Tutto ciò che so sul sesso
me l’hanno insegnato il capitalismo e il patriarcato.
Melissa Febos
Un post sponsorizzato di un qualche corso di scrittura che per ragioni algoritmiche s’era imposto nel mio feed Instagram riportava questa citazione/manifesto: Scrivi come se tutti quelli che conosci fossero morti. Bella cazzata, ho pensato. È d’effetto, più che utile. È bene che una certa cerchia di persone sia viva e vegeta invece, e ho la presunzione di pensare che anche Melissa Febos sarebbe d’accordo, d’altra parte, sul tema, ci ha scritto un saggio, tradotto qui da noi da Federica Principi e uscito di recente per nottetempo. Si intitola Questa mia carne – Scrivere di sé come atto radicale.

Autobiografia, saggio, citazioni, memoir c’è tutto dentro, o meglio tutto quello di cui ti devi liberare per scrivere qualcosa di tuo. Famiglia allargata, amici, colleghi, ex, attuali partner, mogli, mariti, conoscenti ecco tutta questa gente, invece, resta, non è da buttare nel cestino. I cosiddetti ‘altri’, che vanno dalle facce specifiche a una moltitudine spesso indistinta, sono molto importanti nel processo di scrittura e di elaborazione del sé, anche se ti giudicheranno, ma non è questo che importa.
Oggi si scrive molto di sé, c’è autofiction un po’ ovunque, gli elementi tipici dell’autobiografia si mescolano a modelli narrativi che ritoccano un po’ la situazione di partenza, ne limano i dettagli, romanzano l’aspetto del dialogo, insomma ci sono un sacco di prime persone singolari sulla pagina e non è sempre un male.
Alla domanda ‘Cosa vuoi diventare da grande?’ la risposta, leggendo certe uscite, sembra essere ‘Materia letteraria’. La vita quotidiana e le esperienze personali hanno un enorme potenziale narrativo, se ben articolate. Scrivere di se stessi, su se stessi, per se stessi e, in filigrana, per una minoranza o una comunità intera, può diventare un vero e proprio atto politico, un impegno civile. Le storie, le peggiori, quelle più imbarazzanti, difficili, degradanti e apparentemente senza via d’uscita possono fare da cassa di risonanza per chi non va ha voce o ha timore a esprimerla. Melissa Febos, che insegna al programma di scrittura non-fiction dell’Università dell’Iowa, è partita dal suo caos interiore ed esteriore per esprimere la propria, personale, idea di libertà espressiva. In Girlhood – In un corpo di ragazza, si serve della scrittura per salvarsi la vita. La scrittura è così uno strumento terapeutico, una cura. Ma la cura, come ogni vera cura, richiede un sacrificio radicale: per salvarsi è necessario rileggersi, rielaborare la propria esperienza di vita, perdonarsi, scavare fra i rifiuti dello stomaco, fra le siringhe, fra i vestiti da dominatrice, fra le lenzuola sporche di un sesso inappagante. E raccontarlo in maniera autentica.
Bisogna vomitare fuori tutto e metterci le mani dentro a quel vomito, sentire quanto è vischioso, se ci sono tracce solide, se ha l’odore acido di un’intossicazione. Va metaforicamente analizzato, come facevano i medici medievali con l’urina degli appestati, la si esaminava controluce, una sfumatura poteva cambiare tutto, questo perché scrivere è qualcosa di fisico, con buona pace di chi trasla tutto a un piano più astratto, addirittura sacro. Non c’è niente di sacro, nessuna illuminazione divina, solo carne.
L’autenticità è tutto quando si vuole raccontare in un libro la propria storia, non la verità che tanto scomodiamo, ognuno ha la propria. Se la verità è un mosaico fitto di pezzi taglienti di passato, aneddoti e traumi, l’autenticità è un affresco, richiede una mano sicura, non sono concessi ripensamenti, ritocchi o rimaneggiamenti. Non c’è spazio per la posa, specie ‘il senza mani’ di cui parlava David Foster Wallace.
In Questa mia carne, Melissa Febos si rivolge a chi scrive, ad aspiranti writers (senza ghost davanti), agli studenti e alle studentesse che vede sedersi puntualmente di fronte a lei nei suoi corsi, all’interno dei quali non ci sono strategie, trucchi o metodi particolari per imparare a scrivere un buon testo, solo le storie di vita, che sono una fucina incredibile di momenti utili per far scoppiare una rivoluzione. Non ci obbliga nessuno a farlo, ma ne abbiamo tutto il diritto. Lasciarci attraversare dalle nostre stesse parole scritte può essere un punto di partenza secondo Febos, ma il nucleo centrale è profondo e bisogna entrare dentro la parola, senza averne paura. Le parole hanno un’essenza proteiforme, possono esprimere potenzialmente tutto, nel bene o nel male, ma non dobbiamo subirle, non devono schiacciarci.
