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Vivo per i libri, ma i libri non mi permettono di vivere

Di Serena Votano

 

Ci siamo imbattuti praticamente tutti nel post di Jonathan Bazzi – l’autore di Febbre (Fandango), finalista al Premio Strega 2020, e Corpi minori (Mondadori) – su Instagram. A colpire, d’impatto, è lo screenshot del suo estratto conto: 35 euro di entrate e 997,07 euro di uscite.
Per molti mesi la mia quotidianità è stata simile, lì a contare ogni centesimo, consapevole che le spese avrebbero comunque superato gli incassi.
«Questo Paese ha un mastodontico problema col valore assegnato alla cultura e al lavoro intellettuale» scrive Bazzi. Ed è vero: lavorare nel mondo culturale è solo per i privilegiati. Io vivo per i libri, ma i libri non mi permettono di vivere.

Attualmente le mie entrate derivanti da recensioni, editing su riviste o racconti pubblicati sono pari a zero. Qualche anno fa ho scelto di virare sul mio percorso nel mondo editoriale perché il sogno di diventare una editor mi stava logorando. 

Era il 2021: lavoravo in una casa editrice come collaboratrice esterna, ma di fatto ero in sede dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18. Venivo pagata abbastanza solo per permettermi un posto letto in una tripla a Milano, cioè pochissimo. Avevo il supporto della mia famiglia, certo, ma per quanto tempo sarei riuscita ad andare avanti senza un “santo in paradiso”?

Quando da adolescente guardavo Il diavolo veste Prada e Andrea rinunciava un po’ alla volta a se stessa, al tempo per sé e ai suoi ideali per essere sempre più accettata nel mondo del lavoro, pensavo fosse quello il modo più giusto per affermarsi. Ma quando stai muovendo i primi passi nel mondo del lavoro, la gavetta non può essere la scusa per giustificare lo sfruttamento. Viene insegnato un lavoro che prima non sapevi fare, certo, ma dopo? Se la gavetta non finisce mai, se vieni sempre pagata poco, è inevitabile che un pensiero ti corroda: “Mi pagano poco perché il mio lavoro vale poco”.


«Io dovevo scrivere, per forza: per farlo ho resistito e resisto – continua Bazzi su Instagram –Quanti invece mollano il colpo?» 


Adesso che vivo altre battaglie, ho ripensato alle scelte fatte tre anni fa, quando interruppi la collaborazione con la casa editrice, non posso negare che ci penso ogni giorno. Ci sono periodi in cui mi dico che è stata la decisione giusta da prendere, altri in cui mi dico che avrei dovuto ritentare altrove. Ho una sola certezza: ogni settore ha i suoi problemi – più o meno evidenti che siano –, ma nel settore culturale sono più evidenti perché condivisi e, allo stesso tempo, raramente denunciati. I motivi sono vari, personalmente in quegli anni pensavo che se mi fossi lamentata, sarei stata sostituita in un attimo. Sentivo il rumore delle pagine sfogliate da tutti i possibili “successori”, pronti a prendere il mio posto anche gratis. Mors tua, vita mea. E io, in quel gioco, morivo due volte: per il sogno e per la realtà. 

Resistevo perché sapevo che altrove non mi avrebbero pagata meglio. Bazzi scrive: «Compensi inferiori a quello che prende (all’ora) un addetto alle pulizie, contrattualizzazioni come sacri Graal, esclusive imposte (se scrivi anche altrove non va bene!) in cambio di euro zero. Sembra il mio estratto conto, ma è una questione generazionale e di classe sociale». 

Ho ripensato a quando il mio editore mi chiamò nel suo ufficio per dirmi che aveva visto sul mio profilo Linkedin che lavoravo anche per un’altra casa editrice. Ero alla mia quarta esperienza, con tanto ancora da imparare, e lavoravo nell’ansia costante di sbagliare. Era un ambiente tossico, ma cercavo comunque di portare avanti lavori esterni. Lo facevo prima di iniziare la collaborazione con loro, ho continuato a farlo. Era scritto sul mio curriculum, non lo avevo mai nascosto sul mio profilo Linkedin. L’editore aggiunse che ai suoi dipendenti non era permesso lavorare altrove, ma che con me avrebbe “chiuso un occhio” perché “in qualche modo dovrai pur mangiare”. Avevo un DCA evidente a tutti, e quella frase risuonò come una metafora crudele. Non la dimenticherò mai.
Era disposto a “concedermi” di lavorare per altri – perché non di un diritto si trattava, ma di una concessione – invece di pagarmi un po’ di più e permettermi di vivere con dignità. 

