Di Annachiara Atzei
“Un testamento non mente
è la testa della statua in terracotta
o semplicemente una copia.”
Adele Bardazzi, Testamento
Si inizia a leggere Testamento, la raccolta di poesie di Adele Bardazzi (Industria & Letteratura), come se si entrasse in luogo sconosciuto, e da quel luogo – la metro, sottoterra, e poi Dublino, Oxford e New York – si riemerge, di soglia in soglia, pieni di domande: cosa è verità e cosa è finzione? Cosa è vicenda autobiografica e come si lega a fatti di rilevanza culturale e sociale? Partendo dal presente e da una quotidianità ordinaria, che tuttavia immediatamente trascende la realtà per diventare ipotesi – smette di essere descrizione e si fa poesia di idee, in cui l’oggetto lascia spazio al soggetto – il libro ci costringe a confrontarci con il concetto di morte – e di ciò che c’è dopo – e di dissoluzione dell’io: quella condizione di inspiegabile sofferenza che deriva dal sentirsi irrimediabilmente perduti.

Il testamento, che qui non è concepito come un atto giuridico bensì come una sperimentale opera in versi, è l’anticipazione di un ricordo, che sembra assicurare la possibilità di essere ascoltati, compresi e, forse, riconosciuti a lungo. Con questa convinzione (o con questo desiderio), l’autrice scrive una storia (la sua?) e la consegna al mondo, quasi sfidandolo a trovare una risposta: chi muore? E in che modo? In questo libro, infatti, si attraversa uno spazio reale e letterario, tentando di assegnare una validità alla parola e di dire cosa di essa – e di chi la pronuncia – si disperde e cosa si protrae nel tempo.
Bardazzi si interroga e interroga il lettore sul senso di ciò che si mette per iscritto, sulla sua complessità e discendenza. Su quanto è destinato a durare. Ed è la nozione di “interpretazione” che viene in soccorso qui: niente è definitivo, tantomeno le parole, e ogni lascito può essere decifrato e superato, riletto, rivisto e manipolato finché il suo autore non riesca a definirne ogni dettaglio.
C’è qualcosa di vitale nelle parole, sembra dire Bardazzi, e quanto più esse somigliano a chi le scrive, tanto più ne delineano il nome e la memoria futura. Nella provvisorietà dello scritto, la capacità di prevedere qualcosa che accade, e credere, così, che sia davvero destinato ad accadere, moltiplica il peso della scrittura stessa. E questo, in fondo, è ciò che ne determina l’importanza – il suo valore di autentica testimonianza – e, ancora di più, una condivisa necessità.
Cinque Poesie da Testamento (Industria & Letteratura, 2025)
L’ultimo testamento
doveva essere
precedente
imperfetto
– per questo pure ti penso
Per te, farei tutto
pure rovinare questo prato
e renderlo tutto presente
*
Non basta ora una parola,
abbisogniamo di virgole
per prendere respiri corti –
ti accompagno per mano
senza io.
*
L’Irish Poetry Centre o è
Irish Centre for Poetry Studies
condivide la notizia di valore:
Unpublished Ted Hughes poems
about lover Assia Wevill to be sold.
Da te, il nome nel testamento,
se importa a qualcuno un foglio
firmato chissà dove, quando
secondo la legge
sarà due volte tanto un Basquiat
trattandosi di morte al quadrato,
amore e morte, come piace a teatro?
*
Questa è una lingua che non porta
alcun interesse di imparare o ascoltare
nemmeno per parcheggiare io.
Così sempre dimentico
quello che mi è detto
e perdo per strada
nel tentare un ritorno
a casa
*
Da oltre un anno
misuro la morte al presente.
Questo corpo non riesce
a morire, ma lo chiede
a segni stretti sulla pelle
ormai secca e stanca
di continuare a parlare.
Adele Bardazzi (Firenze, 1991) è autrice della raccolta I nomi di Emanuele (Arcipelago Itaca, 2023). Suoi testi sono usciti su “Officinapoesia” di “Nuovi argomenti”, “Formavera”, “Inverso”, “St Anne’s Review”, il terzo volume di Poeti nati negli anni ’80 e ’90 (Interno Poesia, 2022), e il Sesto Repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago Itaca, 2022). Ha tradotto Obit di Victoria Chang (Interno Poesia, 2024) e alcune poesie di Cristina Campo (“The high window”, 2021).
In copertina: Roy Lichtenstein, Pennellate con lampada, 1997

