‘Gli scomparsi’: Il dominio del cuore, di Renato Minore

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Il dominio del cuore, di Renato Minore, che era amico di Ennio Flaiano e che lo ha in parte ritratto proprio in questo romanzo, ormai introvabile. Zefiro è e non è Ennio Flaiano, ha detto Minore in un’intervista. Anche lui ha un figlio malato, come Flaiano aveva una figlia malata, e anche lui è uno scrittore – per l’appunto simile a Ennio Flaiano. Proponiamo due brani molto toccanti del libro, che andrebbe ristampato.


E intanto Zefiro, confuso tra i bambini, spettinato dal vento, osservava le meraviglie esposte in vetrina al Museo della Scienza e della Tecnica. Attraverso la combinazione matematica, cercava di aprire una cassaforte. Ci riusciva, finalmente, e rideva. Rideva, di quello stupore tornato infantile che consente di guardare con uno sguardo rinnovato tutto ciò che abbiamo intorno. Con grande e crescente gioia Zefiro toccava un bottoncino rosso e invitante. E subito il modellino della Terra, girando intorno al Sole, mostrava l’alternarsi del giorno e della notte, il variare delle stagioni.
Sornione e ironico, divagava:
“Stelle ciarliere e fin troppo loquaci penetrano nei destini, e li forgiano, e noi ci illudiamo di esserne forgiati, speriamo che ci tolgano dal malefizio di un mondo vuoto di significato e di pietà. Freddo, razionale, incomprensibile.”
Divagando, Zefiro parlava dell’astrologia di massa, una religione del nostro tempo così invadente e confortevole, opposta all’idea di un universo stellare gelido, indifferente alla nostra sofferenza, impegnato in una cieca trasformazione di se stesso. Alle stelle pietose sono affidati i responsi che attendiamo per aver successo, o per fallire, nella via intrapresa.

§

Dalla borsa tirò fuori una foto di quel settembre. Zefiro abbraccia il bambino, lo guarda teneramente e il bambino si rivolge al padre in piena simmetria di gesti. Lo sguardo è lo stesso, solo più spento, assente. Come fiorito e, poi, abbandonato sopra un corpo che non ha la forza di reggersi e, per muoversi, ha bisogno di braccia amiche o di una carrozzella. Come una copia – quello sguardo – a cui, per il maligno scherzo di un tiranno senza nome, è stato tolto lo spirito, l’intelligenza, la forza anche dolorosa del comprendere, dell’organizzarsi in pensiero, del rispecchiarsi nella tristezza e nella vanità della propria persona. Restano l’apatia, l’assenza di emozioni e di desideri, un silenzio opaco senza lume di partecipazione.
Sonia Zefiro ora parlava del rapporto straordinario che, in quei giorni di fine estate, Zefiro aveva stabilito con il bambino. Mai aveva visto suo marito così sereno e laborioso, come in una vigilia dolcissima. Una sensazione di calma, di pace finalmente raggiunta.
La mattina raccoglievano conchiglie, granchi morti, gusci di patelle. Giocavano con la sabbia. Glielo aveva consigliato qualcuno: la sabbia poteva essere una terapia. Gli parlava. Gli raccontava storie buffe, soavissime storie e il bambino non capiva, non poteva capire.
Sonia Zefiro disse come sgravandosi da un peso:
“Ancora oggi ha la mente offuscata di poco più di un anno. Non parla, non ha mai parlato. Per comunicare emette suoni gutturali incomprensibili per tutti, ma non per chi gli sta vicino. Anche grida potenti che di notte possono spaventare. Ma quelle storie del padre lo calmavano, gli davano serenità.”
Tofi non aveva proprio nulla da dire. Cortese partecipava al racconto in silenzio. Nei giorni più caldi facevano il bagno. Il padre lo carezzava, lo spruzzava, lo massaggiava, anche per ore: anche l’acqua in questi casi è benefica. Sonia Zefiro precisò: “Ore e ore per strappargli un balbettio che voleva dire: ‘Grazie papà’. Lui non aveva mai provato la gioia che hanno tutti di essere chiamato ‘papà’.”
Poi il pomeriggio Zefiro scriveva, scriveva. La storia di Carlo M. appunto. Ne accennò anche alla moglie come di un grande mistero. È possibile, è lecito uccidersi nel fiore degli anni e delle esperienze? Come sono pensabili scelte così assolute? La vita giustifica sempre se stessa…
Giustificava anche quella del bambino che tanti anni prima, in una notte angosciosa, era stato sul punto di morire e, poi, uscito dal coma, s’era ritrovato menomato e per sempre irrecuperabile alla normalità. Era nata l’investitura tragica del padre, scelto dal destino per sancire, con i giorni che gli restavano da vivere, l’interminabile agonia dell’essere da lui più amato.

