La ricerca proustiana del tempo perduto come meditazione trascendentale (a cura di Omar Suboh)

Per raccontare Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust – ancora?, non bastano già le decine di libri scritti?, o articoli e monografie al seguito? – si potrebbe partire da una dichiarazione di poetica applicata dello stesso scrittore francese, quando riflette su alcune pericolose tendenze estetiche del suo tempo.
Esiste una pericolosa sopravvalutazione della critica ai danni della creazione: «I poeti, gli artisti, creano dei fantasmi che talvolta divengono immortali nella tradizione degli uomini. Il critico, come il filosofo, crea valori. L’opera d’arte non conclude. Là dove c’è conclusione c’è critica», scrive Proust. Nulla meglio di queste poche righe potrebbe dare l’idea di cosa sia quella che viene spesso accostata alla Divina Commedia di Dante, per aiutarci a raffigurare con gli occhi della mente – e le intermittenze del cuore – l’Eternità dell’attimo, dilatato sulla pagina senza che questa vada mai incontro a una vera conclusione.
Perché le tremilasettecentoquarantadue  pagine che compongono i sette volumi dell’opera, in realtà, non hanno una loro fine esaustiva, ma rivivono all’infinito nel pensiero dei suoi lettori, e accendono quella scintilla di divinità che rendono l’espressione artistica come l’essenza più autentica di ogni essere umano. 

