Di Serena Votano
Da piccola l’amicizia era per me un patto inviolabile. Un valore a cui non avrei mai potuto rinunciare. Dicevo “per sempre” e ci credevo davvero.
Gli affetti li immaginavo a compartimenti stagni. Da una parte la famiglia – fratelli o sorelle compresi –, di cui nutrivo solo certezze. Per la me bambina era impensabile che, da un giorno all’altro, si potesse recidere un legame familiare. Forse perché ero abituata alla mia: una famiglia in cui si discuteva, sì, ma cinque minuti dopo pranzavamo o cenavamo allo stesso tavolo, imbronciati ma vicini. È bastato crescere per capire che non è così scontato.
Poi, subito dopo, c’erano gli amici. A pari merito. La mia migliore amica, la mia ancora, lo specchio in cui riflettermi prima di osare, scegliere, decidere. All’amica del cuore si dice tutto. Non esistono segreti, nemmeno quelli inconfessabili. È una complice che immagini fedele per sempre.
Crescendo, però, ho iniziato a scorgere i confini di queste amicizie, soprattutto all’interno di un gruppo. Vestirsi allo stesso modo, comportarsi allo stesso modo, frequentare gli stessi luoghi: abitudini che non mi stavano più bene. E quando smetti di seguire il gruppo per assecondare un bisogno – magari fuggevole, ma necessario – di superare i tuoi confini, può capitare di avere accanto persone che non alimentano la tua curiosità, ma sminuiscono il tuo essere diversa.
Adesso che sto imparando a essere la persona che sognavo di diventare, invidio quella me bambina capace di credere nell’amicizia come si crede nella magia. Forse perché oggi, leggendo Chiara di Antonella Lattanzi (Einaudi) so quanto sia raro – e faticoso – trovare e costruire un legame così assoluto, possibile solo quando si è drammaticamente teatrali, ostinatamente infantili.
Chiara è la migliore amica di Marianna, protagonista e voce narrante di questo romanzo. Crescono a poca distanza l’una dall’altra, nella ventosa Bari degli anni Novanta, immerse in contesti apparentemente diversi. In realtà, condividono la stessa presenza silenziosa: un mostro.
Abbiamo dieci anni ma sappiamo già che, per motivi diversi, io e lei non siamo come i nostri compagni di classe, non siamo come i nostri coetanei, non siamo come gli altri. Lo sappiamo in modo definitivo. Le nostre famiglie sono diverse dalle altre. I nostri genitori sono diversi dagli altri.
Per questo so perfettamente che non dovrei insistere. Chiara e io sappiamo in modo molto più netto di tanti nostri coetanei cosa vuol dire la parola «conseguenze».
La famiglia di Chiara, di origine albanese, è molto cattolica e tradizionale. Chiara indossa gonne troppo lunghe, collant color carne, ha una peluria marcata tra le sopracciglia e sopra le labbra: a scuola la chiamano “Baffuta”. Marianna, al contrario, cresce in una famiglia borghese, permissiva, affettivamente presente.
Contesti familiari che all’apparenza potrebbero risultare diversi, ma che nascondono la medesima disfunzione: una figura paterna violenta. la violenza colpisce lei, le sorelle gemelle e la madre. In quello di Marianna, il padre rivolge la violenza contro se stesso.

Sono cose indicibili, che non verranno mai pronunciate ad alta voce. Eppure, ogni giorno, trovano spazio nelle lettere che le due ragazze si scambiano al mattino senza leggerle mai. Le madri restano sullo sfondo, quasi cancellate. L’intero nucleo familiare continua a occultare ciò che rende queste bambine diverse dai loro coetanei. Tra Chiara e Marianna nasce così un legame immediato e assoluto, fondato su un bisogno reciproco di protezione e salvezza.
Non bisognerebbe mai avere figli, ma neppure genitori, altrimenti con lo sguardo rivolto verso il cielo come un cagnolino a cui hanno lanciato una pallina finta, una pallina che non c’era, ti aspetti sempre che l’amore torni indietro e ti travolga. Ma poi non arriva mai o, dato che non sei un cane ma un umano, prima che arrivi ti scansi tu.
Non bisognerebbe mai avere figli, ma neppure genitori. (E neppure amori).
Marianna, a differenza di Chiara, sfida l’eccesso: capelli punk, look trasgressivi, fuma erba e sperimenta bad trip. Si concede ai sentimenti, insegue la passione, esplora.
Il loro è un rapporto simbiotico, è amicizia ma è soprattutto amore. Il primo abbraccio in cui le due sperimentano l’intimità, l’età adulta, il valore delle promesse e il dolore che deriva dal vederle infrante.
Scoprano i loro corpi, le relazioni, quanto è difficile crescere e quanto è bello amare.
Imparano a confrontarsi con il senso di colpa, a nascondere le paure, a convivere con la difficoltà e insieme con il desiderio di spezzare le catene familiari. È grazie a questo rapporto che sopravvivono all’adolescenza, e arrivano al 2025.
Chiara e Marianna sono due donne, ormai: ancora diverse, ancora profondamente simili. Due donne ferite – innanzitutto dai loro genitori –, e infinitamente lontane.

Dopo il grande successo di Cose che non si raccontano (Einaudi, 2023), in cui Antonella Lattanzi affrontava temi personali e complessi come l’infertilità, la procreazione medicalmente assistita, il rapporto con il corpo e il conflitto tra ambizione e maternità, l’autrice torna a raccontare una storia intima, spostando però lo sguardo su due figlie: bambine, poi adolescenti, infine donne.
Con una scrittura precisa e avvolgente, Lattanzi dà corpo a un racconto di amore e salvezza, violenza e tenerezza, che squarcia il buio e interroga il senso dell’amicizia nel momento forse più fragile e luminoso di tutti: l’adolescenza.
Forse l’amicizia, come la immaginiamo da bambini, non è fatta per essere definitiva, immutabile negli anni. Forse non può in ogni caso essere un patto eterno, ma un luogo in cui si impara a costruirsi, a restare, a perdersi. Chiara racconta proprio questo: che alcune amicizie non servono a salvarci per sempre, ma a farci attraversare il momento in cui siamo più esposti, più vulnerabili. Per poi allontanarsi per crescere, per disordinarsi, per diventare qualcun altro. E poi, se succede, ritrovarsi diversi ma ancora capaci di riconoscersi.
In copertina: René Magritte, Le Sac à malice, 1959, disegno preparatorio e dipinto