 

(Ennio Flaiano ha scritto, in un appunto postumo compreso nel Diario degli errori: “Quando avremo sondato l’Universo alla ricerca della nostra incapacità di dominarlo e di capirlo, dovremo ritornare al Poeta e concludere che a muovere il Sole e le altre stelle (a muoverle, ma non a spiegarle) è l’Amore. Allora la nostra fede non sarà più liberatrice, ma deduttiva, accettata per la nostra incapacità di andare oltre. Crederemo perché è evidente, non perché è assurdo.” Ha anche scritto, nella decima strofa del magnifico poema La spirale tentatively: “Per tornare al discorso della morte / se mi chiedete in che giorno io l’ho vista negli occhi / posso dirvelo, nella notte tra il 14 e il 15 aprile / di un anno lontano. Allora, per tutta una notte, la vidi. / La morte aveva quel volto romano / pronto all’ambiguo accomodamento / quel volto di case dall’intonaco sfatto / e d’infermieri al bar gonfi d’indifferenza / di porte che sbattevano lontano / di villini acquattati intorno nell’ombra / e di quel grido che ritornava a tratti, / il volto degli orologi e dei calendari! / La ragazza era in fondo nel corridoio / nello studio del medico primario, non c’erano / altre stanze libere e per tutta la notte ebbe il male, / orribili assalti del male che la storcevano / o la irrigidivano con una mano tesa verso l’alto, / verso me, come a chiedere pietà o aiuto. / Solo una volta strinsi quella mano e pensai / di morire io al suo posto, sfidando una contabilità / che mi escludeva. Io dovevo soltanto testimoniare / quello che stava accadendo. La parte che mi si chiedeva / era questa, infame, al limite del tradimento / e venivo guardato come un intruso al quale / niente si deve dire, se non che la morte della ragazza / della dolce ragazza che ha vent’anni / è soltanto liberazione, la fine di ogni sofferenza / la chiusura di un capitolo sbagliato / un nonsenso che trova la sua ragione / nell’attimo stesso in cui si conclude. / Così andai nella stanza di attesa e attesi che – / che qualcuno, senza dirmi nulla ma solo – / ma solo con lo sguardo mi annunciasse che era finita. / Le mattonelle erano di un grigio vecchio e senza vita / le poltrone di plastica, la luce velata da tabarin / i muri spogli,
la finestra dava sul cortile, / l’alba tardava a venire, mai ebbi contatto / più segreto e osceno con la morte, e più lucido / con le sue indiscutibili ragioni / con la sua intransigenza cortese e suadente, / mai mi sentii così inutile e vinto e vile / e verme che cerca la sua giustificazione. / Gli equivoci rumori della notte, il corridoio, / poi il primo grido degli uccelli all’alba / e questa luce che contorna le cose del cortile / e infine la donna affranta che voleva capire / e accettava la conclusione, come un’ironica e orrenda / fatalità e ormai la implorava senza lagrime / purché
l’interrogatorio finisse. / Allora sentii una nuova calma, una leggerezza / confortante e calda, avevo rovesciato la situazione / decidendo che il morto ero io. E che da allora / la mia vita sarebbe quella, la lunga morte / di un essere che amavo e che sarebbe sopravvissuto, / e quando mi dissero: “Vivrà”, risposi che andava bene / sapevo già tutto, avevano accettato il cambio / e ora dovevo mantenere la parola, come nelle tragedie. / Ecco perché stamane penso che tutto è già successo / se vogliono la ripetizione della cosa l’avranno. / Che posso dire di più? – l’avranno).

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