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L’arte del Racconto – Ottelfir, di Francesca Guercio, vince Radici Urbane Festival

Prosegue la pubblicazione delle opere emerse dal nostro premio targato Radici Urbane.

Dopo la silloge di Riccardo Cabitza, oggi è volta del racconto vincitore: Ottelfir, di Francesca Guercio, illustrato in esclusiva dalla nostra Annachiara Mezzanini.

Una narrazione che ha convinto già dalla prima lettura l’intera giura, composta da Claudia Grande, Giulia Bocchio, Antonio Esposito, Deborah D’Addetta, Federico Riccardo e Simone Sciamè.

Un irresistibile punto di vista sulla vita, sulle relazioni, sulle case e sugli sguardi altrui.

 

 


Ottelfir

 

Di Francesca Guercio

Il mare c’è sempre.
Gli sguardi di Greta, spesso.
Ci sono il divano in cotone a trama grossa verde foresta; il lembo di una tenda leggera, color  senape, con grandi pois a rilievo; lo schermo di un televisore antiquato. Prima di essere di  tessuto verde il divano è stato di pelle, nella gradazione del cioccolato fondente; Serconandòil,  un gatto dal pelo corto grigio antracite, che a volte c’era e a volte no, lo ha usato come tiragraffi  fino alla morte. Del divano. Di poco antecedente alla propria. Un’urna di faggio su cui sono stampate a rilievo l’impronta di una zampina e una breve serie di numeri separati da trattini ne  conserva le ceneri.
Quando ci sono, gli sguardi di Greta si fermano sprezzanti anche per tre o quattro minuti di  seguito; deprecano le efelidi, i capelli a caschetto, i bonbon di carne che le trotterellano ai lati  degli occhiali dalla montatura dorata. Non si piace da dieci anni e ne ha quasi diciannove. 


Rifletto


Contrariamente a me, Greta pare considerare l’assiduità del mare un fenomeno meno che  trascurabile. Ostinate, selettive, esasperate, circostanziate, intransigenti le pupille di Greta  s’imbullonano unicamente all’immagine di sé stessa. In un compianto perenne. Né vengono  disarcionate da marosi e bonacce, da bave di vento e burrasche. Nei suoi sguardi di castagna e  solidago c’è ancora, come un trauma impossibile da ricucire, qualcosa che ci fu quindici anni  fa: la bambola di pezza con la salopette rosa e i capelli di lana nera che nella contesa con sua  cugina sfilacciò fibre di mais dalla gamba destra strappata.
Da dieci mesi, sette giorni e undici ore, nell’angolo destro della bocca di Greta c’è il martirio  del bacio negatole dal beau George al suo party di compleanno: ha la forma di una virgola che  le piega il labbro verso il basso.
Ci sono il mare, una lingua di sabbia, il divano in cotone verde foresta, il lembo di una tenda  color senape con grandi pois a rilievo, lo schermo di un televisore antiquato, la gamba di legno  dipinta d’argento sotto al ripiano in plexiglass trasparente.
Il collo di Lucia c’è raramente e quasi per sbaglio. Ha l’umida flessibilità delle giuncacee  abituate a resistere al freddo, sorregge un volto elegante e nella fossetta del giugulo ospita una  testa di gorgone in corallo rosa.
C’è stato un minuto in cui suo marito Ulpiano le ha legato dietro alla nuca il filo d’oro da cui  pende il cammeo con il suo rilievo apotropaico. In quel minuto, c’era luce languida dentro  l’appartamento, c’era il divano di pelle e il mare – che sempre c’è e c’era – lanciava moniti di  spruzzi ultimi sulla lingua di sabbia. C’è stato il leggero esoftalmo di Ulpiano ad ammirare  l’ovale del volto di Lucia, la via di fuga obliqua nel taglio degli zigomi; ci sono stati i loro denti  a sorridere; le loro mani ad accarezzarsi e ad asciugare due lacrime reciproche; ci sono stati  l’incontro delle bocche e l’arzigogolo delle lingue.
Qualche mese dopo, di notte, insieme al mare alto bianco di luna e al divano ogni giorno più  graffiato, c’è stato un tramestio insolito, troppo veloce perché potessi fermarlo; dopo, più niente  sull’alba, più niente sul mezzogiorno, più niente sull’accecante primo pomeriggio. C’erano il  mare e un cerchio di sole arancione quando Ulpiano è tornato a casa, ha appoggiato le chiavi  vicino al televisore, è franato sul divano mentre Serconandòil gli saltava addosso e, per un bel  po’, non c’è più stato. Quando è apparso di nuovo è stato per stiracchiarsi insieme al bagliore  del giorno nuovo, per spostarsi verso la mia sinistra, per sparire, per riapparire con un bicchiere  pieno d’acqua a metà in cui qualcosa di bianco friggeva sollevandosi e riabbassandosi. Mi ha  fissato a lungo. Nei globi oculari gonfi e più rossi del solito c’era un ossimoro inedito di sfascio  e felicità: Ulpiano rideva esultante insieme all’eccesso di pieghe del suo cranio brachicefalo; mi ha strizzato l’occhio, ha alzato le braccia, si è messo a saltellare.
Prima di prima gli sguardi di Greta non c’erano. Nemmeno Greta c’era. Quando c’è stata era  tra le braccia di Lucia; che finalmente c’era di nuovo, insieme al suo adorabile collo. Tutto  questo, due o tre giorni dopo l’esplosione di gioia di Ulpiano che beveva dal bicchiere frizzante  e saltava davanti a me.
La gamba di legno dipinta d’argento sotto al ripiano in plexiglass trasparente c’è sempre. Del  vaso in lattimo incamiciato indaco a volte ce n’è solo uno spicchio, a volte ne risalgono fiori e  verdure. C’è la lingua di sabbia.
Rifletto e molte cose che dapprincipio erano casuali, scollegate, imperscrutabili, sregolate sono  diventate chiare ed evidenti.
Lucia è la madre di Greta e si accorge che la ragazza non si piace. Certe volte finge di ignorarlo.  Altre volte si avvicina alla figlia cautamente, da dietro le spalle, sorride ma soltanto con la  bocca. C’è il suo braccio, che si solleva per diventare carezza. Allora, a partire dalla base del  cranio e fino alla settima vertebra cervicale, Greta si piega a favorire la contumacia. Lucia non  ha mai forzato la costituzione in giudizio però, insieme al suo collo e al cammeo, ci sono i segni  del suo dispiacere.
Gli ombrelloni ci sono soltanto per qualche mese. 


