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Luca Alvino: “Tradurre Keats? Un onore e una sofferenza”

Di Annachiara Atzei

 

In poesia, ad accrescere il valore di un testo, non concorre solo il puro significato delle parole utilizzate, ma anche l’influenza del significante e l’aspetto fonico-sonoro che queste richiamano.  Le figure retoriche, il ritmo e le scelte lessicali sono inevitabilmente portatrici di un pensiero inconfondibile perché trova la radice nell’esperienza soggettiva e nell’emozione personale e profonda dell’autore. E un pensiero di tale portata non può rimanere confinato troppo lontano: resta solo da trovare il codice per apprezzarne le sfumature più sottili. Sulla scia di questo ragionamento, mi sono chiesta se l’opera di John Keats abbia ancora qualcosa da dirci e se sia ancora capace di mutare il nostro punto di vista sulle cose. Ovviamente, la risposta è sì. In Mio cuore, antologia curata da Luca Alvino e pubblicata per Interno Poesia nel 2023, le odi e i sonetti dello scrittore inglese riprendono a parlarci diventando materia viva e la sua capacità di annullarsi in ogni altra identità torna rinnovata fino a noi attraverso lo sguardo e la sensibilità di un contemporaneo. Lasciare che a raccontare dell’opera di uno dei giganti del Romanticismo sia il suo traduttore mi pare, perciò, la soluzione migliore.

 

 

Il libro raccoglie – con poche eccezioni – tutte le odi e i sonetti di John Keats. Perché hai optato per questa selezione e perché la scelta del titolo Mio cuore?

Ho scelto di raccogliere in questa antologia i sonetti e le odi perché mi sembrava che avessero un messaggio più adeguato per i lettori contemporanei, rispetto a opere, pur pregevoli, come Endimione o Iperione. Le odi e i sonetti, anche quando rievocano temi antichi o mitologici, infatti, non risultano mai confinati in un mondo troppo lontano, che non ha più niente da dirci, ma, al contrario, riescono sempre a muovere qualcosa di attuale nell’anima di chi legge, divenendo quindi materia nuova, capace di evocare sentimenti nel momento presente. In questa capacità di suscitare sentimenti, consiste forse l’aspetto più romantico del poeta inglese, ritenuto non a caso uno dei giganti del Romanticismo. E proprio in virtù di questo suo talento, abbiamo scelto di utilizzare la parola «cuore» nel titolo del libro. «Mio cuore» è un sintagma che ricorre più volte nelle poesie di Keats, a significare l’importanza che per l’autore riveste la soggettività dell’esperienza, ma soprattutto del sentire profondo, che, più che con la mente e l’intelletto, ha a che fare coi sensi e con l’emozione.

Come hai lavorato per rendere la capacità evocativa di Keats? Quali scelte hai fatto e quali rinunce?

Tra le scelte più importanti, ci sono certamente le scelte stilistiche, che sono tra gli strumenti più importanti di cui la poesia dispone per essere evocativa, importanti almeno quanto la materia poetica di cui sono portatori. Affrontando un autore classico come Keats, che usa la metrica e spesso la forma chiusa, era per me importante offrire ai lettori una versione che non ignorasse tali soluzioni, spesso dimenticate o sottovalutate nelle traduzioni precedenti.
La prima scelta forte che ho deciso di compiere è stata quella di tradurre quasi sempre in endecasillabi. L’endecasillabo mi consentiva di mantenere quell’andamento a volte maestoso e a volte sinuoso della poesia di Keats, che le conferisce forse uno dei suoi principali motivi di attrazione. Tra le rinunce, c’è stata quella di non mantenere la lunghezza originale delle strofe, che la maggior brevità della lingua inglese rendeva pressoché impossibile, a meno di non mutilare arbitrariamente delle parti intere del testo. E poi, soprattutto – forse la più dolorosa –, c’è stata la rinuncia alla rima. Mantenere la rima in una traduzione poetica significa spesso cedere alla tentazione di scegliere le parole più per il significante che per il senso, fornendo inevitabilmente un pessimo servizio alle intenzioni dell’autore. Per ciò che concerne il significato, non è facile dare conto di come si possa rendere la capacità evocativa di un poeta come Keats. Diciamo che ho tentato di tradurre ciascuna poesia con un’altra poesia, rispettando il più possibile il senso originale ma allo stesso tempo usando le peculiarità della lingua in cui traducevo, l’italiano e la sua tradizione. L’ho fatto attingendo umilmente alla mia esperienza e alla mia sensibilità poetica, ma tentando sempre di metterla al servizio dell’autore.

Per Keats, la dote più alta di un poeta era l’immedesimazione: in quali versi
credi si colga maggiormente questa sua convinzione?

Ci sono numerosi esempi di immedesimazione nella poesia di Keats. Egli riesce a immedesimarsi in ciò che descrive, rivelandone così l’essenza, per così dire, dall’interno. Si pensi (un esempio fra tanti) all’apertura di To Sleep, in cui un’attentissima scelta lessicale (silenziosa, impagliatore, sigilli, custoditi, placidissimo, giaciglio) svela la natura più intima e segreta del sonno:

O, della silenziosa mezzanotte
tu dolce impagliatore, che sigilli,
con le dita benevole ed attente,
gli occhi nostri del buio compiaciuti,
protetti dalla luce, custoditi,
da oblio divino: o, tu placidissimo
Sonno! chiudi i miei occhi, che lo vogliono,
se ti piace, nel mezzo del tuo inno,
oppure attendi l’’Amen’, prima che
sparga le proprie grazie sonnolente
il papavero intorno al mio giaciglio.

Scrivi nell’introduzione all’antologia che Keats deve essere letto e non si presta ad essere ascoltato. Vuoi dirci perché?

Perché (come avviene per esempio nella prosa di Proust) la sua sintassi è spesso sinuosa: una frase si apre, e, prima che giunga a compimento, se ne aprono altre, come rigagnoli che defluiscono da una corrente principale, e spesso si dilungano per parecchi versi prima che il poeta torni alla proposizione principale e la concluda. C’è quindi spesso bisogno di rileggere alcuni versi per riconciliare tutti i percorsi sintattici aperti, tornare indietro nella lettura, rispostarsi in avanti; cose che nell’ascolto non è possibile fare.

Nel volume A passeggio con John Keats, Cortázar scrive: “Noi traduttori sappiamo quale sconforto da cenere e mani sporche attenda l’alba, quanto tradurre assomigli ad amare, quanto i piccoli trionfi parziali non consolino dall’ampia sconfitta”. Tu cosa hai provato nel tradurre Keats?

Tradurre Keats è stato per me un onore, una sofferenza e un insegnamento. Un onore, perché sin da ragazzo Keats è stato uno dei miei poeti del cuore, che durante gli anni ho sempre amato. Una sofferenza, perché – come ben dice Cortázar – nella traduzione (e soprattutto in una traduzione poetica) i trionfi sono sempre parziali, e si notano a fatica tra le vaste tracce di inadeguatezza. E un insegnamento, perché, per un poeta come me, che scrive quasi esclusivamente sonetti, provare a riprodurre la musica della sua poesia è stata una palestra meravigliosa. E di alcune traduzioni, per quanto – appunto – inadeguate, proprio non ce la faccio a non andare fiero.

 

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