A cura di Annachiara Mezzanini
C’è una flebo, c’è un macchinario medico con mille bottoni plastici: bianchi, blu, verdi. C’è un encefalogramma piatto. C’è un camice verde e una cartella rossa. Poi, una telefonata e l’iter burocratico per i trapianti ha inizio. Presagio per la storia che sta prendendo forma, oggetti di scena che non mi parlano.
C’è una madre che prepara la cena. La cucina è un’esplosione di colori. Ogni volta che la vedo due cose catturano sempre il mio sguardo: le ante dei mobili sullo sfondo, color turchese, che mi aiutano a immaginare la mia futura casa – come ogni scenografia di Almodovar – e l’azione sovra pensiero della madre, che si porta le dita alla bocca, durante la preparazione dei piatti. Con le stesse dita inumidite dalla propria saliva, prende altri piccoli pezzi di verdura cruda e altre olive nere dal barattolo e le mette con cura nel piatto che andrà al figlio e in quello per lei. Un gesto materno, che mette in scena un’abitudine e un rapporto dilatato nel tempo, mai ignobile: ciò che è mio, è anche tuo. Liquidi corporei compresi.
Nella stanza accanto, lui scrive, aspettando che il film cominci.
Qualcosa di nuovo si avvicina a me, dopo i colori, dopo il rapporto con la madre. La prima volta che appare il libro è alla mezzanotte del compleanno del figlio, tra le pareti e gli oggetti che ne compongono la cameretta. Leggimi qualcosa, come quando ero piccolo. E lei leggerà le prime frasi della prefazione e, perplessa, riconsegnerà il libro nelle mani del ragazzo. È come se volesse toglierti la voglia di scrivere. La seconda volta che appare è quando il figlio sarà già morto, altrove, e lei sarà ormai sola, incastrata dentro vecchi rapporti, nel suo nuovo appartamento a Barcellona. È sul tavolino in legno davanti al divano in stoffa ocra a grandi fiori rossi. Di fianco, una foto incorniciata di lui; appoggiato sopra, il taccuino color cartone con la scritta “Notes” scarabocchiata di blu. Ricordi e reliquie. Dappertutto, lo sguardo della futura madre del fratellastro, il secondo o, per meglio dire, terzo Esteban della dinastia degli infelici.
Dopo, il libro sparirà per sempre, non tornerà mai più a intaccare i granelli di polvere della pellicola. Come ulteriore presagio di morte, le sue parole ristagneranno nella cameretta arancio-blu, vuota, e si sedimenteranno, chiuse, nel salotto carico di scatoloni della casa nuova.
Il volume è una copia di Musica per camaleonti di Truman Capote. La copertina neutra, anonima, non lascia trasparire nessuna indicazione del suo contenuto. Il sacchetto di plastica, lanciato oltre il letto da Esteban, scompare in un secondo e io non ho il tempo di intravedere in quale libreria madrilena la madre lo abbia comprato. Mi sento confusa. Capisco, nonostante sia più piccola di qualche anno del giovane dentro la tv, che quel dettaglio è importante. Fermo il dvd, lo mando indietro. Riguardo la scena, ma lo stesso non colgo nulla, se non il titolo e l’autore. Mi segnerò queste informazioni sul mio taccuino, sapendo che, di lì a poco, la libreria veronese del centro mi aiuterà nella ricerca.
Compio le stesse azioni a distanza di anni, ormai io ne ho quasi ventisette, esattamente come il film. Apparteniamo entrambi alla fine di un secolo orma vecchio, superato. Spazio: 1999 – il fanalino di coda di un millennio. Mi trovo bene in questo ruolo.
Il dvd è lo stesso, il registratore pure. Cambiano solo la casa dentro cui lo proietto, il televisore e il mio sguardo. Ora, comprendo cosa mi aveva mosso quella scena, quali corde aveva toccato: io, già allora, volevo semplicemente raccontare delle storie, come il personaggio morituro, e proprio come lui non capivo come qualcosa o qualcuno – Capote e le sue parole – potessero togliermi la voglia di farlo. Eravamo ancora, tutti e due, dei bambini dai grandi occhi e dai sogni immensi. Inoltre, tutti e due avremmo voluto scrivere di nostra madre. Ma di questo, al tempo, io non ne ero ancora cosciente.