Rifletto


Non c’è scampo né rimedio: i lineamenti della ragazza ricalcano l’aspetto del padre Ulpiano,  della nonna Fausta. Quelle forme paffute tendono a divenire ridicole nei segni tracciati dal  tempo su Ulpiano, su Fausta. Forse le beau George lo vede ogni volta che viene in casa per  studiare con Greta. Di certo lo ha visto la notte del suo diciottesimo.
È Lucia che, non senza onesta ragionevolezza, chiama George Djamel “le beau George”. Nei  suoi occhi di madre, viscerali, ci sono rapidi passaggi d’espressione: apprezzerebbe il  fidanzamento tra il ragazzo e sua figlia. Lucia non c’era quando ci fu l’episodio del bacio  mancato. C’erano il divano di cotone a trama grossa verde foresta, il lembo di tenda senape, il  televisore, il mare rattrappito dal riflusso o forse evaporato per il caldo. C’era Greta, ebbra, con  le spalle scoperte nell’abito blu di Prussia in chiffon di seta; c’erano, già da qualche ora, di tanto  in tanto, i suoi atti di seduzione timidi, ineleganti, sbiaditi e certe risate eccessive con la testa  riversa all’indietro. C’era George Djamel, ebbro, con indosso una camicia di lino bianco sopra  alla pelle nocciola e appena sotto alle ciglia delineate dal kājal genetico delle sue origini  algerine; c’erano, già da qualche ora, di tanto in tanto, i suoi atti gentili riservati alla festeggiata e la compassata formalità con la quale li compiva. Ci fu la dissimulazione con la quale le beau  George finse di ignorare che la ragazza si era avvicinata per baciarlo, ci fu l’inflessibilità garbata  con cui le sfilò dalle mani lo spumante, ne bevve un sorso direttamente dalla bottiglia, le offrì  di fare altrettanto. Ci fu l’istante in cui si sorrisero entrambi ma guardando verso di me, seguito  dall’istante in cui lui scivolò via verso la sala in fondo dove gli invitati facevano baldoria. Ci  fu, immediatamente dopo, la faccia tonda di Greta con quella piega nuova di amarezza, la  virgola che le curva verso il basso l’angolo destro della bocca e che non si è più cancellata.
L’urna di Serconandòil a volte c’è, altre volte no. Viene rimossa e riposizionata a scadenze  irregolari alle quali non manca tuttavia un certo metodo. Per la festa dei diciotto anni di Greta non c’era. L’urna di Serconandòil non c’è mai per il tempo durante il quale ci sono ospiti  infrequenti; prima che arrivino, Lucia la solleva con delicatezza e la porta da qualche parte alla  mia sinistra. 


