Di Giammarco di Biase
Ho l’impressione che la parola non faccia un volo vorticoso ma che rimanga fedele a sé stessa.
Sto parlando dell’ultimo lavoro di Riccardo Benzina, Milollo (Taut editori).
È forse dei poeti l’aspettativa di creare un fuoco, una traccia di spettacolo che possa muovere un gruppo intorno alla legna ballando, proprio lì dove c’è la festa, la promessa di occhi divertiti. Non sto disdegnando il gioco, anche perché sono solito farlo: so soltanto che nella poesia di Benzina vi è una profonda eleganza di sguardo. C’è uno sfasamento delle articolazioni retoriche ma non c’è l’apprensione che ha ogni poeta di creare la sua originalità (che quella vien da sola quando sei bravo e hai talento e non sotto sforzo supino).
Benzina, insomma, non si incensa mai, non si profuma ma fa il suo libretto d’austerità. Per questo bisognerebbe guardare meglio all’autore, cercarlo tra le piaghe di un’infezione che sta dilagando innervosendo ogni vezzo pseudo-artistico. Quando si legge Midollo il presagio è quello di leggere la silloge di un grande poeta che ha girato per tante vie, che ha trovato il suo dilemma, quell’intercapedine di ruggine e ossa dove andiamo a morire per qualche giorno, e per sempre nei futuri. Ecco, allora, che quello spazio è un totem immaginifico, una placenta più che un fosso dove capitombolare. So per certo che Riccardo Benzina ha trovato il suo posto per scrivere queste poesie (me l’ha detto? Ho visto questo posto? O sto inventando tutto?): un versificatore trova sempre la sua natura, la sua Radura per battere forte la penna e il libro ormai lasciato a quei campi con intelligenza e clemenza una volta scritto.
Restandone finalmente fuori da autore, respirandone i cassetti.
Ad una seconda lettura, ad una terza, ad una quarta (le letture vere che ho fatto: lo leggerò ancora e ancora perché Benzina ha tanto da insegnare, anche a me che sono suo grande amico) Midollo resta sempre lo stesso. Concavo, geometrico come è la persona dell’autore, una sporta luminosa che è prima di tutto un lasciapassare di passato e avvenire. Infatti, sua nuova opera a tutti gli effetti è una seconda opera, non per chissà quale costipazione nell’averla scritta o dipinta ma perché è ante litteram ciò che Benzina aveva già immaginato: una successione atta a rivelare la prima sua altra opera esemplare che è Scenario.
Un quadro prospettico farebbe pensare a noi, indaffarati d’inganno, che servirà una terza opera per concludere questa ipotetica futura trilogia. Ma si parlerà davvero di trilogia? Io non ne so nulla (forse!). Di cosa parla Midollo sarebbe come chiedere di cosa parla un libro di poesia, quasi da viziati, da randagi con l’ipersensibilità all’acqua prima dell’esorcismo. Il problema è che qui, in questo contesto, è ancora più difficile raccontare di cosa si tratti. Piuttosto sentirlo come tutte le poesie che meritano di essere chiamate così? Ma no, che sentirle! Alzate le mani, vigliacchi! Bisogna guardarle le poesie di Benzina: la sensazione è questa.

L’occhio interno è l’unico modo per aderire alle pagine, un occhio che immagina senza fuoco, come abbiamo già detto sfocato, tempio grigio, zolla fantasmagorica: siamo dalla parte della nostalgia, quindi. Della nostalgia pura dove anche le forze ti mancano e dove Riccardo lascia la macchina nel traliccio e gira per queste vie di cui non conoscevo neanche l’esistenza. È questo Midollo, un’opera profondamente nostalgica, malinconica, quindi un’elegia in d minore, la nota spettrale di un’operetta. Qualcosa, ripeto, che ha a che fare con i regni di mezzo, con il grigio, con il confine. Forse perché Benzina sceglie sempre le strade piene di vecchi, di chi gioca a carte e non si dà un contegno con gli sputi. Forse perché sceglie sempre dove parcheggiare in zone sbagliate, dove orinano tutti. La silloge si guarda più di altri libri, come se il guardare fosse il primo grado di percezione dei fantasmi, come se gli occhi fossero alle spalle come sonagli. La nostalgia è sempre un passato prossimo e lo strumento divisorio tra Lei e la poesia sono gli occhi. Stiamo dicendo che Benzina è un rabdomante? Certo che sì, uno dei pochi rabdomanti che scrivono poesie in Italia.
Midollo ci insegna a guardare dagli specchietti retrovisori della macchina, perché il vero passo per essere posseduti dalla nostalgia è guardarla dritta negli occhi senza girare lo sguardo all’indietro ma continuando a tenere dritta la testa in avanti rischiando il colpo di frusta.
Tre poesie tratte da Midollo
Non necessariamente. Cioè la sera
potrebbe non esserci. Ne ho
solo inventato il ciglio. La sera
nel suo ritratto di impero che non ha
confini attraversato da giumente amato
da complici invisibili, da altri noi.
Lasciatevi andare dentro
questa luce che avanza. Contiene pergolati
e fiumi ancora da chiamare
così tanti che si tendono i muscoli della mia faringe
fra cibo e respiro, esistono
come i morti, animati dal desiderio
di essere nessuno.
****
A volte fermo
nel picco cieco delle approssimazioni. E poi continuo
avanti un poco in valle che tradisce
dentro me. Varco, annoto. Il capo accendo. Guardo
le formiche del sonno e le formiche
della veglia ritrovarsi una a una
nella casa: dove non c’è nulla.
Reame
reale, di vento e feritoie
ti attraverso questa sera.
****
E questo voglio. Questo sono. La
scintilla allucinata di chi pratica l’amore
negli specchi. Questo dico:
che perdo tutto sempre, e continuo
in perdita…e poi
perdo oltre. Questo. Inascoltato
chiedo aiuto ai posteri. E postumo canticchio. Smontato
vena per vena, marcito, indecoroso, come un pasticcio
di sfogliare piaghe. Come il diverso. Il problematico
questo.
In copertina: Cuno Amiet, Il bucato, 1904
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