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Barlumi – Scorgere invece di possedere

 

 

 

L’incipit di Barlumi (Edizioni La Gru), l’ultima raccolta poetica di Paolo Andrea Pasquetti è quasi programmatico: «Né è modo né tempo / – mai – di cogliere / le cose dal mondo». Qui si enuncia un’etica del limite che attraversa l’intero libro. Le cose non si lasciano afferrare, non sono riscattabili né attraverso il possesso né attraverso una comprensione totale. La poesia, allora, rinuncia a ogni pretesa di dominio e si configura come pratica di attenzione. “Scorgere”, “intravvedere”, “voltarsi a guardare un’ultima volta” diventano verbi decisivi: indicano un’esperienza conoscitiva fragile, esposta, strutturalmente incompleta. Non una conoscenza che accumula, ma una che si arresta.

In questo senso Barlumi si iscrive consapevolmente in una linea filosofico-esistenziale che dialoga con la fenomenologia e con una concezione del linguaggio come apertura, non come strumento di controllo. Se vogliamo, il riferimento finale a Martin Heidegger non ha nulla di ornamentale. La luce di Pasquetti non coincide con una verità rivelata o con un principio salvifico: è piuttosto la radura, lo spazio naturale in cui le cose possono apparire solo nella misura in cui restano esposte al loro stesso sottrarsi. La luce non redime, non consola; al massimo consente un “esserci” vigile, una presenza provvisoria dentro un tempo che non smette di erodere.

Il tempo, infatti, è l’altro grande antagonista del libro. Non il tempo storico o narrabile, nel quale annaspiamo ogni giorno, ma quello che consuma, storce, incrina: «il cerchio costante / che gira e che dura». Contro questa forza entropica, la poesia non oppone un senso ultimo né una teleologia, ma la durata. Una resistenza minima, ostinata, fatta di ripetizione, di formule, di ritorni. Pasquetti insiste sulla ritualità classica del dire, sulla necessità di “dire bene” le cose più volte, come se solo l’insistenza potesse sottrarle, anche solo per un attimo, alla dispersione.

Ma anche sul piano formale questa etica si traduce in scelte stilistiche nette. La scrittura di Pasquetti è asciutta, nominale. I versi brevi, spezzati, rifuggono ogni amplificazione retorica e costruiscono un andamento quasi liturgico, dove la reiterazione non è un difetto ma un metodo conoscitivo. Le immagini naturali – boschi, nebbie, animali, orme, sentieri – non funzionano come approdo puramente estetico né come paesaggio simbolico rassicurante: sono soglie attraverso cui il pensiero si incarna senza mai stabilizzarsi in concetto. La natura non è rifugio, ma complesso spazio di prova che ci trascende: luogo in cui la luce può tanto disvelare quanto accecare.

 

 

Giulia Bocchio


Cinque poesie tratte da Barlumi 

 

Nel fango del fiume
le orme rimangono
meglio impresse e la
corrente non corre,
come il tempo strano
e contorto, mentre
dondola sveglio sui
polsi che sfilano
sfatti dell’uomo che
non s’accontenta di
ciò di cui, nella
cruna piegata e
slabbrata del mondo,
sarebbe custode.

 

*

Quando diventi un
mago la parola
che lanci s’incastra
retta tra le pieghe
sgualcite del mondo.

È un glifo assurdo
per chi ti sta accanto,
che resta inciso
sulla scorza svelta e
scorta dalla mente.

È un rito così
da fare più volte
– quante dovrai poi
impararlo – se vuoi
durare alla morte.

 

*

La luce non puoi
certo tradurla ma,
forse, assomiglia
a un gerundio che
accade insieme alle
cose, s’appoggia lì
sulle fogge che ora
guardi andando da
solo per la tua
via, scorgendo là
solo schegge dove il
tuo occhio s’appiglia.

 

*

E cosa dice il
tuo canto? Che tu
affronti e raccolga
il dolore dei
giorni e ne faccia
più vera una fede.

Ma bada che mentre
cammini non ti sia
poi chiesta per sempre
in pegno la voce,
altrimenti dovrai
cercarla nell’ombra.

 

*

Nota per il cammino

Ritrovarsi a dover imparare a riconoscere e raccogliere frammenti di ciò che un tempo era intero è, forse, un compito troppo arduo se non ci si pone all’interno di un sentiero. Riporli in un proprio scrigno per dargli durata nel tempo, riattivarli ogni volta col canto, lo sguardo, le mani e la voce diventa quasi da sé un modo di stare nel mondo: si recupera un senso che stava prima inappreso tra le cose e – se ci si pone ver- so di esso come una fede, quella più propria – si riscopre il coraggio per dire a parole senza paura riscatto, guadagno e salvezza. Appaiono immagini, forme e colori da quello che resta e non separate dal fondo. Per questo, non è una fuga e non bisogna averne vergogna ma – meglio – rimanere nel solco in attesa: la via è di là da venire.

 


Paolo Andrea Pasquetti è laureato in Lettere Moderne all’Università di Roma La Sapienza
con una tesi in filologia e critica dantesca e in Filologia Moderna, presso la stessa, con una tesi di
letteratura e lingua latina su una comparazione letteraria tra Ovidio e Tolkien per la quale, nel 2023, è stato premiato come laureato eccellente Sapienza del suo anno accademico. Vive e insegna come docente nella scuola secondaria a Rieti. Nel 2020 vince il concorso “Libera i tuoi versi – Abbracci poetici” con la poesia Le campane che dissolvono il suono. Dal 2021 cura il progetto di divulgazione Radura Poetica, del quale è creatore e direttore. Studioso di Tolkien, fa parte di AIST (Associazione Italiana Studi Tolkieniani) con la quale collabora. Nel 2023 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Canti del ritorno (AttraVerso Edizioni). Barlumi (Edizioni La Gru) è la sua seconda raccolta.


In copertina:  Christian Dahl, Studio di una betulla, 1826, olio su tela, cm 55×40, The National Museum of Art, Architecture and Design, Oslo

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