La scrittura di Sylvia Plath ha affascinato e ispirato generazioni di lettori in tutto il mondo. La sua vena poetica possiede un potere, una profondità e un modo di interpretare la realtà davvero unici. Attraverso la sua poesia intensa e vibrante, Plath ha esplorato temi come l’identità, la malattia mentale, l’amore e la morte. Nata a Boston (Stati Uniti) il 27 ottobre 1932 da immigrati di origine tedesca e austriaca, divenne famosa soprattutto per le raccolte poetiche The Colossus (1960) e Ariel, pubblicata postuma nel 1965. Scrisse tuttavia anche un romanzo semi-autobiografico dal titolo The Bell Jar (La Campana di Vetro), che venne pubblicato sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas nel 1963, poco prima che l’artista si togliesse la vita a soli 30 anni.

Oltre a queste pubblicazioni, per comprendere appieno la sua figura, vale sicuramente la pena leggere anche le lettere che Sylvia ha scambiato con persone significative nella sua vita, tra cui suo marito Ted Hughes, la madre Aurelia, l’amica psichiatra Ruth Barnhouse e la poetessa Anne Sexton. Le lettere di Plath sono importanti per vari motivi: forniscono preziose informazioni sulla sua vita e i suoi rapporti personali, consentendo di comprendere più a fondo le sue lotte interiori e il suo processo creativo; fanno luce sull’ambiente intellettuale in cui viveva; fungono da documento storico, delineando il contesto sociale e culturale della metà del XX secolo e rivelando le esperienze di una donna talentuosa e ambiziosa che deve scontrarsi con le aspettative della sua epoca.
Sylvia e Ted: Ispirazione e conflitti
Le lettere scambiate tra Sylvia Plath e il poeta inglese Ted Hughes, conosciuto durante un soggiorno all’Università di Cambridge, raccontano una storia complessa di amore, reciproca ispirazione e conflitti. La loro relazione tumultuosa ha avuto un impatto significativo sulla poetessa e sulla sua scrittura. Le missive scritte da Sylvia per il suo “Teddy” testimoniano il profondo legame emotivo e intellettuale che li univa, ma anche le tensioni e le difficoltà che si trovarono ad affrontare. Da esse emergono gli alti e bassi della loro connessione e l’influenza che ebbero reciprocamente sul loro lavoro poetico. Nel 2021 Sotheby’s ha organizzato un’asta online intitolata Your Own Sylvia che prevedeva una collezione di lettere di Sylvia Plath al marito e altri oggetti, di proprietà della loro primogenita Frieda Hughes. Questi scambi epistolari sono appassionati, colmi di amore, ma anche di decisa ambizione letteraria e rivelano la collaborazione tra i due giovani autori, che trovarono nel loro rapporto anche una fonte di ispirazione. Da essi trapela anche la vulnerabilità emotiva di Plath, che sente di aver investito tanto in quella relazione. La loro vita amorosa fu stravolta nel 1962, quando Ted iniziò una relazione con Assia Wevill, moglie del poeta canadese David Wevill. La separazione fu difficile e contribuì probabilmente a deteriorare la fragile psiche della poetessa. Questo dramma giunse al suo tragico epilogo l’11 febbraio 1963, quando Sylvia, a soli trent’anni, decise di togliersi la vita.
Il rapporto complesso con la madre
La raccolta Letters Home rappresenta la corrispondenza di Sylvia Plath dai primi anni Cinquanta fino alla sua morte. Le epistole sono indirizzate principalmente a sua madre Aurelia e forniscono uno sguardo sulla vita personale e professionale di Sylvia, i suoi pensieri, le sue aspirazioni, le sue lotte e il suo percorso emotivo. In esse Sylvia manifesta più volte apertamente la sua passione per la scrittura come principale ragione di vita e il suo profondo desiderio di emancipazione e indipendenza. In una società in cui le donne sono ancora viste principalmente come mogli e madri, lei aveva l’ambizione di diventare un’autrice a tempo pieno, libera da routine vincolanti e restrizioni oppressive. In una lettera del 10 febbraio 1955 la giovane si apre alla madre con queste parole: …per me scrivere è il primo piacere della vita. […] tutto ciò che non mi permette di scrivere […] non è solo limitante, ma bloccante. Alle confidenze che dimostrano un rapporto stretto e confidenziale fra le due, si affiancano tuttavia altri elementi dai quali emerge anche un rapporto apparentemente conflittuale. Nel romanzo semi-autobiografico La Campana di Vetro la protagonista Esther Greenwood sbotta nell’affermazione “La odio” mentre parla di sua madre con l’analista. Sembrerebbe inoltre che in alcune poesie la figura della genitrice sia trasfigurata in modo decisamente negativo: l’eely tentacle (l’anguilloso tentacolo) di Medusa e l’intera poesia Le Muse Inquietanti – ispirata al noto dipinto di Giorgio de Chirico – rivelerebbero il rovescio della medaglia di una relazione probabilmente molto complessa, in cui la madre esercitava forse un controllo eccessivo e opprimente sulla figlia.

