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Antimacchine – L’inutilità creativa come atto sovversivo

Di Pompeo Angelucci 

 

L’impressione che provo oggi girovagando sui social è simile a qualcosa di fortemente oppressivo, asfissiante. Ogni volta ho l’impressione di muovermi dentro un gigantesco centro commerciale, troppo luminoso e affollato di gente. Un posto nel quale non riuscirei mai a passare del tempo di qualità. Eppure, quando penso agli anni in cui ho scoperto Internet, quando la rete era libera da spam e bot, l’esperienza era qualcosa di totalmente diverso. 

Il primo computer di cui ho memoria venne regalato a mio fratello e mia sorella, più grandi di me; io avevo nove anni. Il computer da subito venne sistemato in uno studio al secondo piano di casa mia, che per essere raggiunto bisognava salire delle scale fredde e superare la lavanderia. Il secondo piano era uno spazio che ricordo vuoto, nel quale venivano accumulati oggetti inutilizzati e vecchi divani; era uno spazio visibilmente disabitato. Quel primissimo computer era entrato nella vita della mia famiglia come un meteorite, come un oggetto non identificato perché, dopotutto, era un qualcosa di non indispensabile all’economia familiare: non ne capivamo pienamente l’utilità. 

Fatto sta che, per i primi mesi, i tester furono i miei fratelli maggiori, che al netto di tutto l’interesse iniziale ben presto si stancarono di passare ore a decifrare il linguaggio internettiano così anti user friendly. Il passaggio seguente mi sembra scontato: il vuoto lasciato davanti quel monitor a tubo catodico contenente la collina più iconica di sempre venne ben presto riempito dal sottoscritto. Ma perché questo ricordo da bambino di provincia è così prezioso per me? Direi che il motivo principale è che mi manca ogni giorno quell’Internet, che navigavo ad occhi aperti sognando le infinite possibilità di conoscenza. La mia immaginazione cresceva esponenzialmente col crescere del tempo che passavo online tra un forum e un film piratato di arti marziali; tra una partita di GTA Vice City e un album misterioso di un’artista che non conoscevo minimamente ma che scaricavo per una pura indole archivistica.

Era come attraversare un parco, dentro una bellissima città dalle strade larghe; con muri coperti di graffiti, sporca, ma quantomeno libera. Questo divario col presente è dato dal fatto che rispetto quegli anni – almeno quindici anni fa – l’utenza era mossa da un sentimento di profonda condivisione, un sentimento che Clay Shirky in Surplus Cognitivo. Creatività e generosità nell’era digitale (Codice Edizioni) chiama «dilettante», ovvero che muove «colui che svolge un’attività per diletto, né per lucro né per professione». A spingerci alla condivisione era quindi la natura fondativa di Internet delle origini, che Shirky chiama freudianamente «motivazione intrinseca». 

 


Era, per farla breve, il mezzo stesso a portare verso dei comportamenti di profonda condivisione, creatività, personalizzazione. Comportamenti che personalmente ho assimilato a pieno, che hanno plasmato la mia forma mentis e virato la mia sensibilità: ogni mio singolo interesse era lì, ad un solo link di distanza.   


 

Il mio coinvolgimento nello studio della comunicazione (o cultura, che dir si voglia) digitale, nasce quindi dal fatto che un mezzo così affascinante sia radicalmente cambiato davanti ai miei occhi, passando da luogo di incontro libero a crocevia di pubblicità, tossicità e fenomeni assurdi; luogo nel quale ogni aspetto ora è inquinato da una predominanza politica oscura, che si è profondamente memificata (Chi controlla i meme controlla il mondo? è il titolo di un recente numero di Link – Idee per la tv) . Inizialmente ho maturato un necessario senso di riappropriazione, per poi cercare, nel corso degli anni, una via critica al “consumo di Internet”. Dopo aver letto i capisaldi, Geert Lovink, Kenneth Goldsmith, Chris Anderson e l’inevitabile Mark Fischer, a catturare il mio interesse nel panorama italiano è stata sin da subito la storica dell’arte Valentina Tanni grazie ai suoi solidi e piacevolissimi saggi; accomunati tutti da un certo tema dell’abitare l’online

Il suo ultimo saggio, Antimacchine (Einaudi; per la collana Maverick) è quindi la conferma di una voce unica nel dibattito sulla cultura digitale. Dopo Memestetica. Il settembre eterno dell’arte (2020) ed Exit Reality. Vaporwave, backrooms, weirdcore e altri paesaggi oltre la soglia (2023) – entrambi pubblicati da NERO Editionsquesto saggio completa una trilogia sul presente degna di nota. Partendo infatti dalla diagnosi del nostro rapporto con le immagini, la perpetua modificazione e destrutturazione dell’icona (Memestetica), e passando per un’indagine più onirica tra le lore e le estetiche Vaporwave o Frutiger Aero (Exit Reality), col suo metodo ormai consolidato Tanni scava tra gli esempi che avvalorano la sua tesi (movimenti artistici, mostre, pubblicazioni, letteratura e filosofia) per delineare e scandagliare un panorama in continuo mutamento. In Antimacchine le sue riflessioni portano quindi a indagare una particolare soglia della contemporaneità, cioè il rapporto che abbiamo con la tecnologia in quanto oggetto e, in particolare, la dinamica che potrebbe indurre questo rapporto all’insufficienza; dunque, alla sovversione.  