A tal proposito, qui accanto a me giace l’ ultima lettura. Un libro totalmente diverso da quello di Capote, ma affine alla narrazione di Almodovar, alla percezione domestica e intima della scrittura del giovane Esteban.
Theodor Kallifatides, lo scrittore, parla di sua madre, desidera farlo da tempo e si decide a compiere tale gesto nel momento in cui capisce che non c’è più tempo, né per sua madre né per lui. Non volevo scrivere di lei finché era in vita. Così scrive. E in me sale un dubbio. Esteban non è riuscito a scrivere di lei, non è nemmeno riuscito a uscire dall’adolescenza, spezzata dall’incidente. Lui non si è dovuto porre il quesito se fosse giusto o meno scrivere della madre mentre era ancora in vita o se aspettarne la morte, perché quest’ultima si è palesata per lui prima del tempo. Kallifatides inizia il suo libro, Madri e figli (Voland, 2026) dichiarando la sua convinzione quasi atavica che sarebbe morto infante, prima della madre. Io, dal mio piccolissimo angolo di mondo, rifletto da molto tempo su questa cosa: da bambina non solo credevo che sarei morta prima io – secondo il principio per cui l’albero sopravvive al suo frutto come afferma l’autore greco – ma sperandolo sinceramente. Contando i pochi parenti che avevo, inclusi i miei animali, avrei dovuto partecipare a un numero cospicuo di funerali e la cosa mi atterriva. Ora, la cosa mi spaventa alla stessa maniera, perché ai parenti e agli animali, sommo anche le amicizie e i legami non sanguinei, la famiglia d’origine e quella per scelta.
Il rapporto con la propria madre è, quindi, una questione di morte? Di chi muore prima, senza un perché? Se io voglio scrivere di un qualcuno, per un qualcosa, devo aspettare che questo scompaia? Che mi eclissi prima io?
Riguardando la pellicola di Almodovar, Tutto su mia madre, e leggendo le parole di Kallifatides, io mi sento meno sola. Non posso ritenermi ancora una scrittrice, non ci riesco fintanto che le mie parole rimangono rinchiuse tra i miei file e quaderni, ma avverto in me il bisogno di lasciare una traccia, che già qualcuno, prima di me, ha segnato a cavallo di una vita. La traccia, ovviamente, non sarebbe quella del mio passo, ma di quelli che su questa terra ci sono già passati (passate) e di cui ora non ne rimane che un’eco suggestiva, dentro me.
Scrivere della madre, allora, non dipende dalla morte, dall’annullamento del cordone ombelicale che più o meno invisibilmente ci tiene legate, ma dal sangue. Noi figli, noi figlie abbiamo bisogno di sapere di cosa il nostro sangue è fatto. Quali radici ha toccato prima di arrivare dentro le nostre vene. Penso ci aiuti a comprendere meglio chi siamo e perché. Come Esteban desiderava conoscere l’altra metà delle foto slabbrate di sua madre giovane, voleva sapere tutto su sua madre, allo stesso modo Kallifatides scrittore e protagonista del suo libro scorge nel ritorno in patria e nelle mani minute dell’anziana madre la possibilità di ritrovare la strada di casa.
Spagna, Grecia, Italia. Il legame con la madre, il filo rosso sangue che ci unisce, ha intrecciato queste tre terre del Mediterraneo attraverso media diversi, ma che in comune hanno la semplice volontà di far rimanere le persone. Almeno ancora per un po’. Prima che ve ne andiate per sempre, ditemi la vostra storia. Prima che anche io scompaia, lasciatemi il tempo di ricordarvi un’ultima volta, di lasciare una traccia di voi – di me – per le nostre figlie.

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