Pasquale Vitagliano, Sodoma (rec. di Augusto Benemeglio)

Sodoma di Pasquale Vitagliano. «Un libro con gli occhiali»

di Augusto Benemeglio

 

  1. Passione

Conosco Pasquale Vitagliano ormai da diversi anni, anche se i nostri incontri dal vivo sono stati rari, ma sempre straordinariamente interessanti, luminosi, per suo merito: è una persona assai gradevole d’aspetto, accogliente, affettuosa, ma allo stesso tempo discreta, lieve, temperata, moderata, serena, sorridente, con una apparente tranquillità di sentimenti che rifiutano ogni ansia, invidia, ambizione, o sete di potere, nonostante sia leader di “Comunità Civica” e faccia quindi politica attiva. Pur essendo meridionale (ma è un “atipico”, come spesso se ne trovano in Puglia), nessuno sospetterebbe in lui una grande “passione”, che non è mai un semplice sentimento, un umore, un capriccio, una mutabilità del temperamento, “ma una forza tremenda, che ha un’origine misteriosa, e presto diventa un destino contro il quale non è possibile rimedio, ostacolo o resistenza”. Insomma una sorta di schiavitù per la “Scrittura” e per la “Giustizia” che diventa, inevitabilmente, testimonianza e denuncia , ed è travasata in tutti i suoi libri, poesia, saggistica, narrativa, compreso l’ultimo romanzo, Sodoma (Castelvecchi editore, 2017), un libro con gli occhiali, con una sintassi vagamente proustiana. “Noi ci figuriamo che l’amore abbia come oggetto un essere che può stare coricato davanti a noi, chiuso in un corpo, ahimè!, l’amore è l’estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupati e occuperà…”.

  1. De Sade

Uno legge Sodoma e riflette su alcune cose: ad esempio, come dice Calvino, che ciascuno di noi è una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni. Che ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. Che bisognerebbe far parlare ciò che non ha parola, le rondini che “sgorgano l’una dall’altra”, l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica, invece siamo noi i primi che per parlare abbiamo bisogno di una “lingua di carta”, perché l’altra, finché potrà funzionare, avrà sempre meno da dire. Poi, il titolo del romanzo, per associazione di idee, ti porta inevitabilmente sugli scenari del  marchese de Sade, più che su quelli della Bibbia (al testo sacro fa cenno lo stesso autore), e lo immagina in una cella della Bastiglia, alla vigilia della rivoluzione francese, che riempie carta su carta di bestemmie e distruzione, (sembra voler fare il controcanto di Rousseau), ma quando quell’immenso rotolo di carta de Le 120 giornate di Sodoma diventerà una sorta di enciclopedia orrenda e raccapricciante della “mercé del sesso e del corpo” ai più potenti che ne fanno oggetto di divertimento perverso e maniacale; quando quella lingua di carta gli verrà staccata per sempre (il manoscritto non tornerà mai più in possesso del  suo autore, ma subirà numerosi passaggi di mano e varie peripezie, e sarà stampato solo 110 anni dopo la morte del marchese, avvenuta nel manicomio di Charenton-Saint Maurice, il 2 dicembre 1814), l’altra lingua non si metterà a ingoiare escrementi – come avrebbe dovuto fare – ma continuerà a parlare per bocca di altri artisti come P.P. Pasolini, che ne farà un film discusso, subito sequestrato e mai più dato in pubblico. “Nella pellicola – scrive Rossitti – il classico di De Sade è innestato all’harem di una perversione intus et in cute del potere dittatoriale della Repubblica di Salò dove il sesso, piuttosto che venire assaporato in giochi primordiali, infuoca l’anello sfinterico e l’intestino retto di un’umanità selvaggiamente progredita che riduce gli organi, la carne e il ciclo biologico a strumenti di sfruttamento oro anale”.
Ma in realtà, quali affinità ci sono tra il romanzo di Vitagliano e quanto sopra accennato? A leggere la sinossi, nulla, o quasi nulla. Si raccontano le vicende di una famiglia e di un Ospedale pugliese, dalla fine degli anni Sessanta a oggi, la sua evoluzione e il suo declino, attraverso scelte amministrative, scientifico-tecnologiche e soprattutto politiche, che lo portano ad essere negli anni Settanta-Ottanta una delle strutture più avanzate ed efficienti del Sud Italia, e non solo. E a segnarne, poi, anche il forte ridimensionamento e la degenerazione nel malaffare, con gravi ripercussioni nel tessuto economico e sociale del territorio.

