proSabato: Luigi Cecchi, Cruel – CRUDELE

©Luigi Cecchi

Cruel – CRUDELE

«Buongiorno Bernardo.»
Bernardo non rispose. Facendo scivolare la ciabatta sul pavimento, si era accorto che si trattava di gres porcellanato. Rimase qualche secondo imbambolato sulla soglia della stanza, fissando i propri piedi. Gres porcellanato. Poi Carmela fece un cenno e l’infermiere accompagnò Bernardo a sedersi. Mentre gli veniva sistemata la flebo di fianco alla sedia e gli veniva portata una bottiglietta di acqua versione limited firmata da Patrizia Giusel, Carmela riprese a scorrere il fascicolo del paziente. Ricordava ormai ogni paragrafo a memoria, poteva recitarli, ma sapeva che fingersi indaffarata avrebbe allentato un po’ la tensione.
«Lei mi conferma che il suo nome è Bernardo Caroselli, nato a Perugia il dodici ottobre del quarantaquattro?»
Bernardo scosse la testa. Non si capiva bene se fosse un sì, un no, oppure uno spasmo dei muscoli del collo, ma Carmela lo prese per un sì. Pulito e rasato come ogni mattina, Bernardo non assomigliava affatto alla persona che avevano internato quasi quindici anni prima. Solo una cosa era rimasta identica a quel giorno: lo sguardo sinistro, perso nel vuoto. Finto.
«Voglio tornare a casa.» Biascicò il vecchio.
«A casa.» Ripeté Carmela.
Con pazienza sfogliò qualche pagina del fascicolo. La casa del signor Bernardo Caroselli. C’era un disegno dettagliato dell’abitazione, una struttura rurale su due piani, piano terra in muratura, piano superiore in legno. Spazi interni irregolari, arredata in maniera spartana.
«Ho notato che prima osservava il pavimento. Come mai?» Domandò Carmela.
«Gres porcellanato, effetto pietra. È consigliato in strutture come queste, richiede poca manutenzione. Resistente all’abrasione, non si rompe.»
La donna annuì lentamente, mordendosi le labbra. Estrasse una penna dal taschino e annotò qualcosa su un foglio.
«Voglio tornare a casa.» Ripeté con maggior chiarezza Bernardo.
«Lei sa perché conosce tutte queste cose sul gres?»
«Voglio tornare a casa.»
«Mi risponda, e la farò tornare a casa. È questo l’iter burocratico, ricorda? Deve ottenere l’autorizzazione da un paio di persone.»
Bernardo si asciugò gli occhi. Fece scivolare le dita raggrinzite sul viso solcato da profonde rughe, come se non lo riconoscesse. Si soffermò qualche secondo sul proprio mento, scoprendolo privo di barba.
«Sono… la mia impresa… sono un grossista di materiale edile.» Disse.
«Esatto, Bernardo. Lei vendeva gres. Tra le altre cose. Quei pavimenti, forse, sono stati comprati dalla sua azienda, tanti anni fa.»
«Io non sono un grossista di materiale edile! – Esclamò il vecchio, contraddicendosi. – Quello è… il mio spettro… la mia ombra nel mondo oscuro.»
«Quella è la sua attività, Bernardo. O almeno lo era, fino a quindici anni fa. Adesso è gestita dai suoi figli, che probabilmente la gestivano anche da prima del suo internamento, perché lei non era più in condizioni di farlo.»
Lo sguardo di Bernardo si fissò sul soffitto, poi sulla scrivania di metallo, poi sul proprio vestito. Un pigiama sciatto e consunto, sul quale era stata appesa una spilla con un numero: 2084.
«Duemila… ottantaquattro…» Lesse ad alta voce.
«È il suo codice paziente, Bernardo. Lei è il paziente 2084 di questa struttura. Non ci sono così tanti pazienti, ovviamente. Ma ci sono molte altre strutture come queste, nel paese. Stiamo cercando di arginare la deriva, e vogliamo capire se i pazienti come lei sono recuperabili.»
«Dove sono le travi di legno, l’odore di pagliericcio umido, il calore del focolare sul quale ribolle la cena emanando profumo di agnello? …voglio tornare a casa.»
Mormorò il vecchio, poi chinò la testa, piangendo. Le lacrime gli procuravano un certo fastidio, scivolando sulla superficie delle protesi. Continuò a singhiozzare per qualche minuto, Carmela fece cenno all’infermiere di non intervenire. Non ancora.
«La sua casa non esiste, Bernardo. Lei non è mai stato in Svezia o in nessun altro luogo della Scandinavia, e di sicuro non ci è mai stato nel X secolo. Si trattava di una simulazione. Una delle prime ad utilizzare impianti installati chirurgicamente. Quindici anni fa erano quasi un bene di lusso, ora sono largamente diffuse, sebbene soggette a un maggiore controllo.»
Bernardo sollevò la mano e raggiunse l’asta metallica che sorreggeva il sacco della flebo. La strinse, rievocando la forza con cui brandiva la lancia per difendere i suoi campi dai predoni, e per scacciare le belve che attaccavano l’ovile di notte. Gli impianti oculari riprodussero qualche breve frammento delle sue sessioni, quei pochi che aveva memorizzato e che il tempo non aveva ancora danneggiato.
Si accorse che stava stringendo una barra di acciaio, anziché una nodosa asta di legno. Si accorse che i suoi piedi calzavano ciabatte di finta pelle nera, anziché pesanti stivali di pelliccia.
«Voglio andare a casa.» Ripeté ancora.
«Non posso permetterglielo, mi dispiace. Lei si è quasi lasciato morire, connettendosi ai server di quel gioco per diciotto ore al giorno, praticamente tutti i giorni. I suoi figli l’hanno salvata prima che fosse troppo tardi. La sua casa è qui, finché non guarirà.»
L’infermiere aiutò Bernardo ad alzarsi e a muovere i primi passi verso la porta. Carmela richiuse il fascicolo di Bernardo. Fra quindici giorni l’avrebbe visto di nuovo, e ormai non nutriva alcuna speranza che la conversazione non si ripetesse identica alle ultime cento volte.
«È una cosa crudele, lo sa?» Si lamentò il vecchio prima di uscire dalla porta.
«Cosa è crudele, signor Caroselli?» Domandò Carmela.
«Lasciar morire un uomo nel proprio letto.»

© Luigi Cecchi

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