Parlo tanto di questa esperienza perché è la realtà di molti. Tutte le persone che ho conosciuto negli ultimi anni mi hanno raccontato situazioni molto simili: cassiere che non possono pranzare insieme per evitare legami, giornalisti pagati dopo mesi, traduttori costretti a un secondo lavoro per sopravvivere, librai-imprenditori che non vedono un euro sul conto personale perché tutto finisce nella cassa della libreria, scrittori che non percepiscono nemmeno quell’8% stabilito sul contratto. 

Christian Raimo, tuffandosi nel “vaso di Pandora” aperto da Bazzi, ha scritto su Substack Ma perché vuoi essere pagato?, su Appunti di Stefano Feltri, riflettendo sui fatti recenti e sui pochi passi avanti fatti a livello sindacale. 

Sempre qui ho trovato lo screenshot di un post pubblicato su Facebook da Martino Mazzonis: «Ieri ho incontrato un vecchio amico, mi ha detto “ti leggo sempre”. Oggi un altro vecchio amico mi elogia qui sopra parlando dei miei “articoli”. Un altro mi ha sentito in radio. Tutti gentili e fa piacere, remunera l’ego, ma non remunera».  

Da anni chi lavora nella cultura prova a parlarne: articoli, dibattiti, libri. La vita agra, Il lavoro non ti ama, Le grandi dimissioni, Sono fame, Quasi niente sbagliato, Una cosa stupida Melanconia di classe: potrei continuare all’infinito. Eppure la forbice si è solo allargata. La precarietà non è un effetto collaterale, né una deviazione imprevista, ma un elemento strutturale del sistema dell’informazione.

Ieri, 28 novembre 2025, giornalisti e giornaliste italiani hanno incrociato le braccia per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro, scaduto da dieci anni.
Nel comunicato sindacale Fnsi leggiamo: «In oltre dieci anni la riduzione degli organici delle redazioni e la riduzione delle retribuzioni dei giornalisti attraverso stati di crisi, licenziamenti, prepensionamenti e il blocco del contratto hanno avuto fortissime ripercussioni sul pluralismo e sul diritto dei cittadini ad essere informati. In questi 10 anni i giornalisti dipendenti sono diminuiti, ma è aumentato a dismisura lo sfruttamento di collaboratori e precari: pagati pochi euro a notizia, senza alcun diritto e senza futuro. In questi 10 anni il potere di acquisto degli stipendi dei giornalisti è stato eroso dall’inflazione, quasi del 20% secondo Istat […]. Se davvero la Fieg tiene all’informazione professionale deve investire sulla tecnologia e sui giovani che non possono diventare manovalanza intellettuale a basso costo».
A dimostrazione che il settore giornalistico – prima ancora che culturale – è ormai precario, sotto-compensato e soggetto a dinamiche generazionali e di potere che impediscono un equo riconoscimento.
Nel settore editoriale il discorso è analogo. Alla Buchmesse di Francoforte presentato il “Rapporto sullo stato dell’editoria”: «Nel 2024 sono stati pubblicati in Italia 85.872 titoli a stampa, di cui 69.168 titoli per il mercato trade (80%). I titoli self-published sono il 16%, i libri scolastici il 4%. Per la prima volta, il catalogo vivo da cui gli italiani possono scegliere quali libri leggere ha superato il tetto di 1,5 milioni di titoli, a 1,53 milioni».
Più case editrici, più costi, più scrittori che desiderano pubblicare, più lettori da conquistare – anche distratti da altre forme di intrattenimento come social, infotainment, piattaforme di streaming.

La forbice, negli ultimi anni, si è solo allargata. L’arrivo dell’IA non ha fatto che accelerare l’idea che si possa internalizzare tutto, riducendo la necessità di figure come correttori di bozze, traduttori, giornalisti.

Ho ripensato anche all’esperienza lavorativa della giornalista Ester Castano, condivisa sempre su Substack qualche mese fa (disponibile qui): «Venti ore per un lavoro (al ribasso) da 50, poi dalla me idealista scontate a 40. Duecento euro al mese. Che non comprendono, non dico il viaggio, ma nemmeno la preparazione del progetto e la correzione degli elaborati.

“Ah non vuoi più?”, domanda.
No, non è che non voglio più. Voglio moltissimo. Non posso permettermelo, è diverso. E non gli ho allegato la mia personale tabella spese (80 euro lordi al giorno ovvero 64 euro netti, da cui togliere tra le 36 e le 48 euro di baby sitter. In tasca mi restano tra i 28 e i 16 euro a cui sottrarre benzina+autostrada o biglietto treno+pullman).
“Allora se non accetti hai qualcuno da consigliarmi?”, mi dice.
La solita vecchia storia: lavora chi può permettersi di essere sottopagato».