Le confessioni all’amica psichiatra
Ruth Tiffany Barnhouse (nota anche col cognome da sposata, Beuscher) era una psichiatra residente al MacLean Hospital quando conobbe per la prima volta Sylvia Plath. Era il 1953 e la poetessa venne ricoverata nella struttura psichiatrica dopo un tentativo di suicidio. Fra loro si sviluppò fin da subito una bella intesa, che portò in seguito Plath a inserire Barnhouse fra i personaggi del suo romanzo La Campana di Vetro. In un’evidente analogia biografica, la Barnhouse fu tramutata nel personaggio della dottoressa Nolan, il medico che segue la protagonista Esther Greenwood durante la sua permanenza in un ospedale psichiatrico. Dopo che Plath lasciò il McLean, le due rimasero costantemente in contatto, fino a una settimana prima della morte della poetessa. Nelle lettere indirizzate alla Barnhouse, Plath rivelò anche i sospetti sull’infedeltà del marito Ted e i retroscena della loro tormentata relazione.
Anne Sexton: confidente e rivale
La poetessa Anne Sexton è stata una figura di grande importanza nella vita di Sylvia Plath. Entrambe sono considerate le autrici che hanno maggiormente contribuito allo sviluppo del genere della Poesia Confessionale. Si conobbero nel 1959 a un seminario di scrittura tenuto da Robert Lowell presso la Boston University e pare che, dopo le lezioni, andassero spesso al vicino Ritz Hotel per bere qualche cocktail. Secondo quanto riportato da Gail Crowther nel libro Three-Martini Afternoons at the Ritz, le due scambiavano conversazioni incentrate sulla Poesia, sulla loro vita personale, sulle sfide che incontravano come donne scrittrici nella società maschilista degli anni ’50 e ’60, sulle loro relazioni e la maternità. Davanti a due o tre Martini e sgranocchiando qualche nocciolina, condividevano spesso anche le preoccupazioni per la loro salute psichica, e si incoraggiavano a vicenda a perseverare nella loro arte nonostante le difficoltà incontrate. La loro fu un’amicizia condita da una buona dose di rivalità, ma anche di sostegno emotivo e creativo. Si sostennero reciprocamente nel percorso poetico e nella lotta contro la malattia mentale continuando a scambiarsi lettere anche dopo che la Plath si trasferì nuovamente in Inghilterra con il marito.
Dopo il suicidio dell’amica nel 1963, la Sexton continuò a lottare con i propri disturbi psichici e scrisse poesie come mezzo per esprimere il proprio dolore ed esplorare i temi della mortalità e dell’identità femminile. La sua poesia Sylvia’s Death affronta il suicidio della Plath e l’impatto che ebbe su di lei, con un profondo struggimento e coinvolgimento emotivo. Questa e altre poesie dimostrano il legame emotivo della Sexton con la Plath e la profonda influenza che la morte dell’una ha avuto sulla scrittura dell’altra. Anche Anne Sexton affidava spesso alle lettere una parte molto poetica e intima di se stessa. Il 31 gennaio del 1973, inviò al critico Walter Kerr alcuni componimenti, da lei stessa definiti grezzi, non lavorati, scritti in una frenesia di disperazione e speranza. L’autrice concludeva la lettera di accompagnamento citando alcuni versi della poesia Words – I fly like an eagle but with the wings of a wren (Volo come un’aquila, ma con le ali di uno scricciolo) – rivelando l’insicurezza e la fragilità che si celavano dietro l’apparenza spesso sfacciata. Si uccise poco tempo dopo, il 4 ottobre 1974, inalando monossido di carbonio nel garage di casa.
Plath e Sexton sono morte, entrambe per loro scelta, a circa dieci anni di distanza. Ma dopo tanti anni, i loro versi continuano a vivere e ad affascinare per la loro creatività e la profondità del pensiero. Le parole che hanno scambiato, le confessioni che si sono fatte, la poesia e l’empatia che le hanno unite, ci mostrano la bellezza e la forza dell’intesa tra due artiste che hanno saputo trovare nella scrittura una via per esplorare la propria umanità.
Di Daniela Neri
Nota: Questo articolo è apparso per la prima volta all’interno della versione italiana di Barnebys Magazine, che ringraziamo per la gentile collaborazione.