Rifletto


 


Non c’erano mai stati tanti sconosciuti tutti insieme come la sera in cui fu celebrata la maggiore  età di Greta. C’erano ragazze con le gambe pretenziose nude depilate opportuniste toniche e il  seno sollevato dietro corsetti elasticizzati o sbarrato da torchi di pizzo, capelli lunghi lisci dritti
lucidi, perlopiù castani, con la riga in mezzo o con la frangetta. Difficile distinguerle le une  dalle altre. Tutte belle della stessa bellezza, affamate della stessa fame, atroci della stessa  solitudine. C’erano ragazzi con il bicchiere mezzo vuoto e la sigaretta elettronica, le iridi molli  deboli inconcludenti, i petti in fuori le natiche strette, i tratti del viso sgrossati male, come statue  che un artista non fosse riuscito a finire di scolpire in tempo per il vernissage e avesse lanciato  lì con goffo anticipo, giacche leggere blazer gilet aperti su camicie morbide ascott improbabili  jeans skinny caviglie sguainate una mano fugace sempre ad aggiustare qualcosa là sotto al  cavallo dei pantaloni. Dondolavano. Come se quel mare che sempre c’è sullo sfondo arrivasse  fin sotto ai loro piedi costringendoli a un bilanciamento instabile, o come se avessero una  qualche musica da ascoltare.


