A cura di Serena Votano
In un panorama editoriale già saturo di pubblicazioni, segnato dalla crisi, dall’omologazione e dalla diffusione dell’uso dell’intelligenza artificiale – anche nella pratica di scrittura – scegliere di riportare a nuova vita storie del passato sorprende e incoraggia la nascita di realtà indipendenti e coraggiose, capaci di andare in controtendenza seguendo il solco della grande tradizione editoriale.
Nella storia della letteratura esistono numerosi autori dimenticati e romanzi che, pur avendo conosciuto una discreta fama, da tempo non vengono più ripubblicati, ritradotti, riscoperti.
Ago edizioni si nutre proprio di questo. La casa editrice ha da poco compiuto due anni e conta sei titoli in catalogo firmati da: Norberto Fuentes, Georges Duhamel, Mary MacLane, Juan Filloy e Ivy Low Litvinov. Autori fuori dagli schemi che provengono da ogni angolo del mondo, senza confini geografici o editoriali. Per saperne di più abbiamo incontrato l’editore Andrea Crisanti de Ascentiis, ideatore del progetto di Ago Edizioni.

Come sono andati questi due anni?
È un bel biennio e mi ritengo molto soddisfatto. È sempre una situazione a metà: sai benissimo che se sbagli un libro puoi chiudere il giorno dopo, oppure puoi provare la grande esaltazione di incontrare lettori in fiera che ti conoscono e acquistano due libri da regalare a un amico. È davvero una montagna russa. Due anni non sono nulla – ci sono editori che fanno questo mestiere da molto più tempo di me –, io sono ancora un novello, però è stato tutto molto intenso.
Te la immaginavi così quando hai fondato una casa editrice?
Lavoro in editoria da una decina di anni: ho sempre lavorato per le Edizioni di Comunità, ho collaborato con altri editori e ho fatto il libraio per tre anni. Conoscevo bene il mondo delle case editrici e questo depone ancora meno a mio favore, visto che ho deciso comunque di aprire una casa editrice. Sapevo a cosa andavo incontro, quindi non sono stato troppo sorpreso da quello che è successo. Quello che non mi aspettavo, invece, era l’entusiasmo delle persone intorno al progetto di Ago: la continuità con cui la stampa ci ha accolti, il fatto di dover ristampare più volte alcuni libri. Tutti parlano della crisi dei “libri difficili”, dei libri di qualità: da quel punto di vista è stata una sorpresa.
Qual è stato il momento in cui hai capito che Ago Edizioni non era più solo un’idea ed era arrivato il momento di entrare nel mercato editoriale?
Non credo ci sia stato un momento in particolare, piuttosto un progetto che ha preso forma gradualmente. Penso che Ago sia nata nel momento in cui mi sono reso conto che più persone condividevano questa mia esigenza di pubblicare autrici e autori dimenticato o trascurati. Quando hanno iniziato ad arrivare email, proposte, richieste ho visto che intorno al progetto si stava creando un giro interessante, ho capito che forse c’era un catalogo possibile. Sono cose che realizzi dopo: a un certo punto ti ritrovi con dei libri, un’idea chiara, e dici “proviamoci”.
Perché “Ago”? Da dove viene questo nome?
Mi piaceva l’idea di qualcosa di reale, pratico. Un nome semplice, che non fosse un concetto astratto o elitario. Tutto il discorso sui pochi lettori in Italia lo trovo stucchevole: forse siamo noi editori ad esserci allontanati da chi i libri li ha sempre letti. “Ago” rimanda all’idea di ricucire, di riprendere un filo con il passato. È un nome semplice, immediato, ma anche evocativo. Ho pensavo che potesse essere giusto.
Il vostro proposito è di portare in Italia autori e libri del Novecento mai pubblicati. Esiste un’area geografica di riferimento?
No, in realtà non abbiamo mai approfondito questo discorso. Faccio due libri all’anno e il criterio è uno solo: questo libro, tra cinquant’anni, sarà ancora un buon libro? Se la risposta è sì, allora si pubblica. Che sia cinese, arabo, americano, brasiliano non importa. Non parto mai da un criterio geografico, da lettore mi sono spesso reso conto che esiste un enorme buco editoriale in cui sono finiti libri molto belli, lì ho pensato che ci fosse uno spazio da provare a colmare.