 

 

In un certo senso il punto è proprio questo: la pratica del misuse (traducibile in italiano come abuso, ma nell’accezione più stretta di “uso errato”) che consiste nell’utilizzo volontariamente sbagliato di un oggetto o una tecnologia, è al centro del discorso in Antimacchine.
Scrive Tanni che il
misuse: «è una pratica vasta, complessa e sfaccettata; coinvolge oggetti e soggetti diversi e può piegarsi agli scopi più disparati. L’impulso da cui parte, però è sempre un atto di appropriazione: reclamare l’oggetto è la condizione fondante e necessaria. Una volta affermato questo diritto, tramite un’acquisizione più o meno legittima, posso seguire altre azioni: lo strumento può essere frainteso, aperto, modificato, decontestualizzato, cambiato di significato, ibridato e persino distrutto. La sua fisionomia ne esce in ogni caso mutata, sia che si agisca sul piano materiale, smontandolo, sia che ci si limiti a reinventare l’uso oppure a trasportarlo in un contesto a cui non era destinato».
Questo passaggio spiega bene il nodo centrale che attraversa tutta la lettura, ovvero l’emergere di uno sguardo nuovo verso gli oggetti, e la possibilità di ribellarci attraverso l’inutilità: può essere la nostra qualità più umana, ovvero il non sense, la risposta a un sistema che ci vede esclusivamente come dati da profilare o, ancora peggio, consumatori? Si arriva quindi a un atto di riappropriazione, utile a contestare il dominio pressoché completo del capitalismo, dentro e fuori le piattaforme.

Valentina Tanni, però, nel corso di tutta la sua saggistica solleva anche un tema altrettanto cruciale, e che non sottovaluta mai, ovvero il dialogo che avviene tra noi (esseri umani) e le macchine. E nel sondare la nostra capacità creativa e il nostro bisogno continuo di narrare tramite l’errore o il riordino, la posizione dell’autrice resta sempre attenta a non scadere nell’accelerazionismo esagitato, o nel catastrofismo fuori scala. Questa idea della formula inscindibile uomo-creatività-macchina è ben espressa nel pamphlet Conversazioni con la macchina. Il dialogo dell’arte con le intelligenze artificiali (Tlon; 2025). Scrive infatti: «Per costruire un’alternativa al vetusto mito della macchina come soggetto antagonista è necessario recuperare la prospettiva della relazione, esplorare il dialogo, immaginare e testare possibili forme di coabitazione». E prosegue, sulla linea del dualismo che in tutto e per tutto conferma la natura organica di questo rapporto: «Se il computer è il nostro “doppio”, come scriveva Antonio Caronia, forse può diventare anche uno specchio attraverso cui comprendere più a fondo i nostri stessi comportamenti». 

È evidente come lungo tutta la lettura di Conversazioni con la macchina – testo che, in una lettura connotativa, sembra ricalcare persino il genere propriamente letterario del dialogo filosofico – come l’autrice assuma una postura decisamente collaborativa nei confronti delle macchine, più incline alla co-creazione che non al disfattismo.
Se quindi in Antimacchine il discorso viene esteso e scavato a fondo, quello che resta è un’idea fieramente anti capitalistica di un possibile futuro nel quale l’oggetto non è più estensione di un mercato e quindi prodotto chiuso in se stesso, ma piuttosto soglia praticabile per l’accesso all’altro, alla sovversione, a nuove forme di creatività e plasmabilità artistica.

 

 


Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Media Culture e Meme Culture and Aesthetics presso il dipartimento di Communication and Media Studies della John Cabot University di Roma. Ha pubblicato Random. Navigando contromano, alla scoperta dell’arte in rete (Link Editions, 2011), Memestetica. Il settembre eterno dell’arte (NERO, 2020), Exit reality. Vaporwave, backrooms, weirdcore e altri paesaggi oltre la soglia (NERO, 2023) e Conversazioni con la macchina. Il dialogo dell’arte con le intelligenze artificiali (Tlon, 2025). Per Einaudi ha pubblicato Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia (2025).


In copertina: Prospettive 

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