Rifletto 


La faccenda dell’ascoltare la musica è stata difficile da apprendere per me. È stato necessario  che ci fossero moltissimi movimenti innecessari: piroette di Greta con le orecchie coperte dai  padiglioni di una cuffia e il trascinarsi lento, ritmato improduttivo, di Ulpiano e Lucia  abbracciati. Sono state necessarie ore di un tremore interno, di una vibrazione solleticante,  sgradevole, dolorosa mentre c’era Greta con le orecchie scoperte a sobbalzare furiosa  inarrestabile parossistica; è stato necessario un discernimento minuto per mettere in relazione  il tremore che avvertivo con l’apparizione di nonna Fausta – la bocca spalancata, le palpebre  strizzate in una smorfia di disgusto e riprovazione, le mani all’altezza della testa che si  muovevano ripetutamente dall’alto verso il basso – fino al voltarsi della nipote con una reazione  di insofferenza anzi di sdegno e l’allontanarsi di schiena e il ritorno con la cuffia e ancora  sobbalzi ma più brucianti ma più furenti proprio mentre il tremore dentro me si quietava.
Quella sera di luglio in cui si festeggiavano i diciotto anni di Greta, a vedere le beau George  che baciava un’altra c’erano gli ombrelloni, la gamba di legno dipinta d’argento sotto al ripiano  in plexiglass trasparente, il divano verde, il lembo della tenda, il televisore antiquato e la striscia  di sabbia – generosa nell’offrirsi alle onde mentre il mare pareva intimidito piuttosto che  superbo in quell’ostinato non darsi. George Djamel irradiava muscoli lievi, pelle di seta cruda,
dita mosse dalla fregola giovanile.
Prima degli sguardi di Greta, c’è stata Greta. Così tante volte e in così tante forme che faccio  fatica a enumerarle tutte. C’è stata lattante, piccolissima, piccola, a poco a poco meno grinzosa  tra le braccia di Lucia, tra le braccia di Ulpiano, tra le braccia di Fausta. C’è stata a cercare  l’equilibrio, a inciampare e piangere, a inciampare e ridere mentre qualche adulto tifava,  applaudiva. C’è stata fanciulla con le scarpette da punta il tutù i collant bianchi sulle cosce  vaporose, con il costume da pirata ardimentoso di coriandoli, con la tunica della prima  comunione. C’è stata adolescente con il busto proteso in avanti per azzeccare la quantità di  mascara e non smarginare il rossetto, con una banana in bocca a fare su e giù con il capo  accennando lampi di seduzione e rischiando di strozzarsi. C’è stata così com’è: buffa e  singolare.  Le beau George ha baciato un’altra, una di quelle belle e omologate, impossibili da distinguere  mentre protendono il busto per rassicurarsi sulla tenuta del mascara e sulla perfezione del  rossetto, mentre raddrizzano la stecca di un bustier, mentre allargano il margine degli hot pants  luccicanti, mentre tirano verso il basso l’orlo della minigonna, mentre ingoiano shottini e  qualcosa che per colori e forme ricorda i macarons di nonna Fausta però microscopici.
Dunque il mare, il divano in cotone verde foresta, il lembo di una tenda senape con grandi pois  a rilievo, lo schermo di un televisore antiquato ci sono sempre; l’urna con le ceneri di  Serconandòil c’è a condizione che in casa non ci siano anche estranei o più o meno estranei.
George Djamel, a parte quella sera del compleanno di Greta, quando c’è porta con sé dei libri.  Il suo arrivo è preceduto dall’apparizione di lei che, scavalcandomi da sinistra verso destra, immancabilmente si rivolge a me: fa un gesto rapido per ravviarsi i capelli, sistemarsi gli  occhiali sul naso, tirare avanti e indietro le labbra per distribuire il lip gloss, confermare con  una smorfia di scoraggiamento quanto deprechi le efelidi, i capelli a caschetto, i bonbon di carne  che le trotterellano ai lati della montatura dorata. Dopo, si eclissa per pochi istanti. Quando c’è di nuovo, passa velocemente da destra verso sinistra precedendo le beau George di un passo o  due. In questa fase, Greta non mi guarda mai. Lui sempre. A volte c’è Fausta seduta sul divano.  Allora, dopo aver guardato me, lui fa un piccolo inchino con il capo nella sua direzione e tira  oltre; a meno che non sia lei a trattenerlo. Il mare fa in tempo a cambiare colore un paio di volte prima che le beau George ci sia di nuovo: fluttua da destra verso sinistra seguito da Greta, si  ferma, si china a lambirle col fiato una guancia, poi l’altra; mantenendo la distanza necessaria  a confermare che così buffa e singolare com’è va bene per studiare insieme e non per baciarla. Gli ombrelloni ci sono soltanto per qualche mese. La spugna d’onda bianca, la spugna d’onda  écru, le vibrazioni di filo caramellato, di limo ingolfato, di ala sabbiosa, le onde muraglia, le  onde spavento, le onde solletico e quelle di tosse ci sono e non ci sono. Il piano azzurro, il piano  verde, il piano blu, il piano grigio, il piano nero, la topografia di scintille ci sono e non ci sono.
Negli anni ho imparato a prevederli così come ho imparato che è impossibile prevederli davvero. Il mare c’è sempre e non ha né sente ragioni.
La gamba di legno dipinta d’argento sotto al ripiano in plexiglass trasparente c’è sempre.
Del  vaso in lattimo incamiciato indaco a volte ce n’è solo uno spicchio, a volte ne risalgono fiori e  verdure. Greta ha il volto di Ulpiano, che ha il volto di Fausta. Gli sguardi della madre di  Ulpiano sono veloci e sinceramente indifferenti. Il mare c’è. C’è la lingua di sabbia. Ci sono la  gamba di legno dipinta d’argento e un angolo di plexiglass trasparente e i motivi vegetali di una  stecca color oro oltre la quale presumo qualcos’altro che però non c’è. Ci sono il divano il  televisore l’urna di Serconadòil il lembo della tenda la gamba di legno il mare il ripiano in  plexiglass trasparente la lingua di sabbia il divano la gamba di legno dipinta d’argento l’urna di  faggio il divano di cotone verde foresta il lembo di tenda leggera color senape con grandi pois  a rilievo il televisore antiquato il mare l’urna con l’impronta di una zampina e una breve serie  di numeri separati da trattini la lingua di sabbia i motivi vegetali di una stecca color oro a volte  il vaso in lattimo incamiciato indaco il televisore il lembo della tenda leggera il divano a trama  grossa la gamba dipinta d’argento il mare un angolo di plexiglass trasparente la tenda con grandi  pois a rilievo l’urna di Serconadòil la lingua di sabbia il televisore antiquato il divano di cotone  verde foresta l’urna con l’impronta di una zampina e una breve serie di numeri separati da  trattini il mare il vaso in lattimo la lingua di sabbia molti pacchi di varie misure una scala da  carpentiere forestieri che gesticolano e si muovono in fretta e il televisore non c’è più non c’è  la tenda leggera non c’è l’urna non c’è la stecca color oro non ci sono il ripiano di plexiglass il  vaso in lattimo e il divano. C’è come uno schermo che si avvicina. È un sipario di carta color  nocciola. Si avvicina fino a diventare nero, fino a coprire tutto: tutto quello che non c’è più.
Per un tempo incalcolabile qui non c’è mare ma soltanto nero, nero e non mare né una lingua  di sabbia. Se vi fosse mare e niente lingua di sabbia. Se vi fosse la lingua di sabbia e anche mare  e mare un’onda il piano azzurro il piano verde il piano blu la topografia di scintille. Se soltanto  ci fosse mare non il nero. Per un tempo incalcolabile c’è solo nero. Dopo, uno strappo di  mezzogiorno. Piccolo. E un altro. Uno ancora, generoso, definitivo. C’è muro. Vicino. Bianco.  C’è un cappio di corrugato elettrico. Ci sono molti pacchi di varie misure, su uno reclama  attenzione l’urna di faggio di Serconandòil. Più in distanza al posto del mare c’è altro muro: una facciata pitturata di quarzo celeste interrotta da persiane rosso scuro. All’improvviso, c’è  uno sguardo di castagna e solidago. Ci sono Greta, Ulpiano e il collo languido di Lucia.  Rifletto.
Ci sono Greta, Ulpiano e il collo languido di Lucia.
Più in distanza c’è una facciata pitturata di quarzo celeste interrotta da persiane rosso scuro.
È  al posto del mare ma mi ci abituerò.