Essere idealisti, nel mondo culturale, è considerato un difetto da correggere il prima possibile. Un lusso che nemmeno se l’azienda porta il tuo nome puoi permetterti.
Non perché l’idealismo non serva – anzi, è la leva che muove quasi tutte le persone che lavorano con le parole, le storie, le idee – ma perché è visto come una minaccia all’equilibrio (già fragile) di un settore che si regge spesso sul sacrificio personale, sulla passione trasformata in lavoro gratuito, sul “bisogna accontentarsi”. Se osi affermare che un compenso è inadeguato, ti senti rispondere che “non ci sono soldi”, oppure che “altri accetterebbero volentieri”.

Se provi a difendere la tua visione, rischi di essere sostituito. Se rifiuti condizioni ingiuste, vieni percepito come ingrato. E il messaggio implicito è sempre lo stesso: non lo fai certo per i soldi.
Loredana Lipperini nel suo blog Lipperatura scrive: «Oggi dovremmo capire che la militanza sta nel non accettare la gratuità». Un pensiero bellissimo se condiviso, ma applicabile solo in un mondo che assomiglia più all’utopia che alla realtà attuale.

Vivo per i libri, ma i libri non mi permettono di vivere. Collaboro con diverse riviste – anche questa – e non pretendo di essere pagata: sono l’unico modo che ho per restare vicina ai libri come meritano, oltre che essere libera di scegliere cosa leggere, cosa scrivere, e come farlo. Nessuno mi chiede di parlare bene di un libro, nessuno mi impone un tono di voce, nessuno detta le scadenze. Vorrei collaborare con altre testate ma non posso, e non c’è certo una fila di giornali in attesa delle mie recensioni.  E sì: so di essere in minima parte complice. Se interrompessi tutte le collaborazioni “pagate in visibilità”, precipiterebbero in me silenzi, domande esistenziali, pagine fissate senza più senso. 

Nell’articolo Il lavoro è sempre culturale, quelli da pagare di più sono gli operai, pubblicato su Domani, Gianfranco Pellegrino ha scritto due verità inconfutabili. La prima: «Non pagare il lavoro culturale è iniquo sfruttamento di una categoria di lavoratrici e lavoratori e scarsa tutela di una merce preziosa – il pensiero, la riflessione critica. Se non si paga il lavoro culturale, saranno i privilegiati a farlo, quelli che se lo possono permettere perché o ricchi di famiglia o percettori di stipendio e non gravati dall’avidità (disclaimer: chi scrive è nella seconda condizione). Ma, così facendo, avremo un dibattito pubblico asfittico e monodirezionale, perché mancheranno le voci e le prospettive di chi potrebbe illuminare angoli di mondo meritevoli di attenzione, perché abitati da categorie vessate e fenomeni di ingiustizia».

La seconda: «In un paese di caporali, lavoro in nero e dismissioni si fa fatica a emozionarsi per il piccolo sfruttamento dei pezzi su giornali o blog». È anche per questo che, nonostante anni di discorsi su precariato e sfruttamento, nulla è cambiato. Anzi: per citare Byung-Chul Han, chi fallisce non mette in dubbio il sistema, ma sé stesso, vergognandosi del fallimento. Spesso l’unica via d’uscita sembra la resa, o meglio: capire che il lavoro dei sogni è un miraggio.


Ma quindi, cosa fare? 


Non riesco a trovare una risposta che non sia, in primis, personale. La domanda da porsi non è solo “come sopravvivere?”, ma anche: quale valore vogliamo dare al lavoro culturale? Come possiamo agire perché sia riconosciuto, tutelato, rispettato? Non esistono risposte che abbiano un impatto immediato, ma è possibile compiere piccoli gesti quotidiani. Come sostenere le realtà indipendenti che investono nella qualità, partecipare a dibattiti e battaglie collettive per contratti equi e diritti, costruire alleanze tra chi scrive, traduce, recensisce. Pagare l’informazione, cosa oggi non così scontata. Cose che richiedono pazienza, intelligenza, coscienza. Un po’ come scrivere, leggere.

Quando a luglio ho scritto A venticinque anni ho avuto la mia prima crisi esistenziale (ma era solo il lavoro), mi sono sentita sciocca, come ogni volta in cui provavo vergogna nel parlare di quella crisi profonda. Eppure, subito dopo la pubblicazione, ho ricevuto messaggi come: “Vivo anch’io le stesse paure”, e a distanza di mesi: “Penso ancora a quell’articolo, vorrei lasciare il mio lavoro ma non posso rinunciare allo stipendio”.

Disturbi psichici e burnout sono un segnale chiaro: non è il lavoro a darci la felicità. Né dobbiamo accettare logiche disumanizzanti. Non possiamo cambiare tutto subito, ma possiamo smettere di sentirci colpevoli. Dobbiamo riconoscere che non siamo noi il problema.
E, passo dopo passo, possiamo provare a scrivere un finale diverso.

 



In copertina: Ieri in redazione

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