La realtà è uno specchio ustorio: ‘Corpomatto’ di Cristina Venneri (a cura di Omar Suboh)

«I legami non rappresentavano per me motivo di affettività, tutt’altro: avere i genitori non significava essere figlia ma potenziale orfana».

 

Untitled, by Jen Mazza


Vivere con l’incubo della morte nascosta in ogni angolo, il pensiero poco rassicurante che ogni legame implica la sua fine, così come ogni conclusione è un nuovo inizio: Corpomatto (Quodlibet 2022) di Cristina Venneri, è un esordio spiazzante, sia per stile di scrittura che per contenuto.
Nell’epoca della autofiction aumentata, o delle autobiografie impazzite, dove sembra comune denominatore comporre delle storie che abbiamo il proprio “sé” come unico baricentro narrativo e speculativo, seguiamo l’intrecciarsi nella vita di Marta da Taranto (sua città natale) a Messina (per studiare nell’università della città, Facoltà di Lettere), per poi spostarsi in vari luoghi della penisola al seguito del suo grande e folle amore Tobia (batterista e insegnante), sullo sfondo del conflitto più grande di tutti: quello con la propria famiglia, le radici da cui sradicarsi che sembrano legare il destino di chiunque in una disperata lotta per ottenere l’emancipazione, l’indipendenza economica e mentale dai demoni del passato – ma anche dell’eterno presente: quelli della letteratura, che non risparmiano i propri artigli logorando l’autore che insegue le proprie ossessioni e idiosincrasie.
Se, come scrive Walter Siti in un suo piccolo ma illuminante saggio uscito per nottetempo dal titolo Il realismo è l’impossibile, «l’autofiction non è che un caso particolare di narratore inattendibile […]; la voce dei narratori autofittivi non è in maschera, anzi si presenta incrinata dall’angoscia, o dalla fregola, o dall’esaltazione – è una voce che esige partecipazione e consenso», Cristina Venneri riesce pienamente nell’impresa di calarci nel suo dolore personale – o in quello di Marta –, rielaborando stilemi e dispositivi narratologici consolidati conferendogli forma nuova – attraverso, per esempio, una scrittura quasi priva di punteggiatura, che sembra seguire una musica interiore tutta sua, come una sorta di composizione armonica e multicolore di bernhardiana memoria –, in un monologo fiume ridotto all’osso, scarnificato, espunto da qualsiasi barocchismo o espressione di maniera. Pare quasi avvertirci: Non è mia intenzione meravigliarvi, scomporre l’ordine del gioco, ma porgervi la mano e invitarvi a seguire le sequenze di questa vita costellata di dubbi, dilemmi irrisolti, complicanze che poi sono quelle di tutti noi – un po’ come nel famoso incipit di Troppi paradisi («Mi chiamo Walter Siti, come tutti») –, allargando l’inquadratura in un campo lunghissimo capace di consentire ai suoi lettori di identificarsi con lei, con la Narratrice, e tracciare possibili soluzioni, svolte, alternative a quelle che intraprenderà lasciando in sospeso il finale, come se fosse l’inizio di un progetto a più pannelli – come non pensare all’autobiografia in cinque volumi di Bernhard? –, in una serie progressiva a puntate ancora tutta da scrivere.
Viene in mente il recente, e ottimo, lavoro di Carlo Mazza Galanti Cosa pensavi di fare? (Il Saggiatore, 2020), al suo incipit fulminante: «Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”. Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale». Come il protagonista del libro di Galanti, in Corpomatto, siamo immersi nel flusso delle possibilità e delle storie che la protagonista affronterà, sforzandosi di immaginare (e decidere) il suo futuro.

«Mi sentivo la testa talmente pesante da non riuscire a sollevarla dal cuscino, vedevo la sagoma di mia madre come un santino luminoso che si trovava dentro di me e al tempo stesso lontano anni luce»: scrive Cristina Venneri, in uno dei passaggi più emotivamente coinvolgenti dell’opera, raccontando la parabola di una madre dipendente dall’alcol che ritorna a vivere con l’ex marito, nel disperato tentativo una volta persi di ritrovarsi nelle variabili complesse che determinano la qualità di una vita, le quali non possono essere mai le stesse perché cambiano sempre sulla base delle esigenze di ognuno, dei propri vissuti – sia quelli fatti di luce, che quelli più crepuscolari –. Quello che sembra fare questo strano oggetto narrativo, non del tutto identificato, è aprirci alle nuovi possibilità della scrittura, quando il realismo nella sua crudezza e nudità riportato nella pagina scritta non coincide mai del tutto con quello che racconta, o meglio: non si esaurisce in esso, ma rimanda a qualcosa di non visto, di non detto, in continua evoluzione come la personalità della protagonista stessa che costruisce il suo percorso partendo dalla consapevolezza di volersi conquistare i propri spazi e tempi, staccandosi dal cordone ombelicale della propria casa. Così prendere se stesso, le proprie esperienze sublimandole, diviene metro di misura per “sporgersi” oltre i fenomeni di carattere quotidiano, disegnando un percorso verso l’Assoluto, perché soltanto nel romanzo, chi scrive, si ritrova come vittima di un «crogiolo moltiplicatore di significati» capaci di sorprendere l’autore stesso mentre scrive (non sapendo nemmeno lui quello che scriverà) e i temi lo trascinano dove nemmeno lui aveva progettato di approdare.
La realtà è soltanto un «trampolino», o meglio: è uno specchio ustorio, concentrico, nella quale una fiamma condensa i raggi sparsi di quella che siamo soliti definire come realtà. È poco il tragitto che ci separa dalla gnosi, dalla mistica, pur non essendo religiosi.
Più ciò che chiamiamo reale si fa liquido e pulviscolare, e più un’illuminazione improvvisa può conferire significato, retrospettivamente, al Tutto. Così fare della propria scrittura, e dunque della propria vita, «un oggetto reificato» equivale a sporgersi oltre i limiti di una realtà che appare troppo opaca per essere compresa del tutto.

A cura di Omar Suboh

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