In viaggio nella Grecia di Patrick Leigh Fermor. L’eredità del Mani (di Aldo Spano)

We shall not cease from exploration
And the end of all our exploring
Will be to arrive where we started
And know the place for the first time.
(T.S. Eliot)

Aveva ragione Ibn Battuta, l’instancabile viaggiatore di Tangeri vissuto nel XIV secolo, quando sentenziava laconicamente che “chi non viaggia non conosce il valore degli uomini”. Sin dai tempi più remoti, il viaggio – esperienza ben diversa dal turismo mercificato esploso nel XX secolo – ha indicato alle prime comunità umane il tortuoso percorso della conoscenza. Dalle narrazioni orali che attraversavano come un vento mite le coste del Mediterraneo, sorse uno dei pilastri della letteratura europea, l’Odissea, il poema dell’uomo che impara grazie a una incessante esplorazione. E su un viaggio allegorico Dante fonda il suo progetto letterario di inestimabile valore, destinato a mostrare la strada maestra ai contemporanei. Omero e Dante sono soltanto due esempi, per quanto illustri, del legame solidissimo tra viaggio e letteratura. Essi inoltre ci confermano, semmai ce ne fosse bisogno, che il viaggio è un’occasione di rara importanza che mette a nudo l’uomo, lo sfida, lo pone di fronte al limite, all’imprevisto e soprattutto all’altro da sé. Il viaggio non è mai un’esperienza solitaria. Non esistono approdi facili o scontati; ogni sentiero rivela l’impronta del divino, del caso, del fato. È la strada che illumina, come pensava Kavafis, la vera natura di ciascuno di noi. Se è vero tutto questo, non sembra insensato ripensare in questo momento storico a un modo nuovo di viaggiare, che non coincida con il consumo superficiale e narcisistico dei luoghi, ma che guardi in profondità, alle fenditure più nascoste e più vitali delle terre che visitiamo. A mio parere, utile in tal senso potrebbe essere la riscoperta di una delle massime (e forse delle ultime) espressioni della narrativa di viaggio del XX secolo, Il Mani. Viaggi nel Peloponneso, scritto dall’inglese Patrick Leigh Fermor e pubblicato per la prima volta nel 1958. Paddy (come lo chiamavano simpaticamente in patria) non era un rivoluzionario né un filosofo. Di lui si può dire certamente che è stato un narratore formidabile e un autentico viaggiatore. I suoi brillanti resoconti di viaggio, confluiti in opere letterarie di pregevole fattura, sono un crogiolo di saperi: letteratura, geografia, antropologia, linguistica. Già nel 1933, appena diciottenne, prese la decisione di girovagare tra le ceneri ancora fumanti dei due vecchi imperi, quello austroungarico e quello ottomano, saltati in aria in seguito al primo conflitto mondiale. Poi la seconda guerra, più disastrosa della prima, imprigionò la sua curiosità ribelle di cui tanto si lamentavano gli insegnanti della King’s School di Canterbury. Ma il viaggio più accattivante doveva ancora arrivare. La scelta della destinazione è singolare: la penisola del Mani, un lembo di terra del Peloponneso meridionale, una terra felicemente desolata, dimentica della storia più recente. Un cosmo duro e aspro come l’animo dei suoi più antichi abitatori, gli Spartani, e battuto per secoli da venti di guerra bizantini, veneziani e ottomani. Non è solo nostalgia ciò che anima la partenza, è un insieme di virtù: una irresistibile curiosità, una sensibilità vivida per l’antropologia e la storia e la ricerca del vero. Nel mondo postbellico che corre impetuoso verso la ripresa economica e l’omologazione, la periferia – quel Sud dell’Europa che sembra non mutare mai nonostante le scorrerie violente della storia – può ancora rivelare al viaggiatore le tracce di una vita autentica, sospesa tra passato e futuro. E in effetti la sua Grecia, come il meridione italiano di Pasolini, affiora quasi come un reperto di pregiatissimo valore su cui non si depositano né polveri accademiche né ideologia politica. Il Mani non è l’incantata Ellade di Pericle, né quella degli affollati voli low cost: è una Grecia intima, nuova e ineluttabilmente arcaica, un refugium, che odora di fichi bruciati dal sole, di paximadia e di salsedine. Il viaggio inizia a sud di Sparta nel 1948 insieme alla sua compagna di vita, Joan, a cui l’opera è dedicata. E di lì ha inizio una vorticosa catabasi verso la punta estrema della penisola, Capo Matapan, l’ingresso dell’Ade per gli antichi: una discesa dantesca alla scoperta dell’animo più vero dei greci. Ma, è chiaro, Fermor grazie ai manioti, gli abitanti del luogo, scoprirà se stesso. Il viaggio offre un ventaglio di voci, varie e vivaci, a cui lo scrittore presta sempre ascolto. Egli ha appreso la lezione dei maestri: proprio nelle vesti di un viandante, persino il più umile, si può nascondere la scintilla del divino. E nelle terre desolate come il Mani lo straniero non è mai solo: è intoccabile e sempre accolto, anzi grazie a lui si può sentire il respiro del mondo che circonda e, a volte, spaventa. Il libro è un affresco, a tratti barocco, di paesaggi quasi sempre brulli e accidentati: immobili – “era un luogo morto, astrale, un habitat di draghi. Ogni cosa era immobile”. Il Mani è un fossile arido e fecondo che custodisce canti funebri omerici, retaggi del paganesimo e miti sorprendenti: una incontaminata terra del rimorso o una Aliano, ancora più impenetrabile, che si distende a picco sul mare. Fermor ama narrare proprio come il suo mentore, Erodoto. L’Inglese accosta ingegnosamente la persuasione del racconto alla forza argomentativa e al resoconto storico (a volte, si può dire, persino troppo audace e fantasioso). E come Erodoto, Fermor è sedotto dall’eccezionale, da ciò che genera meraviglia e sorpresa. Non ha dubbi: è lo stupore scatenato dall’inatteso il motore della conoscenza. Alla fine del viaggio, il Mani non lascia delusi, ma schiude la quintessenza dell’animo greco, del nostro essere: la visione tragica e al contempo eroica dell’esistenza, una passione inarrestabile per la vita, le premure verso lo straniero (che è sempre un ospite prezioso), i tesori dell’amicizia, il dovere dell’ozio. Lo scrittore, incantato dalla luce accecante di quei paesaggi, decise di rimanere a Kardamyli, uno dei borghi visitati durante la sua escursione, che divenne la sua Itaca. Lì conversava insieme a Joan con i greci che lo accolsero e lo ascoltavano; e non di rado ospitava i viandanti che vedevano in lui l’incarnazione del nuovo Odisseo. E lì rimase fino alle soglie della morte, insegnando al viaggiatore di oggi a fermarsi, a non correre. Perché l’ozio, si sa, è fatale solo al mediocre.

Aldo Spano

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