L’interminabile viaggio alla fine della notte della Recherche è più simile alla visione della metempsicosi – la dottrina delle reincarnazioni –, che a l’ennesimo libro che prova a scolpire il tempo, così come i fotogrammi del regista Andrej Tarkovskij in film come Lo specchio, o Sacrificio, cercano di immortalare l’invisibile imprimendolo su pellicola attraverso la metafisica del cinema. La fugacità del momento viene fissata sulla pagina come in una tela, basti per tutte la immortale sequenza della morte della nonna: il mondo fugge, ci ricorda Schopenhauer, e noi proviamo a fissare attraverso le immagini questo flusso ininterrotto, l’«eterna successione di avvenimenti staccati, che pur costituiscono l’insieme della vita». Cosa fa la scrittura, come la pittura, nel mondo proustiano? Solleva il particolare elevandolo all’idea, immobilizzando «la fuga stessa del tempo». Nella fitta rete di allusioni e illusioni che è il mondo, più strati sono gettati in una luce inattesa, tragica e sulfurea. Da un lato assistiamo ai fenomeni, il loro flusso è attestato dagli eventi e, quelli, sono gli elementi più convenzionali della narrazione; dall’altro, quegli strati nascondono dei segreti, sono il nucleo profondo delle cose, il noumeno di ogni significato possibile. Kant parlava di «cosa in sé».
Orientarsi nel palinsesto proustiano, nel «caleidoscopio sociale» della Recherche, rappresenta il tentativo di muoversi nel mondo e, la sua ricerca, consiste nel sollevare, gradualmente, i veli che nascondono il reale metafisico della storia, come nella musica: autentica oggettivazione della volontà. Esiste un «in sé» di ogni fenomeno, lacunoso, misterioso, ripiegato tra gli strati della volontà e, per tentare di trovarlo, è necessario compiere un atto creativo, sospeso nel tempo, dilatato all’infinito. E attraversare l’incrocio che separa la parta di Swann da quella dei Guermantes, sullo sfondo delle fanciulle in fiore riparate all’ombra, significa accedere all’infinito della vita interiore, così come immergere un origami in un infuso di tiglio dispiega la memoria involontaria verso il regno dell’incommensurabile.
Echi biblici si riflettono sotto una luce nuova con il quarto volume dal titolo evocativo di Sodoma e Gomorra, le due città che Dio decise di distruggere col fuoco. I loro abitanti, abbandonati alla lussuria e ai vizi contro natura, sono inermi di fronte alla pioggia di zolfo, infatti, trasgredendo l’ordine divino la loro colpa è immensa. Con questa immagine Proust ci accompagna nel cuore della società parigina di inizio Novecento. È, per il Narratore, come la discesa all’inferno per Dante. Mescolando l’evoluzionismo darwiniano con i trattati di filosofia di fine secolo, la coincidenza di sensazioni che rivela espande, esponenzialmente, le forme dello spazio e del tempo oltre il ricordo: come una fantasmagoria interiore. In questo modo ricordare diviene un atto conoscitivo, che come un’esperienza lisergica, sviluppa la coscienza all’infinito. I confini tra le circostanze che hanno prodotto una immagine e la sua ripetizione nel presente, scompaiono, muovendosi tra il passato e l’avvenire. La memoria involontaria, rievocata a partire dalla Madeleine, si ripercuote nel celebre concetto delle intermittenze del cuore – vera colonna portante dell’intera opera –, le stesse che, a differenza del ricordo operato dalla memoria, crea imprevedibili resurrezioni del passato, rinascendo sotto una nuova forma: la stessa conferita dalle emozioni.
Solamente la memoria involontaria, per il Narratore, è quella più autentica, perché al contrario di quella prodotta dagli altri sensi, non ci restituisce riproduzioni identiche di immagini passate – così come sono state conservate da una mente razionale – ma a partire da una rievocazione improvvisa, che si apre all’imprevedibile, è come se rivivessimo, più intensamente della prima volta, quelle emozioni rivelatrici di una verità nascosta sotto il velo che ricopre i fenomeni della realtà immateriale.
Il culmine della creazione artistica, l’elevazione mistica dell’anima con il mondo e la sua rappresentazione, la rivelazione estetica di una irrealtà dell’Arte – e quindi, più vera della realtà stessa –: questo è il nucleo essenziale racchiuso nella Recherche.
Nella palingenesi della scrittura proustiana, dove nevrosi, paranoia, ansia, volontà di potenza convergono in un unico punto per esplodere come arcobaleni iridescenti e silenzi perpetui, e penso alla sequenza ambientata nel Canal Grande di Venezia, al chiaro di luna a Versailles, alla Veduta di Delft di Vermeer; quel «lembo di muro giallo» notato da Bergotte prima di morire, diviene, allegoria di una perfetta compiutezza dell’arte, ricercata con estremo sacrificio, fino alla morte. L’«individuale esiste», e il Settimino di Vinteuil, nelle celebri pagine dedicate alla sua esecuzione presso il salotto di Madame Verdurin, schiudono il microcosmo interiore dell’autore, rivelandone in superficie, la «quintessenza della vita».
Schopenhauer scriveva che «se riuscissimo a riprodurre per via di concetti quanto la musica esprime avremmo insieme ottenuto, per via di concetti, anche una soddisfacente riproduzione o spiegazione del mondo, che sarebbe la vera filosofia»: ecco, l’impresa di Proust.
Se ogni grande scrittore – come ogni grande artista – non fa che, per tutta la vita, scrivere/fare la stessa opera, il vertice di questo processo ci conduce fuori dalla prigione in cui, come Albertine, ci ritroviamo sospesi nell’atto creativo e, noi, come lettori, contribuiamo a sciogliere queste catene che esplodono in una apoteosi del sentimento.
«È ciò che ho scritto di meglio»: sono le parole che Proust spedisce all’editore, licenziando quello che diverrà il sesto volume, e penultimo capitolo dell’opera monumentale scritta nell’arco di una quindicina di anni, dal titolo Albertine scomparsa. Qui si concentra sull’analisi della trasformazione del dolore del lutto in oblio. Queste pagine rappresentano, a parere dell’autore, il picco della propria esperienza di scrittura. È possibile sentirci in colpa perché avvertiamo che il nostro dolore per qualcuno a noi caro, e scomparso da poco, si sia affievolito?, la risposta è affermativa per il Narratore: «Non è perché gli altri sono morti che il nostro affetto per loro si affievolisce, ma perché moriamo noi stessi».
La Recherche, come scrive Alberto Beretta Anguissola, è come «una vasta composizione per organo» e, di conseguenza, alterna registri differenti, come il comico, il tragico, l’erotico, il lirico ecc., con la stessa maestria di un direttore d’orchestra. Con il Narratore, noi lettori, attraversiamo le notti al chiaro di luna – a Venezia, per esempio, tra le calli, i gondolieri, il battistero di San Marco, le strade strette con le case schierate vicine come fossero tanti quadri in un’esposizione museale –, come se fossimo dei personaggi delle Mille e una notte – un testo che l’autore teneva bene a mente. È lo sconvolgimento totale a cui partecipiamo, con lui, quando la memoria involontaria agisce sui ricordi, e la mente perde il controllo dei suoi contenuti. Tutto sembra convergere in unico punto, come le due parti che credevamo divise e inconciliabili ne La strada di Swann: Méséglise e Guermantes, si sovrappongono, così come Sodoma e Gomorra dispiegano i caratteri, i generi, di una sessualità dove non c’è più distinzione tra omosessualità e «normalità», perché i diversi sono uguali.
Nel settimo e ultimo volume dell’opera, dal titolo Il tempo ritrovato, una pietra nel cortile parigino del palazzo Guermantes, per via di alcune lastre ineguali del suo selciato, rischia di far cadere il Narratore, innescando il motore della memoria involontaria che gli consegna la sua autentica vocazione: la sconfitta della morte attraverso l’Arte, la sopravvivenza al Tempo, nella memoria immortale dell’opera che scriverà. Quella pietra rappresenta la trasmissione di quella stessa memoria alle generazioni successive. La cattura dell’ineffabile, come la durata di un lampo, e la restaurazione dello spirito, accompagnato dalla ragione: queste sono le due teorie estetiche, antitetiche, che muovono l’Idea, il conseguimento di un’oggettività indispensabile alla creazione di una cattedrale narrativa.

L’ultima pagina della Recherche

L’ironia scompare, o sembra diradarsi tra le maschere dell’ultimo ricevimento – espressione materiale del Tempo, che da invisibile, si rende visibile attraverso la decadenza dei corpi, delle fisionomie dei presenti, ormai irriconoscibili –, per aprirsi a un canto di angoscia perpetua. Gli uomini, come mostri – o giganti –, sono sospesi sopra dei trampoli, e guardano dall’alto delle loro vette vertiginose il campo esteso dello spazio, simultaneamente, da tutti i lati possibili. Ma, da quei trampoli, si è destinati a cadere e infrangersi al suolo.
Resta a noi completare la Ricerca, in una ripetizione dell’istante che si espande sino a sfiorare l’Infinito – quindi, il Tempo. Om.

 

A cura di Omar Suboh

Una replica a “La ricerca proustiana del tempo perduto come meditazione trascendentale (a cura di Omar Suboh)”

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