  1. Epopea del corpo umano

Ma c’è solo questo? “Direi di no” – risponde l’autore. “Il romanzo non racconta la storia del nostro Ospedale. A chi interesserebbe se non a noi? È la storia del corpo umano. Anzi, se la definizione non fosse già stata usata, direi che è l’epopea del corpo umano. E ciò ci rimanda, per un attimo,  a Giovanni Testori e al pittore irlandese Francis Bacon, “la cui arte risulta oggi una sorta di contorta, amputata ferita, ma un’enorme epopea dell’umano corpo e, in lui, dell’umano destino, inteso come luogo della nostra stessa incarnazione macchiata dalla colpa e dall’incolpevolezza della cenere finale cui è chiamata e destinata”

Chi inizierebbe oggi una storia con un cuore e una rosa? Queste due parole sono decadute nel lessico della letteratura. Mantengono appetibilità solo nella pubblicità e nel mondo, in questo momento trendy, dei tattoo. Due parole semplici e iconograficamente perfette. Marco se le trovò impresse sul fondoschiena di Chiara, appena sopra il taglio del sedere, con il quale, nella loro collocazione formavano una T o un Tau. […] La vista di quei due segni ebbe l’effetto di una rivelazione misteriosa. Significavano qualcosa, ma non sapeva cosa. Dicevano qualcosa di Chiara. Ma non comprendeva ancora cosa. (p. 5)

Questo l’incipit del romanzo, che dà luogo a una sorta di caccia al tesoro, o – se volete – a un’Odissea dei nostri tempi che parla di questi ultimi cinquant’anni o giù di lì, di politica in cui il “partito della carne” ideato da un macellaio nel 1952 fu antesignano del partito dell’amore (1987) di Cicciolina e Moana Pozzi, poi ci fu Mario Chiesa, arrestato per una piccola tangente di appena 3500 euro, che mise in crisi il sistema e il carismatico Bettino Craxi, più sudato del solito, e fece divenire metafisici tutti i suoi garofani; e altri flash irrelati di fantastici sacerdoti di stampo druidico, i Sanaporcelle, di cui parlò anche Carlo Levi, i Circoli Pickwick paesani, il ritrovamento della storica città di “Sodoma” e di alcuni dei suoi abitanti emigrati qui da noi, e – odi odi! – delle vere e proprie Quintane della Sanità dove “medici e infermieri giocano a freccette  con cannule e aghi con i pazienti a fare da bersaglio” (p.131). Insomma in questo romanzo-bazar trovate un po’ di tutto, cose che vi faranno indignare, commuovere, immalinconire, soffrire. Ma se siete malati e avete una “sensibilità da violini intoccabili che irradiano messaggi in cifra, per dire dell’unicità del vostro dolore” rischiate un travaso di bile. Ma questa è la verità, e uno scrittore, come disse Sciascia, è un uomo che vive e fa vivere la verità. Nessuno comprenderà il vostro dolore. Del resto – dice Leriche – il dolore non riscatta niente, non salva. Anzi  è sempre inutile, non serve altro che a impoverire l’uomo.  In poco tempo fa dello spirito più luminoso un essere braccato, ripiegato in se stesso, concentrato sul proprio male, egoisticamente indifferente a tutto e a tutti, costantemente ossessionato dal terrore dei ritorni dolorosi. Il corpo umano, la carne, – dice Cioran – è sempre una realtà fragile e tuttavia terrificante, è la grande dispensatrice di tutti i nostri terrori. Non ci sono epiloghi nell’assoluto, indipendentemente dai nostri organi e dai nostri mali. Come spegnersi all’interno di un sistema? E come marcire?

