‘Saggio sulla paura’ di Miliucci: un diario della nevrosi (a cura di Fabrizio Bajec)

Fabrizio Miliucci, Saggio sulla paura, (Pietre vive, 2022):
forse il miglior tributo offerto alla memoria del compianto Carlo 
Bordini è la prova che il passaggio del testimone a una nuova generazione è avvenuto e che la sua lezione è stata assorbita da un nuovo promettente autore. Questo accade sia in modo scoperto sia implicito in Saggio sulla paura. Di esplicito c’è il testo d’apertura (una poesia-messaggio al “Caro Carlo”) e uno degli ultimi del libro (con riferimento a un romanzo di Bordini). Miliucci faceva infatti parte dei suoi amici, ma si pone senza volerlo anche come un suo discepolo, dandogli ragione sulla letteratura per ben due volte. Inoltre, come si vedrà, c’è un modus operandi che Miliucci fa suo trattando in versi e prose una materia frammentaria, a tratti volutamente grezza, come fosse fiero di esporre un referto. Sembra un diario della nevrosi, con un tono da seduta analitica, senza filtri e quindi senza evitare fratture e rallentamenti. Tutto questo lo avvicina molto a un altro poeta noto, a sua volta debitore del monologo psicoanalitico di Bordini: Guido Mazzoni. Infatti anche il secondo libro di Mazzoni è una specie di saggio sulla superficie (La pura superficie, Donzelli, 2017, tratta di un punto di vista scelto a priori, quando questo del più giovane Miliucci vale come “esemplificazione” della paura.
E si potrebbe partire dalla foto che illustra la copertina del libro. Già il titolo, Il trespolo di Claudio Mirel (da un’installazione di Francesco Schiavulli) pone sotto il riflettore un oggetto simbolico, forse una chiave per tutta la silloge di Miliucci: un trespolo sul quale un ragazzo appollaiato guarda con distanza la vita alla quale non vuole partecipare. Non per stizza, o avendo maturato una forma di critica, come fa Cosimo nel Barone Rampante su un albero, ma per paura e diffidenza nei confronti degli altri. Il trespolo rinvia poi a un animale passivo, statuario, non a colui potrebbe portare soccorso scendendo d’urgenza, dopo aver a lungo vigilato. Il protagonista dei testi è assorbito spesse volte dal sogno in cui può cadere chi si trova su un divano e parla guardando il soffitto. Ma questo parlarsi addosso ricorda anche il velleitarismo di un personaggio morettiano, che oscilla tra il trentenne di Io sono un autarchico (guarda la vita passare senza capirla) e l’assassino spinto a distruggerla proprio perché non riesce ad afferrarla: “Di una cosa mi interessa innanzitutto il punto di rottura (…)” recita un bel testo in cui le cose sembrano siano rotte dal momento che appartengono a chi dice io. Il libro è per altro pieno di incidenti, collassi, scontri, macchine che perdono i pezzi, potenziali separazioni e licenziamenti.
L’altro tema è infatti il precariato di tutta una generazione di lavoratori, e qui il discorso si allarga alla società di oggi, al vivacchiare in una grande città che appare spesso intangibile. Roma non è aperta, ma monca di qualcosa, narcotizzata e stanca, come il soggetto che la racconta visitando appartamenti e quartieri, senza alcun desiderio di compiere un atto decisivo.
La parola alienazione è negata e non si ammette mai la depressione, si preferisce piuttosto il termine desolazione, “voglia di essere un altro”. Eppure questa tragedia personale, questa nera monotonia, è condita di passaggi anche comici e allucinati, proprio come in un film del primo Moretti (“Ve ne siete andati tutti, ho perso un’infinità di appuntamenti e adesso.”). Non ci sono quasi mai punti interrogativi in questi componimenti, è il bello della tragicommedia. Il narratore delle prose non si interroga come lo farebbe un personaggio dostoevskiano, ma è pronto al crimine (“Il primo contratto fu a una signora infinocchiata alla grande (…)”. Il lavoro è la dimensione in cui la sconfitta si rende ancora possibile merce di scambio, in cui uno fa finta di esistere con cinismo e dove finiscono le illusioni di una qualche rivalsa. Che il trauma venga da lontano? C’è una madre costretta a lavorare a quattordici anni e che poi sogna un posto mediocre per il figlio, chiedendogli en passant di non avere mai prole.
Eppure il danno non sembra avere origini particolari, quando di continuo si è schiacciati da una contemporaneità asfittica, fattuale e anaffettiva (l’amore non fa capolino: “lei non mi dice più niente”).
La debolezza della raccolta sta nella poetica dell’oggetto non finito, trascurato, bordinianamente “indifferenziato” e gettato sulla pagina, come le spaccature dei passi diaristici. Invece, la forza di questa poesia quasi d’esordio (a distanza da una prima silloge di oltre dieci anni più vecchia) è che pare ripeterci di non sapere cosa sia la poesia.
E in questo l’autore non bleffa, non sta in posa (antipoesia). Al di là della sua funzione di encefalogramma, come vuole il testo di apertura, è una forma letteraria con cui Miliucci non vuole giocare o sublimare nulla, non liricizza mai la realtà. La parola è sempre frontale, proprio come in un incidente. E sebbene la vita sia rimandata sempre a domani, per deficienza di mezzi, l’impatto col dolore non è mai evitato. Il narciso è ferito, e come tutti sanno, non ama se stesso e non si prende neppure sul serio (“A quest’ora succede in tutto il mondo / quello che è successo a noi”). L’autodistruzione trova qui una forza icastica e allora nel testo si sente una chiave che gira bene, si percepisce lo scatto e si accende un incubo, come in questi due esempi che riportiamo di seguito, di matrice diversa (surreale il primo, iperrealistico il secondo) e che ci possono ricordare un altro poeta giovane, scomparso troppo presto: Simone Cattaneo.

Via Tasso

Adesso preparo dei sassi, la sera, sul davanzale
della casa-prigione dove ora viviamo.

Un gatto grigio si insinua nei sogni
dentro i pensieri, viene da noi in pieno giorno.

Trascorriamo dei mesi confinati in un grande edificio
al limite fra essere liberi ed essere esclusi.

Possiamo sparire dentro una verità che non conosciamo.

Se non pensiamo
ai nostri aguzzini, essi diventano grandi e ombrosi
con occhi infiniti.

*
I due ragazzi romeni passarono tutta l’estate con me e mio fratello a giocare a pallone in giardino. Una notte se ne andarono via lasciando mesi d’affitto arretrato. Boumediene e Kader erano due disertori algerini. Dalla baracca in fondo alla via venivano a prendere acqua e vestiti. Alla fine toccò a una donna albanese di cui non ricordo più il nome, che arrivò con il suo protettore. Tempo due mesi e la trovammo riversa in un letto di preservativi. Nel pugno teneva due grani marroni: veleno per topi.

Fabrizio Bajec

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