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“Tirami la lingua da cane” – L’esordio poetico di Nicola Barbato

Di Annachiara Atzei

 

Aiutami a parlare, tirami la lingua da cane.
Nicola Barbato, I cani nel cervello

 

È un mondo di ali rotte, bottoni guasti e squarci nel cielo quello di Nicola Barbato.
È un mondo scomposto, come le sue poesie. I testi de I cani nel cervello (Eretica Edizioni), infatti, stanno tra la rottura e l’urlo, tra l’invocazione e il cedimento, tra ciò che c’è qui e qui ci costringe e la terra dei morti, comodi e sporchi: un altrove temuto ma anche atteso.
Ci sono uomini e donne, amici e amiche che provano un avvicinamento, si proteggono a vicenda, si fanno da spalla e riparo, ridono e si muovono in branco: sono una carovana pronta a partire, mossa dall’istinto di capire quale ragione scateni il dolore, l’insoddisfazione o la perdita. Quale destino scombini i piani. E poi ci sono i cani, metafora azzeccata di tormento e lotta, che non è solo una lotta con sé stessi ma anche con un sistema che incasella e stigmatizza: “dio prese il das e disse giocate”, scrive l’autore in un verso.
L’io poetico, qui, è in continuo disfacimento, in altalenante dubbio tra rinuncia e affermazione. Forse per questo, nella raccolta, l’autore cambia continuamente passo: a poesie brevi se ne alternano altre più lunghe in un crescendo che si spegne – o si spezza – sul finire senza mai perdere di intensità. Alla dissoluzione, tuttavia, segue una permanente ricostruzione tramite la lingua e i nomi: “Le parole semplici le abbiamo già usate/ tutte: ne abbiamo dette altre, di nuove,/ della nostra lingua, dove il nostra è il frutto,/ la biada, la rondine che vola per aria”. Parte dal noto, Barbato, come a voler controllare una materia stabile o a voler mantenere punti fermi – punti da cui ricominciare – quando l’esistente si smantella nell’incertezza.
Se questo è il presupposto, se la profezia è andata in frantumi, quale altro mondo può venire, allora? Non c’è risposta a questa domanda. Non ora. Ora c’è solo da ascoltare, piegare le lenzuola, fare il caffè, studiare un po’. C’è da baciarsi con il cuore in tasca, camminando lungo strade dove non ci sono angeli. E c’è la parola, la parola che si rivolta nel cervello, che combatte coi demoni, li fissa, li sfida, li caccia. A volte soccombe. A volte diventa poesia che invade la pagina, indica una stella distante. Lampeggia. Brucia. Spegne il disastro.

 


Cinque poesie da I cani nel cervello (Eretica Edizioni, 2024)

 

Il mondo è dove ridere costa
caro come il pane e il latte;
è lo starnuto che ti sveglia
dal sogno.
*

Non c’è un’anima. C’è chi ci insegue
ma Mattia butta giù una torre
e dormono qua e là cani e gatti
che vanno e vengono.
Con le cosce lunghe le zingare cantano.
Il mondo non è ancora perduto.

Dario dice cose che lasciano l’aria fresca;
dalla finestra, un rumore al piano di sotto.
È notte e il mondo non è ancora perduto
ma pesa e occorrono quattro mani e molta
erba per farsene una ragione. Lontano pare
che qualcuno affondi il cucchiaio nel brodo.
Il mondo è un uccello dall’ala rotta.
*

Un po’ di sale in giro
nella città che non conosci
ancora: è uno sguardo sbieco
che aspetti,
e aspetti chi ti dica il nome del mondo,
del mondo che viene,
che viene con un nome
che fa ridere
come il solletico alle ascelle.
In un giro largo noti
ciò che non c’è: ciò che non c’è
lo appunti su fogli bianchi bianchi,
è un punto, tu, è un punto
che tace, che capovolgi, che stringi
nelle tue cosce normali, e una faccia
niente male.

Marameo, dirai, marameo, dirò:
il vino lo bevi da un prezzo in su,
LA TUA COLLANA DI PERLE LA VENDERÒ
PER LA DROGA. Ascoltami, mi dici.
Ascolta ciò che non ti dico, ti dico
e ti dico: bagna il biscotto, sono il latte che bevi
al mattino, sono il sole che ti fa caldo,
il respiro dell’orgasmo – ora è un altro giorno.
C’è da piegare le lenzuola, fare il caffè,
studiare un po’. I tuoi occhi
nel portafoglio e un bacio sulla guancia
dato al compleanno, mi pare, tuo –
perché ho il vestito buono come a Capodanno.
Sei il regalo a mezzanotte e mezza,
l’orologio che scocca sempre un po’ più in là,
un po’ più in là – un po’ più in là
ti chiamerò per nome –
ti convoco qui – ora – ma qui e ora
e un po’ più in là
c’è il tuo nome e io non so dirti
e fa male come quando sbagliano i congiuntivi.

*

Menomale che ancora mi parli dell’albatro,
del tempo esatto come schiena contro schiena,
al tatto se ne andrà via una parola nuova.
Cosa ti cerchi nelle tasche?
Con quelle mani larghe ti proteggi
da chissà chi da chissà cosa
(quante altre mani ti stanno frugando adesso?)
respira per il rovescio del piatto vincente,
un tratto – discontinua ami – ricerchi costante
la pace degli altri – e per te, e per te cosa fai,
cosa ti inventerai oggi, quale altro dolore
ti freggerá il petto… quale altro… quale altro?
*

Non andartene: il bucato è ancora caldo.
Cerchiamo la polvere nelle lenzuola.
Schiena contro schiena ora
potremmo darci una morte piccola
e saporita come il pane
apparso alla periferia del mondo.
*


Nicola Barbato (Aversa, 1996) è laureato in filologia moderna all’Università di Napoli Federico II. Attore e drammaturgo, fa parte della redazione di Inverso – Giornale di poesia e del collettivo Diverbio. È stato finalista nazionale del campionato di Poetry Slam (LIPS) per due anni consecutivi (2023-2024). Alcuni suoi versi sono apparsi su riviste italiane e internazionali.


In copertina: Francis Bacon, Studio di un cane, 1954


 

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