Come trovate proposte valide per il mercato italiano dal passato e pur sempre valide nel presente? Alla fine è tutta una scommessa…
È tutta una scommessa, ma il discorso è molto semplice. Io ho un mio archivio di libri che negli anni mi hanno incuriosito. Molti li ho letti, altri li valuto grazie al lavoro di editor, traduttori e affini. È un lavoro chiaramente di squadra. Quando un libro ha una forte cifra letteraria e anche una storia editoriale interessante alle spalle, allora mi colpisce. Non è solo il testo in sé – che resta centrale – ma anche tutto ciò che lo circonda. È un libro che puoi raccontare, pensare al di là della trama. Per questo inseriamo sempre una nota del traduttore alla fine: prima viene il libro, poi, se il lettore vuole, la sua storia. In America e nel Regno Unito ci sono editori che condividono questa missione. I grandi editori inseguono il contemporaneo, per ragioni di mercato, ma fuori c’è una ricerca sul passato molto stimolante.
A proposito di contemporaneo, in futuro pensate di pubblicare autori esordienti o contemporanei?
No, ti dico la verità. Pubblicare un esordiente significa prendersi una grande responsabilità: se non investi bene, se non lo accompagni tra festival, presentazioni e stampa, rischi di far morire un libro anche bellissimo nel catalogo. Per fare questo serve una struttura solida, economica ma soprattutto di rete. Semmai, in futuro, mi piacerebbe lavorare sulla saggistica contemporanea, ma sarebbe un altro progetto. Per i prossimi anni andiamo bene così.
Qualche indizio sulle pubblicazioni del 2026?
Sono due titoli francesi. Il primo è Paul Nizan, in uscita ad aprile, curato dal filologo e critico letterario Massimo Raffaeli. In Italia è fuori catalogo da una quarantina d’anni. È un caso importante di realismo socialista non didascalico, capace di restituire un affresco della Francia tra gli anni Trenta e Quaranta. Il secondo uscirà a ottobre ed è un libro di Élise Jouhandeau, moglie dell’autore francese Marcel Jouhandeau: la Francia surrealista e anni Sessanta, affascinante sia dal punto di vista letterario che storico.
All’inizio di questa intervista mi hai parlato dell’aspetto positivo di incontrare i lettori alle fiere, riscontrare tanto ottimismo da chi si avvicina allo stand. Adesso vorrei chiederti quali sono state le difficoltà e le sfide maggiori in questi due anni?
Già riuscire a partecipare è una prima sfida. Sono fondamentali per farsi conoscere e creare un rapporto con i lettori, ma oggi sono difficili da sostenere economicamente. Oggi le fiere raccontano grandi numeri di visitatori, ma negli ultimi anni maggiore sono le visite, minore è il numero di libri venduti. Questo significa che i programmi che si costruiscono sono spesso in funzione del grande pubblico generalista, invece di quello specifico dei libri. Servirebbe un programma pensato davvero per gli editori.
La recente edizione di ‘Più libri più liberi’ ha visto dibattiti anche sul tema della presenza di alcune case editrici con posizioni politiche controverse. Quale pensate sia oggi il ruolo di fiere come ‘Più libri più liberi’ nel definire confini culturali e stimolare un confronto critico tra editori e lettori?
Penso che bisognerebbe smettere di voler “stimolare” a tutti i costi i lettori. Ho sempre letto, ma non ho mai partecipato a eventi o presentazioni. A volte penso che sarebbe bellissimo andare a una fiera senza eventi, soltanto per i libri. So che sembra una provocazione, ma immagina una fiera in cui vai semplicemente a guardare, scegliere e leggere. Solo i libri, in silenzio, per una volta.

In copertina: Vincent van Gogh, Pila di romanzi francesi, 1887, olio su tela, cm 54 x 73, Van Gogh Museum, Amsterdam