Ma perché Sodoma? Ecco la risposta dell’autore:

In quasi tutte le discussioni che si ascoltano c’è qualcuno che vuole incularsi qualcun altro o teme di essere inculato. Sembra che la società non sia più divisa tra padroni e servi ma tra sodomiti attivi e passivi. Non è un paradosso. Il linguaggio rivela la patria. Nella nostra patria attuale il principale rapporto tra gli uomini è quello di dominio, di assoggettamento, espresso letteralmente dal rapporto anale. La nostra è diventata una patria anale. Se la patria della illegalità è Gomorra, quella della nostra inciviltà è Sodoma. Benché questa città biblica con questa pratica sessuale non avesse nulla a che fare. (p. 63)

“Ci fu un’epoca in cui ogni pietra era un pensiero”, scrive Victor Hugo. In questa nostra epoca, è invece il corpo a parlare. Il corpo dice tutto, anche coi suoi simboli (tatuaggi e piercing), palesi o nascosti. Oggi ogni corpo è un pensiero.

  1. Gli occhiali

Ma perché un pensiero con gli occhiali, com’è stato messo in evidenza sulla copertina “viola” del libro? “È un’idea della casa editrice”, dice Pasquale. “Ho pensato in primo tempo alla Cambogia e a Pol Pot, all’epoca in cui tutti quelli che portavano gli occhiali venivano arrestati e trucidati in quanto simbolo di un’appartenenza borghese, di una civiltà occidentale. E quindi, noi quegli occhiali dovremmo metterli tutti per vedere meglio ciò che si dovrebbe vedere”. Ovvero tutta la corruzione, il clientelismo, la storia mefitica della politica più recente, che da tempo ha smesso di occuparsi del bene comune – come osserva Nicola Vacca, – che hanno portato il corpo dell’Italia alla devastazione, alla rovina, alla putrefazione , allo sfacelo.

C’è stato un tempo in cui gli ospedali sono stati la casa della speranza. Oggi sono la dimora della disperazione. […] in questo mondo in lento disfacimento, il corpo sano, piacente, accudito è l’ultima, estrema, tangibile prova che noi esistiamo. (pp. 20, 21)

Ciò che Breton ha tratto dal fondo dell’eros francese, Trakl dall’immemorabile ontologismo germanico, Pasternak dall’ossessione slava della “charitas”, Pound dal sogno americano della giustizia che strangola il danaro, Guillén dall’estasi sacrificale della hispanidad, Bodini dalla luna salentina, materna, alcolizzata, calva e grigia con un ripiegamento epilinguistico sulla propria grammatica e poesia a fine salvifico, Pasquale Vitagliano, nel suo piccolo, lo sta traendo dal “disamore”, dal neo-materialismo imperante, sprezzante, violento, sordido, brutale, arrogante, laido, che insozza tutto quanto ci sia rimasto ancora di puro, bello, autentico, armonioso. Gli italiani non si amano, questo è il grido di dolore, non hanno mai amato studiare la propria anima. In realtà – dice Citati – questa è una specie di immensa cesura che grava da sempre sulla nostra tradizione letteraria. Ogni viaggio negli abissi dell’io può concludersi con la rovina e la follia, e tutta la nostra civiltà è fondata su questo rifiuto dell’anima. Ed è forse questa possibile realtà, questo spaventoso vuoto, questa spaventosa nudità dell’esistenza, la vera Sodoma dei nostri tempi descritta, con passione e una mirabile tensione verso l’esattezza e il giusto uso del linguaggio che permette di avvicinarsi alle cose, anche quando sono delicate e scabrose, da un autore in progress come Pasquale Vitagliano.

Chissà, forse Pasquale avrebbe voluto, come Franz Anton Mesmer, magnetizzare i suoi strumenti (la penna virtuale e la carta), affinché le vibrazioni armoniche trasmettessero una sorta di forza risanatrice per guarire la sua terra, la sua gente. “Oh, sì, poter magnetizzare la carta, impregnarla di un fluido che guarisce come un lungo treno pieno di strumenti musicali, perché le vibrazioni armoniche trasmettano a tutti i malati delle varie Sodoma del mondo, la forza risanatrice!” Ma questo non era in suo potere.

© Augusto Benemeglio

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