A un certo punto, all’interno del saggio, si apre un capitolo molto interessante dedicato a un tema di cui non si parla a cuore aperto così spesso: scrivere di sesso. Come si fa a farlo senza risultare plastici o inutilmente plateali? A pensarci bene non è così facile, il sesso è ovunque e assume molte forme, raccontarlo esplicitamente, però, è un processo tutt’altro che immediato in termini creativi. Descrivere una scena di sesso, un amplesso, un abuso, un’orgia – il ventaglio è ampio – in un saggio, in un memoir o in un romanzo è un’immersione profonda nelle nostre immagini mentali, nelle nostre esperienze più viscerali (anche traumatiche), nel modo in cui abbiamo o non abbiamo fatto sesso, il fatto è che si viene subito a galla, dopo dieci righe c’è bisogno di tornare fisiologicamente a galla. Io stessa non sono ancora riuscita a lasciarmi completamente andare sul tema, nel mio primo romanzo (edito, ma che nessuno ha letto) i personaggi hanno con il proprio erotismo un rapporto complicato, irrisolto e decisamente tossico, il fatto è che per proteggere il protagonista dalle sue turbe e dal giudizio (ma di chi? Quale giudizio? Me ne fregava davvero qualcosa?) gliene ho fatto fare poco di sesso e gliel’ho fatto raccontare in una maniera un po’ barocca, disarticolata, irreale ed evocativa, aggrappandomi a inferenze narrative deboli rispetto al potenziale di partenza.
Mi dicevo Non ti serve farlo scopare di continuo, rendilo erotico, rendilo squallido attraverso il modo in cui non lo racconta, lascia che sia chi legge a immaginarsi i suoi feticismi. E tutto perché la parola ‘pene’ mi faceva ridere in quella storia, la trovavo quasi ridicola, ma anche la parola ‘cazzo’ secondo me non era da Augusto (il protagonista). Lui era un pittore, un artista che sapeva eccitarsi solo umiliando, ferendo o pisciando in faccia al soggetto delle sue ossessioni, in particolare un malato di progeria, e a un altro ragazzo ancora, che stava lì a guardare, a masturbarsi, ad asciugare il vomito e il pianto, non necessariamente in quest’ordine. Mi interessava la sua agonia e non il suo piacere e di sicuro descrivere la prima era più semplice della seconda. Comunque c’era un sacco di sesso inespresso fra le righe, nonché quadri di dubbia fattura imbrattati di sangue e sperma a fare da indizio sulle loro abitudini sessuali; se Melissa Febos fosse stata la mia insegnante di scrittura creativa e le avessi fatto leggere le bozze di quel disgraziato romanzo che mi ha distrutto la mente, l’autostima e che per un periodo mi ha impedito di uscire di casa, tale era il senso profondo di ansia e fallimento (no, non tutti i libri sono un cura, Melissa), forse mi avrebbe detto questo, che è un passaggio di quel capitolo: “L’arte della scrittura ha prima di tutto a che fare col prendere decisioni (…). Spesso e volentieri nel descriverlo a parole, non si fa altro che svolgere inconsciamente un’ennesima performance, una serie di scelte compiute non tanto da chi scrive, quanto per una matrice di valori avuti in eredità e che influiscono sulle convinzioni del lettore riguardo a certi atti fisici. Estirpare questa tendenza è più facile a dirsi che a farsi”.
Questo per dire che il modo in cui scriviamo è influenzato da bias culturali (e di genere, soprattutto) che talvolta possono diventare zavorre, croste dure sull’autenticità che non permettono di arrivare al nocciolo della questione, alla sorgente viva di ciò che vorremmo esprimere. La nostra cultura di appartenenza si riflette sulla nostra creatività, quest’ultima segna un tempo, un periodo storico ed è una testimonianza a suo modo sociale, alle volte.
Si tratta di processi esistenziali lunghi, ma c’è speranza e lo si può verificare andando a leggere le nostre vecchie pagine, troveremo comunque un mutamento, perché è nella natura delle cose.
Non dovremmo mai smettere di rovistare nella nostra emesi creativa.
Di Giulia Bocchio
In copertina: Datele una mano, Giulia Bocchio + Midjourney

