o venivano fatti trovare insanguinati, ai margini della città. Era facile, all’epoca come oggi, finire nella lunga lista dei sospettati: bastava essere contrari a certi dettami, esprimere la propria opinione, divulgare immagini che non erano conformi all’ideale visuale dello stato. La sorte avrebbe colpito anche i ventuno protagonisti di questa vicenda, se solo non fossero riusciti a scendere in tempo da quell’autobus in corsa.
Tutto comincia con un invito. Un amico lontano, legato alla Federazione degli scrittori in Armenia, chiama a sé gli intellettuali rimasti in patria, uniti nella lotta comune contro la repressione.
L’idea è quella di partecipare a incontri e convegni dedicati agli scrittori.
Nell’aria, sopra una terrazza di Teheran, gli sguardi dei membri dell’unica istituzione culturale rimasta in piedi (e clandestina) sono sospesi. Cosa fare? La decisione viene presa, la volontà di poter fare qualcosa, di agire in un clima culturale differente è tale da muovere i loro passi verso il confine, oltre il quale speravano di trovare il vecchio amico e, con lui, un’occasione di dibattito.
Ma le cose non sono sempre come crediamo. Quel viaggio in autobus, lungo una notte senza stelle, iniziato con un cambio programma dell’ultimo minuto, si sarebbe presto trasformato in una tragedia, nel viscido desiderio di un governo corrotto di mettere a tacere per sempre, e in una volta sola, il nucleo centrale della resistenza culturale iraniana.
Questa è la storia di come quelle persone sono riuscite a scendere dall’autobus che li avrebbe condotti infondo a un burrone; è la storia di come ventuno persone si sono salvate, ma a quale prezzo?
Majid Bita disegna le loro voci, ripercorre le loro vite, mette nero su bianco le loro testimonianze e ci restituisce una narrazione inquietante, quasi distopica. Le vite spezzate di quelle persone, ora potranno essere lette anche altrove, oltre quei confini morali e geografici che, per molti, sono invalicabili. Leggendo le loro biografie una domanda sale involontaria sulle labbra: sono davvero riusciti a scendere tutti da quell’autobus incantato?
In copertina: Un estratto de L’autobus incantato