Francesca Guercio è l’autrice vincitrice della prima edizione del Premio Letterario Radici Urbane – Sezione L’arte del Racconto.
Formatasi come attrice e laureata in Lettere si è occupata di critica letteraria e dello spettacolo in monografie e miscellanee. È stata redattrice di “Ariel”, quadrimestrale dell’Istituto di Studi Pirandelliani di Roma; cultore della materia e docente a contratto presso le università Tor Vergata e LUMSA; formatrice teatrale. Ha conseguito un master in Consulenza Filosofica e attualmente esercita la professione in EUDAIMONIA studio, fondato con Federico Levy. Di questa materia ha scritto per testate online e volumi collettanei e insegna pratiche di counseling. È autrice di Essere e non. Cura e sapere di sé attraverso le pratiche teatrali (Mimesis, 2019). Con Polidoro editore ha pubblicato O d’amarti o morire (2021) e Distopia pop (2022; segnalato alla LXXVII edizione del Premio Strega). Suoi scritti su “L’inquieto”, “Kairos rivista”, “Quaerere”, “Salmace”, “Bomarscé”, “Suite italiana”, “L’equivoco”, “Nido di Gazza”, “Futura – newsletter del Corriere della Sera”, “Malgrado le mosche”, “Turchese”.


Un ringraziamento speciale alle giurate e ai giurati della sezione L’arte del Racconto – Claudia Grande, Deborah D’Addetta, Giulia Bocchio, Antonio Esposito, Federico Riccardo e Simone Sciamè – per l’instancabile impegno e la passione nei confronti della scrittura altrui.


In copertina e lungo il testo illustrazioni a cura di Annachiara Mezzanini


 

2 risposte a “L’arte del Racconto – Ottelfir, di Francesca Guercio, vince Radici Urbane Festival”

  1. […] La prima edizione ha confermato con forza questa visione, registrando una partecipazione ampia e qualificata, una risposta critica attenta e un entusiasmo che ha superato le aspettative. Le opere pervenute hanno restituito una pluralità di voci, stili e sguardi, dimostrando quanto sia vivo il bisogno di spazi liberi e aperti, in cui la scrittura possa essere presa sul serio. […]

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  2. […] La prima edizione ha confermato con forza questa visione, registrando una partecipazione ampia e qualificata, una risposta critica attenta e un entusiasmo che ha superato le aspettative.Le opere pervenute hanno restituito una pluralità di voci, stili e sguardi, dimostrando quanto sia vivo il bisogno di spazi liberi e aperti, in cui la scrittura possa essere presa sul serio. […]

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