Inventatevi un oroscopo
Inventatevi un oroscopo. Qualità e tare ereditarie,
somiglianze con fratelli e sorelle.
Brevettate un modo di comunicare,
un sorriso indecifrabile.
Parlate dell’ambiente che vi ha ispirato,
del mare che vi ha affievoliti,
della montagna
che ha dato fibra e risolutezza.
E i venti diranno di avervi conosciuto
in luoghi che eternamente si contrastano,
dove le montagne
– lanterne antiche sull’acqua –
sono tutto quello che si acquisisce.
Il mare,
quello che si disperde!
*
Breve autunno
Una volta le foglie in assonnati moti cadevano.
Ora, uno dopo l’altro, si susseguono gli uragani.
Le mattine si congiungono alle sere.
I tenui pomeriggi dell’ora solare
staccandosi a metà arco del giorno
hanno lasciato un freddo nastro di oscurità.
Non c’è più il calmo fluttuare delle foglie
e per tingersi di giallo
non c’è tempo.
– Il tempo s’adegua al tempo che portiamo! –
Solo un rude strappare e un correre a un’altra
stagione.
Sotto gli archi ramati dei tigli del parco
non ci sono indizi di memorie.
Le foglie sono subito terra!
*
Chi mi aspetta
Vado con volto inapparente.
La casa è lontana.
È dove si nasconde il treno del ritorno.
Mi mobilita il tempo.
Mi dirigo come un fantasma.
A tratti, ad ogni istante,
appaio in posti più vicini
prossimo al risveglio.
La casa è sommersa
dove l’azzurro dell’arrivo cola altre tinture
e manda cartoline agli uccelli.
All’uscita della stazione una bimba
mi aspetta tutte le sere
su un manifesto sgualcito che dice:
«Scomparsa il 6 dicembre».
Mi sorride blandamente.
Pensa:
«Che stupidi! continuano a cercarmi
ora che è facile incontrarmi
in ogni preghiera!»
*
Storie sull’autunno
L’autunno è comparso a chiazze
come una malattia endemica
sulla cappa delle aiuole.
Non si vede più un cane per strada
un essere libero
di rovistare nell’immondizia
o sognante sotto i portici.
Non escono la sera.
Restano impressi sul divano
a sentire quello che si svelenano
una madre e una figlia.
Le farfalle morirono
durante l’ultima glaciazione.
La luna non è più venuta
da quando precipitò
dietro casematte quinquagenarie
a ridosso dei parchetti degli spacciatori.
– La vede una donnola ogni tanto
a un centinaio di chilometri di distanza
in qualche rada boscaglia. –
Le foglie ancora incerte
non sanno
se andare a un cielo che non le chiama
o trattenersi nel braccio vegetale.
Io mi sono sbagliato.
Non dovevo dar retta
a quelle storie sull’autunno!
*
L’attesa
C’è immobilità nell’aria.
Vegeta un nulla raggrumato
sulla carcassa del giorno.
Nel fogliame tra la pervinca
sfrega il ragno esili zampe
che intessono l’attesa.
*
Corrispondenza
Con calligrafia di solitudine
vorremmo scrivere lettere al Cielo
a un non ben definito companheiro
per parlare con lui da uomo a uomo.
Ma dopo il “Caro Gesù…”
e i nostri figli, che in altri nidi sono andati,
apponiamo una croce da analfabeta
sopra un’interminabile dormita.
Emilio Capaccio, da: Voce del paesaggio. Prefazione di Massimo Sannelli, Kolibris 2016

